Diario di viaggio #13

                         La strada per Altai

XXXII° giorno

Ci svegliamo attorno alle otto del mattino ben riposati e pronti per affrontare la lunga giornata di viaggio davanti a noi.
Smontiamo le tende, carichiamo i nostri averi nella Atos, ci laviamo i denti e partiamo, io alla guida.
Salutiamo da lontano i proprietari della “tavola calda” dove abbiamo cenato la sera precedente e ci avviamo.
Appena prima di entrare nello sterrato principale che segue il pendio roccioso della montagna vediamo sfrecciare davanti a noi un auto del Mongol Rally.

“Certo che viaggiano eh…con quella macchinetta poi”
“Altro che noi”

Percorriamo cinque chilometri lungo il monte roccioso sulla nostra sinistra, addentrandoci in una valle spoglia con poca vegetazione, terra bruciata e roccia ovunque.

“Mer*a, dove sono i miei occhiali da sole?”
“Li avrai dentro nella tenda, te li sarai dimenticati lì stanotte”

Senza occhiali della Dolpi non posso andare avanti.
Apriamo la mia tenda ma dentro non troviamo nulla, apriamo il sacco a pelo, idem, non si trovano.
Che mi siano caduti per terra mentre mi lavavo i denti?
Ritorniamo in una decina di minuti al luogo del campeggio e vedo per terra in mezzo alla ghiaia i miei occhiali nella loro custodia nera, fortunatamente intatti.
Ripartiamo e percorriamo velocemente la valle rocciosa, prima di girare verso sudest per prendere una valle più verde, dove arbusti e alta erba la fanno da padrone.
Lo sterrato è abbastanza impercorribile, la macchina delle volte sembra decollare quando prendiamo il sasso o la buca sbagliata, ma resiste imperterrita e continua il suo percorso.
La valle attorno a noi è veramente desolata e selvaggia: piste sterrate nei prati, pochi insediamenti umani per lo più abbandonati e pochissimi animali.

Vediamo davanti a noi una collina che dobbiamo letteralmente scalare e nel mentre della nostra ascesa scende a tutta velocità un autobus (non un camioncino, un vero e proprio autobus!) che si lancia lungo il pendio della collina, lasciando dietro di lui e quindi davanti a noi una nebbia di polvere e sabbia che aumenta la difficoltà della nostra guida in mezzo a quell’eterno nulla.
Superiamo la collina e vediamo davanti a noi in lontananza verso est e sudest delle montagne: Khovd, importante città della Mongolia e nostra prima tappa giornaliera, era dietro quelle montagne.
Il GPS però ci indica che avremo dovuto attraversare un vero e proprio fiume…beh ci sarà il ponte no? Il ragazzo mongolo della sera prima ci aveva detto che sulla sinistra lungo la strada verso Khovd avremo trovato un ponte, quindi non ci preoccupiamo.
Andiamo avanti, tra sabbia, polvere e sassi e finalmente giungiamo al ponte…che c’è si, ma è crollato!
Davanti a noi il ponte a metà, il fiume non particolarmente largo ma sicuramente abbastanza profondo per crearci difficoltà, qualche mucca e una yurta in lontananza.
Che fare quindi?
Per prima cosa torniamo indietro e vediamo se ci sono altre possibilità di attraversamento seguendo le diverse piste, ma questa opzione va subito a vuoto.
Poi io e Ale ci dividiamo per vedere se c’erano attraversamenti più sicuri per la nostra auto, ma non troviamo niente se non un guado, l’unico vero passaggio per l’altra sponda.


Che fare? Bisogna guadare.
O si guada o siamo fermi.


Ci dirigiamo a piedi verso il fiume, Ale entra in acqua e l’acqua arriva sopra le sue ginocchia…di certo non è bassa e la corrente è tutto fuorché lenta.
Ma bisogna andare avanti.
Ale attraversare il fiume a piedi, io parto,
accelero, accelero, accelero e supero il guado, cercando di percorrere la zona meno profonda del fiume.
La macchina risalendo dal fiume si inchioda, il terriccio è bagnato e le ruote slittano, così Ale da fuori dà una spinta alla Atos che riesce a tornare finalmente a riva.
Ce l’abbiamo fatta!
Per evitare che i freni bagnati si blocchino ci rimettiamo subito in marcia.
Una sigaretta della vittoria è d’obbligo, abbiamo appena superato il momento forse più difficile del viaggio, un guado profondo e pericoloso, ma ce l’abbiamo fatta!

Continuiamo il nostro percorso attraverso la valle dall’erba alta in direzione Khovd e dopo una quindicina di minuti vediamo davanti a noi una macchina del Mongol Rally ferma, con una ruota giù.
Era la stessa macchina che ci era sfrecciata davanti al mattino!
Ci fermiamo.

Due ragazze, una britannica e una neozelandese, assieme a due ragazzi, un britannico e un americano, tutti nostri coetanei più o meno.
Gli chiediamo cos’è successo: braccetto dello sterzo andato.
Cosa fare?
Nel mentre giunge anche un auto di locali, che danno un occhio all’auto e suggeriscono di chiamare il carro attrezzi.

Un carro attrezzi da Khovd (circa un’ora e mezza di distanza) per soccorrere un auto straniera via chiamata telefonica? Suggerisco ai ragazzi che è una follia.
Mi propongo di portar due di loro fino a Khovd, da dove avrebbero potuto trovare direttamente un carro attrezzi o trovare qualcuno del Mongol Rally (anche dell’organizzazione) disposto a dar loro una mano.
Ripartiamo, io e Ale con la ragazza inglese e il ragazzo americano.
La tipa, di cui non ricordiamo il nome, studia relazioni internazionali a L
ondra, mentre il ragazzo veniva da un luogo nei pressi di Newark, nel New Jersey, ma era assai evasivo sulla sua vita.
Ci raccontano di aver fatto l’Iran e di esserne rimasti totalmente incantati (invidia) e di aver fatto anche il Pamir via Wakhan Valley ma di aver avuto anche un sacco di problemi con l’auto in seguito, in ultima il braccetto dello sterzo.


Poi faccio la domanda da un milione di dollari.

“Avete avuto problemi con il guado? Cavolo non è stato facile…”
“Guado??? Ma c’era il ponte!”
“Eh??? Ponte? Quale ponte?”

“Eh si, c’era un ponte una decina di chilometri prima…”
“Bene…merd*!”


Dopo un’ora di strada, tra una collina e l’altra, impolverati dalla testa ai piedi, arriviamo al passo prima di Khovd, che è posto in un’insenatura tra due montagne di roccia rossa.
Arrivati al passo inizia una ripida discesa che ci porta in una ventina di minuti a Khovd.
La città è attraversata da un fiume e fiume in questi luoghi è sinonimo di vita: c’è verde ovunque, i bambini giocano lungo le rive del fiume, mentre le donne e le ragazze sono intente a lavare e
a stendere i panni.
Entriamo in città attraversando un lungo ponte e vediamo sulla nostra destra, immerse in un verde rigoglioso, cinque macchine del Mongol Rally nei pressi di una yurta con scritto “Mongol Rally Auto-Service”.
Prendiamo una strada sulla sinistra per dirigerci all’auto service e veniamo affiancati da un auto targata Italia: sono romani, devono arrivare a Ulan Bator in tre giorni perché poi devono prendere l’aereo e tornare in Italia.
Ma l’auto? “Le diamo fuoco, togliamo la targa e ce ne andiamo”
Augurando loro buona fortuna, ci dirigiamo verso l’auto service, parcheggio e smonto.
Vedo molta gente già vista durante il nostro viaggio: i ragazzi austriaci incontrati prima di Ayagoz, gli olandesi del guado del giorno prima, l’australiano del confine.
Salutiamo i due ragazzi augurando loro buona fortuna e ripartiamo.
E’ ora di pranzo, abbiamo fame, tanta, troppa fame.
Ci fermiamo in un posto che sembra abbastanza moderno, quindi presumibilmente ottimo per il wi-fi, ma ci dicono che non lo hanno e ci consigliano di andare in un hotel a un centinaio di metri da lì.
Entriamo in questo hotel con ristorante, ci sediamo e ordiniamo subito da mangiare: carne, noodles, verdure, zuppa.
Il wi-fi? C’è certo, ma non funziona.
Attorno a noi c’è un tavolo di mandriani con due vecchi ultra settantenni che bevono vodka come se fosse acqua e capiamo che sono i due boss della tavolata; in tavola c’è un vitello intero, circondato da frutta, verdura e cibo di qualsiasi genere.

Mangiamo tanto come al solito, spendendo anche troppo per i nostri standard (otto euro a testa) e ci rimettiamo in moto.
Dobbiamo però prendere acqua, pit-stop in un supermercato per l’acquisto del trittico acqua-sigarette-dolcetti schifosi.
Ehm…bisogni fisiologici impellenti per entrambi, dobbiamo trovare un posto decente con dei bagni.
Dirigendoci verso l’uscita dalla città notiamo un hotel abbastanza lussuoso e decidiamo di fermarci.
Pausa caffè più bagno, inoltre riusciamo finalmente a trovare un wifi funzionante per rassicurare casa!
Ore cinque, è ora di rimettersi in moto sul serio.
Usciamo da Khovd e percorriamo una lunga strada asfaltata di pregevole fattura, probabilmente compiuta dai cinesi visto la vicinanza della Repubblica Popolare Cinese e visto soprattutto la massiccia presenza di camion con targa cinese lungo strada.
Percorriamo questa ampia valle circondata da alte montagne talvolta innevate, dove la vita è ben più presente rispetto alle valli percorse in mattinata: prati, molta acqua, yurte, bestiame, vediamo transitare persino una decina di auto.
Tra una chiacchiera e l’altra in un paio d’ore giungiamo a Darvi, il check point prefissato, percorrendo una ventina di chilometri lungo un tipico sterrato da “lavori in corso” che vedeva vari scavatori e altre macchine da movimento terra.
Per prima cosa facciamo un pieno di benzina e chiediamo ai locali se potevano consigliarci un luogo dove passare la notte; ci indicano di andare in centro città e trovare l’unico albergo presente, dove avremo potuto dormire per 20 euro a testa. Cosa? Cifre alquanto esagerate per queste zone.
Entriamo a Darvi: la “città” ha poco più di 5 mila abitanti ma è un centro importantissimo nella tratta Khovd-Altai, infatti vediamo solamente negozi di alimentari, uno dietro l’altro.
Ale decide di andare alla ricerca dell’albergo, mentre io lo aspetto, comprando qualcosa da sgranocchiare e le solite sigarette scaccia pensieri.
Dopo un quarto d’ora torna Ale: ha contrattato per 5 euro a testa, partendo da 20, non male!
Arriviamo all’albergo, paghiamo e ci trasferiamo nella nostra stanza.
Chiediamo a delle bambine (figlie dei proprietari che erano le tuttofare dell’albergo) dove fosse il bagno…chiaramente il bagno è all’esterno, che domande facciamo?
Ma invece, se volessimo fare una doccia? Capiamo che se vogliamo lavarci dobbiamo riempire dei secchi di acqua, scaldarli e poi lavarci, alla vecchia maniera.
Ma le forze sono esigue e decidiamo di lavarci “dopo”, quell’indefinito e lontano “dopo” che si tramuta sempre in mai.
Mentre Ale riposa io mi metto all’entrata dell’albergo, fumo una sigaretta e guardo il sopraggiungere della notte.
In una panchina c’è seduto un ragazzo che ascolta della strana musica dance dal telefono, lo guardo ma non sembra molto socievole.
Ad un certo punto però il ragazzo fa partire dal suo cellulare “Primavera” di Pupo, lo guardo attonito ed esclamo “Pupo!”, al che lui mi guarda, sorride e mi dice “Pupo Pupo Itali!”

Fumo un’altra sigaretta mentre il cane dell’albergo, un gigante pastore, scodinzola e cerca l’attenzione di tutti i pochi presenti.
Un ragazzo mi chiede da dove fossi, gli dico che sono italiano e per semplice curiosità gli chiedo se parla
sse cinese: risposta affermativa! Posso finalmente usufruire dei miei studi linguistici in questo viaggio.
Mi dice di essere da Ulan Bator e mi dice che lavora da ben cinque anni in una ditta cinese che costruisce strade in Mongolia; gli faccio altre domande riguardo alla presenza cinese nel paese e mi dice che nel campo energetico ed economico ormai la Mongolia dipende dalla Cina,
che ha sostituito la Russia come principale partner commerciale ed economico del paese.
Gli chiedo inoltre qualche informazione sulla strada per Altai, ma dice che la strada non è proprio il massimo, tutt’altro.
Lo ringrazio per la breve chiacchierata e lo saluto.
Torn
o in camera, io e Ale chiacchieriamo fino a quando non ci si addormenta, esausti.
La Mongolia ci sta provando molto a livello di energie, ma c’è in noi la consapevolezza di star vivendo e vedendo qualcosa che rimarrà per sempre dentro di noi.
Paesaggi, persone, strade, situazioni che sono aldilà del nostro ordinario.
Si dorme, l’indomani si punta ad Altai.

XXIII° giorno

Ci svegliamo attorno alle otto, ci risciacquiamo velocemente in un lavabo e montiamo in auto, destinazione Altai.

Acqua, cibo da sgranocchiare, sigarette, occhiali da sole, musica, tutto pronto.
Usciamo da Darvi e rientriamo nello sterrato principale, un terriccio pressato pronto per essere asfaltato.
Per una ventina di chilometri percorriamo questo terriccio che ogni tanto presenta dei veri e propri muri di terra che ci impediscono il procedere, quindi ogni volta che troviamo queste barriere di terra dobbiamo uscire dalla “principale”, prendere una pista e ricollegarci in seguito alla principale.
Dopo una buona mezz’ora termina la pista dei lavori in corso e siamo di nuovo nel nulla.

Intorno a noi prati spogli, terra e poca erba; davanti a noi piste, piste e piste.
Non ci sono nemmeno monti in lontananza.
Siamo nel nord del deserto del Gobi: paesaggio desertico, desolato, senza forme di vita.
Le piste di sterrato sono tutto fuorché buone e le sospensioni della nostra Atos sono messe a dura prova, come sono messe a dura prova le nostre teste, che sopportano a fatica il rumore continuo e assordante all’interno dell’auto causato dalle continue vibrazioni delle ondine.

E’ però un’emozione indescrivibile: siamo in mezzo al nulla, io e Ale, con una macchina che dovrebbe percorrere tutte le strade del mondo, escluse queste.
La vista di cieli blu coperti di nuvole e il sole splendente spezzano la vista di questo paesaggio che ci dà la sensazione tipica del sublime letterario, ovvero davanti a noi c’è si qualcosa di bello esteticamente, ma è una bellezza violenta, dove la vastità e l’immensità sono implacabili ed indomabili.
Questo sublime si esemplifica perfettamente in un episodio durante il nostro tragitto: mentre attraversiamo una delle decine di piste davanti a noi, vediamo sul lato della strada una carcassa di un cammello con posata sopra un’aquila che fiera e implacabile si avventa sul cadavere del camelide. Attorno a questa rappresentazione di vita e morte, vi sono montagne in lontananza, nuvole e soprattutto deserto, senza fine, senza tregua.
Ogni tanto ci attraversano la strada dei cammelli allo stato brado e mandrie di capre e pecore appartenenti ai nomadi delle (poche) yurte che vediamo distanti comunque moltissimi chilometri dalla strada.
Continuiamo la strada che sembra non aver termine, fino a quando giungiamo a un bivio, da dove riiniziano i lavori in corso.
Al centro di questa collina da dove iniziano i lavori vi sono una pompa di benzina, una cosa simile a un cafè o tavola calda e qualche abitazione mobile, probabilmente della gente che lavora nei cantieri del movimento terra.
Un cartello ci indica di continuare verso nord, girare attorno alla collina per poi riprendere la strada principale che qui si interrompe.
C’è più vita e più traffico rispetto a prima: jeep, camioncini
e anche qualche moto diretta non si sa bene dove, visto che la città più vicina, Altai, dista oltre cento chilometri.
Le piste sono dei disastrati percorsi in mezzo al deserto, tra salti, buche, sassi e continui sali e scendi.
In lontananza inoltre vediamo nuvole scure cariche di pioggia ma
quello che ci preoccupa in realtà non è molto lontano da noi: vi sono in mezzo al deserto delle piccole trombe d’aria che sono veramente poco rassicuranti e in lontananza, a circa una ventina di chilometri verso Altai vi è un cumulo di nuvole e vento che sembra un vero e proprio turbine.
Guidare in mezzo al deserto con un mille
cc non fa abbastanza ansia? Servono anche dei turbini?
Fortunatamente mentre ci avviciniamo il gigante di vento sembra perdere potenza e si affievolisce in varie nuvole che non ci danno nessuna preoccupazione.
Altai dista solamente un ottantina di chilometri e il paesaggio muta gradualmente, infatti le rocce diventano di colore rossiccio e i prati tornano ad essere verdi d’erba rigogliosa.

Sopra di noi i nuvoloni neri non desistono, ma di pioggia fortunatamente neanche l’ombra.
Arriviamo alla risalita verso Altai: la strada è di roccia rossa, molto scoscesa con lastroni di roccia aperta che non sono propriamente salutari per le gomme della nostra Atos.
Ma il nostro piccolo fulmine coreano si arrampica come uno stambecco nelle Dolomiti e non ha paura di niente, men che meno di una strada di roccia pura a 2000 metri di altezza.
Dopo una ventina di minuti giungiamo finalmente nell’altipiano dove si trova Altai: strada sterrata in terriccio davanti a noi, montagne innevate verso nord e verso sud, un paesaggio mozzafiato.
Percorriamo senza nessuna fretta la strada nell’altipiano, quando a un certo punto veniamo affiancati dall’auto dei romani trovati a Khovd!
Ci raccontano di essere rimasti bloccati in un guado e di aver avuto bisogno di un camion per essere trainati fuori dal fango; sono sporchi dalla testa ai piedi di fango e sabbia, ci sembrano stravolti, con delle occhiaie viola sintomo di una giornata da incubo.
Noi siamo degli emiri a confronto.
Li salutiamo e percorriamo gli ultimi dieci chilometri per Altai.
La città è la capitale della regione Govd-Altai ed è posta nell’altipiano da noi attraversato, a quasi 2500 metri sul livello del mare.
La città ha solamente 15 mila abitanti ma è un centro nevralgico nella regione: vi sono ospedale, università, servizi, banche,
persino un aeroporto.
Cerchiamo una banca da dove prelevare, facciamo benzina e dopo qualche giro a vuoto troviamo un ristorante veramente lussuoso per gli standard del luogo e riempiamo finalmente i nostri stomachi.
Sono ormai le otto di sera (la lancetta da Darvi si è spostata un’ora avanti)…che fare?
Notiamo che il portapacchi della nostra Atos ha uno dei ganci che è completamente staccato dal tetto dell’abitacolo, è il caso di farlo saldare il prima possibile e quindi decidiamo di fermarci in una delle autofficine viste all’entrata della città.
Parcheggiamo l’auto nell’autofficina e veniamo accolti da un ragazzino di diciassette anni, con un buon inglese, fratello del proprietario dell’officina: intorno a noi un vecchio che sembra Genghis Khan, una signora, qualche bambino e due meccanici.

Chiediamo loro di saldarci il gancio del portapacchi e di dare un controllo generale all’auto, soprattutto alle parti più esposte ai colpi dello sterrato come la coppa dell’olio.
In una decina di minuti, anche con l’aiuto di Ale, ci saldano il portapacchi e infine ci controllano l’auto.
Nel mentre chiedo informazioni sulla strada per Bayakhongor e ci dicono più o meno le stesse cose dette dal ragazzo della prima notte: a sud c’è un fiume da attraversare grazie all’aiuto di un camion, a nord c’è un ponte sul fiume ma la strada è “ondulata”.
Per ondulata ci fanno il segno delle onde…ondine vero?


Finiscono i controlli all’auto e la faccia del meccanico è impagabile: “Tutto ok, l’auto è perfetta”.

Ci fa capire che in tutti gli anni del Mongol Rally e simili aveva visto poche auto messe così bene come la nostra.
Contrattiamo il prezzo e alla fine paghiamo poco più di sei euro, una cifra molto alta per il costo della vita mongola ma ci va bene così, comunque era necessario controllare l’auto e fissare il portapacchi.
Dove andare ora? Salgo alla guida, oramai sta diventando buio quindi è necessario trovare un posto appena fuori città dove campeggiare.
Usciamo da Altai e arriviamo al bivio: a sinistra la strada nord, a destra la strada sud.
Giriamo a sinistra e ci addentriamo nella verde steppa mongola; dopo aver percorso un paio di chilometri saliamo su un
altura e decidiamo di campeggiare nell’estremità più alta della collina, a circa dieci metri dalla strada con due yurte a poco meno di un chilometro di distanza.
Piantiamo le tende e beviamo un paio di birre a nostro onore, circondati da un cielo che mette i brividi da quanto è illuminato; attorno a noi i cani da guardia delle yurte che abbaiano per allontanare ogni lupo curioso e le mandrie di ovini
belanti che aspettano la notte nei recinti.
Tra una chiacchiera e l’altra guardiamo in direzione Altai e notiamo le luci
di varie auto che si addentrano nella notte verso sud, verso Bayankhongor.
Nessun auto si avvicina a noi, tutte virano verso sud, siamo da soli, sotto un cielo dipinto da qualche divinità compiacente nei nostri confronti;
in tutto ciò realizziamo che mancano meno di mille chilometri alla metà della nostra avventura, Ulan Bator.
Verso mezzanotte crolliamo nei nostri materassi gonfiabili e ci lasciamo trascinare
da Morfeo nel mondo dei sogni, in attesa di un nuovo risveglio e di una nuova avventura, questa volta verso Bayankhongor.