Diario di Viaggio #4

VII° giorno (seconda parte)

24/07/2015

Ceniamo in un autogrill a lato strada, fatto da una compagnia azera: cibo molto buono e vario, tra riso, farro e carne di diversi tipi.
Ci riposiamo un paio d’ore alla stazione di servizio, poi verso le undici decidiamo di guidare almeno fino alla frontiera azera, lontana poco più di un centinaio di chilometri.

Dirigendoci verso l’auto, notiamo un signore sulla quarantina che ci guarda, scruta l’auto e dopo qualche secondo di smarrimento ci fa: “Sudtirol?”
Io lo guardo e esclamo “No, Feltre, close to Sudtirol”
“Ah ma quindi siete italiani…e io pensavo che foste georgiani con una macchina targata Italia…ma che ci fate qui?”
Parliamo un po’, è da Roma e lavora in Abkhazia, dopo aver lavorato anni in Afghanistan (Rambo questo); gli spieghiamo il progetto, ci racconta delle strade turkmene e azere, suggerendoci di stare attenti in Azerbaijan che “so stronzi”.
Ci salutiamo dopo una decina di minuti, ma prima di andare ci chiede: “Ma prima che lingua stavate a parlà?”
“Noi? Veneto strettissimo”
“Ah ecco, nu me sembrava italiano, assomijava più al georgiano, ciao ragazzi, good luck”.
Lol

Si riparte.
La strada è ottima, un’autostrada tutta illuminata che ci porta direttamente a Mshketa, la città dove sorge il nostro secondo sito georgiano.
E’ però ormai notte fonda e non possiamo più visitare l’interno della Cattedrale, ma decidiamo comunque di scendere dall’auto e incamminarci nel centro città per qualche foto.
Lasciamo l’auto in un parcheggio sorvegliato da cinque cani davanti a varie vinerie e dopo una passeggiatina arriviamo alla cattedrale; ahinoi la possiamo vedere solamente da dietro le mura.
Scattiamo qualche foto e ritorniamo verso l’auto.

mshketa
E’ tardi, ma siamo quasi al confine azero, raggiungerlo è d’obbligo.
Percorriamo l’autostrada ed entriamo a Tbilisi, venendo colpiti dalla maestosità della città: palazzi, statue, tantissime macchine e una sensazione mista di modernità e sovietismo.
La strada però già in centro inizia ad essere pericolante e il vetro pieno di polvere dell’atos non aiuta; grazie al GPS non perdiamo la strada, arriviamo a Rustavi e ci addentriamo in piena notte in un film horror ad occhi aperti.
Strada piena di buche, varie curve in salita, nessuna luce e nessuna macchina. Abbiamo sbagliato percorso? Il GPS ci sta facendo sbagliar strada?
Il tragitto continua poi per un eterno rettilineo di quasi 30 km, un dolce sali e scendi in mezzo al nulla: boschi da una e dall’altra parte.
Alle due arriviamo al confine: macchine, musica, camion, gente per strada, siamo nel posto giusto. Parcheggiamo al lato della strada, due macchine al nostro fianco e un guardrail che separa la strada dall’immondizia pre confine.
Decidiamo di aspettare le sei del mattino per attraversare, meglio riposarsi.
Mentre Ale è disteso in auto, mi bevo un paio di birre e guardo le varie scene attorno a noi: camion parcheggiati, autisti nervosi, meccanici improvvisati, cani che abbaiano, macchine in fila e clacson.
La fila al confine sembra scorrere tranquillamente, ma preferiamo aspettare il mattino per muoverci, meglio riposarci.
Dormiremo un paio d’ore, meglio di niente.

VIII giorno

25/07/2015

Mi sveglio mentre la macchina è praticamente già partita, Ale decide di muovere la Atos e metterla in fila, ore 6 del mattino.
Mentre siamo in fila, ci addormentiamo entrambi e veniamo riempiti di clacson. Lol
Superiamo agilmente la parte georgiana della frontiera, ma il vero problema arriva con quella azera.
Procediamo un metro ogni mezz’ora, tra camionisti turchi che fumano, azeri colmi di soldi e ragazzi in van mezzi distrutti che dormono ad ogni fermata in auto.
Smonto, vado a comprare qualche snack al duty free e prendiamo il classico salasso.
Si procede lenti, mi metto alla guida e si continua con la coda eterna.
Verso le otto finalmente sono davanti ai cancelli, posti all’ingresso del palazzo al confine, un enorme costruzione colma di uffici (secondo me pure vuoti), con un’imponente bandiera azera posta sulla sommità.
Anche qui si ripropone la scena del “uno in macchina-l’altro a piedi”: Ale scende e attraversa i check point pedonali, io proseguo con l’auto.
Primo check point, controllo al passaporto, sorrisi e passo.
Il secondo check point è per controllare i documenti dell’auto: vogliono 15 euro per il transito (?) e 10 per l’assicurazione.
Non capisco molto, ma credo sia necessario far tutto e mi rilasciano due carte che attestano il pagamento.
Ultimo controllo con una guardia gigantesca con un cappello bianco particolarmente buffo, mi chiede dell’auto e di cosa trasportiamo nel portapacchi; mi fa aprire il baule e quando vede la tanica di benzina mi dice, indicandola: “Benzin! Sojuz Sovetskich Socialističeskich Respublik!”.
“Da, da, da!” dico io, capendo ben poco di cosa intendesse.
Forse la tanica era simile a quelle dell’URSS, ma di sicuro era felice e mi fa passare.
Monto in macchina, accendo e scendo verso i cancelli, in cui c’è Ale che parla con la guardia addetta al confine.
Mi racconta di essere stato assalito da taxisti e vecchiotti in modalità bureau di cambio.
Foto con la guardia, selfie con l’amico della guardia al confine e via, diretti verso Baku.

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Prima si fa benzina, un pieno 26 euro.
Un signore con un Lange Rover mi chiede in perfetto inglese dove siamo diretti; dopo avergli raccontato tutto ci dice che ci invidia tantissimo, ma che in Tajikistan ci sono i Talebani e quindi è da stare attenti. Grazie.
Salutiamo e ripartiamo, in mezzo a valli fatte da collinette di terra bruciata, carretti, asini e pastori.

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Dopo questa visione bucolica, inizia il viaggio vero e proprio.
Attraversiamo paesini, la strada è decente, ma vediamo che gli azeri prestano molta attenzione ai limiti di velocità: ci adeguiamo alle abitudini locali.
50, 70 all’ora senza mai sgarrare, ma a un certo punto una pattuglia ci insegue e ci fa fermare.
Smonto, consegno i documenti e mi dice che abbiamo superato di 20 km/h il limite di velocità; per saldare il debito con la giustizia devo pagare 200 manat, l’equivalente di 200 dollari.
Chiedo cortesemente di far vedere quando e dove ho superato il limite: infatti avevo notato un tablet che segnalava targa e velocità dell’auto.
Della nostra auto non c’era nulla, se non una foto fatta al momento dell’accostamento che non segnalava nulla di nulla.
Cerchiamo di far valere le nostre ragioni, facendo anche spesso finta di non capire; loro ci dicono di andare in banca e pagare, che lì vedremo la nostra targa e il fatto che abbiamo superato il limite ma oramai la loro spiegazione stava facendo acqua da tutte le parti.
Uno dei poliziotti tenta il colpo di genio facendomi soffiare in un cono di carta per vedere se ho bevuto; delusi, se ne vanno.
Dolomiteam 2015 vs polizia Azera 1 a 0.
Continuiamo, la stanchezza avanza pesantemente e decidiamo di far cambio alla guida.
Il paesaggio, dopo le bellezze in entrata, diventa piatto: erba bruciata, poca agricoltura, distese immense senza nulla, qualche albero spoglio, meccanici e gazebi lungo strada.
E polvere, tanta polvere.

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Si continua, ma all’altezza di Gəncə, per l’imbocco autostradale veniamo fermati nuovamente: questa volta il poliziotto era solo curioso e ci fa andare.
Ma da lì ci sorge il dubbio se fosse necessaria la vignetta per le autostrade azere.
Iniziamo a chiedere alla polizia, ma non capiscono nulla; attraversiamo Gəncə, ci fermiamo ad una pompa di benzina ma nessuno capisce cosa vogliamo.
Un ragazzo azero che dice di parlare inglese (lo parla e lo capisce ben poco) ci dice di seguirlo e ci porta alla stazione degli autobus. Ringraziandolo comunque del disturbo, ritorniamo verso l’autostrada e iniziamo la nostra discesa a Baku.
Temperatura sui 40°, afa, incendi, polvere, ma soprattutto polizia, telecamere, controlli, sembra di vivere in 1984 in salsa caucasica.
La cosa che più ci stupisce però è la totale mancanza di moschee e minareti in un paese musulmano sciita, probabilmente a causa dell’ateismo di stato sovietico.
Nessuna moschea, solo telecamere e controlli.
E chiaramente non potevamo non esser fermati ulteriormente.
Sirene, accostiamo.
Un poliziotto, più o meno della nostra età, arriva alla macchina e ci rutta in faccia, è chiaramente ubriaco.
Dice che abbiamo superato dove non si poteva e ci chiede 200 manat.
Gli rispondiamo picche, ma alza la voce e vuole 200 dollari.
Gli diciamo di no, che non paghiamo e iniziamo anche ad innervosirci.
Il poliziotto vede la gopro e dice di dargliela, noi chiaramente rifiutiamo e capiamo che la situazione sarebbe durata a lungo se non avessimo sganciato qualcosa.
Decidiamo di dargli 20 euro e 10 dollari per togliercelo di torno, ma lui insiste e gli facciamo paura dicendo che avremo chiamato l’ambasciata.
Prende i 10 dollari e i 20 euro e ci lascia andare.
Il tempo di ripartire e ci fa accostare e ci ridà indietro i 10 dollari; come un agnellino spaventato ci chiede se avremo realmente chiamato l’ambasciata al che gli rispondiamo “niet problema, vai vai”; ringrazia, si scusa e se ne va.
Da Gəncə continuiamo in autostrada, mantenendo una media di 60 km/h: gli autovelox sono ogni chilometro o poco più e la polizia appena trova qualche infrazione interviene subito.
Anzi, interviene sempre, che ci sia infrazione o meno.
Ci fermiamo dopo tre ore di guida in un gazebo a fianco strada, chiacchierando del viaggio con i tipi del bar, improvvisando qualche maldestra parola di russo.
Dopo tanti bicchieri di buon cay (il the), continuiamo a dirigerci verso Baku.
Il paesaggio continua ad essere anonimo.
Dopo qualche ora prendiamo finalmente un’autostrada vera, che porta da sud fino alla capitale.
Arriviamo a Qobustan, sistema roccioso classificato come sito UNESCO: il sito chiudeva alle 17 ma la guardia ci lascia fare delle foto dall’esterno.

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Ahinoi con i tempi automobilistici non riusciremo ad essere sempre precisi sui vari siti in programma.
Ripartiamo, direzione Baku.
Fin dai 70 chilometri dalla capitale scorgiamo mura alte almeno un paio di metri che coprono i lati della strada: queste mura, che troveremo anche a Ashgabat, servono per separare e allontanare la periferia dagli occhi dei turisti e dei ricchi, vere e proprie barriere tra la povertà e la ricchezza urbana.

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Siamo a una cinquantina di chilometri da Baku e scorgiamo il Mar Caspio, oltre a varie saline naturali.

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Il GPS ci segnala che siamo a parecchi metri sotto il livello del mare, benvenuta depressione caspica!
Proseguiamo e vediamo Baku in lontananza, sopra delle colline che scendono con dolcezza sul mare; avvicinandoci aumenta la vita e la ricchezza, tra auto e locali lungo mare.
Attraversiamo Baku, tra hotel, auto di lusso e sfrenata ricchezza con la nostra piccola Atos da 300 euro; la strada davanti a noi è fatta da caos e tante corsie, che riusciamo comunque a percorrere senza problemi, visto il nostro rapido adattamento alla guida disordinata dell’est.
Il GPS ci segnala che l’ostello è a Surakhani, a nord est di Baku e seguiamo le indicazioni.
La strada si fa però sempre più dissestata, con profonde buche e asfalto vecchio; nel mentre l’aria sa da benzina e noi siamo in riserva.
Ci fermiamo a fare benzina ma chiaramente la carta decide di non funzionare più (o molto più semplicemente non veniva letta correttamente) e chiediamo se è possibile il pagamento in euro.
“No euro, yes manat, yes dollar”, dicono, ma noi dobbiamo pagare in euro.
Dopo un po’ di facce poco entusiaste, accettano, con cambio 1 a 1 dal quale ci guadagno almeno tre euro.
Cerchiamo l’ostello, non lo troviamo e chiediamo aiuto a due ragazzi, che chiamano un amico parlante inglese: con gentilezza chiama l’ostello e ci accompagna fino all’ingresso.
Lì troviamo Rufat, il ragazzo dell’ostello, che vista l’ora pensava non arrivassimo più.
Ci fa parcheggiare in un luogo sicuro, al prezzo di 1 manat a notte (80 cent di euro) e lo seguiamo all’ostello, che in realtà è il suo appartamento, posto all’ottavo piano di un palazzone di epoca sovietica.
Saliamo con un’ascensore un po’ pericolante e arriviamo.
L’appartamento è povero ma abbiamo quello che è necessario ovvero un letto, un bagno, una vasca e soprattutto la gentilezza, di cui Rufat è pieno.
Parliamo un po’: lui fa il designer di magliette via internet, nel resto del tempo si occupa di ospitare gente a casa sua per arrotondare, ma da quel che mi ha detto girano pochi soldi.
Ci fa anche da mangiare: orzo, pomodori e pane, necessario dopo 24 ore di digiuno.
Lo ringraziamo e lo salutiamo, dormire era necessario dopo un calvario del genere.

Paese strano l’Azerbaijan, ritrovatosi catapultato dalla povertà dovuta al crollo dell’URSS alla ricchezza estrema causata da gas e petrolio.
Controlli, telecamere, macchine costose, corruzione, grattacieli giganteschi stile Dubai, ma anche povertà nelle periferie, gentilezza e voglia di aiutare l’altro, lo straniero.
Sensazioni contrastanti, ma la cosa che ci stupisce di più forse è ancora l’inesistenza delle moschee.
Domani arriva il primo check point importante, anzi, fondamentale: si va alla ricerca del Ferry Boat per Turkmenbasy.

Diario di Viaggio #3

V° Giorno

22/07/2015

Ci svegliamo presto al mattino al Joker Hostel, intonti dalla stanchezza a causa della giornata pesante a girare Istanbul.
Salutiamo il marinaio simil-Klitschko e partiamo, Ale alla guida. Partenza ore 8 e mezza.
Usciamo dalla città abbastanza velocemente, c’è traffico ma niente in confronto all’entrata di due giorni prima.
La strada che percorriamo è a qualche chilometro dal mare, sulla crosta della montagna che scende dolcemente sull’acqua; dopo un’oretta pausa caffè, che diventa una classica colazione iper calorica.
Ho la sensazione che torneremo ingrassati da questo viaggio se continua così.
Salto in bagno e si riparte; i paesaggi sono abbastanza anonimi, montagne verdi a sud e pianure in mezzo, di particolare ci sono i vari centri urbani che stanno crescendo a vista d’occhio a causa del rapido sviluppo della Turchia.
La strada, un’autostrada a tre corsie che in Italia ci sogniamo, inizia lentamente a salire, sali e scendi costanti, intervallati da moderne gallerie.
Dopo qualche ora ci fermiamo per un altro caffè, siamo cotti, la stanchezza sta prendendo il sopravvento.
Caffè (salasso in Turchia) e un mezzo chilo di ciliege per rifocillarci; mentre montiamo in macchina arriva uno sulla sessantina che inizia a parlarci in russo: è un russo che vive in Armenia, vede il tragitto sulla macchina e ci fa i complimenti, si chiama Alexander ma non capiamo bene da che parte della Russia provenga.
Si riparte.
La strada continua a salire e raggiungiamo punti sopra i 1300 metri sul livello del mare, strada sempre ottimale e il paesaggio cambia lentamente: dolci montagne, con tantissimi prati verde chiaro e mucche al pascolo.

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Verso l’una giungiamo allo svincolo per Safranbolu, la città sito Unesco che abbiamo in programma di visitare.
Una cinquantina di chilometri in mezzo a una valle strettissima fatta anch’essa da dolci colline; arriviamo a Karabuk, una città mineraria nei pressi di Safranbolu, che ci accoglie con una gigantesca fabbrica di carbone.
Dopo qualche minuto arriviamo alla città nuova di Safranbolu, di siti Unesco nemmeno l’ombra.
Giriamo verso nord e troviamo qualche casa che assomigliava a quelle viste su internet, ma erano diroccate e nulla faceva supporre che fossero parte di un patrimonio dell’umanità.
Non ci siamo, non è qui. Ritorniamo verso sud e in centro vediamo un anonimo cartello con scritto “Old town”, giriamo verso est e dopo un paio di chilometri si arriva.
Caos, taxi, parcheggiatori.
Prendiamo la strada per il castello e troviamo un delirio in discesa e in salita, pendenza intorno al 23% e non si scherza..infatti la Atos decide di non partire più.
Ale gli da una spinta da dietro mentre accellero e riusciamo a ripartire, così da infilarci nel primo parcheggio a pagamento che troviamo: 5 lire turche per due ore, circa 2 euro, ottimo.
Saliamo al castello, foto dall’alto sulla città.

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Safranbolu antica è posta in una conca tra le valli e presenta delle case caratteristiche: la fortuna della città si deve ai passaggi dell’antica via della seta in queste zone, che la fecero diventare ricca essendo una sorta di punto di ristoro per i vari mercanti che attraversavano l’Anatolia.
Dopo poco meno di un’ora rimontiamo in macchina, dobbiamo arrivare a Samsun, è ancora lunga e sono già le quattro e mezza del pomeriggio.
Guida Ale. Rifacciamo la stessa strada di prima, passando per Karabuk e ci ricolleghiamo alla super strada in direzione Samsun.
Il paesaggio in un nonnulla cambia: paesaggi lunari, un fiume che attraversa la valle, rocce da una parte e radure dall’altra, restiamo per l’ennesima volta estasiati.
La strada chiaramente è sempre fantastica, Erdogan in queste zone sta investendo tantissimo.
Ci fermiamo a Tosya, tre ore abbondanti di strada da Samsun.
Cena.
Ci accolgono un ragazzino, il padre cuoco e il benzinaio della stazione: sembrava di essere in un film di Kusturica.
Si contratta sul prezzo, quando chiedo dei Kofte si illuminano: 25 lire compreso il bere e non se ne parla più.

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Il benzinaio chiede di fare una foto ricordo e scattiamo il selfie della giornata, sorrisi, ringraziamenti, gentilezza a palate.

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Tutti i turchi che abbiamo trovato hanno il cuore d’oro.
Chiedo se hanno una birra da bere, ma rispondono picche: qui sono veramente musulmani, al contrario di Istanbul.
Mangiamo i kofte (salsiccette di manzo) con peperoni e pomodori, beviamo una coca e ordiniamo due caffè; il ragazzino ci offre inoltre anche del the.
Ringraziamo e ripartiamo, Michel alla guida.
I paesaggi lunari continuano, ci fermiamo un’oretta e mezza dopo per fare benzina, capendo che tutti i soldi di benzina spesi in Turchia saranno gli stessi che spenderemo dal Turkmenistan al Kazakhstan probabilmente.
E’ buio ormai, arriviamo a Merzifon e prendiamo la strada per Samsun, una discesa di un centinaio di chilometri tra valli strette e polizia ferma a controllare l’incoscienza generale del guidatore turco.
Alle undici siamo alla periferia di Samsun, continuiamo a scendere e decidiamo di fermarci in un parcheggio custodito alla stazione autobus di Samsun, una specie di space shuttle gigantesco con centinaia di camion.
Posto a pagamento, controllato, in città, comodo, sicuro.
Ale si mette a dormire, io faccio un giro per la stazione ma non vi è nulla di interessante, solamente tantissima gente che dorme nelle seggiole in attesa di un autobus a lunga percorrenza.
Si dorme.
Conclusa una delle tappe più lunghe ed estenuanti dell’intero viaggio, quasi 800 chilometri.

VI° giorno

23/07/2015

Altro giorno, altra tappa, questa volta lungo il Mar Nero.
Ci svegliamo alla stazione degli autobus di Samsun, giretto nello space shuttle, bagno, salviette umide e via, guida Ale.
Troviamo subito la strada maestra che ci condurrà dopo 530 chilometri a Batumi.
Lungo mare, strada molto buona a due corsie, bancarelle e meccanici ai lati, si guida in scioltezza, temperature alte ma con una dolce brezza proveniente dal Mar Nero.
Troviamo tanta polizia lungo strada e diamo per scontato il fatto che ci fermino: non ci sono altre auto con targa straniera, eccetto qualche targa olandese o tedesca di turchi stessi.
Procediamo tra musica e saluti ai nostri amici camionisti, quelli che fanno i nostri viaggi non per curiosità ma per vivere.
Dopo tre orette di marcia ci fermiamo in un ristorante a Fatsa con dei gazebi vista Mar Nero: kofte d’obbligo, con coca cola e caffè che ci rigenerano.
Qualche foto al mare, che curva all’orizzonte.

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Il pranzo viene 41 lire, ma vedendo esitare Ale nel pagamento la cameriera ci sconta ben 11 lire: le stiamo simpatici?
Si riparte, Michel alla guida e la situazione non diverge dalle tre ore precedenti: belle strade, lungo mare, un filo di traffico, saluti ai passanti curiosi e ci si avvia verso Hopa, ultima città della Turchia prima del confine.
Qualche lira di benzina giusto per attraversare il confine e ci si avvia.
La strada sembra vuota, non c’è anima viva: da quel che avevamo letto questo confine è solitamente un disastro.
Tunnel, altro tunnel, anima viva…ultimo tunnel e frontiera in lontananza, con un paio di macchine in coda.
Ma le sorprese arrivano sempre per ultime.
Entriamo in coda e finiamo con la Atos proprio dietro a dei ragazzi del Mongol Rally dalla Svezia, ma arriva un poliziotto che ci fa intuire di girare a sinistra e metterci in coda…ma in coda dove? Partiamo, macchine, furgoni, camion e ancora macchine, dopo due/tre chilometri troviamo la coda, wow.
Si, ci vorranno tre ore.
Ci mettiamo in coda, ci rallegra il sole che si immerge nel Mar Nero creando un arcobaleno di colori.

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Qualche metro ogni dieci minuti, caos, clacson, gente che porta da mangiare agli autisti esasperati in coda, un inferno.
Dopo qualche minuto vediamo gli svedesi tornare indietro, pure loro!
Passa una mezz’ora, sigaretta, qualche foto e arrivano due ragazzi a salutarci: non mongol rallysti ma due slovacchi in viaggio attorno al Mar Nero, simpatici e un po’ folli.
Nel mentre arrivano anche gli svedesi, di cui chiaramente non ricordiamo più i nomi.
Ci mettiamo a chiacchierare: pure loro puntano a Baku e a prendere il ferry, ma sono ancora senza visto Turkmeno; andranno pure in Armenia prima di entrare in Azerbaijan…a nostro modo di vedere una piccola follia a causa delle relazioni tese tra i due paesi.
Non faranno il Pamir (mi sa che siamo solamente noi due folli a volerlo fare, lol) ma da Samarcanda andranno verso Tashkent e poi verso Almaty. Ci lasciamo i contatti, sperando di ritrovarci. Ci ritroveremo?

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Foto su foto e mentre presto l’accendino ad una coppietta di turchi accade la prima disavventura del viaggio: perdo una vitina dell’asta gopro, molto comoda per fare foto ai paesaggi (si, anche per i selfie, lo ammetto).
Mi aiutano a cercarla ma niente, sparita. Dovrò ingegnarmi.
Dopo un’ora e mezza la coda sembra più veloce, probabilmente i frontalieri turchi si sono stancati di controllare tutto e tutti.
Dopo due ore di coda arriviamo al confine, ma solo uno di noi può procedere in macchina: da proprietario della auto resto nel veicolo, mentre Ale si accoda a decine di persone nel confine pedonale.
Primo check in tutto ok, controllo passaporti passato; secondo check in zero controlli; terzo check in controllo ai documenti della macchina e si passa, arrivo in zona franca e aspetto Ale, che furbescamente è riuscito a superare un po’ di persone in fila per velocizzare i tempi.
Confine georgiano.
Una guardia ci dice di portare la macchina ai controlli: è arrivata l’ora di aprire il portapacchi?
La stessa guardia urla qualcosa di simile a “Inglese” rivolto ad una guardia più giovane, che inizia a chiederci in perfetto inglese cosa avessimo sul portapacchi.
“Tende, gomme, sedie, un tavolino, roba da campeggio…dietro abbiamo vestiti, mangiare e medicinali, se vuole le diamo le prescrizioni”
Controlla, ci guarda un attimo strano, chiede se abbiamo sostanze psicotrope, spieghiamo il necessario e ci riconsegna i documenti.
Sorridendo guarda il percorso sull’auto e ci dice di inserire la Georgia la prossima volta; sorridendo ci scusiamo e ripartiamo.
Passiamo al controllo passaporti, il frontaliere ci chiede se conosciamo Celentano e ci chiede dove siamo diretti: Batumi, Cattedrale di Bagrati e Tbilisi. Sorride, ci timbra i passaporti e si riparte.
Attraversiamo i primi metri del confine, un casinò e decine di Bureau per il cambio.
Ci fermiamo a far benzina: quasi un pieno a 26 euro, benvenuti in Caucaso.
Scendiamo lungo la strada lungo mare per Batumi e le strade non sono certamente ottimali.
Dopo una decina di minuti siamo in centro città e ci dirigiamo all’ostello suggerito dal GPS, l’Hostel Batumi Globus.
Ale entra per chiedere se c’è posto per la notte e la ragazza della reception, Elena, ci accoglie, facendoci parcheggiare all’ingresso. 9€ a notte, caro per la Georgia, ma meglio così, almeno abbiamo un letto.
Ostello frequentato da occidentali, molto carino e vivo; lasciamo gli zaini e ci dirigiamo verso il centro per cenare, anche se oramai era giunta mezzanotte.
Kebab più birra turca, perfetto.
Torniamo quindi in ostello, veloce comunicazione a casa e per le due siamo a letto, l’indomani altra tappa di oltre 400 chilometri in direzione Tbilisi.

VII° giorno

24/07/2015

Ci svegliamo tardi, alle nove e mezza, ma per una volta è anche giusto riposare il corpo e la testa.
Salutiamo Elena, che fa una foto a noi e alla macchina, ma quando le chiediamo di fare una foto con noi diventa viola, ci ringrazia e torna timidamente in ostello, salutandoci.
Poi ci cerca su Facebook e mette mi piace alla nostra pagina, strane le georgiane.
Si parte verso le undici, Ale alla guida e ci dirigiamo a nord, verso Poti, lungomare.
Colline verdi alla nostra destra, mare alla nostra sinistra, cosa chiedere di meglio.
La strada non è più quella turca: buche, rallentamenti, asfalto un po’ passato; spesso poi troviamo mucche in strada, che saranno la costante della giornata.

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Sotto il sole cocente iniziamo il nostro attraversamento verso est, lungo il corridoio tra il Grande Caucaso a nord e il Piccolo Caucaso a sud.
Verso l’una ci fermiamo per mangiare lungo strada in un baracchino: pane con formaggio locale, caffè e coca cola, tre euro a testa.
Continuiamo in direzione Kutaisi e il paesaggio pianeggiante è abbastanza anonimo, la vita è data dalla follia degli automobilisti, dagli animali in strada e dai gazebi lungo il percorso.

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Arriviamo verso le tre a Kutaisi e parcheggiamo sotto il colle del Monastero di Bagrati, il sito UNESCO della giornata.
Caos, camioncini, taxisti, facce poco raccomandabili. Ci fidiamo comunque di lasciare l’auto lungo strada.
Saliamo verso il Monastero, sbagliamo strada entrando in casa di una vecchiotta ultra centenaria con decine di galline e un cane assai nervoso.
Ritroviamo la strada e arriviamo alla Cattedrale di Bagrati, chiesa ortodossa del XI secolo.
La vista da qui è meravigliosa: nel lato sud della cattedrale vi è una gigantesca croce che da su Kutaisi.
Entriamo, icone, reliquie e molte donne devote, soprattutto ragazze.
La chiesa è considerata un capolavoro dell’arte medievale e rimase per secoli in rovina; iniziarono i restauri nel 1952 e nel 2012, grazie ad architetti italiani, terminarono i lavori.
Osserviamo le varie icone in doveroso silenzio, scattiamo qualche foto e giriamo un video dall’esterno.

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Riscendiamo verso l’auto e riprendiamo il nostro percorso verso Tbilisi, Michel alla guida.
A Kutaisi giriamo intorno al centro per qualche minuto prima di trovare la strada principale, che è totalmente in costruzione: sassi, sterrato, buche, lavori in corso.
Nonostante questo continuiamo: la strada sale, sempre più animali e sempre più camionisti impazziti, ma l’asfalto è buono e si procede con velocità.
Polizia ovunque, ma non ci fermano mai.
Passiamo a qualche chilometro dal confine con l’Ossezia del Sud, la regione separatista dichiaratasi indipendente dopo la guerra tra Georgia e la Federazione Russa nel 2008.
Polizia, polizia e ancora polizia.
Nei pressi di Gori troviamo un’autostrada di recente costruzione e dopo qualche chilometro ci fermiamo per mangiare e per fare il cambio guida.

(continua…)

Diario di Viaggio #2

III° giorno

20/07/2015

Ci svegliamo intorno alle otto di mattino nel retro della pompa di benzina dove ci eravamo fermati la sera prima a Sofia, colazione veloce, lavaggio veloce ai denti e alle ascelle e montiamo in macchina: Michel alla guida, direzione Bojana, per visitare il primo sito Unesco del nostro viaggio.
La Atos sfreccia senza alcun problema sulla tangenziale di Sofia e dopo quasi un’oretta di cammino, causa traffico, arriviamo a Bojana.
La Bulgaria è un paese molto povero rispetto agli standard europei: strade non sempre perfette, case spesso fatiscenti e molta vita agricola (ovvero, tanti trattori sulle strade).
Bojana è posta verso sud rispetto a Sofia, sui lati delle montagne che portano verso la Grecia; il paesino in sé rispetto alla periferia di Sofia è ben tenuto, forse anche grazie alla presenza di un sito Unesco unico nel territorio bulgaro.
Parcheggiamo e attraversando un boschetto arriviamo all’entrata del sito, paghiamo l’ingresso 2,5 euro a testa (prezzo studenti riadattato al cambio casuale fatto dalla bigliettaia) e entriamo.
Davanti a noi una trentina di turisti giapponesi, interessati più a un gatto gironzolante che al sito stesso (urlavano neko ossia gatto in giapponese come degli ossessi).
Scattiamo qualche foto dall’esterno prima di chiedere ad un vecchiotto che faceva da guida se potevamo entrare.

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“It’s ok there is people, 6 people enter, no too much”
Ok. L’idea è che sia necessario aspettare l’orda nipponica prima di visitare la chiesa.
Dopo due tornate ci viene in soccorso un’altra guida, una ragazza sulla trentina bulgara, che ci fa entrare con il suo gruppo di visitatori.
La chiesetta è molto piccola, divisa in tre parti costruite in epoche medievali differenti: all’interno tanti affreschi di pregievole caratura, il più imponente è il Cristo Pantocratore sulla volta.
Mentre spiega al gruppo composto da me, Ale e quattro nord europee indefinite, si gira e ci chiede: “Guys, where are you from? Poland?”
“No, we’re from Italy”
“Ok, you already knew everything” e sorride.
Tricolore power.

Usciamo dalla chiesa e facciamo una piccola sosta al bagno; usciamo e iniziamo a parlare con la guida, si chiama Karina, fa i complimenti al mio inglese dicendo che è raro trovare un italiano parlante inglese e le spieghiamo del progetto e delle nostre intenzioni per la giornata.
Kazanlak? Bellissima, certo, ma troppo distante se volete arrivare a Istanbul ad un orario semidecente, piuttosto ritornate in Bulgaria, chiamatemi e visitate gli altri otto siti Unesco del paese.
Erano quasi le undici del mattino e Istanbul dista quasi 600 chilometri da Sofia: che fare?
Karina ci consiglia di visitare e fermarci a mangiare a Plodvid, puntando così a Istanbul.
E decidiamo di seguire il suo consiglio, con sommo dispiacere perché la Necropoli Tracia di Kazanlak era un sito che tenevo particolarmente a vedere.
Imprevisti del viaggio.
Salutiamo Karina (che dopo un secondo spiega il nostro progetto agli altri turisti presenti) e ci rimettiamo in viaggio, io continuo alla guida, Ale come navigatore.
Tangenziale sud di Sofia in direzione Plodvid…la strada per Lamen è meno accidentata.
Lungo la strada tanti meccanici, lavori in corso e venditori di angurie; dopo circa un’ora di finta tangenziale entriamo in autostrada e si viaggia.
Scendiamo lentamente dalle colline di Sofia, attraversiamo lunghe valli boscose con breve sosta per rifornimento carburante/acqua e arriviamo in pianura.
Strada dritta, girasoli, zero allevamento, zero agricoltura, solo girasoli. Per olio di girasoli.
Fa caldo, tanto caldo, troppo caldo.

Abbiamo persino visto cinque, sei mucche nascoste all’ombra di un ponte a fianco dell’autostrada, per evitare il caldo. 40 gradi sicuri, percepiti tirate a indovinare.

Dopo qualche ora si arriva a Plodvid, giretto in centro, si parcheggia e cerchiamo qualcosa da mangiare.
Sia mai che si esageri con il cibo: Kebab, falafel, pizzetta alle olive per me e ai peperoni più yogurt o simili per Ale.
Totale: 6 euro.

Nemmeno un’ora di pausa, scattiamo due foto e si riparte, Ale alla guida.

Usciamo da Plodvid, strade semidecenti, diritte, direzione Svilengrad, confine con la Turchia.
Girasoli, trattori, cicogne che volano, angurie. Sarà povertà, certo, ma non è una povertà drammatica e sconvolgente, è vita semplice, contadina, senza fronzoli.

“Senti questo rumore…è metallico”
“Mah..sì sembra anche a me…abbassiamo i finestrini e sentiamo”
“Non so da dove provenga”
“Boh”.
Guidiamo una mezz’ora e il rumore è proprio insopportabile.
“Forse abbiamo bucato”
“Fermiamoci”.
Controlliamo l’auto, nessun segno di rottura. Lentamente capiamo da cosa dipendeva il rumore: le locuste.
Un rumore assordante che proveniva dai campi, locuste, semplici locuste. Milioni di locuste.

Dopo un centinaio di chilometri troviamo il cartello Istanbul, messo come un cartello per Can (frazione del Comune di Cesiomaggiore ndr)  a caso al lato della strada; usciamo, ci perdiamo, ci riperdiamo, ma ritroviamo la strada maestra e prendiamo un’autostrada nuovissima, larga e praticamente senza nessun altro intorno e finalmente la Atos prende il volo.
La scena delirante però non si fa attendere: prendiamo una discesa autostradale attorno al 6% e vediamo un tipo non curante del pericolo, risalire l’autostrada in bici contromano, sotto il sole cocente.
Un altro eroe post moderno.
Maciniamo chilometri e ci fermiamo a una trentina di chilometri prima del confine turco per comprare dell’acqua.
Un ragazzo turco olandese si avvicina ad Ale e gli chiede spiegazioni sulla macchina; entusiasta, gli racconta di aver visto il giorno prima due macchine del Mongol Rally durante il suo viaggio verso la patria dei genitori.
Foto di rito alla macchina sotto il calore bulgaro e si decide di fare la cazzata del giorno: andare in Grecia.

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L’idea poi non è così campata in aria: forse è meglio evitare il confine bulgaro-turco, visto le centinaia di macchine di lavoratori turchi in Germania che ritornano in madre patria.
Quindi Grecia.

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Confine greco passato in scioltezza, soliti occhi sbarrati quando si spiega alle guardie di confine la destinazione del viaggio.
Grecia, anche qui girasoli, campi, campi, distese di campi.
La mappa ci indica un confine dopo Marasia, un piccolo paesino al confine con la Turchia.
Paese agricolo, una piccola chiesetta e nidi giganteschi di cicogne sopra i pali della luce, uno spettacolo.
Ci dirigiamo al confine…che non esiste.
Seguiamo ancora la mappa che ci indica un ponte sull’Ardas per dirigerci ad un altro confine a sud, ma il ponte non esiste. Vediamo il fiume scorrere, probabilmente è una chiusa temporanea che si apre periodicamente per permettere alle macchine di passare, ma non abbiamo tempo, quindi torniamo indietro di qualche chilometro, usciamo da Marasia e ci dirigiamo al vero confine.
Le guardie di confine greche sono gentili, ci chiedono i documenti dell’auto e i passaporti; finiamo a parlare di basket (la guardia tifava Olympiakos, chiaramente abbiamo tessuto le lodi a Spanoulis), di cosa studiavamo e della destinazione del nostro viaggio. Saluti, sorrisi e un good luck.
Entriamo nella zona franca, filo spinato ad ambo lati della strada e arriviamo al confine, particolarmente militarizzato.
Primo check point lo passiamo dopo cinque minuti, con Alessandro che fa capire all’addetto il numero del telaio, mentre io spiego che sono il proprietario della macchina.
Sguardo un po’ truce ma ci fan passare.
Attraversiamo qualche metro e un poliziotto ci ferma chiedendoci cosa avessimo nel portapacchi.

Tende, materiale da campeggio, gomme. Ci fa aprire il portapacchi, lavoro ingegnoso di Alessandro che è costato fatica e soldi a causa dello scotch marcato Eurobrico.
Da un’occhiata fugace e ci chiede dove andiamo.
“Mongolia!”
Il tizio risponde in un inglese improbabile: “You have to bring hot girls in Mongolia”. Boh.
Dopo questa affermazione incomprensibile ci fa la domanda delle domande: “Are you Spain? Cocaine, Eroine, LSD?”
“No, only meds with prescription”
“Marijuana, Hashish, LSD?”
“No, meds with prescription”
“OK, go”
Lol.
Improperi per sistemare il portapacchi e si entra in Turchia.
Attraversiamo un paesino agricolo, mucche sulla strada, subito minareti.
Dopo nemmeno un chilometro iniziano i sampietrini, giungiamo a un ponte fatto di sampietrini che porta direttamente a Edirne: vediamo sullo sfondo la Moschea Selimiye, una vista meravigliosa considerando che qualche centinaio di metro prima eravamo nel nulla più assoluto.
Si entra a Edirne, troviamo un parcheggiamo a pagamento “to euros” e saliamo a piedi verso la Moschea.

4 Moschea Selimiye - Edirne (1)
Nelle strade tanto caos, odori di spezie, turchi seduti a bere tè e fumare sigarette. Già capiamo la Turchia, un melting pot entico senza eguali: ragazze bionde e more senza velo, ragazze con veli variopinti, ragazze con veli molto severi, uomi bianchi, meticci, scurissimi. Meraviglioso.
Entriamo nel bazar prima della Moschea e compriamo dei datteri per avere delle lire turche, infine entriamo nella Moschea. Iniziano i brividi.
Una sacralità generale, i colori delle volte che ci lasciano basiti, una bellezza quasi indescrivibile davanti ai nostri occhi; si, la Moschea Selimiye ci ha totalmente rapiti.

4 Moschea Selimiye - Edirne (2) 4 Moschea Selimiye - Edirne (3) DCIM103GOPROselimiye
Ritorniamo verso la macchina, guido io e ci dirigiamo verso un Bureau per cambiare degli euro.
Metto le quattro frecce e aspetto Ale in una parallela, ma mi trovo un camion dei pompieri dietro che deve passare e faccio un giro dell’oca per riprendere Alessandro.
Partiamo, direzione Istanbul.
Strada a due corsie, una decina di chilometri tra palazzoni modernissimi (Erdogan docet) e arriviamo alla barriera autostradale.
Bisogna fare la vignetta. Ma dove? Passiamo la barriera sull’estremità destra, seguendo una macchina targata Olanda.
Chiedo dove poter fare la vignetta e dopo qualche parola incomprensibile, grazie al turkenglish dell’olandese capisco che devo attraversare l’autostrada sul mio lato a piedi, scavalcare (jump ok? le parole di un poliziotto) il guard-rail e attraversare il senso di marcia opposto sempre a piedi per giungere al rivenditore di vignette.
Quaranta lire, torno indietro e si riparte.
Autostrade turche efficentissime per quanto riguarda l’asfalto, meno per i posti di servizio.
Maciniamo chilometri, paesaggi intensi tra foreste e prati verdi, ma la benzina cala e non troviamo distributori.
Riserva.
Si arriva alla tangenziale di Istanbul, che inizia a quasi ottanta chilometri.
La riserva diminuisce, l’ansia di rimanere a piedi a trenta chilometri da Istanbul aumenta.
Fortuna vuole che a quasi 1,5 l rimanenti nel serbatoio troviamo una pompa; dopo il salasso preventivabile (la Turchia è il secondo paese al mondo per il costo del carburante), continuiamo il nostro percorso.
Inizia il caos. Guidare nella tangenziale di una città di 12 milioni e passa di abitanti non è semplice, per nulla.
Sorpassi a destra, a sinistra, nella corsia di emergenza, luci e grattacieli ovunque, sali e scendi costanti; la parte peggiore è stata ad un’uscita quando un camion gigantesco ci ha letteralmente tagliato la strada.
Si guida, io al volante, Ale al navigatore. Dopo ore di caos, mantenendo sempre la direzione corretta, giungiamo al nostro ostello, il Joker, situato a Kadikoy, Asia, nei pressi dello stadio del Fenerbahce.
Parcheggiamo l’auto, entriamo e conosciamo il tizio dell’ostello, un quarantenne con la faccia da pugile che fa il marinaio, ci consegna le chiavi, fotocopie ai documenti e si dorme, dopo aver sentito casa per rassicurare tutti.

IV° Giorno

21/07/2015

Il quarto giorno fin dalla preparazione al viaggio era il giorno forse più importante della prima settimana: visitare Istanbul in un sol giorno è già di per sé difficile, ma il problema principale che ci trovavamo davanti era la necessità di convertire la nostra lettera d’invito per il Turkmenistan in un visto vero e proprio.
Senza il visto, niente ferry boat, niente Turkmenbasy e mille problemi davanti per trovare una soluzione.
Sveglia alle otto, docciati e profumati scendiamo, l’ostello ci fa una colazione iper calorica con uova, formaggio, salsicce e prosciutto.
Fermiamo un taxi e il marinaio simil Klitschko dice al tassista di portarci all’aeroporto, costo del viaggio 80 lire, sui 35 euro; cerco di spiegare che il consolato è nei pressi dell’aeroporto, a Yesilkoy, ma non all’aeroporto…tutti dicono ok, fidiamoci.
Giretto panoramico lungo la tangenziale presa il giorno prima: il traffico è intenso, fa caldo; allo stesso tempo il tassista estremamente gentile si pone sull’estremità della carreggiata per permetterci di fare qualche foto al Bosforo.
Arriviamo all’incrocio tra Yesilkoy e l’Ataturk Airport e l’autista prende per l’aeroporto.
“No Yesilkoy Yesilkoy!”.
Si ferma in mezzo alla strada, gesticola, ci insulta e poi continua, portandoci a destinazione con faccia torva.

Arriva l’ora della verità: Turkmenistan si, Turkmenistan no?

Entriamo in consolato e troviamo subito due ragazzi, parte del Team SPQR da Roma che partecipa al Mongol Rally.
I ragazzi ci dicono subito che non fanno nulla, ma noi fortunatamente abbiamo la lettera di Ginevra.

Consegniamo la documentazione, il responsabile però ci da dei fogli da compilare e un pagamento da effettuare in una banca specifica.
Ci dividiamo: io resto a compilar carte, Ale va in banca.
Mi fumo una sigaretta con i ragazzi del SPQR, parliamo del viaggio e dei rispettivi problemi: loro vanno in Turkmenistan dall’Iran, ma per il visto dovranno necessariamente andare ad Ankara, sperando di ritirare il tutto entro i termini.
Dopo mezz’ora torna Ale, che grazie a un gentilissimo poliziotto parlante inglese riesce ad effettuare il pagamento.
Consegnamo ricevuta di pagamenti, passaporti e i moduli compilati; la guardia ci dice di tornare alle cinque.
Prendiamo un autobus in direzione Taksim, piazza nota per gli scontri antigovernativi di un paio di anni fa e percorriamo in un’ora la città in autobus; giungiamo a Taksim, foto, cambio euro-lira e prendiamo la metro per Sultanahmet, quartire che presenta la chiesa/museo di Santa Sofia e la moschea di Sultanahmet.
Arriviamo alla fermata della metro dopo qualche incomprensione con le indicazioni e ci dirigiamo a piedi verso la Moschea.
“Kebab?” “Kebab!”.

kebab
Da bravi stupidi ci costa un salasso in lire (non in euro, ndr), visto che questo kebbabaro si trova praticamente nel centro della città.
Cibiamo, beviamo, accarezziamo due gattoni liberi a Sultanahmet e ci dirigiamo verso la Moschea.
Ben curata, esteticamente pregevole, ma le sensazioni non sono come ci si aspettava: troppi turisti, troppe foto e caos.
Da Sultanahmet ci dirigiamo verso la moschea di Solimano il Grande: si ritorna alla sacralità, alla devozione e alla convivialità delle persone all’interno delle mure sacre.
Foto, video alla moschea e al mauselo di Solimano.

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E’ tardi, sono le 16:40, bisogna tornare a Yesilkoy per i visti, chiude alle sei.
Troviamo un taxista che ci porta in ambasciata a 45 lire, ma in strada è un disastro, lenti code, clacson ovunque, auto che superano ovunque.
40 e passa minuti per qualche chilometro di strada.
Ma arriviamo giusti in tempo e ritiriamo. Il visto TURKMENO è nostro!

Prendiamo l’autobus e ci dirigiamo verso Taksim; conosciamo un ragazzo di 18 anni che studia in un liceo a lingua italiana di Istanbul e chiacchieriamo con lui in bus, parlando di studio e differenze fra Italia e Turchia, una bellissima chiacchierata.

26 amico turcoita
Arriviamo a Taksim, ma è necessario finire il nostro giro Unesco, quindi di nuovo metro verso Fatih e Sultanahmet.
Smontiamo dalla metro e ci dirigiamo nuovamente verso la moschea di Solimano, attraversando edifici fatiscenti e tanta sporcizia, luoghi che mai avremo immaginato a Istanbul visto l’ordine e la precisione presente nel resto della città.
Arriviamo alla moschea e decidiamo di mangiare in un ristorantino sul lato: 9 lire a testa ( 3 euro e qualcosa) per riso, fagioli, verdure, una bibita e un the. Nostro.
Mentre cibiamo e ci facciamo amici tutti i camerieri del locale, si avvicinano una gattona gigantesca, che non desidera altro che attenzioni. Inizio ad accarezzarla e questa si gira a pancia insù, addormentadosi: per oltre mezz’ora diventa la scena clou dell’area, viste le decine di turisti che passano, si fermano e fotografano la gatta spaparanzata.

27 gat
Nel mentre davanti a noi sul portone della moschea, decine di bambini mendicanti che chiedono la carità con le mamme che vigilano, una scena straziante.
Terminata la cena ci dirigiamo verso lo stretto, la nostra volontà è di prendere il battello e attraversare il Bosforo così per tornare in ostello in Kadikoy.
Camminiamo attraverso un mercato dismesso, con gente ovunque che riportava le merci all’interno dei negozi; caos e immondizia la fanno da padroni.
Arriviamo al porto, primo ferry e via in direzione Kadikoy; chiaramente, il ferry boat porta a Uskudar, a nord di Kardikoy.
Venti minuti di attraversamento sul tetto della nave, con Istanbul, le moschee sullo sfondo baciate dal sole tramontante, uno spettacolo indescrivibile.

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Smontiamo e ci dirigiamo alla fermata degli autobus, dopo qualche indicazione troviamo il nostro autobus, il numero 12, ci dirigiamo a Kardikoy, smontiamo in piazza a Kardikoy e dopo una decina di minuti raggiungiamo l’ostello.
La Atos è al sicuro, nessun vetro rotto e nessuna apertura nel portapacchi.

atos al sicuro
Prendo delle birre per allietare il sonno e mi metto a parlare con il vecchio che fa rivendite a fianco dell’ostello: odia Erdogan, dice che gli immigrati Libici, Siriani e Iracheni sono pericolosi, mentre Israele è un “Big Problem”. Il terrorismo poi è colpa sia di Erdogan sia degli immigrati.
Dopo le chiacchere con il vecchietto si punta al letto, viste le prossime tappe.

Il quinto giorno ci vedrà correre in direzione Samsun; a metà giornata faremo un salto a Safranbolu, città turca patrimonio Unesco.

Diario di Viaggio #1

PARTENZA

Feltre 18/07/2015, ore 17 Piazza Maggiore

Una mezz’ora prima della partenza, ci siamo trovati al bar da Eliseo per una birra tranquilla pre partenza, ma tranquilla non era perché ero agitato e non sapevo sinceramente nemmeno dove fossi; negli stessi minuti Alessandro stava ultimando l’allestimento del veicolo.
Nel giro di qualche minuto mi sono trovato circondato da decine di persone e il disorientamento era totale: mai mi sarei aspettato una così grande partecipazione da parte della città.

Ad un certo punto è giunto il nostro sindaco Paolo Perenzin
“Michel fon na foto che ho gli alpini, scuseme”
“Ok, comunque Alessandro l’è drio arivar…ma la strada ela verta?”
“Orco ciame subito!”.

Foto di rito improvvisata, ma la sensazione che la nostra piccola Atos fosse in arrivo mi pervadeva.
“Muoviamoci tutti verso Piazza Maggiore dai, Alessandro sarà qui a momenti”.

Decine di persone dietro di me; guardando verso via Mezzaterra scorgo il nostro piccolo bolide rosso lanciato in salita, Alessandro alla guida iper sorridente.

Non capivo molto in quel momento ma vedevo tutti molto sorpresi, in maniera positiva: l’allestimento era perfetto, gli adesivi avevano il loro fascino.

Foto di rito, non più improvvisata, con me, Ale, Paolo Perenzin, l’assessore Giovanni Pelosio e il consigliere Alessandro Del Bianco.

partenza

E poi i saluti, non addii, visto che a Settembre torneremo (sbruffoni siamo).

Genitori, morose, amici e saluti a gente che nemmeno conoscevamo, ma è stato bello così.

Si parte.

“La cintura!” urlano da fuori, “Ma tant fon sosta al Crown”; scendiamo da via Luzzo, saluto veloce a Teo del Crown e via.

Benzina ad Anzù.

“Veu in montagna?” chiese il benzinaio.
“No, von in Mongolia!” lol.

Direzione Belluno.

Ale: “Dobbiamo prendere scotch americano e corda, la roba dal portapacchi ci vola via!”
Michel: “Va benon, ndon all’Eurobrico”.

Veloci fino a Belluno, pagato il pizzo all’Eurobrico (4 scotch e una corda 55 €) e corriamo diretti fino a Cadola per prendere l’autostrada.

Chiacchere, sole cocente, sigarette e Iron Maiden.

“Cos’abbiamo dimenticato?”
“El fil de fer, carta vetrata e altra roba”
“Io mi sa niente”
“Ehm…la cartina della Russia”.

Iniziamo bene.

La Atos viaggia, viaggia intorno agli ottanta all’ora ma viaggia: dobbiamo trattarla come un gioiello se vogliamo farla arrivare sana e salva.

In autostrada andiamo tranquilli e pacifici, a parte una leggera incomprensione con un camionista che ci suona perché siamo troppo lenti; la solita solidarietà dei trucker ci porta a decine di strombazzamenti e bestiemme rivolte a noi.

Dobbiamo passare per Trieste, ci aspetta Stefano, un nostro compagno di Liceo che studia lì.
“Uscite a Prosecco”, usciamo a Prosecco e infatti ci perdiamo; ritroviamo la strada maestra con qualche colpo di genio e dopo una buona mezz’ora raggiugiamo casa sua.
Trieste, come al solito, ci rapisce. Feltrini impiantati tra Venezia e Ferrara, ma la Venezia Giulia e tutto il Carso ormai sono nei nostri cuori.

Ci salutiamo con Stefano, che ci ha preparato un piatto di pasta al tonno fantastica; oltre a ciò ci ha fatto una spesa da ringraziarlo in eterno: pizza, dolci, frutta, acqua fredda e altre necessità.
Durante la cena Stefano ci offre un caffè rigenerante, al che mi ricordo benissimo cosa ho dimenticato a casa: la moka, niente di più fondamentale.
“Compriamola in Turchia!”.
Una maglietta gli spetta di diritto. Foto con Stefano, ultimo feltrino salutato.DCIM103GOPRO

Ore 22:30 partenza, direzione Fiume.
Troviamo la strada per Basovizza e attraversiamo il confine; nessun tipo di problema, giungiamo a Fiume e poi autostrada, ma si stava facendo tardi.
Nel lettore CD musica italiana anni’ 60 che ci ha aiutato nel mantenerci svegli e arrivo a una stazione di servizio appena dopo Zagabria.
Stasera si dorme in macchina. Ore 02:30

Una notte non certo in solitaria e non certo poco intensa.

Mentre Alessandro schiaccia un pisolo, io come mio solito ho necessità fisiologiche, ma i bagni della Slavonia lasciano assai a desiderare. So già bene che i prossimi cessi saranno peggiori.
Ritorno alla macchina e assisto ad un’anarchia generalizzata nel parcheggio dell’autogrill: gente che dormiva tra aiuole e asfalto, gente che cenava in mezzo ai parcheggi causa ramadan, altre persone che rovistano nei cassonetti dell’immondizia.
Proviamo a dormire. Le zanzare mi torturano, Alessandro dorme beato. Zzz.

“Oeoeoeoeoeo vetriiii”
“Cos- cosa vuoi, chi sei???” dico io, “Elo chi?” afferma Alessandro.
Un tipo appare al nostro finestrino aperto, brandendo una spazzola per pulire i vetri: sono le cinque del mattino.
“No grazie”
“Maaa…”
“NO GRAZIE” seguito da qualche impropero tipico del bellunese.

Chiaramente il caldo non fa la più da padrone, siamo congelati: temperatura media crollata di almeno quindici gradi.
Il nostro amico lavavetri torna alla carica, Alessandro gli offre metà panino e il tipo se ne va ringraziando.

II° GIORNO

19/07/2015

Ci svegliamo alle otto del mattino mezzi assopiti, un caffè (pagato salato) e Ale si mette alla guida, direzione Serbia.
Tutto tranquillo, temperatura intorno ai 30 gradi, distese di girasoli, prati enormi e qualche piccolo paesino ai lati dell’autostrada.
Finestrini spalacanti per darci aria, ma il collo è dolorante.
Ale chiaramente si era già premunito con un fazzoletto/bandana girocollo…cosa fare? Ci pensano le magliette del Dolomiteam 2015, in versione foulard.

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Attraversiamo senza alcuna difficoltà il confine serbo, a parte una guardia che ci dice qualcosa in pseudo italiano ma non capiamo nulla e andiamo avanti.
Ci lascia sconvolti un cartellone della McDonald: prossimo Mc a 200 km di distanza. E’ più distante di Belgrado, lol.

Ci fermiamo per un caffè, una sosta al bagno e il rifornimento d’acqua.
Mentre Alessandro è in bagno, un signorotto mi guarda, mi accende la sigaretta e in un “turkenglish” improvvisato mi chiede dove stia andando.
“Mongolia!”, spalanca gli occhi.
Vede il percorso nella fiancata e si illumina, inizia a fare foto e chiama la sua famiglia al completo per spiegare in breve il nostro viaggio.
Sono turchi che vivono in Germania e stan tornando in madre patria per le ferie (come l’80 % delle auto che abbiamo incontrato in questi giorni); dopo i contatti Facebook, le foto e i saluti mi metto alla guida, direzione Belgrado.

foto ricordo

Qualche segno dell’era socialista (essenzialmente palazzoni), la strada è tranquilla, attraversiamo la Sava che confondo crendendo fosse il Danubio e circumnavighiamo Belgrado dirigendoci verso sud, direzione Nis.

Troviamo coda e inizia il divertimento: camion, autobus, macchinone tedesche che, dall’alto del loro rigore, superano in corsia di emergenza le auto in coda; un camionista turco, da gran signore, si mette di traverso e non lascia passare più nessuno.
Un serbo supereroe decide semplicemente di uscire dalla carreggiata autostradale, entra in un prato, sale una riva con pendenze da Mortirolo e trova una strada sterrata, fregando tutti, soprattutto l’agenzia autostradale serba.
Ale: “Fermiamoci al Mc, è fra 20 km, beviamo qualcosa, anzi prendo un gelato, prendo un McFlurry”
Michel: “Si anch’io prenderò un gelato…tipo un BigMac”.

Arriviamo al Mc e giustamente facciamo schifo fino in fondo: un panino con salse strane più patate, mentre Alessandro per lavarsi la coscienza prende un’insalata con pollo fritto.
Usciamo e vediamo che un uomo ed una donna (marito e moglie scopriremo dopo) guardano la nostra Atos.
“Ma andate in Mongolia? Con questa macchina? Good luck”
Famiglia bergamasca borghese perde nettamente contro il proletariato turco germanofono. Viva la Turchia.

Continua la strada verso Nis: prati, colline, autostrada ben tenuta, il tutto assomigliava al tratto autostradale nell’Adriatico tra Romagna e Marche. Sole cocente, ma che meraviglia.
Sfrecciano auto olandesi, tedesche e polacche; italiani, non pervenuti.

Giungiamo a Nis e ci si dirige verso il confine Bulgaro; attraversiamo delle valli strettissime, veri e propri canyon rocciosi, con dei perenni lavori in corso e con camion mostruosi che ci sfrecciano a cento all’ora e ci terrorizzano.
Qui notiamo i primi segni di vera povertà: case con tetti di lamiera e onduline in amianto, mattoni a vista (ma non belli come piace in Occidente), cani randagi, agricoltura scarna e zero allevamento.
Unica cosa che ci rincuora un pelo: tanti canestri da basket.

Vediamo in lontananza il confine bulgaro e notiamo subito decine di auto in coda, ma non notiamo il particolare che ci ha terrificati: in strada vi erano riversati una cinquantina di lavavetri, che al nostro arrivo hanno iniziato ad assalire tutte le auto, noi in primis.

Nemmeno il tempo di capire la situazione e il vetro era già pieno d’acqua.
“Noo, noo, grazie”, erano decine, sembrava un film di Romero.
“Chiudiamo la macchina!”
“I gnen entro dai finestrin”
“Ma ali che? Fali che? Tira dret”

Fra la massa si distingue un eroe post contemporaneo, un lavavetri serbo altissimo con una maglietta della Lega Nord.

Ale si mette in una corsia abbastanza veloce (tempo di percorrenza mezz’ora), arrivando alla dogana in uscita serba.
Arriva una guardia di frontiera addetta alla perlustrazione del veicolo e ci chiede cos’abbiamo nel portapacchi coperto dal telo: pneumatici e materiale da campeggio rispondiamo noi.
In un buon italiano ci chiede dove fossimo diretti.
“Mongolia!” rispondo.
Sembra non capire, ci guarda un pò storto, poi sorridendo si fa il segno della croce.
Arrivederci Serbia, benvenuti in Bulgaria.
Facciamo subito la vignetta autostradale in frontiera e ci dirigiamo verso Sofia: Michel al volante.

Strada tranquilla, buio pesto, ci fermiamo in una pompa di benzina con il Wifi e decidiamo di passare qui la nottata.
La birra inizia a costare meno dell’acqua.

Collaborazione con Dolpi – Made in Dolomiti

Dolpi - Made in Dolomiti

 

Meno di due giorni alla partenza, il countdown scorre inesorabile, le sensazioni che ci pervadono sono delle più disparate: tensione, timore, adrenalina, curiosità; davanti a noi un viaggio epico, di 15 mila chilometri, alla scoperta di territori totalmente estranei al nostro occidente.
In questi giorni Michel e Alessandro si stanno dividendo il lavoro per non partire impreparati: il primo si sta concentrando sulla documentazione necessaria (per evitare di lasciare i passaporti a casa con il rischio di accorgersene solamente a Belgrado per esempio), mentre il secondo sta ultimando i lavori sulla macchina.
Documenti, allestimenti, vestiti, zaini…ma come si può partire per un viaggio in piena estate, tra mari, deserti, steppe e alta montagna senza un paio di occhiali adeguati?

Siamo lieti di annunciare a tutti i nostri followers che porteremo con noi un brand del territorio, la “Dolpi | Made in Dolomiti“.

Michel con gli occhiali Black and Gold Dolpi

La DOLPI – Made in Dolomiti è un progetto di occhiali in legno ideati e prodotti nel cuore delle Dolomiti, il bellunese e il nome del brand è dato dall’acronimo di DOLomiti e alPI.
Il nome del marchio rappresenta il connubio tra due eccellenze: da un lato il legno, la materia prima utilizzata, e dall’altro lato il know-how del territorio da cui ha avuto origine, il bellunese, cluster di livello internazionale per quanto riguarda l’occhialeria.
Il progetto con base nelle nostre montagne è nato nel 2012 e ad oggi ha partecipato a fiere di caratura internazionale come il MIDO di Milano, il Vision Expo di New York o il SILMO di Parigi.
Il brand ha raggiunto ad oggi diversi mercati esteri: Arabia Saudita, Hong Kong, USA, Canada oltre a diverse nazioni europee come Belgio, Paesi Bassi, Finlandia, Francia, Finlandia, Grecia e Slovenia.

Uomo e natura, design e maestria artigianale si trovano così riuniti in un prodotto unico che nasce all’ombra delle Dolomiti: Dolpi è il primo occhiale al mondo prodotto secondo lo schema PEFC, dove la filiera corta e la tracciabilità delle materie prime sono certificate.

Siamo veramente lieti di poter portare con noi nel lungo viaggio verso oriente questa eccellenza del territorio: Michel indosserà degli occhiali da sole black and gold, mentre Alessandro indosserà degli occhiali in rovine e frassino.

Ringraziamo gli amici della Dolpi per questa collaborazione!

Potete trovare  Dolpi | Made in Dolomiti a questi indirizzi

http://www.dolpi.it/

https://www.facebook.com/pages/DOLPI-Made-in-Dolomiti/107535059436566

Intervista al Dolomiteam2015 su TeleBelluno

 

In questo video potete trovare l’intervista di Michel a TeleBelluno sul #Dolomiteam2015.

L’intervista fornisce una panoramica generale sul progetto e sulle collaborazioni che abbiamo in essere.

Un ringraziamento a TeleBelluno per averci dato la possibilità di raccontare il nostro progetto a tutta la Provincia.