Diario di viaggio #10

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XXIV° giorno

Ci svegliamo in mezzo alla vastità della steppa kazaka, con il lago Bartogay sullo sfondo.

Dopo una lavata ai denti saliamo in auto e partiamo alla volta di Almaty, distante all’incirca duecento chilometri.

Guida Alessandro e la strada pare buona, eccetto qualche dosso e ondina non indicata che fanno saltare per bene la macchina; all’ingresso della cittadina di Selek la strada per Almaty è in costruzione, quindi passiamo una buona mezz’ora tra ruspe, camion, polvere e traffico.

Poco prima di arrivare a Karaturyk facciamo il cambio auto e nel mentre un signore ci chiede un passaggio, che però siamo costretti a rifiutare a causa del poco spazio all’interno della nostra auto, ma comunque decidiamo di fare due chiacchiere con lui: è un ex boxer kazako, dice che Almaty è una città bellissima e si dimostra molto sorpreso dal nostro viaggio.

Verso le undici del mattino arriviamo ad Almaty e si nota subito la grandezza e l’importanza della città, a causa del tanto traffico e delle auto lussuose che ci troviamo in strada.

Dopo una buona mezz’ora arriviamo nei pressi dell’ostello che avevamo prenotato, il 24/26 Hostel, ma non troviamo nessun parcheggio, quindi Ale smonta e si dirige a piedi per chiedere informazioni su un parcheggio in zona direttamente all’ostello.

Io aspetto lungo una stretta via con la Atos, davanti a un palazzo di qualche istituzione con a lato la stazione di polizia, circondato da auto di grossa cilindrata.

Ale torna dopo una decina di minuti: all’ostello non sanno indicarci nessun parcheggio, quindi dobbiamo arrangiarci…e dire che nella mail della prenotazione mi avevano confermato la presenza di parcheggi.

Usciamo dopo qualche manovra dalla stretta via congestionata dalle auto in cerca di parcheggio e giriamo l’isolato fino a trovare parcheggio lungo la via principale, a circa due minuti a piedi dall’ostello.

Entriamo all’ostello e ci accolgono un ragazzo e una signora sui sessanta, entrambi gentilissimi: chiaramente lingua inglese non pervenuta.

Tra gesta, qualche parola di inglese e di russo ci spiegano che l’ostello è convenzionato con un ristorante, e che possiamo mangiare lì con uno sconto del 10%, perfetto.

Chiedo inoltre alla signora dove poter cambiare i soldi e su una cartina fatta al momento mi indica che c’è una banca a poche centinaia di metri, ma che è preferibile cambiare al bureau dall’altro lato della strada visto che in banca son lenti.

Appoggiamo i nostri averi in camera e mi dirigo al bureau, dove trovo fortunatamente un buon tasso di cambio.

Ritorno in ostello, ci docciamo entrambi e crolliamo a letto, sfiniti dai giorni precedenti.

Dopo il riposino pomeridiano, andiamo al Dastarhan, il ristorante convenzionato.

Ci sediamo, chiediamo il menu a un ragazzo che ci guarda, sorride e se ne va, senza tornare.

Aspettiamo una decina di minuti e capiamo che il locale è self service, poteva anche dirlo non trovate?

I prezzi sono veramente bassi, con cinque euro a testa si mangia a dismisura, e riusciamo anche a bere un cappuccino dalla machinetta made in Italy, un sogno.

Torniamo in ostello e passiamo la serata a sistemare foto e video dell’intero viaggio.

Aleggia stanchezza, ci sentiamo addosso qualche linea di febbre.

XXV° giorno

La sosta di tre giorni ad Almaty non era all’interno dei nostri piani ma data la rinuncia al Pamir e a causa di un errore nella validità della visto russo (la nostra richiesta partiva dal 14 agosto, il visto invece è valido dal 16) siamo costretti a sostare più del previsto nell’ex capitale kazaka.

Quindi che fare? Riposare, riposare, riposare.

Ci alziamo tardi dal letto, una doccia, qualche info su internet e ci dirigiamo al Dastrahan dove mangiamo tanto, forse troppo.

Obiettivi della giornata: fare l’assicurazione all’auto e visitare il centro della città.

Tornati in ostello ci lasciamo dare l’indirizzo di un’assicurazione auto in zona e decidiamo di partire.

Come muoverci? In Kazakhstan vi sono si i taxi ufficiali, ma in realtà ogni auto è un taxi: basta mettersi al ciglio della strada, aspettare che un auto si fermi, indicare la destinazione e contrattare il prezzo.

Dopo trenta secondi di attesa si ferma un ragazzo con una station wagon notevole, gli diamo l’indirizzo e ci chiede 500 tenge, due euro, chiaramente accettiamo.

Dopo un quarto d’ora, sfrecciando tra la congestione urbana di Almaty giungiamo al palazzo sede dell’assicurazione.

Con l’ascensore saliamo al settimo piano del palazzo ed entriamo nel primo ufficio a destra, dove c’è una segretaria e sua madre che è seduta sui divani d’attesa.

Aspettiamo dieci minuti, il tempo che finisca il cliente prima di noi e ci accomodiamo.

La ragazza non capiva l’inglese ma il potere dei gesti porta ovunque nel mondo: dopo cinque minuti riusciamo a farci capire e inizia le pratiche per l’assicurazione, offrendoci nel frattempo anche un buon caffè in bustina.

Dieci minuti e la nostra assicurazione è pronta, dodici giorni di assicurazione kazaka al costo di 5 euro.

Ringraziamo e usciamo.

Dove andare ora?

Decidiamo di andare in centro, per vedere la Cattedrale dell’Ascensione, cattedrale russo ortodossa, e la Moschea centrale.

Grazie al GPS prendiamo l’autobus numero 100, scendiamo e prendiamo la metro, per smontare dopo una fermata a Zhibek Zholy, la via della moda di Almaty.

E dove c’è moda c’è Italia: negozi di vestiti, ristoranti, profumerie, gioiellerie, tutto made in Italy.

Dopo dieci minuti di cammino giungiamo al parco centrale della città, dove ci sono bambini che giocano, giovani coppie e nonni sulle panchine.

Al centro del parco troviamo la cattedrale, scattiamo qualche foto e attraversiamo il parco, fino a giungere a un imponente monumento ai caduti della seconda guerra mondiale.

Giunti alla fine del parco percorriamo il lato nord, prendiamo una via perpendicolare al parco e dopo un quarto d’ora arriviamo alla moschea centrale, ma sentiamo i muezzin agli altoparlanti: è l’ora della preghiera, ci sono decine e decine di persone intorno a noi dirette alla moschea, entrare praticamente è impossibile.

L’ambiente sociale ci ricorda però la Turchia: il parco attorno alla moschea vede un parcogiochi, gente che mangia lungo il prato ben curato e anziani che discutono animatamente fra di loro.

Decidiamo di tornare all’ostello usando il metodo precedente: si fermano un gruppo di ragazzi che ci chiedono mille tenge per tornare all’ostello, rifiutiamo e dopo qualche minuto ci carica in auto un signore di mezza età, con il quale chiacchieriamo del viaggio e della città.

In dieci minuti arriviamo all’ostello, ci docciamo e chiediamo consiglio alla signora su cosa visitare in città l’indomani: ci suggerisce di andare allo stadio del ghiaccio e prendere la funicolare; da lì saremo giunti sulle vette dei monti Alatau, dai quali la vista su Almaty è spettacolare.

Però il giorno seguente avevamo un appuntamento al quale non potevamo mancare, il sito UNESCO di Tamgaly, a 170 km da Almaty.

Andiamo verso la camera, parlando fra noi e noi sul da farsi.

I petroglifi di Tamgaly sono d’obbligo, per la funicolare vedremo l’indomani.

XXVI° giorno

…e la mattina passa talmente veloce che ci svegliamo a mezzodì, togliendoci così anche il pensiero sul visitare o meno lo stadio del ghiaccio e i monti Alatau.

Conosciamo in ostello un ragazzo russo, Sergei da San Pietroburgo, che sta attraversando il Kazakhstan in autostop; gli spiego la nostra destinazione e il ragazzo si illumina, chiedendoci se può venire con noi fino a Semej.

Chiaramente accettiamo con piacere!

Ci dirigiamo al Dastrahan, mangiamo facendo finta di rimanere leggeri e verso le tre e mezza partiamo in direzione Tamgaly.

Il GPS dice almeno tre ore di strada, troveremo chiuso il sito UNESCO? Probabile, ma dobbiamo provare a visitarlo comunque.

Guido io e ci mettiamo una buona mezz’ora solo per arrivare alla tangenziale di Almaty, a causa del caos cittadino.

La strada fuori città è veramente buona, forse perché è l’unico reale collegamento tra Almaty, Bishkek e le città del sud Kazkhstan.

Nessun problema durante il percorso, eccetto un posto di blocco a metà strada che fa rallentare tutte le macchine davanti a noi e quindi ci fa perdere qualche minuto.

Arriviamo alla svolta per Tamgaly, indicato a 70 km.

Nelle guide parlavano di strada praticabile solo da 4×4, ma voi credete che la Atos possa avere qualche problema?

La strada per Tamgaly è inizialmente buona, ma a un certo punto il manto diventa totalmente disconnesso, ai livelli della strada nel deserto del Karakum: buche, voragini, dossi, ma la Atos resiste imperterrita e dopo un’ora di strade nella steppa tra mucche, capre e cavalli giungiamo a Tamgaly.

Ore sette.

Cancelli chiusi.

Arriva una macchina e un signore da dentro ci fa capire che il sito chiudeva alle sei, ma che al prezzo di 3000 tenge, circa 15 euro può aprircelo. Accettiamo.

Dopo un quarto d’ora di “strada” giungiamo ai cancelli principali, il tipo apre il cancello per auto e ci fa parcheggiare all’ingresso del sito.

Ci fa capire però che lui deve andare a prendere le capre al pascolo, quindi dovevamo visitare il sito in solitaria e soprattutto chiudere i cancelli quando saremo usciti.

Nessun problema.

Ci inoltriamo a piedi all’interno della steppa, tra colline rocciose e canyon, dove troviamo le incisioni rupestri del sito UNESCO, datate per la maggior parte all’età del bronzo.

Dopo una mezzora di camminata tra le rocce e qualche foto agli splendidi petroglifi, decidiamo di tornare all’auto, visto che ormai era scuro.

Ale si mette alla guida, esce dai cancelli e io chiudo il cancello.

In poche parole, ci siamo fatti aprire un sito UNESCO solo per noi e lo abbiamo letteralmente chiuso.

Pazzesco.

Riprendiamo la strada incidentata, ormai è buio e vediamo delle scene che ci fan sorridere: cavalli in fila indiana che tornano a casa, uomini in moto in mezzo alla steppa che cercano di convincere le mucche a far gruppo e ritornare verso le fattorie e camioncini che tentano la stessa cosa con mandrie di capre disordinate.

Riprendiamo la strada verso Almaty dopo un’ora e mezza e procediamo senza problemi, unico stop per prendere della coca cola salvifica vista la stanchezza che ci stava cogliendo.

Arriviamo all’ostello verso mezzanotte e mezza, il tempo di parcheggiare l’auto, lavarsi i denti e crollare a letto.

L’indomani sarebbe iniziata la lunga risalita verso nord, verso la Russia.

PS: le foto relative al diario le trovate sulla nostra pagina facebook

www.facebook.com/dolomiteam2015

nell’album fotografico “Diario di Viaggio 10”

Diario di viaggio #9

DCIM103GOPRO

XXI° giorno

Ci svegliamo dopo poche ore di sonno nel piazzale lato strada, lavata ai denti e si riparte.
L’obiettivo di giornata è Kochkor, città kyrgyza nel centro del paese, che si trova nelle vicinanze di un lago di montagna a oltre 3000 metri, il Song Kul; l’idea è di raggiungere Kochkor e informarsi all’info point turistico per un’escursione di tre giorni a cavallo, che secondo il ragazzo spagnolo dell’ostello a Tashkent ci sarebbe costata intorno ai 18 euro al giorno a testa.
Continuiamo la strada del giorno precedente, che collega Osh alla capitale Bishkek, e lentamente si sale verso le montagne: queste vette sono la parte occidentale della catena del Tian Shan, una catena montuosa posta tra Kyrgyzstan, Cina e Kazakhstan.
La catena Tian Shan, traducibile dal cinese come Montagne del Cielo, è all’interno dei patrimoni dell’umanità UNESCO per la bellezza dei suoi paesaggi e per la specificità biologica ed ecologica al suo interno; le montagne del Tian Shan faranno da sfondo al nostro attraversamento del Kyrgyzstan fino all’entrata in Kazakhstan.
Attraversiamo con la Atos un primo tratto di strada in mezzo a boschi di conifere, per poi giungere ad immense vallate di color verde acceso dove gli animali al pascolo dominano incontrastati: cavalli, mucche, pecore, capre che circondano le abitazioni tipiche dei pastori in Asia Centrale, le yurte.
La strada ci porta fino ad un passo a 3000 metri, da dove si apre un lungo altipiano che percorriamo in poco più di un’ora, circondati da animali e yurte, con montagne ad oltre 5000 metri sullo sfondo.
Notiamo che lungo la strada sono esposti dei banchetti che vendono latte e incuriositi ci fermiamo a comprare una bottiglia da un’anziana kyrgyza.
Il latte viene un euro e mezzo, una cifra esorbitante per un paese come il Kyrgyzstan, ma decidiamo comunque di comprarlo.
L’emozione di bere del latte appena munto, in una yurta, a oltre 3000 metri di altezza svanisce subito: è acido, forte, imbevibile per le delicate papille gustative europee.

Bevande Kyrgyze 2 Dolomiteam 2015 0, beffati un’altra volta.

La strada nell’altipiano scende leggermente, per poi risalire di colpo lungo la crosta di una montagna; facciamo diversi tornanti e raggiungiamo un ulteriore passo, a 3100 metri d’altitudine.
Attraversiamo una galleria di un paio di chilometri ed eccoci dall’altra parte della valle, lungo il versante delle montagne che da verso Bishkek, la capitale.
La strada scende ripidamente lungo il pendio della montagna e il dislivello è impressionante, si passa da 3000 metri a 800 metri sul livello del mare in poco meno di un’ora.
Il fondo valle è la zona più densamente abitata del paese e si vede dal traffico, dalle auto e dai numerosi insediamenti urbani che portano fino alla capitale, Bishkek; decidiamo di non entrare in città e continuare lungo la tangenziale, per arrivare a Kochkor il prima possibile.

La strada continua ad essere di ottima fattura, a due corsie, e seguendo il fiume Chu arriviamo all’ingresso della valle di Kochkor, dove ci accoglie il lago Orto Tokoy.
Arriviamo in città e andiamo immediatamente al CBT, l’info point turistico della città.
Entriamo, parliamo con una ragazza spiegandole le nostre intenzioni, ma le cifra indicateci dallo spagnolo sono totalmente diverse: la ragazza kyrgyza parla di almeno 150 euro a testa per un’escursione di tre giorni.
La cifra in sé non è molto alta, considerato il trasporto, l’escursione a cavallo, il dormire in yurta e il cibo compreso, ma è una cifra troppo alta per noi, mancando più di venti giorni al termine del nostro viaggio.
Ci fa parlare con il suo capo, che arriva a 120 euro a testa, comunque troppi.
Decidiamo di pensarci e di passare un’ora dopo per confermare o meno, nel mentre mi faccio indicare un ristorante dove mangiare, visto che la fame stava sopraggiungendo rapidamente.
Prendiamo l’auto e raggiungiamo il ristorante indicatoci, dove a pochi soldi mangiamo carne e verdure dal sapore orientale: si sente che la Cina dista solo qualche centinaio di chilometri.
Dopo mangiato torniamo al CBT e decidiamo di non partecipare all’escursione; un vero peccato, ma per le nostre tasche 120 euro a testa sono un’enormità.
Sei e mezza di sera, che fare?
Ale trova subito un Bed and Breakfast nel GPS, lo raggiungiamo e ad accoglierci c’è una signora kyrgyza che ci elenca subito i prezzi: 5 euro per la camera doppia, con colazione inclusa il giorno seguente, perfetto!
Entriamo, scarichiamo gli zaini e ci buttiamo a letto per un riposino, che in realtà durerà fino al mattino seguente.
Durante la notte per la prima volta nell’arco del viaggio proviamo una sensazione familiare a noi feltrini: il freddo.
Siamo in montagna, si sente.

XXII° giorno

Dopo una lunga dormita rigenerante, ci docciamo e facciamo colazione nella yurta a fianco del B&B, in compagnia di una coppia di turisti belgi: marmellata, latte, pane, uova, una giusta dose calorica per aprire la giornata.
Mentre Ale si doccia, faccio due chiacchere con due signori inglesi: entrambi vivono a Tokyo e uno di loro sta facendo un viaggio in bicicletta da Tokyo a Londra, per festeggiare il suo cinquantesimo anno di vita, un viaggio via terra verso la madre patria dopo trent’anni di vita in Giappone.
Chiacchieriamo di Cina, Giappone e di come si vive in Asia Orientale, bevendo un caffè solubile offerto da loro.
Li saluto, paghiamo e montiamo in auto, direzione Issyk Kul.

L’Issyk Kul è un lago salato situato all’interno della catena del Tian Shan ed è il secondo lago alpino più grande al mondo; la caratteristica principale di questo lago è che non gela mai, nemmeno durante i rigidi inverni kyrgizi, da qui il nome Issyk Kul, lago caldo.
Partiamo e appena fuori Kochkor veniamo fermati dalla polizia in uno dei soliti posti di blocco stradali; viene fatto segno ad Ale (che stava guidando) di smontare e di entrare all’interno dell’ufficio lato strada.
Dopo cinque minuti esce: niente fari accesi, dobbiamo pagare una multa.
Stupidi noi, ma in qualche modo dobbiamo uscirne.
Entro anch’io con Alessandro all’interno dell’ufficio della polizia, facciamo finta di non capire ma per quanto si potesse tergiversare il poliziotto era irremovibile: 500 som da pagare in banca, circa 9 euro.
Gli spiego che non abbiamo molti som, che è domenica e che non possiamo andare in banca…e lui ci viene incontro dicendo di dar pure a lui i soldi, senza nessun tipo di verbale.
Bene, si può contrattare.
Fortuna vuole che proprio fuori dall’ufficio, davanti ai nostri occhi, passi un auto locale di grossa cilindrata (quindi di grosso portafoglio) senza alcun faro acceso e immediatamente lo facciamo notare al poliziotto, che imbarazzato urla a gran voce al collega in strada di fermare le auto senza fari.
Guardiamo il poliziotto, sorridiamo e gli lasciamo 300 som, 5 euro e lo salutiamo.
Corruzione?

Ripartiamo alla volta dell’Issyk Kol, costeggiamo la riva est del lago Orto Tokoy e attraversiamo una valle spoglia di vegetazione, con una mandria di cammelli a lato strada come unico episodio degno di nota.
Arriviamo a Balykchy, prima città sul lago e iniziamo a percorrere la riva sud del lago: strade abbastanza buone, paesaggio semi desertico, costa sabbiosa e villaggi turistici.
La zona infatti è meta ambita dai vacanzieri kazaki, russi e kyrgyzi, grazie al clima favorevole e alle particolari caratteristiche del Issyk Kol; inoltre è collegata molto bene alle città più importanti della regione, come Almaty, Bishkek o Shymkent.
Saranno state le alte temperature, il paesaggio brullo con soli arbusti e palme o ancora la spiaggia con sabbia e ombrelloni ma ci sembrava di essere in una qualsiasi spiaggia europea; unica differenza, lo sfondo con la catena innevata del Tian Shan.
Arriviamo verso le cinque e mezza a Karakol, la città più importante della regione, nota metà turistica fin dall’epoca sovietica grazie alla vicinanza al lago e alle montagne del Tian Shan, ottime per l’escursionismo e lo sci alpino.
Parcheggiamo l’auto lungo i lati di un parco e ci infiliamo in un cosiddetto “Kafe” a mangiare: ravioli di carne, carne e patate come giusto premio per la giornata.
Durante la cena però vediamo che il tempo sta peggiorando velocemente e nuvole cariche di pioggia erano praticamente sopra di noi, che fare?
Con la pioggia campeggiare sarebbe stato difficoltoso, l’unica soluzione era di fermarsi al Kafe e aspettare che la pioggia si calmasse.
Però ovviamente eravamo senza soldi.

Vado verso il centro in cerca di una banca, provo due ATM senza riuscire a concludere le operazioni, quindi particolarmente disperato, chiedo a un ragazzo in un russo improbabile dove fosse una banca.
E lui: “Mmm…meglio se parliamo inglese ok?”
“Va benissimo grazie! Piacere Michel”
“Piacere, Rakim, ti accompagno volentieri alla banca!”
Iniziamo a chiacchierare e mi racconta che ha 27 anni ed è kyrgyzo, ma sono ormai 15 anni che vive all’estero, prima in Russia per le scuole superiori, poi in Olanda a Leiden per l’Università ed infine in Spagna, dove lavora in una piccola azienda di informatica.
Gli propongo di bersi una birra con noi e lui accetta volentieri.
Iniziamo a chiacchierare di tutto e di più: politica, società, economia, influenza russa sul Kazakhstan e Kyrgyzstan.
Rimane molto colpito soprattutto quando gli parliamo della storia multiculturale dell’Italia e non appena vede le foto delle chiese arabo-normanne in Sicilia rimane completamente di stucco!
Dopo qualche birra, Karim ci propone di spostarci ne “l’unico pub di Karakol”, accettiamo, passiamo a prendere la sua ragazza Eleonora e andiamo al Green Pub di Karakol.
All’interno non sembra di essere nemmeno in Asia Centrale: tavoli e sedie in legno, jukebox, il biliardo al piano superiore e vere spine di birra.
Torniamo però velocemente in Asia Centrale: i ragazzi presenti ci guardano un po’ storto, forse perché di occidentali ne vedono veramente pochi.
Dopo un paio di birre, Karim ed Eleonora iniziano a parlarci in dettaglio della realtà del Kyrgyzstan.
Il paese sembra un luogo ameno, con dolci vallate e molto ospitale, quando in realtà i problemi non sono pochi: tensioni con gli stati vicini, ingerenze della Russia, traffico di droga e di armi, ma soprattutto fondamentalismo islamico e problemi sociali.
Eleonora racconta di come una volta in centro a Bishkek è stata picchiata da vari ragazzi che lei definisce “dall’entroterra”, perché considerata troppo occidentale (lei è tatara, storico gruppo etnico dell’URSS di religione musulmana ma dai tratti somatici occidentali); Karim racconta di quanto pericoloso è girare di notte in Kyrgyzstan, data la totale insicurezza presente nel paese.
Inoltre, a detta loro, la polizia nel paese è totalmente corrotta, non garantisce nessun tipo di sicurezza ed anzi, favorisce i problemi sociali con la sua inettitudine.
Il paese ha vissuto due rivoluzioni “democratiche” negli ultimi dieci anni che hanno portato all’inasprimento dei rapporti fra i gruppi etnici e fra la popolazione urbana e quella rurale.
Dopo i discorsi di Karim ci tornarono subito alla mente le parole del signore uzbeko alla birreria di Samarcanda: “L’Uzbekistan è un paese con un governo forte e soprattutto legittimato; in Kyrgyzstan, se uno vi uccide, basta che paghi il primo giudice e nessuno lo punirà”.
Stesse parole usate in seguito da Karim.
I discorsi sul Kyrgyzstan ci lasciano basiti ma non di certo sorpresi: dopo il crollo dell’Unione Sovietica, gli stati dell’Asia Centrale hanno sperimentato diversi tipi di dittature rette e controllate da gruppi di potere corrotti, che gestiscono attività economiche redditizie legali (petrolio, gas, ecc) o illegali (droga): apparati centrali corruttibili insieme alla stampa e alla libertà controllata permettono un maggiore presenza del potere nella vita delle persone e soprattutto un freno ad ogni tipo di opposizione.

Dopo la lunga chiacchierata, Rakim ci propone di dormire a casa sua e accettiamo subito la proposta, come possiamo non accettare un letto comodo?
Andiamo a casa di Rakim e riposiamo, in attesa del ventitreesimo giorno di viaggio, il giorno che ci porterà verso il Kazakhstan.

XXIII° giorno

Ci svegliamo verso le dieci a casa di Rakim, ci docciamo e andiamo con lui e la sua ragazza in un gazebo lato strada, dove mangiamo una zuppa con spaghetti, coriandolo, peperoncino e altre verdure, a prezzi decisamente bassi, intorno ai cinquanta centesimi a piatto.
Salutiamo i due ragazzi, ringraziandoli per l’ospitalità e ripartiamo, destinazione lago Bartogay, Kazakhstan.
Usciamo da Karakol e andiamo verso nord, risalendo la costa ovest del Issyk Kol; arriviamo a Tup e davanti a noi si stagliano le montagne del Trans-Ili Alatau, la parte più settentrionale del Tian Shan che fanno da confine fra Kyrgyzstan e Kazkhstan.
Ci addentriamo lungo il dolce pendio delle montagne, circondati da campi coltivati, trattori e cavalli; all’incirca venti chilometri dopo ha inizio una strada sterrata, che si addentra in una valle fuori dal tempo, la valle di Karkara.
Verdi colline sulla nostra destra, verso oriente, con boschi di conifere e un fiume rigoglioso; verso nord est le montagne, con immensi prati dove cavalli e pecore pascolano indisturbati.
La strada sterrata non assomiglia minimamente ad una strada di confine e in due ore di percorrenza vediamo passare solamente una decina di auto, per lo più fuoristrada: il vero di mezzo di trasporto della zona è il cavallo.
L’attività commerciale principale della valle è l’apicoltura ed infatti vediamo spesso a lato strada dei centri con decine di arnie, poste vicino alle yurte e alle roulotte degli apicoltori.

Attraversiamo a una media di venti/trenta chilometri orari questa valle meravigliosa e verso le cinque del pomeriggio giungiamo al confine, posto nel mezzo di un altopiano immenso divisa fra Kazakhstan e Kyrgyzstan.
Scendiamo dall’auto, solite procedure doganali e usciamo dal Kyrgyzstan.
Zona doganale kazaka.
Ale scende all’ufficio passaporti mentre io inizio i controlli dell’auto.
Sento in lontananza un vociare familiare: sono una ventina di turisti milanesi con una guida locale che stanno entrando in Kyrgyzstan.
Incuriositi dall’auto, chiedono un po’ di più sul viaggio e stupefatti, ci fanno i complimenti; come raccomandazione, ci suggeriscono di fare attenzione alla benzina in Kazakhstan perché il loro autista è stato fregato.
Li saluto e nel mentre i frontalieri kazaki mi controllano l’auto, non trovando nulla di interessante se non la gopro.
Mi dirigo al controllo passaporto e grazie ad Alessandro, mi ritrovo in testa alla fila: documenti pronti, ora si va allo sdoganamento auto.
Entriamo e ci sono due poliziotti sulla sessantina, che guardano una partita di Hockey e appena vedono che siamo italiani snocciolano tutto ciò che sanno dell’Italia: Mazzola, Riva, Rossi, Buffon.
Uno dei due dice che Buffon è persino più forte di Jascin, lo storico portiere sovietico degli anni cinquanta.
Anche qui si compilano le solite carte con le solite incomprensioni: marca dell’auto, targa, numero del telaio.
Per non incorrere in problemi stile Uzbekistan, chiediamo subito le modalità per fare l’assicurazione ma non capiscono; l’amante di Buffon gentilmente esce a chiedere se qualcuno poteva aiutarci, girovagando tra i colleghi più giovani chiedendo il significato della parola “insurance”.
Torna dopo cinque minuti e dice di farla a Kegen, la prima città kazaka. Ma oggi è domenica, quindi niente assicurazione. Bene.

Ci danno i vari documenti e torniamo all’auto, dove ci aspetta un giovane militare.
Mi offre una sigaretta e ci chiede se abbiamo musica italiana da dargli: certo che si!
Infatti prima di partire, sapendo che nell’ex URSS la musica italiana anni sessanta va ancora per la maggiore, ho preparato sette cd di musica italiana anni 60 e 70. Quale miglior occasione per regalare un cd?
Carico il cd nell’autoradio e il ragazzo è felicissimo, gli do il regalo e noi ripartiamo, alla volta di Kegen e del lago Bartogay.
La strada continua per qualche chilometro ancora sullo sterrato, fino a giungere al primo paese del Kazakhstan, Kegen.
Attraversiamo il paese e iniziamo una serie di tornanti che ci portano fino al ponte sul fiume Sharyn, che forma per alcuni chilometri dei veri e propri canyon rocciosi.
Dopo una decina di minuti di foto, decidiamo di ripartire verso il lago Bartogay, dove avevamo intenzione di campeggiare.
Arrivano le otto meno dieci, il lago Bartogay dista ancora venti chilometri e il sole sta tramontando.
Corriamo lungo la steppa in una strada che all’apparenza sembra buona, ma in realtà dal nulla ha pericolose voragini e asfalto sconnesso, che fortunatamente riusciamo ad evitare.
Con rapidità giungiamo a qualche chilometro dal lago e decidiamo di fermarci lungo una strada sterrata, con vista sul Bartogay.
Piantiamo le tende, montiamo il tavolino le sedie e iniziamo a cucinare: spaghetti direttamente dall’Italia con sgombro in scatola comprato a Baku, ci si tratta bene!
Lo sgombro ci stupisce, è veramente buono e con un filo d’olio d’oliva la pasta nella steppa kazaka passa la prova a pieni voti!
Il buio arriva in un nonnulla e l’unica cosa che illumina la fredda e buia notte della steppa sono le milioni di stelle nella volta celeste.
L’assenza di inquinamento luminoso ci permette di vedere decine di stelle cadenti, la via lattea che splende nel cielo, le varie costellazioni ben definite.
Uno spettacolo che difficilmente dimenticheremo.

Foto del diario di viaggio presenti su Facebook al link www.facebook.com/dolomiteam2015 sull’album fotografico “Diario di viaggio #9”

Diario di viaggio #8

XVIII° giorno

Passiamo la mattinata con estrema calma, conversando con i ragazzi belgi di strade, confini e problemi auto, facendo colazione con dei gustosi pancake ripieni di patate e carne.
Ci docciamo, carichiamo l’auto e chiediamo a Rafa un posto vicino dove far benzina, ma ci rassicura subito dicendo che a Tashkent non c’è nessun tipo di problema con le stazioni di rifornimento. Finalmente.
Partiamo nel primo pomeriggio, dopo aver salutato i belgi e gli altri presenti.

Direzione Fergana Valley.
La valle di Fergana è una piccola regione dell’Uzbekistan che si insinua fra le montagne che la separano a nord, est e sud est dal Kyrgyzstan e a sud ovest dal Tajikistan.
Questa valle, nota per la produzione di seta e ceramica, è separata dal resto dell’Uzbekistan da un passo di montagna ad oltre due mila metri.
Partiamo ma ci si ferma subito per acquistare acqua e qualche snack per il viaggio.

Dopo qualche chilometro troviamo una pompa di benzina e facciamo rifornimento, a prezzi più bassi rispetto a quelli dei giorni precedenti: la domanda di benzina nella capitale non manca di certo.

Usciamo dal caos cittadino di Tashkent e seguiamo la strada verso Fergana, con strade di buona fattura che aumentano allo stesso tempo la pericolosità degli uzbeki alla guida.
Saliamo lentamente verso le montagne e la strada che continua ad essere di buona qualità, scorre lungo la valle del fiume Sirdarya, che separa le montagne terrose poste a nord e a sud.
Ci fermiamo per un posto di blocco dove controllano i passaporti e i documenti dell’auto, scattiamo alcune foto con i tanti uzbeki incuriositi dall’auto e procediamo, salendo lentamente verso un passo.

Vediamo dopo una mezz’ora un mercato lungo la strada, decidiamo di fermarci per darci un’occhiata e tutte le negozianti iniziano a chiamarci a gran voce.
Ogni negozietto era numerato e aveva come nome la città o il villaggio di provenienza della merce in vendita; decidiamo di comprare dell’acqua, del formaggio e dei semi di girasole da sgranocchiare.
Mentre curioso tra i veri negozietti, dove in realtà la merce e i prezzi relativi erano sempre gli stessi, Alessandro si mette a chiacchierare con uomo sulla cinquantina, incuriosito dal tracciato disegnato sulla Atos: è da Kokand, prima città della valle di Fergana e si propone di farci strada fino alla sua città.
Noi lo ringraziamo ma non capiam in realtà dove voglia portaci: a casa sua, in un hotel, in un ristorante?
Ripartiamo, manca poco al tramonto, il traffico aumenta a dismisura e lentamente saliamo verso il passo, circondati dalle montagne terrose che isolano la Fergana dal resto dell’Uzbekistan.

Qui assistiamo a scene di guida al limite: auto che superano a destra rischiando di finire nello strapiombo lato strada, altre macchine che superano l’eterna fila davanti a noi lungo la strada in costruzione chiusa al traffico, clacson continui, camion fermi, gente con l’auto rotta che cerca aiuto invano, venendo ignorata da tutti i passanti (escluso il nostro amico del mercato, che si ferma ad aiutare un automobilista, facendoci perdere le sue tracce).
Raggiungiamo dopo chilometri di caos e coda il passo ad oltre 2000 metri, attraversiamo un tunnel ed eccoci nella valle di Fergana!
Prima di arrivare al fondo valle però dobbiamo compiere una lunga discesa che non si rivela per niente facile, a causa del traffico che continua imperterrito e del buio che è sopraggiunto in un baleno.
Si passa da punti ad ottanta all’ora su un manto stradale perfetto, a pezzi di asfalto in costruzione, dove il traffico si imbottiglia e il disordine regna sovrano.
Abbiamo persino il tempo di far due chiacchiere con un taxista dai denti d’oro, che ci fa i complimenti per il viaggio, ci augura buona fortuna e ci fa qualche domanda a noi chiaramente incomprensibile.
Continuiamo la nostra discesa e dal nulla ci raggiunge il signore del mercato, che dice di seguirlo da quel momento in poi; veniamo fermati per un controllo passaporti poco più avanti, nessun problema rinvenuto e si riparte in direzione Kokand.
La pericolosità in auto dell’uzbeko medio torna a manifestarsi: un uzbeko in sorpasso invade del tutto la nostra corsia non rientrando nella propria, facendo fare ad Ale una brusca sterzata che ci salva la pelle.
Entriamo in paese, sono ormai le dieci di sera, ai nostri lati molte case del tè e ristoranti di shashlik.
Dopo qualche km il signore si ferma al lato della strada, smonta dall’auto e ci fa capire che ci stava portando ad un hotel della zona; noi però non potevamo permetterci il pernottamento, quindi lo ringraziamo lo stesso e gli chiediamo consiglio su un posto per cenare.

Decide di accompagnarci e dopo pochi chilometri si ferma in una casa del tè lungo strada; parcheggiamo e ci dirigiamo con lui all’interno del locale. Camminando, notiamo che c’è anche sua figlia in macchina, che però non smonta dall’auto.
Ci sediamo, il signore ordina per noi del tè e dei shashlik e chiacchieriamo per una buona mezz’ora: lui lavora a Tashkent nel campo dei prodotti caseari, conosce abbastanza bene l’Italia e mastica qualche parolina di inglese, che ci facilita chiaramente la comunicazione.
Finito varie tazze di tè decide di andare, scattiamo qualche foto ricordo e lo salutiamo.
Dopo aver finito di cenare, capiamo che in quella casa del tè dormire sarebbe stato impossibile, visto che alle undici non c’era più nessuno e che i camerieri stavano raccogliendo tutti i cuscini e i materassi all’esterno.
Cosa fare? Decidiamo di ripartire per cercare di raggiungere al mattino presto il confine con il Kyrgyzstan.

Alessandro al volante, io invece entro in dormiveglia.
La strada è buona, ma tra una città e l’altra l’illuminazione è inesistente e la gente si diverte a girare a piedi o in bicicletta in mezzo alla strada senza nessun tipo di giubbotto catarifrangente o luce.
Uzbeki, cordiali e gentili, ma leggermente folli.
Veniamo fermati a tre posti di blocco stile PYGG turkmeni, qui chiamati YPG, dove ci vengono controllati i passaporti; notiamo che alle cabine della polizia sono appese un centinaio di foto segnaletiche di persone ricercate e vi sono svariate targhe d’auto indicate come sospette.
Capiamo subito il perché di quello che vediamo: infatti la Fergana è il luogo di nascita dell’IMU, Islamic Movement of Uzbekistan, un movimento fondamentalista wahabita che in passato ha compiuto diversi attentati nel paese, tenendo una fitta rete di collaborazione con Al Qaeda e altri gruppi jihadisti.
Giungiamo verso le due di notte alla periferia di Andijan e decidiamo di dormire in macchina lungo la strada, esausti dalla lunga giornata in auto.

XIX° giorno

Ci svegliamo verso le sei di mattina, ancora stanchi e poco lucidi, ma fortunatamente il Kyrgyzstan era distante pochi chilometri e ad Osh ci aspettava un hotel per il quale avevamo già prenotato.
Ripartiamo e dopo pochi chilometri raggiungiamo l’ultimo paese prima della frontiera, Khuzhaobod.
Notiamo come quest’area di confine sia la parte più povera del paese: sola agricoltura, case con tetti in lamiera, edifici fatiscenti e spesso diroccati.
Ci fermiamo per bere un po’ di tè in una casa del tè, vista la stanchezza imperante.
Ci accoglie un signore con due soli denti (d’oro però) che ci fa accomodare sui divanetti esterni e accetta di prepararci del tè e del plov in cambio dei soli soldi che ci eran rimasti, 4000 som (l’equivalente di un euro).
Tè bollente e zuppa di riso con carne, verdure e spezie, praticamente un regalo a quella cifra.
Ringraziamo sentitamente il signore e il suo aiutante, un signorotto grassottello con la shashia (il cappello della preghiera musulmano), che ci salutano calorosamente.
Intorno a noi prati verdi, trattori di epoca sovietica e le montagne del vicino Kyrgyzstan.
Altro controllo passaporti lungo la strada, tanto per rimarcare quanto controllata sia la Fergana Valley.
Giungiamo finalmente al confine.
Le guardie ci fanno entrare e dicono di parcheggiare l’auto sotto una struttura di cemento, dove al suo interno c’è uno strano marchingegno che fa lo scanner in 3d dell’auto, per verificare la presenza di droga o armi.
Bah.
Passato il controllo ipertecnologico, parcheggiamo nuovamente l’auto: io entro in un ufficio per sdoganare l’auto, Ale invece va direttamente al controllo finale dei passaporti.
Controllano le carte, ma l’addetto mi fa capire che c’è qualcosa che non va; giunge di tutta fretta una guardia sulla ventina, con un buon inglese, che mi spiega che per uscire dal paese è necessaria l’assicurazione del veicolo.
Gli spiego che all’ingresso del paese nessuno mi aveva informato dell’obbligatorietà dell’assicurazione e che quindi non potevo saperne nulla; il ragazzo si scusa per l’inadempienza dei suoi colleghi di Khiva, però l’assicurazione è necessaria altrimenti non sarei mai uscito dal paese.
Gli chiedo consiglio sul dove andare e mi dice di tornare indietro fino al primo blocco stradale della polizia, chiamato post 45, che è il posto di blocco che ci aveva controllato i passaporti non più di mezz’ora prima.
La guardia mi da un foglietto con tutte le indicazioni in uzbeko, lo ringrazio e riparto.
Arrivo al posto di blocco ma la polizia mi avverte che loro non possono aiutarmi; gentilmente chiedono ad un signore di aiutarmi e lui accetta di farmi strada fino a Khuzhaobod.
Dopo qualche chilometro lo perdo, a causa della sua eccessiva velocità nel percorrere la strada, più simile in realtà a un cantiere che a una vera e propria strada.
Arrivo dopo una ventina di chilometri al paese e trovo il signore sul lato della strada, che mi fa segno di seguirlo con l’auto; dopo un centinaio di metri si ferma, confabula con un altro signore e gli chiede di portarmi all’assicurazione, non sapendo in realtà dove fosse.
Ringrazio il primo signore e seguo quindi il secondo, che dopo un paio di minuti si ferma, parcheggia e mi fa segno di scendere.
Lo seguo, attraversiamo un cantiere e mi porta in un piccolo ufficio pieno di scartoffie, con due signori sui quaranta, una signora anch’essa sui quaranta e una ragazza più o meno della mia stessa età.
Consegno loro la carta scritta dalla guardia e capiscono che ho bisogno dell’assicurazione.
Spiego subito però che non posso pagare in som, avendoli finiti dal vecchio dai due denti d’oro al mattino.
Uno dei due uomini chiama al telefono e mi passa un superiore, che parla perfettamente inglese: gli spiego la situazione per filo e per segno, mi dice di non preoccuparmi e di pagare in euro senza problemi. Benissimo.
Aiuto i quattro a barcamenarsi sul libretto in italiano, tra numero di telaio, anno di immatricolazione e altri dati, scambiamo due chiacchiere e fumo una sigaretta con uno dei due tipi, che dice di aver quarant’anni e di essere ormai vecchio visto che ha quattro figli.
Dopo mezz’ora di carte, carte e ancora carte, mi consegnano l’assicurazione che mi vien a costare la bellezza di tre euro; quando mi riconsegnan tutte le carte noto che manca il documento datomi all’ingresso del paese, ma dicono che non ci sono problemi e che posso andare tranquillamente.
Riprendo la strada verso il confine, passo davanti alla casa del tè del plov mattutino, saluto in corsa i due vecchiotti e mi dirigo vergo la frontiera, non prima di essere inevitabilmente fermato per un controllo passaporti al posto di blocco post 45, dove non erano più presenti le guardie precedenti.
Arrivo al confine.
Vedo al controllo auto il camion dei pompieri del team del Mongol Charity Rally che ha attraversato con noi il Caspio; due chiacchiere in velocità e un good luck reciproco.
Porto la documentazione all’ufficio per lo sdoganamento auto, ma il responsabile mi dice che manca ancora una carta, capisco subito che si riferisce alla carta che mi han ritirato in assicurazione.
Mi viene in aiuto la guardia parlante inglese, che mi spiega che quella carta in realtà è la carta più importante di tutte, ma che in qualche modo mi avrebbero fatto passare lo stesso.
Dolomiteam 2015 ha finalmente la sua rivalsa sulla burocrazia post sovietica!
Entro nell’ufficio passaporti, timbro al visto, è fatta finalmente, possiamo uscire dal paese!
Ma chiaramente i problemi non possono finire così.
Dove sono le chiavi?
Controllo le tasche, controllo per terra, controllo ovunque, niente.
Dove possono essere finite?
Le guardie danno un occhio ai due uffici nei quali sono passato ma niente, non si trovano.
Che non siano dentro in macchina? Ipotesi possibile, certo, ma tutte e quattro le porte dell’auto son chiuse, come possono esser dentro le chiavi se l’auto è chiusa?
Il mistero si infittisce, a un certo punto penso che sian stati cani antidroga ad avermele portate via.
Sono disperato, Alessandro è nervoso.
Che si fa?
“Ragazzi, noi possiamo aprirvi l’auto con un coltello o con un righello, ma dovete darci il consenso voi” dice la giovane guardia parlante inglese
“Sisi, consenso accordato, vi prego apritela in qualche modo, dentro ci sono le chiavi di scorta”
“Va bene”
Arriva il responsabile dello sdoganamento auto con un righello e passa tutte le porte inserendo il righello dalla plastica esterna dei finestrini, fin quando non riesce ad aprire la porta del guidatore.
Entro in auto e sorpresa, le chiavi sono sotto un portadocumenti!
Fortuna vuole che la macchina sia aperta e che ci siano anche le chiavi, ma di come l’auto possa essersi chiusa con le chiavi dentro resta ancora un mistero.
Dopo aver sentitamente ringraziato le guardie, possiamo finalmente partire ed uscire dal paese: saluti, Uzbekistan!
Un paese che ci ha colpiti per l’estrema ospitalità e generosità dei suoi abitanti, sempre curiosi di relazionarsi con noi superando le difficoltà linguistiche; paese che dalla sua ha solamente due lati negativi nella nostra esperienza, ovvero l’indisciplina alla guida e la difficoltà nel reperire la benzina.

Frontiera di ingresso del Kyrgyzstan.
Parcheggiamo l’auto e per prima cosa un tizio seduto su una sedia ci fa segno di avvicinarci ed esclama: “Medical control”
Ci mettiamo una alla volta davanti a questo signore, che con uno strano aggeggio simile ad una telecamera crediamo controlli le nostre temperature corporee.
Bah.
Ale entra alla frontiera per pedoni, i responsabili negli uffici doganali gli danno la priorità e quindi, passando davanti ai locali, nel giro di due minuti è libero di entrare in Kyrgyzstan.
Io affronto il solito controllo auto: medicine, cibo, domande senza senso.
Il meglio giunge quando una guardia vede i cd e si volta a guardarmi, chiedendomi in un inglese improbabile: “Sex, porn, hard, cd?”
Sorrido, scuoto la testa e mi avvio a piedi ai controlli doganali.
Anche qui solita prassi, dato che i documenti dell’auto in italiano non vengono capiti: indico la targa, la proprietà, i centimetri cubi e il numero del telaio.
Faccio due firme, pago 20 euro per una tassa sull’inquinamento ambientale e sono libero di andare.
Esco dal confine e trovo Alessandro intento a parlare con alcuni kyrgyzi; mi racconta di aver appena finito di parlare con un ragazzo parlante inglese, che gli ha spiegato la situazione ottimale delle strade nel paese.
Montiamo in macchina e attraversiamo la città di Osh, posta direttamente al confine con l’Uzbekistan, dirigendoci verso l’hotel Nuru.
Dopo una decina di minuti arriviamo, parcheggiamo l’auto ed entriamo nella struttura che ci sembra impossibile possa costarci solo 12 euro a notte: ristoranti, bar, piscina all’aperto, spa, negozi, personale in divisa.
Alla reception troviamo una ragazza dai tratti orientali che ci registra e ci da le chiave della camera; saliamo al settimo piano, stanza 720, il tempo di appoggiare gli zaini che crolliamo a letto.
Ci risvegliamo, cambiamo dei soldi, ci docciamo e verso le dieci di sera usciamo per cenare; troviamo un locale a venti minuti a piedi dall’hotel, cena con shashlik, birre, insalata e poi filiamo a letto.

XX° giorno

Ci svegliamo e ci prepariamo alla svelta: la giornata prevede una visita alla montagna sacra di Sulayman-Too (unico sito UNESCO del paese) e un viaggio verso nord, puntando a campeggiare nei pressi del lago Toktogul.
Saliamo in auto e in cinque minuti siamo ai parcheggi del sito UNESCO; lasciamo lì la macchina pagando 20 som (30 cent di euro) e saliamo lungo la pendice orientale di questo monte.
Lungo il tragitto troviamo un museo all’interno della montagna, una moschea, un cimitero e varie grotte: secondo la leggenda, le donne incinte che entrano in queste piccole caverne avranno figli sani.
Dopo una camminata di un venti minuti giungiamo al termine del sentiero dove è presente una moschea e un’area ristoro; la vista da qui è fantastica, poiché si vedono la città di Osh, la Fergana Valley e in lontananza le montagne del Pamir.

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Scendiamo dal monte e ci dirigiamo verso l’auto, pronti per il nostro viaggio verso il nord del Kyrgyzstan.
Ci fermiamo per fare benzina, dove una benzinaia mi chiede di portarla in Italia e di sposarla; acquistiamo un po’ d’acqua e finalmente usciamo da Osh.
La strada è buona, ai nostri lati campagne, colline e moltissimi animali; fa caldo, ma oramai siamo temprati dopo i giorni nel deserto.
Continui sali e scendi ci portano fino a Jalalabad, dove la strada inizia ad avvicinarsi al confine uzbeko; la strada per vari chilometri costeggia il vero e proprio confine, delimitato dal filo spinato che gira intorno ai campi e alle case dei contadini.
La strada inizia ad addentrarsi in una valle scavata dal fiume Naryn (che diventerà in seguito il Syr Darya), con profondi canyon e vari fiumi artificiali creati dalle chiuse sul fiume.

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Si sale lentamente e in lontananza si vedono già i primi picchi innevati.
Percorriamo la stretta valle seguendo il percorso inverso del Naryn: lungo il fiume vi sono prati e folta vegetazione, ma appena ci si allontana predominano la roccia e la terra rossa.
Facciamo un paio di passi di montagna intorno ai duemila metri, ma la Atos non ha alcuna difficoltà, visto il manto stradale perfetto delle strade kyrgyze.
Arriviamo intorno alle sette di sera al lago Toktogul e lungo il lato sud del lago troviamo molti ristoranti, con la scritta baliq al loro esterno, ovvero pesce in kyrgyzo.
Dopo un’intera giornata a stomaco vuoto la fame inizia a farsi sentire.
Decidiamo però di non fermarci e di continuare ancora per qualche chilometro, per essere almeno sul lato nord del lago.
Scattiamo qualche foto e le dolci montagne scavate dal vento che crollano a picco sul lago fanno venire i brividi.
La fame si fa sentire, la stanchezza pure, quindi decidiamo di fermarci lungo strada in un ristorante tipico.
Chiediamo se si può mangiare, una ragazzina ci dice no correndo via, ma delle nonnine ci fan segno di accomodarci; dopo trenta secondi ci raggiunge una ragazza kyrgyza che masticava un po’ di inglese, ci dice che lì fanno da mangiare carne d’agnello e che potevamo accomodarci sui cuscini sotto un albero.
Circondati da fiori e alberi, seduti su comodi cuscini, iniziamo a mangiare questo agnello molto saporito, che nulla ha da invidiare all’abbacchio romano, anzi.
Mangiamo con calma il nostro piatto accompagnato da buon tè verde; ad un certo punto una cameriera ci guarda e ci chiede se desideravamo il Jarmah e noi, non sapendo cosa fosse, decidiamo di prenderlo.
Ci arriva questo boccale con uno strano e denso liquido bianco, con all’interno vari cereali; il sapore è forte, tendenzialmente acido, e non piace a nessuno dei due.
Io decido di berlo comunque, Ale invece desiste.
Lo bevo si, ma che fatica, aveva un gusto veramente troppo particolare per le nostre papille gustative.
In seguito scopro che il Jarmah è fatto da ayran, una specie di yogurt kyrgyzo, e malto fermentato.
Verso le undici decidiamo di pagare ed andare, per cercare un posto dove passare la notte.
Campeggiare, visto il buio, oramai era impossibile però.
Dopo una decina di chilometri e dopo un pieno di benzina, ci fermiamo lungo strada in un piazzale; Alessandro decide di dormire sul materassino all’esterno, mentre io decido di coricarmi in macchina.
Arriva però dal nulla la pioggia, quindi anche Ale è costretto a dormire in macchina,
Scomodamente, ci addormentiamo, in attesa di un’altra lunga giornata attraverso le montagne del Kyrgyzstan.

PS: dal prossimo diario cercheremo di ridurre al minimo il numero di foto presenti nel sito, perché preferiamo non sovraccaricarlo eccessivamente; troverete tutte le foto sulla nostra pagina facebook www.facebook.com/dolomiteam2015 
divise per i diversi diari di bordo 

Diario di Viaggio #7

XV° giorno

Ci svegliamo verso le sette alla casa del tè, ordiniamo del buon cay per svegliarci e ci diamo una sistemata; al momento di pagare, la padrona del locale ci dice che non serve, mostrandoci fin da subito l’ospitalità innata del popolo uzbeko.
Ripartiamo alla volta di Bukhara, che dista una sessantina di chilometri dal luogo della nostra sosta notturna e dopo un’ora di viaggio tranquillo entriamo in città, parcheggiamo e ci avviamo a piedi verso il centro storico.
La città vecchia è fatta da piccoli vicoli con case dai bassi soffitti, tutte di color bianco per trattenere meno calore possibile; dopo esserci addentrati per questi vicoli giungiamo ad una piazza, con uno stagno al centro e tre madrasse lungo i lati nord, est e ovest.

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Scritte in farsi lungo le pareti, mosaici di color verde, blu e oro, attorno a noi fontane, alberi, turisti e gente del luogo.
Troviamo tra l’altro i ragazzi americani, che sono in partenza per Tashkent.
Nello stesso momento si avvicina a noi una ragazza uzbeka di 15 anni, che vuole far due chiacchiere in inglese visto che il suo sogno è di studiare a Londra e fare la traduttrice; dopo il classico selfie la salutiamo e visitiamo l’interno delle madrasse, dove l’unicità architettonica del luogo non limita il contesto sociale dell’area, tra bazar, case del tè e negozi di bigiotteria.
Scattiamo delle foto, giriamo intorno alla piazza e continuiamo a visitare la città vecchia di Bukhara, tra vecchie moschee, minareti ed edifici con più di quattrocento anni di storia.
Torniamo nella piazza, cambiamo dei soldi, facciamo qualche acquisto nei negozietti lungo la strada e decidiamo di fermarci a bere un the in uno dei bar lungo il piccolo lago al centro della piazza.
Dei signori uzbeki, sui 30/40 anni, ci salutano e ci chiedono da dove fossimo; alla risposta “Italia”, ci invitano a sedersi con loro.
Sono tutti piloti aerei dell’aviazione uzbeka e tre di loro parlano abbastanza bene inglese.
Si ordina tè, birra uzbeka (11% di gradazione alcolica) e si parla degli argomenti più disparati: musica, calcio, politica, cultura, lingue.
Passiamo un’ora e mezza di convivialità che ci fa apprezzare sempre di più l’Uzbekistan e il suo senso di ospitalità e di curiosità verso lo straniero.
Dopo qualche video e qualche foto assieme, i signori ci invitano al matrimonio di loro parenti, a 2 ore da Bukhara, ma ci tocca rifiutare visto che il giorno stesso la nostra meta era Samarcanda.
Un matrimonio uzbeko, tra mangiare di ogni sorta e alcol a quei livelli di gradazione, ci avrebbe fatto arrivare a Samarcanda qualche giorno dopo.

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Dopo la chiacchierata con loro prendiamo la decisione più difficile del nostro viaggio, alla quale stavamo pensando fin da Baku: non andare in Tajikistan.
La situazione del Tajikistan non è delle migliori, a causa di forti pioggie che han causato morti, frane, interi villaggi distrutti; per quanto riguarda il nostro viaggio, ci sono punti lungo la Pamir Highway del tutto impraticabili, che rischierebbero di mettere a repentaglio il nostro viaggio ma soprattutto le nostre vite.
Dispiace tantissimo, ma tocca passare.
Tajikistan, aspettaci che torniamo.

Li ringraziamo nuovamente, ci scambiamo i rispettivi contatti e ripartiamo alla volta di Samarcanda.

Un vecchio su una bicicletta rossa ci vede un po’ confusi sulla strada da prendere e ci fa segno di seguirlo fino a un incrocio; arrivati, lo ringraziamo e lui guardando l’auto sorride e dice: “Italian ferrari!”, indicando la sua bici e la nostra Atos.

Si riparte.
La strada è buona, a due corsie, ma inizia il problema benzina: nessun distributore ha benzina, solo propano e metano.
Fortunatamente, dopo un’ora di ricerca lungo le vie della superstrada Bukhara-Samarcanda riusciamo a trovare la benzina, un litro a 3000 som, lo stesso prezzo della benzina a nero di Khiva.
Ripartiamo alla volta di Samarcanda.
Lungo la strada tutti ci salutano: camionisti, autisti, passeggeri, pedoni, bambini che giocano, anziani che vendono frutta, continui saluti e sorrisi che ci rendono piacevole il viaggio.
Il paesaggio è un po’ anonimo, molto verde, tanti campi coltivati ma nulla di mai visto.
Al cambio guida, decidiamo di fermarci a prendere un melone: 12000 som, forse un po’ tantino, ma un melone grande come mai ne abbiamo visti in Italia.
Arriviamo a Samarcanda verso le 18, non c’è particolar traffico e troviamo il Lux Hotel senza particolari difficoltà.
Ci accoglie un ragazzo della nostra età, amorfo, senza alcun tipo di espressione e anzi, sembrava particolarmente scontento del lavoro che stava facendo.
Al tempo stesso però ci offre del vino uzbeko.
Paghiamo per due notti e andiamo in camera: doccia fresca e dolce riposo.
Verso le dieci di sera usciamo per cercare un ristorante, ma la città è deserta, solo taxi e auto ma nessun locale, poca gente; il tutto poi viene amplificato dalle vie tipicamente sovietiche della città, che risaltano particolarmente il vuoto generale in mezzo alla spropositata grandezza degli spazi.
Dopo una decina di minuti passiamo una gigantesca statua di Tamerlano, attraversiamo una piazza con fontane nei pressi del Amu Temur e dopo cinque minuti troviamo un ristorante, dove rifocillarci di Shashlik.
Il ristorante, lungo la via del Registan, era molto particolare a causa di decine di uccelli liberi al suo interno, tra cui due pavoni di grossa stazza con dei colori delle piume molto accesi.
Mangiamo, beviamo due birre e poi di corsa ci dirigiamo verso l’hotel, dormendo finalmente in un letto comodo.

XVI° giorno

Il secondo giorno a Samarcanda inizia con la colazione compresa nel prezzo del Lux Hotel: tè, pane, burro, frittata e formaggio.
Torniamo in camera e ce la prendiamo con calma, visto che in un niente dall’hotel si arriva alla zona storica della città.
Verso le tre del pomeriggio, ben riposati ma assai affamati, decidiamo di andare al ristorante di fianco all’hotel, consigliatoci da un receptionist molto più cordiale rispetto al ragazzo del giorno precedente.
Entriamo nel ristorante e ordiniamo involtini di diverso tipo: mucca, pollo, agnello, capra e fegato di un animale indefinito.
Usciamo verso le quattro e mezza e a causa della pesantezza post pranzo prendiamo un taxi: per 2000 som a testa ci porta alla prima parte del sito UNESCO di Samarcanda, dove è presente il mausoleo del Tamerlano con altri edifici adiacenti.
Foto e video, con attorno a noi vari fotografi a lavoro con sposalizi e simili.
Anche qui ritornano i colori che abbiamo visto a Bukhara il giorno precedente: mosaici e incisioni blu e oro che danno agli edifici un aspetto monumentale; queste madrasse hanno poi ispirato nei secoli non solo l’architettura del “Turkestan”, ma sono stati anche i precursori dell’arte Moghul in India, basti pensare al noto Taj Mahal, molto simile come colori e come struttura al mauseleo di Amu Timur.

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Dopo aver visitato esternamente una moschea ci dirigiamo verso il Registan, l’antica piazza medievale di Samarcanda, non prima di esserci fermati a bere un po’ d’acqua vista l’umidità e le alte temperature.
Entriamo al Registan dal lato sud, ma visto che non sempre la fortuna gira per il verso giusto, troviamo gli edifici chiusi, a causa delle prove di uno spettacolo di danza classica internazionale che si sarebbero tenute in serata.
Noi comunque entriamo facendo finta di nulla nella piazza girando attorno alle sbarre che delimitavano l’area, scattiamo qualche foto a queste madrasse tardo medievali e ci lasciamo trasportare dalla bellezza dell’area.
Dopo qualche minuto però usciamo, salutiamo la polizia come se nulla fosse e scattiamo qualche foto con degli uzbeki incuriositi dalla gopro.

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Giriamo attorno al Registan e cerchiamo un taxi, in direzione birreria di Samarcanda!
Infatti il receptionist gentile al mattino ci ha suggerito di andare in questo locale/fabbrica dove viene prodotta birra uzbeka.
Prendiamo il taxi e dopo una decina di minuti giungiamo.
Beviamo qualche birra tra una chiacchiera e l’altra, quando ad un certo punto un uzbeko ci invita al suo tavolo.
Ci presentiamo e questo uzbeko, al tavolo con il fratello ubriaco fradicio e altri due tipi, ci racconta della sua vita: lavora a Dubai, guadagna tanti soldi (un rolex al polso) e dice che torna volentieri in Uzbekistan per vedere i parenti, oltre perché visto il costo diverso della vita può bere e mangiare quanto vuole.
Dopo dieci minuti ci salutano, lasciandoci in dono una bottiglia di vodka.
Decidiamo di muoverci verso l’ostello, un cameriere ci chiama un taxi e nell’attesa parliamo con uno dei proprietari del luogo che ci spiega la situazione della birra in Uzbekistan e di come gli sia piaciuta la birra in Europa.
Salutiamo, prendiamo il taxi, arriviamo all’Hotel e ci fiondiamo a letto, esausti.

XVII° giorno

Ci svegliamo con calma al mattino, doccia rinfrescante e colazione.

Prepariamo tutti i nostri zaini e partiamo, in direzione Tashkent, capitale dell’Uzbekistan.
La decisione di saltare il Tajikistan ci fa riprogrammare leggermente il viaggio: decidiamo di partire da Samarcanda ed arrivare a Osh, Kyrgyzstan, in tre giorni, per poi concederci cinque giorni in nelle catene montuose kyrgyze, continuazione del Pamir e del Tian Shen.
Quindi prima tappa Tashkent.
A Samarcanda andiamo prima a prendere del liquido per lenti a contatto di cui Alessandro aveva bisogno e poi facciam dare una controllata alla pressione delle gomme, che fortunatamente è perfetta.
Partiamo verso ora di pranzo.
Uscendo da Samarcanda il paesaggio in lontananza si fa più brullo e secco, con colline terrose ai lati, mentre la strada tra sali e scendi attraversa veri e propri canyon nella roccia.
Anche in questa tappa il problema benzina continua, poiché troviamo solo distributori chiusi o senza benzina.
Fortunatamente dopo un’oretta troviamo, 3000 som al litro, anche qui un furto.
Rischiamo anche il nostro primo incidente: per immettermi in una corsia che permetteva di entrare nel senso di marcia opposto, un taxi a tutta velocità ci taglia la strada, frenando bruscamente e portando altri mezzi tra cui camion giganteschi a frenare di colpo.
A causa dell’adrenalina, ci scusiamo con il taxista, che si scusa a sua volta e riparte: ma la colpa è totalmente sua, non nostra!
Per questione di centimetri la nostra avventura (e forse qualcos’altro) poteva finire in un’anonima strada a due corsie uzbeka.
Il vento gira ancora nel verso giusto.
Ci avviciniamo a Tashkent, capitale dell’Uzbekistan, che si trova a pochi chilometri dal confine kazako.
Facciamo una breve pausa per il cambio guida e mangiamo un terzo del melone preso due giorni prima: fresco, dolce, delizioso.

Si riparte per Tashkent.
Pianura, campi, molte auto e belle strade, paesaggio veramente anonimo.
Arriviamo verso le sei a Tashkent e nel GPS inseriamo l’indirizzo di un ostello che avevamo trovato su booking.com la sera prima, il Topchan Hostel.
Ci addentriamo nella città senza difficoltà e troviamo l’ostello.

Ci accoglie un signore azero con una ragazza kazaka, che ci dice di entrare e chiedere di Rafa; entriamo, togliamo le scarpe come chiede il regolamente e troviamo Rafa, il proprietario, un ragazzo uzbeko sulla trentina con un ottimo inglese.
Dice che le camere son finite, ma che possiamo dormire su due letti nell’area ping-pong, perfetto.
Nell’ostello c’è gente da tutto il mondo: un ragazzo croato e uno tedesco in viaggio verso il Tajikistan, una guida spagnola che lavora in Kyrgyzstan, una coppia di portoghesi e altra gente.
Chiacchieriamo con tutti i presenti di viaggi, impressioni, politica, in un bellissimo clima di convivialità.
Lo spagnolo propone una pasta per tutti, ma tutti causa differenti programmi rifiutano e accogliamo la proposta solo noi: noi mettiamo la pasta, lo spagnolo va a fare la spesa e vuole cucinare per noi.
Il primo piatto di pasta dopo due settimane è sublime: pennette con pomodori, tonno, cipolla e olive!

Passiamo la serata a chiacchierare tra di noi e si aggiunge al gruppo anche un ragazzo belga in attesa dei suoi compari che stanno arrivando in macchina dal Turkmenistan: sono un team del Mongol Rally!

Doccia, tè caldo e poi letto, per riprendersi dalle fatiche di diciassette giorni di viaggio.

Diario di Viaggio #6

XII° Giorno

29/07/2015

Ci svegliamo intorno alle sette del mattino in un silenzio irreale, durante la notte il solo rumore di qualche camion e animali in lontananza.

Poca acqua, mezzo serbatoio di benzina e zero manat turkmeni.
Tiriamo su le tende, non senza fatica, veloce lavata ai denti e si riparte in direzione Ashgabat con la carovana del giorno precedente.
La strada è buona, due corsie per senso di marcia, se si escludono i ponti che nelle sommità hanno vere e propri dossi d’asfalto creatisi dal caldo e dallo stesso asfalto di scarsa qualità.
Guido in mezzo al deserto e l’unica sorpresa data dal paesaggio è la presenza di dromedari lungo la strada, che spesso troviamo passeggiare indisturbati in mezzo alla strada stessa.

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Arriviamo a Balkanabat e decidiamo di cambiare una cinquantina di euro, necessari per l’acqua e per la benzina.
In banca facciamo in fretta, ci cambiano tutti i soldi, anche se il mio tentativo di cambio dei venti dollari rifiutati alla frontiera va tristemente a vuoto, rifiutati anche questa volta.
A Balkanabat ci colpiscono immediatamente i vestiti delle donne turkmene, variopinti, con trame floreali e intarsi veramente piacevoli alla vista.
Prendiamo dell’acqua e ripartiamo, decidendo di non far benzina: abbiamo mezzo serbatoio in un paese produttore di petrolio, che problemi potranno mai esserci nel fare benzina?
Altro errore di valutazione.
Continuiamo in direzione Ashgabat, deserto e solo deserto.

nuvole e deserto
I litri d’acqua scorrono a fiumi, per idratarci dalle temperature poco umane del deserto del Karakum; 40/50 gradi poco importa, era caldo come mai avevamo sentito nelle nostre vite.
La benzina piano piano scende, anzi crolla, e ci troviamo in riserva nel mezzo del nulla.
Chiediamo ad un tipo dove poter trovare una stazione di benzina e ci risponde (forse) 35 km; dopo una buona mezz’ora, con la lancetta oramai tutta spostata sulla sinistra troviamo una pompa e diamo da bere alla nostra piccola Atos.
1,5 litri rimasti, qualche chilometro ancora ed eravamo fermi.
Le stelle girano nel verso giusto.
Per la cronaca, un pieno di benzina viene meno di dieci euro in Turkmenistan.
La strada per Ashgabat continua ed è buona, non eccezionale ma meglio di come pensavamo.
All’entrata della città laviamo la macchina, visto che secondo le leggi turkmene possono arrivare multe salatissime se si entra nella capitale con l’auto sporca.
Chiacchieriamo con i lavoratori della pompa di benzina di calcio italiano, sono felicissimi di parlare di Juventus, Inter Milan (una squadra unica o forse l’Inter è conosciuta così all’estero, chi lo sa) e Roma.
Si riparte e dopo una mezz’ora si arriva ad Ashgabat.
Marmo ovunque, strade perfette, fiori ai lati delle strade, fontane, edifici placcati d’oro, statue dell’ex presidente Nyyazov in oro, che ci fanno capire l’insensatezza di questa città, senza vita, senza turisti, ma estremamente bella, ideale, onirica, ma senza vita, senza emozioni, senza esseri umani.
Arriviamo all’hotel Sofitel, il migliore hotel della città, luogo indicatoci dal ragazzo olandese come ritrovo di tutti i veicoli post Turkmenbasy.
Mi metto ad aspettare i ragazzi americani, dispersi nel traffico e al loro arrivo entriamo assieme in Hotel.
Anche qui fontane interne, oro e particolari sfarzosi quanto inutili.
Sosta al bagno, tentativo di acquisto di una coca cola con i venti dollari andata a male, due chiacchiere e le strade dei team si dividono: i più giovani (noi, irlandesi e americani) vogliamo dirigerci verso Darvaza, mentre i più vecchi vogliono riposarsi e partire l’indomani, quindi salutiamo i presenti e ci avviamo.
Perdiamo subito gli irlandesi, andati a far benzina, mentre gli americani ci guidano verso un supermercato per fare acquisti: acqua, cibo in scatola e noodles.
Facciamo un paio di foto con militari e passanti incuriositi e si parte verso le nove di sera, noi facciamo strada agli americani, io alla guida.
Ma perché muoversi a quell’ora tarda per andare in un posto sperduto in mezzo al deserto?

Nei pressi di Darvaza, a circa una decina di chilometri dalla strada, c’è un cratere di 60 X 20 metri che brucia ininterrottamente dal 1971. Il cratere è di origine artificiale, nato da una perforazione sovietica nel terreno sovrastante andata a male, che ha provocato un crollo del terreno e la fuoriuscita di gas naturale; i sovietici, per impedire rischi ambientali, han preferito dar fuoco al cratere, sperando di consumare così tutto il gas, ma il tentativo è stato vano e il cratere risplende nelle fiamme da oltre quarant’anni, diventando così una delle mete turistiche principali del Turkmenistan.
I locali di etnia Teke che abitano nelle yurte circostanti, considerano il fenomeno un evento sopranaturale e chiamano il cratere la “Porta dell’Inferno”.

Usciamo da Ashgabat attraverso tortuose strade fortunatamente ben pavimentate e per prima cosa portiamo gli americani a far benzina; dopo qualche chilometro dalla pompa inizia la strada per Darvaza, stessa strada che poi ci avrebbe condotto al confine uzbeko il giorno seguente.
All’inizio la strada sembra buona, due corsie per senso di marcia, poco illuminata ma decente, con buona visibilità, ma al termine di ogni tipo di insediamento umano la strada si fa dritta, buia e particolarmente tetra, dove le uniche luci sono quelle delle macchine in senso opposto a chilometri di distanza.
La strada inizia però a peggiorare diventando del tutto sconnessa, tra asfalto che crolla e buche simili a crateri; inoltre i sensi di marcia qui sembrano essere un optional.
Guidiamo nel deserto con i Massive Attack come colonna sonora; caldo, oscurità, il nulla attorno.
Un camion ci viene quasi addosso perché è in contromano, ma riusciamo fortunatamente ad evitare il disastro.
Guido fino all’una di notte e sono esausto, così Ale decide di prenderemo il mio posto.
Dopo poco più di un’ora arriviamo alla strada per la Porta dell’Inferno, come segnalato dal GPS.
Sabbia, piccoli arbusti, deserto.
Proponiamo ad americani e agli irlandesi sopraggiunti di campeggiare con noi lì, ma non ne vogliono sapere e vogliono vedere il cratere di notte.
Propongono di andare al cratere in auto, ma noi rifiutiamo, perché entrare in un deserto con macchine non attrezzate, di notte, ma soprattutto per 10 chilometri a noi sembra una vera e propria follia.
Americani e irlandesi decidono di partire e ci chiedono di montare in auto con loro per non perderci lo spettacolo: ovviamente accettiamo, macchina al sicuro e passaggio gratis, meglio di così!
Io monto con gli americani, Ale con gli irlandesi e dopo veramente qualche chilometro l’auto USA non va più avanti, piantata dentro la sabbia del deserto; un irlandese riesce a tirarla fuori, ma l’odore di frizione che emana l’auto non è dei più rassicuranti.
I ragazzi da Boston decidono amaramente di parcheggiarla a lato e di ripensarci al mattino seguente, quindi ci si dirige tutti verso la Porta dell’Inferno con l’auto irlandese, ben più attrezzata.
Ma dopo nemmeno cento metri, persino quest’ultima macchina si blocca.
I ragazzi iniziano a lavorare per liberare le ruote dalla sabbia e dopo una buona mezz’ora riescono a muoverla; decidono però di parcheggiarla anch’essi, di campeggiare lì e di muoversi al cratere a piedi.
Io desisto, il cratere era distante almeno 4 chilometri, erano le 4 e mezza del mattino e il sole sarebbe sorto in massimo un’ora: camminare nella sabbia, per chilometri, sotto il sole del deserto senz’acqua il primo mattino?
Ringraziamo e torniamo all’auto, dopo una mezz’oretta di cammino.
Iniziamo ad attrezzare l’auto per dormire ma dopo pochi minuti vedo dei fari nel deserto, che si muovono in maniera discontinua, sembrava una vera e propria allucinazione.
Passano altri cinque minuti e vedo due auto nel deserto in avvicinamento; dopo trenta secondi ci passano a lato e sento un “Hola amigos!” chiarificatore: sono gli spagnoli! Accompagnati dalla loro guida e da un ragazzo del posto di etnia teke che a pagamento porta i turisti con un camioncino dentro nel deserto fino alla Porta dell’inferno.
Ci raccontano di quanto spettacolare sia la porta di notte e la guida propone all’accompagnatore di portarci all’istante, prima dell’alba, per venti dollari. Venti dollari per noi, per gli irlandesi e per gli americani.
E io di venti dollari ne ho, ma sono quelli che han rifiutato già tre volte durante la giornata. Se accetta bene, altrimenti siamo fregati.
L’accompagnatore accetta, partiamo e dopo qualche minuto troviamo gli altri ragazzi, che si stan muovendo a piedi: il turkmeno si ferma e chiede a loro dieci dollari a testa per montare.
Io provo a convincerlo, ma chiaramente questo non sa una parola di inglese e senza dieci dollari a testa non si muove. Salutiamo gli altri ragazzi e ci scusiamo per l’incomprensione generale.
Procediamo con il Teke nel deserto e dopo una quindicina di minuti, tra sabbia, salti, dune e percorsi scoscesi arriviamo alla Porta dell’Inferno.
Uno spettacolo. In lontananza il sole che sorge lentamente e davanti a noi un cratere immenso, illuminato a giorno.
Scattiamo qualche foto, colpiti dal meraviglioso spettacolo davanti ai nostri occhi.

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Dieci minuti e torniamo indietro, incrociando nuovamente i ragazzi irlandesi e americani.
Arriviamo alla macchina dopo aver attraversato il percorso tortuoso precedente, vedendo inoltre due yurte lungo la strada, una delle quali era la casa del nostro accompagnatore.
Arriviamo alla macchina, offro una sigaretta al ragazzo turkmeno e gli porgo i venti dollari; lui senza nemmeno guardarli, sorride e se li mette in tasca, è fatta!
Lo salutiamo e ci mettiamo a dormire in auto.
Ore 6 del mattino, nel mezzo del deserto del Karakum.
L’alba giunge sempre più veloce, con il cielo pitturato ad arcobaleno illuminato dal sole.

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XIII° Giorno

30/07/2015

Ci svegliamo dopo tre orette e mezza di sonno, il sole è già alto e non dà tregua.
Nemmeno il tempo di destarsi e vediamo sopraggiungere le auto di irlandesi e americani: ci raccontano di aver camminato per quattro ore tra andata e ritorno.
A noi direi, è andata benone.
Le due auto ripartono e dopo una decina di minuti ripartiamo anche noi.
Se alle cinque del mattino abbiamo visitato la Door to Hell, la Porta dell’Inferno, ora stiamo attraversando la Highway to Hell, l’Autostrada dell’Inferno: salti, buche, voragini, asfalto che cede, gente in contromano, pezzi di corsie che esistono a tratti alterni e intorno sabbia, arbusti e ancora sabbia.
Chiaramente di pompe di benzina nemmeno l’ombra. E abbiam metà serbatoio, mezzo litro d’acqua e soli tre manat, l’equivalente di 0,80 dollari.
La temperatura al sole supera agilmente i 40 gradi, noi grondiamo e incrociamo le dita per trovare un distributore il prima possibile.
Passano due ore e di distributori nemmeno l’ombra, ma in lontananza vediamo un blocco stradale, già visto altre volte in Turkmenistan, dal nome PYGG.
Blocco stradale della polizia equivale al ritorno alla civiltà!
Andiamo avanti un’altra mezz’ora e vediamo un distributore, dove sono parcheggiati irlandesi e americani!
Facciamo tre manat di benzina (tre litri) e Alessandro entra nel negozietto della pompa di benzina, sperando potessero accettare euro.
Dato che le stelle girano nel verso giusto, forse troviamo uno dei pochi posti nello stato che accettano euro e quindi acquistiamo acqua, cibo e recuperiamo soldi per fare benzina, meraviglioso!
Proseguiamo verso Dasoguz, distante oramai solo un’ora e mezza, e il paesaggio cambia completamente: coltivazioni, prati, molto verde e molta acqua. Si vede che siamo nei pressi dell’Amu Darya, una sorta di Nilo per le popolazioni del deserto del Turkestan.
Arriviamo al confine verso le tre, parcheggiamo l’auto ed entriamo.
Una guardia parla inglese abbastanza correttamente e ci aiuta nelle pratiche di sdoganamento: passaporti, documenti auto, consegna documenti dati a Turkmenbasy e dichiarazione su quanta moneta abbiamo con noi.
Dopo queste pratiche, affrontate anche velocemente, mi dirigo verso il controllo auto.
Controllano l’interno, le borse, le scatole, gli zaini ma non trovano niente di particolare; apro leggermente il portapacchi davanti, ma la guardia di confine guarda a malapena.

E’ assai assurdo che dall’Italia al confine uzbeko nessuno abbia voluto aprire e controllare il portapacchi: potevamo avere con noi droghe, armi, qualsiasi cosa, nessuno ci avrebbe detto nulla.
Pazzesco.

Salutiamo gli amici turkmeni e ci dirigiamo verso la zona franca, militarizzata e limitata dal filo spinato.

Dopo cinque minuti arriviamo al confine uzbeko e mi accodo a due camion, scendiamo, ci fanno il primo controllo ai passaporti e compiliamo due dichiarazioni doganali.
Alessandro continua a piedi, mentre io mi accodo, aspetto dieci minuti e mi fan passare.
Parcheggio l’auto, arrivano i cani antidroga (pastori tedeschi questa volta) e io vengo portato in una stanza, dove trovo Alessandro che parla con una guardia uzbeka, di grado elevato, che parla un buon inglese.
Ci fa fondamentalmente il terzo grado, chiedendoci il perché del viaggio, cosa studiavamo, perché avevamo visti della Russia precedenti e altro.
Consegniamo le dichiarazioni doganali fatte in precedenza, mi fanno compilare un po’ di carte e attendiamo; nel mentre sento abbaiare i cani e sinceramente mi preoccupo, non tanto per il rischio che trovino qualcosa, visto che chiaramente non abbiamo nulla, ma per la noia e lo stress che avremo dovuto passare a mettere sottosopra la macchina.
Usciamo, i cani sono pacifici e la guardia di alto grado ci dice di aprire l’auto: controllano ogni angolo con i cani, non trovando nulla di particolare.
Mi chiede spiegazioni sui filtri per le sigarette rollate che trova in auto e su un pacchetto di zucchero; poi chiede di ascoltare un po’ di musica dall’autoradio, gli diamo l’assenso e inserisce il CD degli Iron Maiden, tutto sorridente.
Ci lasciano andare.
Il confine forse più complicato del viaggio viene passato in meno di due ore, credo sia un record.

Entriamo finalmente in Uzbekistan: le strade sono orrende, ma la gente lungo la strada ci saluta e ci sorride, soprattutto i bambini.
Il paesaggio è verde, con molti animali che pascolano, mentre gli allevatori si muovono in piccoli carretti trascinati da asini.
Impieghiamo un’ora e mezza per attraversare 40 km, ma di più la nostra auto non poteva fare, l’asfalto era da incubo.
Giungiamo a Khiva e per trovare un ostello decidiamo di entrare all’interno delle mura: decine di bambini ci salutano, mentre superiamo con lentezza tutte le buche di terra battuta presenti nel manto stradale.
Seguiamo un cartello per il Zafarbek B&B.
Arriviamo, scendiamo dall’auto e un ragazzino ci fa segno di seguirlo; chiama ad un numero di telefono e mi fa parlare con il proprietario, 15 dollari a testa per la notte, tanti ma non eccessivi.
Saliamo alla camera, pulita, letti comodi, aria condizionata, non si poteva chiedere di più.
Doccia rinfrescante e poi ci dividiamo: Alessandro si fa accompagnare dal ragazzino per cambiare degli euro in sum, io vado a prendere dell’acqua e qualche pacchetto di sigarette.
Alessandro arriva in un losco locale e un tipo gli cambia degli euro per la moneta locale, il som, 1 euro per 2850 som al cambio ufficiale, perfetto.
Io esco dalle mura di Khiva e mi dirigo al supermercato, dove compro qualche bottiglione d’acqua, le sigarette e mi accorgo di come la globalizzazione oramai è esponenziale: sneackers, dolci e bibite energetiche occidentali ovunque.
Ci ritroviamo dopo una decina di minuti e attraversiamo a piedi la città vecchia di Khiva, tra bambini incuriositi che ci salutano.
La città è perfettamente integra, senza nessun tocco di modernità nelle sue vie: strade di terra, canali di scolo, donne che puliscono tappeti per strada, materassi, case del thè, sembra di tornare indietro di oltre cent’anni, forse più.

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Giungiamo ad un ristorante proprio dietro la madrassa simbolo di Khiva e incontriamo subito il proprietario, un uzbeko di 30/35 anni che parla qualche parola di italiano; ordiniamo dei ravioli di carne, del riso pilaf e un paio di birre.
Durante la cena chiediamo qualche informazione al proprietario, riguardo al cambio valute e alla benzina.
Ci dice che è ben difficile trovare benzina a Khiva, se non attraverso il mercato nero, visto che la quasi totalità delle auto va a propano o a metano; non sapendo come muoverci, ci dice di tornare l’indomani al mattino che suo fratello ci avrebbe dato una mano.
Ma il bello arriva alla seconda domanda: gli diciamo di aver cambiato gli euro con il tasso di cambio ufficiale e ci dice subito che ci han fregati…com’è possibile?
Il tipo inizia a spiegarci la situazione per così dire particolare dell’Uzbekistan: esistono due tassi di cambio, uno ufficiale e uno reale, quello reale è dettato dal mercato nero; noi non avendo cambiato in una banca, abbiamo cambiato al mercato nero, ma al mercato nero il valore di un euro non è di 2850 som ma è di ben 4500 som. Quindi, fondamentalmente, siamo stati fregati.
Bene.
Lo ringraziamo per le informazioni e lo salutiamo, accordandoci per trovarsi il mattino seguente con suo fratello.
Torniamo in hotel, due chiacchiere, qualche riga sul diario di bordo e poi si crolla addormentati, rinfrescati dall’aria condizionata del Zafarbek B&B.

Tramonto alle mura di Khiva

XIV° Giorno

31/07/2015

Ci svegliamo alle otto del mattino, doccia immediata per riprendersi e scendiamo dalla camera per abbuffarci della colazione compresa nel prezzo: uova, formaggio, the, pane, marmellata fatta in casa, una delizia.
Finito di ingozzarci, paghiamo i 30 dollari per la notte, che diventano 35 euro perché il cambio in Uzbekistan favorisce il dollaro rispetto all’euro…mah
Giriamo per la città vecchia, tra madrasse, minareti, bancarelle e edifici storici, tutti datati tra il XV e il XVIII secolo.
Dopo aver girato per un’oretta, arriviamo alle nove e mezza nel ristorante della sera precedente, per incontrare il fratello del boss, che chiaramente non è ancora arrivato, così nell’attesa beviamo un po’ di the caldo.
Arriva il proprietario del locale, chiama il fratello e dopo una ventina di minuti arriva e ci accompagna all’auto; arrivati alla Atos, lo seguiamo lungo il traffico della città nuova e arriviamo in una stradina, dove ci aspetta una signora sulla cinquantina.
30 litri per 105 mila som, circa 1,20 euro al cambio “ufficiale”, ci tocca accettare.
Ringraziamo, salutiamo e ripartiamo alla volta di Bukhara.
Prima però ci fermiamo a comprare acqua e qualcosa da mangiare in un supermercato nella Khiva esterna.
Alessandro entra e fa la conoscenza di una ragazza che lavora lì, che dice di amare la musica italiana ma non capisce il senso delle parole, soprattutto il significato di “Lasciatemi cantare”; quando Ale le spiega il senso della canzone lei si illumina e lo ringrazia sentitamente.
Grossa spesa per il Dolomiteam 2015 a Khiva: acqua, biscotti, una forbice, ma soprattutto un poletto al forno.
Si riparte, prendiamo la strada in direzione Urgench, superiamo l’Amu Darya e giungiamo a Beruni, dove svoltiamo verso destra in direzione Bukhara.
Prima di partire, ci hanno avvertito che la distanza Khiva – Bukhara si copre in almeno otto ore, ma stentiamo a crederlo dopo le prime due ore di viaggio, vista la ottima condizione dell’asfalto a due corsie.
Percorriamo la strada a buona velocità, attraversando nuovamente il deserto del Karakum, che nasce e si espande in Turkmenistan, finisce lungo le rive dell’Amu Darya, ma poi riinizia lungo la parte centrale e occidentale dell’Uzbekistan.
La visione delle rive dell’Amu Darya in mezzo al deserto ci lasciano estasiati: chilometri e chilometri di sabbia con in lontananza il fiume, che scorre in una valle di un verde profondo.
Continuiamo a guidare senza alcun problema, fino a quando, dal nulla, inizia il disastro.
L’autostrada non continua e vi è un’unica strada a doppio senso di marcia, con a lato ruspe e camion al lavoro per costruire il pezzo di autostrada mancante; la temperatura è altissima e al tempo stesso tira molto vento, che inonda la carreggiata di sabbia.
L’asfalto è sventrato, pieno di buche e dossi, e si procede con lentezza.
Per aggiungere un po’ di colore, il motore dell’auto fa strani rumori, probabilmente dettati dalla benzina di pessima qualità dataci dalla signora di Khiva.
Passano le ore nel deserto, procediamo lentamente e verso le cinque decidiamo di fermarci, per fare il cambio guidatore e per finalmente mangiare il pollo allo spiedo.
Dopo una decina di minuti sopraggiungono dal nulla i ragazzi americani: ci raccontano di aver trovato la frontiera chiusa il giorno prima, che stavano puntando ad arrivare a Bukhara in nottata e che gli irlandesi han avuto problemi all’auto.
Dopo una breve chiacchierata, gli americani ripartono, noi finiamo il polletto e continuiamo con l’avventura nel deserto.
Fortunatamente dopo pochi chilometri l’asfalto migliora, ma il rumore al motore sembra peggiorare, che fare?
Il sole lentamente cala e l’unica cosa che possiamo fare è fermarci nella prima casa del tè che troviamo, mangiare, bere tè e sperare che ci ospitino per la notte.
Procediamo per chilometri, ricompare nuovamente la vegetazione e in pieno tramonto troviamo a lato strada una casa del tè. Ci fermiamo.
Un ragazzo ci accoglie con spiccata simpatia e ci fa sedere in comodi divanetti con un tavolino centrale: ordiniamo acqua, tè e dei shashlik, spiedini tipici dell’Uzbekistan.
Mangiamo, beviamo e continuiamo ad ordinare tè, guardando con piacere tutti gli Uzbeki curiosi che ammirano il percorso disegnato nella nostra auto; ci chiedono inoltre molte informazioni, che cerchiamo di spiegare a gesti con qualche parola di russo nel mezzo.
Il ragazzo che ci ha accolti in precedenza ci fa intuire che se vogliamo possiamo dormire tranquillamente lungo le panchine e i cuscini della tea house: obiettivo raggiunto.
Passiamo la serata a chiacchierare, fino a quando giunge una corriera proveniente da Tashkent, con una cinquantina di persone al suo interno.
Un uomo, sulla quarantina, si presenta: si chiama Akrom, viene da Mangit, sulla riva nord del Amu Darya e vuole fare un sacco di foto con noi.
Parliamo con lui per oltre un’ora, cercando con difficoltà di capirci; mentre Alessandro si mette a dormire e io ordino una birra, dal nulla Akrom scrive nella mia moleskine nome e cognome di una ragazza russa, con un numero di telefono annesso.
Cerco di capire il perché e tramite i gesti mi dice che è prosperosa, che le piacciono gli italiani e che devo chiamarla.
Lo ringrazio lo stesso facendogli capire che ho la fidanzata e poi lo saluto, con l’ultimo selfie della giornata.

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Seguo Alessandro e mi sdraio pure io, crollando nel mondo dei sogni in un nonnulla.

Diario di Viaggio #5

IX° giorno

26/07/2015

Rufat, il nostro padrone di casa momentaneo, ci sveglia alle otto del mattino, doccia veloce e partiamo con lui verso un supermercato, per comprare i viveri necessari per il viaggio in nave verso il Turkmenistan: acqua, pesce in scatola, pane, sigarette.
Salutiamo Rufat con un selfie e partiamo alla volta del porto nuovo di Baku.

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Alessandro parcheggia la macchina a fianco del Nargile Cafè, un posto indicatoci su internet come base per partire alla ricerca del ticket office nel porto; vado in spedizione, mentre Ale rimane in macchina.
Dopo aver chiesto a taxisti e passanti dove fosse il ticket office del porto, in un russo particolarmente improbabile senza comunque aver trovato risposta, riesco a trovare la retta via e dopo un quarto d’ora a piedi raggiungo un cancello grigio, con a destra una porta grigia, tutto come indicato su internet.
Chiedo a una guardia dove fosse il ticket office, non capisce e mi manda da una giovane guardia che parla inglese.
Si chiama Ahmed, 25 anni, è da Baku e studia ingegneria meccanica, oltre a lavorare come guardia di sicurezza al porto; dopo dieci minuti di chiacchiere mi dice che Viktoria, la ragazza addetta ai ferry boat, arriverà per mezzodì, quindi informo Alessandro sul come raggiungermi e mi metto ad aspettare.

guardia porto

Dopo circa un’ora arriva Viktoria e le spiego il tutto: mi dice che probabilmente ci sarà una barca l’indomani, quindi alla sera avremo dovuto portare lì la macchina, compilare dei documenti e il mattino seguente comprare i biglietti al porto vecchio dopo averla chiamata, per poi dirigerci al porto di Alat (70 km da Baku) e prendere il ferry.
Per sicurezza mi faccio rispiegare tutto con estrema calma, capiamo per filo e per segno il necessario e ci muoviamo, ringraziando Viktoria.
Prima di salire in macchina chiediamo ad Ahmed di suggerirci un ristorante buono e poco costoso a Baku: “Qocet”, dice, indicando una strada sulla cartina del Gps.
Lo ringraziamo e ci dirigiamo verso il centro con il nostro bolide.

Dopo una decina di chilometri, tra grattacieli e negozi lussuosi, giungiamo davanti al Teatro Nazionale, parcheggiamo in un parcheggio sotterraneo e dopo una decina di minuti troviamo il Qocet: mangiare era d’obbligo, i 41 gradi di Baku ci stavano friggendo.

Entriamo in questo ristorante a due piani con macelleria e veniamo colpiti dagli odori di spezie che pervadevano le stanze; il locale era abbastanza lussuoso ma non particolarmente caro.
Di tutti i camerieri solo uno parla inglese ed è un ragazzo azero che studia in Lituania e lavora d’estate a Baku per guadagnare qualche soldo.
Ordiniamo: kebab lavash turco, acqua, succo alla pera e una bibita frizzante alla pera.
La pera sembra sia il frutto nazionale azero a quanto pare.

Dopo qualche minuti mangiamo, anzi ci strafoghiamo e completiamo il pasto con delle patate fritte.
Ci danno persino la linea wifi e decidiamo quindi di rimanere qualche ora lì, sia per riposarci sia per non morire di caldo durante il primo pomeriggio.
Quindi ordiniamo cay su cay e fino alle cinque ci rintaniamo lì, con gli sguardi poco simpatici di tutti i camerieri, escluso lo studente.
Al momento del pagamento però la mia carta non viene accettata, quindi esco per ritirare e il ragazzo che studia lituano mi accompagna, così da poter fare due chiacchiere prima di riiniziare a lavorare.
Ritiro, ritorniamo al Qocet e partiamo per un tour a piedi alla città vecchia di Baku, anch’essa patrimonio Unesco.
Entriamo nelle mura, giriamo l’interno della città vecchia esterna, per infine entrare nelle mura della vera città vecchia, dove passeggiamo volentieri tra le piccole vie e scattiamo varie foto soprattutto ai monumenti principali, le mura e la torre della vergine.

mura interne DCIM103GOPRO DCIM103GOPRO

Usciamo dalla città vecchia e ci dirigiamo verso il centro città, in cerca di qualcosa da bere e da mangiare.
Verso le otto e mezza, nella stessa piazza dove è parcheggiata l’auto, troviamo un baretto all’aperto e per puro sfizio chiediamo il prezzo di una birra: la zona era troppo al centro della città e quindi troppo cara per le nostre tasche.
“One manat big beer”
“Che??? Beh, nostro!”

E quindi fino alle nove e mezza qualche birra e una lunga chiacchierata per distenderci dallo stress dei giorni precedenti.
Riprendiamo quindi la macchina e ci dirigiamo al porto nuovo, come ci disse Viktoria al mattino.
Arriviamo, chiediamo alle guardie di entrare e ci dirigiamo da un vecchio baffuto conosciuto al mattino, che ci sdogana l’auto e ci dice “ok, go buy tickets, go alat, bye”
Insomma, era tutto pronto, dovevamo semplicemente comprare i biglietti al mattino e poi via, veloci verso Alat.
Torniamo verso il centro e la fame giungeva veloce: kebab rapido accompagnato da una bevanda tipica della Turchia con latte e sale.
Parcheggiamo l’auto sotto l’Hilton in un sotterraneo, 3 manat per dodici ore (ovvero sia 2 euro), ma le guardie ci dicono di non dormire lì a causa del troppo caldo, con piena ragione.
Usciamo, zaino in spalla e ci dirigiamo verso i giardinetti lungo il Mar Caspio, dove però c’è molta polizia, molto movimento e molti locali.
Però da qualche parte è necessario dormire.
Escludiamo i prati, qui non sono utilizzati come in Turchia dove il prato è picnic, the e convivialità: probabilmente a Baku scatta una multa se uno calpesto un prato.
Quindi che fare? Si barboneggia! Decidiamo di dormire sulle panchine del parco, cercando di destar meno sospetti e di non farci svegliar mai dalla polizia.
Dormiamo male, al freddo causa escursione termica notturna e con gente che spesso ci svegliava, ma almeno si chiude occhio.

X° giorno

27/07/2015

Ci si sveglia presto, verso le sette, grazie alla luce del sole appena sorto e ci dirigiamo verso il porto vecchio, per cercare una biglietteria ma nessuno ci da un’indicazione se non generica.
Dopo una mezz’ora troviamo tutto, ma ci dicono che il ticket office apre alle due. Mmmhh, vedremo.
Torniamo a Surakhani e beviamo un thè rigenerante al Nargile Cafè, in attesa delle 11 per chiamare Viktoria.

Ore 11
“Ehi Viktoria, Sono Michel il ragazzo ita…”
“Ehi, muovetevi, comprate biglietti poi andate ad Alat e prendete il ferry boat” (leggere con accento russo, grazie)
Rapida ed efficace.
Prendiamo la macchina di corsa e ci dirigiamo verso il porto vecchio, entriamo dai cancelli e vediamo una fila di macchine con la nostra stessa destinazione: 2 auto del Mongol Charity Rally e 3 auto del Mongol Rally.

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Corro verso il ticket office e trovo il responsabile dei biglietti transcaspici, gli spiego la situazione e conosce tutto alla perfezione.

“Ora dammi passaporti e passaporto macchina, ok?” (accento russo)
“Ecco”
“Aktau, Kazakhstan, giusto?”
“Cheeee?”

Perché mi sta parlando di Aktau? Noi dobbiamo andare a Turkmenbasy!
Il tipo chiama Viktoria.
“Michel ma andate in Kazakhstan, vero?”

“No, come ti ho detto ieri vogliamo andare a Turkmenbasy”
“Oh….mi dispiace, scusami…beh richiamami alle 4 in punto”

Per chi non avesse capito la conversazione faccio un sunto veloce: Viktoria, l’addetta al ticket office, ci ha preso un posto in barca per Aktau, Kazakhstan e non per Turkmenbasy, Turkmenistan.
Che fare?

“Ale io a questo punto andrei ad Aktau, non possiamo rimanere qui bloccati in porto”
“Eh, non saprei cosa fare nemmeno io”

Dal nulla spunta un ragazzo tedesco sulla trentina, che ci dice con tutta calma: “Se avete bisogno di un posto in barca per il Turkmenistan il responsabile è Ismail, parlate con lui, ha l’ufficio all’ingresso del porto”
Corriamo.

Troviamo subito Ismail, gli spieghiamo la situazione e sorride, dicendo che Viktoria è solita compiere questo genere di caos; ci dice di star tranquilli, di preparare i documenti necessari, visto che molto probabilmente saremo partiti al pomeriggio con gli altri viaggiatori “mongoli”.
Gli diamo i passaporti e i documenti dell’auto, aspettiamo dieci minuti e ci invita nel suo ufficio.
“Quindi, 350 dollari per l’auto, 100 a testa per voi e 40 a testa per le mie commissioni, ok?”

630 dollari, se non gli diciamo ok siamo fermi in Azerbaijan.
630 dollari, sperando che almeno il ferry non sia un lurido porta container a pagamento.

Facciamo conoscenza con gli altri ragazzi: un team irlandese, un team americano, un team spagnolo, un auto dei pompieri con una coppia olandese/britannica e il ragazzo di prima, che di lavoro guida caravan inglesi che portano turisti in giro per il mondo, accompagnato da Edda, una ragazza svizzera, e una guida neozelandese.

Andiamo a fare gli ultimi acquisti con i ragazzi americani: acqua, cibo, bibite dolci, per alzare un attimo la glicemia visto le temperature da svenimento.
I ragazzi sono da Boston e stanno facendo il Mongol Rally con una macchina acquistata a Londra per 400 sterline poco prima della partenza; sono gran appassionati di calcio e nel loro viaggio verso la Mongolia andranno a sfidare una squadra di Semey, Kazakhstan, per una partita amichevole.

Alle tre ritorniamo verso l’auto e ci dirigiamo verso l’attracco delle barche e vediamo il nostro traghetto, una nave gigantesca con una fila interminabile di camion pronti a scaricare al suo interno.
Il sole è cocente e si suda, il tempo scorre lentamente e si cerca di rinfrescarsi con dell’acqua (bollente), scambiando due parole con gli altri presenti.
Alessandro si mette a giocare a rugby con i ragazzi irlandesi, che hanno nel sangue la palla ovale, mentre io girovago intorno all’auto chiaccherando con Edda.
Lei è una istruttrice di sci ed è diretta in Kyrgyzstan, dove vive suo fratello e dove da anni va a fasi alterne per fare preparazione sciistica e per istruire i kyrgyzi sullo sci alpino; la chiacchierata scanzonata mi fa capire qualche dettaglio in più sulle tradizioni del popolo kyrgyzo.
Le ore però non sembrano passare mai, il caldo la fa da padrone e i camion sembrano aumentare.
Alle sei non resta più nessun camion, si può passare alla parte più divertente: lo sdoganamento dei passaporti!
Ci mettiamo in fila e aspettiamo un’altra ora per il nostro turno: foto ad entrambi, passaporti vidimati e la guardia azera donna che fa ad Alessandro: “Italiano…bellissimo”.

Ci rimettiamo in auto e dopo un’altra ora possiamo portare l’auto nel ferry: la Atos viene posta nella stiva inferiore, con tutte le auto dirette in Mongolia.
I ragazzi spagnoli, durante l’ingresso nel ferry, sembrano avere un problema indefinito all’auto.
Dopo otto ore di attesa finalmente siamo nel ferry boat diretto a Turkmenbasy, Turkmenistan, e siamo a dir poco felici visto che era uno dei punti cruciali del nostro viaggio: senza ferry boat, niente Asia Centrale, niente Mongolia.
Scendiamo dall’auto con tutti i nostri averi e ci dirigiamo verso i piani superiori, dove un ragazzo turkmeno ci accompagna alla camera: due letti, pulita, un armadio e un bagno, perfetta direi, essenziale.
Ci laviamo velocemente, mangiamo del pesce in scatola e usciamo nella parte scoperta del ferry: chiacchierata con gli spagnoli, così da sfoggiare il mio spagnolo arrugginito, riguardo alle prossime destinazioni e alla situazione della loro auto.
Scattiamo qualche foto a Baku dalla nave, uno spettacolo mozzafiato, tra torri illuminate, bandiere azere gigantesche e giochi di colori in tutta la città; alle undici finalmente si parte.

Destinazione Turkmenbasy, Turkmenistan, Asia Centrale.
Ciao Europa, si va in Asia.

XI° giorno

28/07/2015

Ci svegliamo verso le dieci e mezza in nave, riposati finalmente dopo aver trascorso la nottata precedente in una panchina nel parco al centro di Baku.
Ci alziamo, prepariamo le borse e saliamo verso il centro della nave, da cui poi saremo scesi.
Il ferry inizia l’avvicinamento al porto di Turkmenbasy intorno alle undici e prima di attraccare ci mette quasi due ore, quasi un preambolo dell’eterna giornata che ci si poneva di fronte.

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Durante l’attesa, faccio la conoscenza di un bambino turkmeno tenerissimo, Jacob, proveniente da un’indefinita città del nord al confine con il Kazakhstan; sa pochissime parole in inglese, ma ripete a memoria la storia dell’indipendenza turkmena dall’Unione Sovietica…che sia indottrinamento infantile in uno dei paesi più chiusi e misteriosi al mondo?

Jacob

Poco dopo l’una si attracca e il Dolomiteam 2015 si separa: Alessandro esce dalla barca come pedone, mentre io essendo proprietario ufficiale devo guidare l’auto fuori dal ferry e sdoganarla.

Giornata di Alessandro

Sceso con gli altri pedoni dal ferry, dopo la consueta mezzora di attesa sotto un sole cocente, veniamo catapultati su un vecchio bus sovietico con annessa scorta militare. Aveva l’unico compito di trasportarci alla dogana, cosa in cui fallisce miseramente: l’autista pensa bene di incagliare il catorcio tra i cancelli del porto. Risolti questi problemi non ci resta che affrontare gli uffici doganali. Siamo subito accolti con un “niet computer” “niet angliski”. Risultato: due ore di attesa senza capire nulla, dovevamo solo aspettare. Pian piano la situazione si sblocca: 12 dollari per un timbro e le pratiche possono iniziare! Io,gli spagnoli riusciamo a velocizzare il tutto e ingraziandomi la guardia riesco ad ottenere per primo il fatidico timbro. Con un rapido controllo ai bagagli (parevano molto interessati al mio sacco delle immondizie ripieno di vestiti sporchi) riesco per primo ad uscire dai terribili uffici doganali dopo ben 4 ore. A questo punto non mi resta che attendere l’arrivo di Michel guardandomi sulla TV Turkmena un Italia Brasile di Pallavolo.

Giornata di Michel

Scendo con gli altri guidatori nella stiva e aspetto per un’interminabile ora, mentre i camion del giorno precedente lentamente trasbordano dalla nave.

Salgo in macchina, fa già caldo e mi rimane poco più di un litro d’acqua…iniziamo bene la giornata.
La macchina spagnola davanti a me continua ad avere problemi e quindi viene attaccata con delle corde al camion dei pompieri olandese, uscendo dalla stiva non senza difficoltà.
Scendo dalla nave, finalmente in Asia.

E lentamente inizia il Golgotha.

Siamo fermi nel porto, senza che nessuno ci degni di uno sguardo, passando il tempo a chiacchierare o a dividerci cibo e sigarette.
Dopo una mezz’ora arriva una giovane guardia con un piccolo cocker nero e iniziano a girare intorno alle auto: è il controllo antidroga.
Controllo antidroga con un piccolo cagnolino che non destava timore a nessuno.
Il controllo antidroga passa senza alcun problema.
Dopo una buona mezz’ora sotto il sole, il ragazzo tedesco inizia a dare una controllata all’auto spagnola e capisce il problema: la macchina non ha olio freni dentro.
Lo spagnolo alla guida impallidisce, ringrazia sentitamente, nel mentre scoppia una risata fragorosa tra i presenti.
Giunge finalmente un’altra guardia e dice di seguirlo, per effettuare i pagamenti del trasbordo, una piccola tassa da pagare al comandante della nave per l’utilizzo del ponte in uscita: 12 dollari in tranquillità e si ritorna alle auto.
Dopo una decina di minuti giunge una donnona turkmena addetta ai servizi doganali, ci dice di montare in macchina e di andare agli uffici, per iniziare le pratiche di sdoganamento.
Dopo 3 km di strade all’interno dell’area portuale, giungiamo a questo edificio anonimo, con barriere, guardie, recinzioni e insensatezza.
Parcheggiamo.
La guardia presente alla porta di ingresso fa entrare solo lo spagnolo, lasciando fuori me, con gli irlandesi e gli americani.
Fa sempre più caldo, sono 45 gradi, ho pochissima acqua e il tempo scorre lentamente.
Ho bisogno pure di andare in bagno, ma la guardia dice che non c’è nessun bagno, anzi, c’è, ma io non posso andarci perché non ho ancora sdoganato.
Grazie.
Dopo un’ora la guardia decide di farmi entrare.
Ritrovo tutti i ragazzi della nave, oltre a vari altri passeggeri tra cui tre camionisti ucraini con un evidente passato da boxer negli scantinati di Dnipropetrovsk.
Gli spagnoli, avendo un visto turistico e non di transito, hanno una guida turkmena che parla spagnolo e inizio a chiedergli consiglio sul da farsi.
Mi dice di tenermi in fila sul primo sportello ed aspettare.
Passano due ore chiaramente, perché la precedenza la hanno i passaporti locali.
Al mio turno consegno il passaporto, timbro, compilano due carte a mano (i computer chiaramente c’erano, ma nessun computer funzionava) e mi dicono di andare a pagare in cassa, primo ufficio sulla destra.
Mi danno inoltre una carta con vari spazi per inserire dei pagamenti.
Vado alla cassa e pago 12 dollari, credo per lo sdoganamento della mia persona.
Mi dicono che ora avrei dovuto passare quattro uffici: medico, tasse stradali e due uffici indefiniti.
Vado dal medico, mi fa un timbro in cui indica il pagamento di un dollaro per la disinfestazione dell’auto, cosa che chiaramente mai sarebbe avvenuta.
Mi sposto nel secondo ufficio e trovo un vecchiotto che mi chiede che strada avrei percorso: Turkmenbasy – Ashgabat – Kunya Urgench.
Fa due calcoli, controlla i documenti dell’auto e inserisce due pagamenti da 35 dollari l’uno (transito oltre all’entrata-uscita dal paese) e uno da 73 dollari, una tassa sulla benzina. Bene.
Mi dice inoltre che non potevamo entrare in Uzbekistan da Kunya Urgench perché il confine era chiuso, l’unico passaggio per noi era a Dasoguz.

Passo al terzo ufficio, un uomo baffuto mi guarda, timbra velocemente le carte che gli do e mi dice di andare al quarto ufficio, dove un uomo grassissimo circondato da altre donnone in uniforme, si mette a guardare i documenti, compila carte e fa timbri su quadernoni, annotando tutto ciò che è presente nella documentazione.
Mi dice che ora posso andare in cassa e pagare.
Ritorno alla cassa, facendo il costo dei soldi da dare per questo ladrocinio statalizzato: 144 dollari. Bene, ne ho 145, sono perfetto.
Do tutte le carte e la tipa dello sportello aggiunge 2 dollari di commissioni: le spiego che ho i soldi contati, ma non ne vuole sapere e mi dice che devo trovare il dollaro mancante.
Inoltre, non accetta 20 dollari perché non sono perfettamente integri.
La giornata si fa sfavillante!
Il ragazzo tedesco che ci ha aiutato il giorno precedente mi viene nuovamente in soccorso: scambio 20 euro con 20 dollari (i cambi oramai sono forfettari) e mi regala un dollaro.
Torno, faccio il pagamento, grandi sorrisi.
Ma non è finita, devo fare ancora due uffici.
Nel frattempo faccio conoscenza con una guida turkmena, che parla abbastanza bene italiano e mi aiuta a muovermi in quel marasma di carte e burocrazia.
Nel primo ufficio solito controllo documenti-passaporti, firmo delle carte incomprensibili e vengo mandato ad un secondo ufficio, dove la guardia nemmeno mi considera, parlando al telefono, ridendo e grattandosi la pancia.
Dopo cinque minuti compila altre carte sul mio conto e dice che ora è il turno del controllo auto.
Bene, finalmente.
Controllano l’auto, aprono gli zaini e le scatole con medicinali e cibo; sono incuriositi dalla gopro ma soprattutto dai sacchetti della cuki.
Mi chiedono cosa c’è nel portapacchi, ma il materiale da campeggio non sembra interessargli, quindi mi dicono che va tutto bene.
Il portapacchi con il telo resiste imperterrito.
Arriva un’altra guardia, gli offro una sigaretta e mi dice che è necessario pagare altri 4 manat per uscire dal parcheggio della struttura.
Ma se io son appena arrivato in Turkmenistan, come posso avere moneta locale?
Mi innervosisco, entro nella struttura e ritrovo Alessandro.

Ci dirigiamo assieme all’ufficio del “pagamento parcheggio”, ma veniamo fermati da un’altra guardia che inserisce i nostri dati in un altro archivio.
Avrò il mio nome su almeno 10 archivi turkmeni.
Ci dirigiamo all’ultimo, spero, ufficio.

Una signora con un vestito verde coloratissimo e un copricapo a cilindro tipico del paese, ci dice di pagare i 4 manat.
Le spieghiamo che abbiamo solo euro, ma non ne vuole sapere, o manat o dollari o non usciamo.
Arriva uno dei ragazzi americani, le da tre dollari e le dice che con quei soldi avrebbe dovuto lasciare andare noi e loro: dopo qualche minuto di titubanza, ci sorride e ci lascia andare, dandoci però due fogliettini, uno blu e uno bianco, da consegnare uno all’uscita della struttura, l’altro all’uscita dal porto.

Monto finalmente in macchina, consegno il biglietto blu e una guardia mi fa uscire dal parcheggio della struttura, pagando una mancia di una sigaretta.

Libertà!

Parliamo con gli altri ragazzi usciti anche loro dall’inferno burocratico e decidiamo di fare una carovana di auto in direzione Ashgabat, per poi campeggiare da qualche parte lungo strada tutti assieme.
Dopo una decina di minuti escono anche gli irlandesi, montiamo in macchina e ci dirigiamo tutti verso l’uscita del porto.
Chiaramente all’uscita, i responsabili vogliono altri soldi, ma dopo cinque minuti ci fanno andare, consegnando anche il fogliettino bianco datoci in precedenza.

Si parte!

DCIM103GOPRO

Strada buona, deserto da una parte, rocce granitiche dall’altra.
Alessandro guida per quasi un’oretta assaggiando per la prima volta nella nostra vita il deserto, le sue temperature e i paesaggi lunari.
La carovana si ferma quando il camion dei pompieri accosta e il ragazzo olandese alla guida ci propone di fermarci e campeggiare tutti assieme in un cratere a lato della strada.
Tutti d’accordo ci fermiamo, montiamo le tende e si cerca di riposare, vista la lunga tappa dell’indomani.
Ci si addormenta con il vento del deserto che soffia forte sulle nostre tende, esausti da una giornata insensata, sprecata davanti a centinaia di fogli di carta e timbri doganali che mai nessuna guarderà.

Il primo impatto con il Turkmenistan era forse preventivabile, dato il regime presente nel paese dal crollo dell’Unione Sovietica, che ha si mantenuto il gigante sistema burocratico comunista ma che al tempo stesso ha stravolto la concezione dello stato dando vita ad una religione, un pensiero unico e un culto della personalità pari forse alla sola Corea del Nord oggigiorno.