Diario di viaggio #14 – Gli ultimi due giorni

WP_20150821_17_54_14_Pro

Credetemi, non è facile tornare a casa, fermarsi, ragionare e mettere giù parole sensate per raccontare un’esperienza intensa e complessa come il nostro viaggio verso la Mongolia, soprattutto quando non vi è più l’adrenalina e la voglia di scoperta che ci hanno permesso di dormire poco e male, di guidare ore, di camminare per altrettante ore e di raccontarvi in modo (quasi) costante questa nostra avventura.

Sono passati oramai tre mesi dal nostro ritorno in Italia, il ritorno alla nostra normale quotidianità ci ha dato poco tempo per ragionare, raccontare e soprattutto sedimentare il nostro viaggio; ci credete che io e Alessandro ci siamo visti solo un paio di volte dal nostro ritorno?
Oggi, in ampio ritardo, voglio raccontarvi gli ultimi due giorni del nostro progetto “Dolomiteam 2015 – Dalle Dolomiti alla Mongolia”.
Ultimi due giorni, 20 e 21 agosto, dove la nostra Atos ha dato il meglio di sé forse consapevole di avere ancora poche migliaia di chilometri di vita davanti (e fortuna vuole che non ci abbia abbandonato il 20 agosto…probabilmente saremo ancora lì), portandoci ad attraversare paesaggi pieni di vita, natura e libertà.
Iniziamo, per l’ultima volta, il racconto del Dolomiteam 2015.

XXXIV° giorno

La notte nelle colline dell’altipiano mongolo trascorre nella quiete più assoluta, cullati dalla brezza del gelido vento del nord che soffia sulle nostre tende; in lontananza gli ululati dei lupi, le risposte nervose dei cani nelle yurte e qualche nitrito.
Sentiamo inoltre qualche animale curioso girare attorno alle nostre tende: sogno o realtà?
Verso le tre di notte inoltre sento rumori di auto, apro la tenda e vedo un camioncino stile-Wolkswagen che scollina a dieci metri da noi; guidare di notte in quelle non strade? Poi sembriamo noi i folli.
Ci svegliamo intorno alle otto, il verde delle steppe ci circonda e il cielo azzurro ci ricorda per l’ennesima volta il significato di immensità.
Solita routine del risveglio: lavata ai denti, bisogni fisiologici di vario genere, sigaretta del buongiorno, gps acceso, cd nell’autoradio e si parte con Ale alla guida.
Si guida agilmente, lo sterrato è di buona fattura e le lancette del tachimetro raggiungono anche i sessanta chilometri orari, velocità impensabili nei giorni precedenti.
Le piste davanti a noi sono tante, troppe, ma non ci preoccupiamo, dobbiamo semplicemente procedere a est, andare avanti e avanti.
Butto però un occhio al GPS.

“Mmm…siamo a circa 5 chilometri a nord dallo sterrato giusto…come mai?”
“Boh, siamo andati sempre dritti”
“Infatti…beh primo sterrato che troviamo sulla nostra destra lo prendiamo, prima o poi troviamo la strada giusta”
“E così sia…”

Misteri mongoli.
L’unica reale fortuna è che perdersi seriamente è praticamente impossibile: il GPS è salvifico e bene o male le strade portano sempre in una qualche città/insediamento.
Decidiamo quindi di andare avanti lungo lo sterrato intrapreso e dopo una buona mezz’ora sulla nostra destra troviamo un altro sterrato, un po’ sconnesso che punta a sud e decidiamo di prenderlo; un altra ventina di minuti e troviamo la strada maestra indicata dal GPS.
Iniziamo intanto a salire leggermente, la steppa diventa sempre più brulla e definirla deserto non è per nulla improprio.
Si procede, verso nord montagne in lontananza, verso sud la maestosità del Gobi.

“Mmm…camelidi!”

Una dozzina di cammelli allo stato brado in mezzo alla strada, che non appena vedono l’auto scappano impauriti; rallentiamo e ci guardano incuriositi ma a debita distanza.
Inoltre, isolato a qualche metro dalla mandria scorgiamo un cammello albino.
Andiamo avanti e dopo altri chilometri di nulla, notiamo che il paesaggio cambia: alberi, capi di bestiame, erba rigogliosa. Osserviamo con più attenzione e notiamo una gola all’interno del terreno con un fiume che è sinonimo di vita in queste zone.
Siamo nei pressi di Guulin, primo insediamento dopo almeno due ore e più di strada.
Vediamo lato strada una pastorella a cavallo e le chiediamo la strada per Guulin, lei sorride e alza in braccio verso est.
Superiamo un centinaio di capre e pecore impaurite dalla nostra auto e giungiamo a Guulin, attraversiamo il centro del villaggio e chiediamo a una ragazzina se ci fosse un cafè o qualcosa di simile in zona; lei capisce e ci fa segno di seguirla.
Seguiamo la ragazzina, superiamo un (veramente bel) campo da basket e giungiamo in un negozietto, gestito dalla nonna della bimba.
Compriamo del succo, un’aranciata, dei dolcetti e delle sigarette, spendendo abbastanza ma è comprensibile: questo villaggio è lontano ore ed ore da ogni grande centro abitato e il costo della vita per i “turisti” è giustamente alto rispetto alle città normali (quali?) della Mongolia.
Ringraziamo, usciamo e dei ragazzi del posto ci vengono incontro: vestiti all’occidentale, pantaloni larghi, canotte da basket e giubottoni, con tatuaggi veramente tamarri (passatemi il termine) sulle braccia.
Offro loro un po’ di sigarette, facciamo due chiacchiere o più verosimilmente gesticoliamo; per salutarci loro provano a venderci della vodka, che tengono nascosta sotto i giubbotti, a prezzi veramente improponibili.
Li ringraziamo ma desistiamo dal comprare il distillato di patate…guidare in quei posti ubriachi di vodka?
Si riparte in direzione sudest.
Guulin avrà poco meno di 1000 abitanti, dista ore di distanza da qualsiasi altro centro abitato e durante l’inverno resta sicuramente isolata a causa della neve e del ghiaccio. Notiamo appena fuori città dei container, probabilmente usati durante il rigido inverno per stipare il cibo, i medicinali e tutto l’occorrente per garantire la vita a questo piccolo e isolato villaggio.
Iniziamo a letteralmente scalare una collina e lo sterrato diventa pura roccia; auto ancora non pervenute.
Procediamo nuovamente lungo un altipiano sui 2000 metri d’altezza e per oltre un’ora non vediamo nessuna presenza umana, non scorgiamo nemmeno delle yurte in lontananza.
Si torna a salire e a lato strada ci sono dei complessi rocciosi di granito che ci accompagnano per una decina di chilometri, mentre la pista che percorriamo torna ad essere tendenzialmente sabbiosa.
Finalmente, dopo quasi cinque ore di marcia, vediamo a qualche chilometro di distanza davanti a noi un’auto, uno dei soliti camioncini!
Sembrerà strano a crederci, ma eravamo finalmente felici di vedere un essere umano con un automezzo dopo chilometri e chilometri di solitudine; il tipo alla guida passa di fianco a noi, saluta con sorriso a trentadue denti e se ne va, direzione ovest verso Guulin.
Procediamo nell’altipiano, c’è un dislivello lento ma costante per una decina di chilometri fino a quando si scollina nuovamente e iniziamo a percorrere una vero e proprio prato gigantesco, erba a destra e sinistra, l’unico colore di tonalità diversa dal verde dell’erba è la doppia pista in terra che attraversiamo, oltre al blu intenso del cielo.
Cielo e prati, sterrati che ormai ci sembrano facili da percorrere ma in realtà sono tutto fuorché praticabili, sigarette e il portapacchi che continua a far rumori fastidiosissimi.
Ogni tanto controlliamo da dentro l’auto la condizione dei ganci del portapacchi e la situazione è peggio del giorno prima: due sono oramai staccati, uno sta per rompersi e uno è semi-integro. Che fare? Resistere, soprattutto al fastidio costante del tremolio metallico sopra le nostre teste.
Giungiamo attorno alle tre del pomeriggio a Buutsagaan, un altro insediamento di poche migliaia di abitanti ai piedi di montagne di roccia, che ci sembra un po’ più moderno di Guulin.
Passiamo per il paese, c’è un tempietto buddista, un edificio di notevoli dimensione che sembra una scuola e decine di container appena fuori dal paese, che mi fanno venire in mente i container presenti nei documentari riguardanti luoghi inospitali come Artide/Antartide.
Come a Guulin, anche qui i contatti durante l’inverno sono probabilmente impossibili: metri di neve, temperature che scenderanno a 30-40 gradi sotto zero e strade impraticabili.
Scusate, le strade sono già di loro impraticabili, non oso immaginare durante il gelo invernale.
Superiamo Buutsagaan e inizia il momento forse più complesso della giornata; salendo verso le montagne dietro il villaggio entriamo in una valle che durante l’attraversamento definimmo “La valle delle rocce”.
Rocce ovunque, sia nella “strada” sia nel paesaggio ai nostri lati, dove spiccano delle spettacolari rocce a forma di cono rovesciato di colore scuro totalmente lisce e levigate dal vento, un’atmosfera da documentario che ci fa rendere conto della fortuna immensa che stiamo avendo nell’attraversare quei luoghi.
Oltre alla bellezza, c’è una questione però particolarmente spinosa: la strada!
La strada fa veramente schifo.
Sali e scendi costanti, rocce appuntite, rocce levigate, buche, curve da velodromo di roccia liscia che fanno andare la macchina in direzione opposta e in tutto questo, giustamente, c’è anche molta sabbia.
La strada dopo una ventina di minuti tende a salire e mi arrampico, non senza fatica, su un crostone di roccia che definire pista/sterrato è un insulto.
La Atos però come sempre è dura da abbattere e supera la collina rocciosa.
E’ ora però di fermarsi e prendere una decisione dura ma necessaria: dobbiamo togliere il portapacchi.
Oramai tre dei quattro ganci sono saltati, c’è il rischio reale che tutte le sollecitazioni del terreno facciano rompere anche il quarto gancio, trovandoci il portapacchi dentro il vetro dell’auto.
Bisogna toglierlo.
Perdiamo quindi circa una mezz’ora a togliere tutti i nostri averi dal portapacchi, ricaricarli in auto, per infine rompere l’ultimo gancio e abbandonare il portapacchi lato strada, confidando che qualcuno possa recuperarlo trovandoci comunque a pochi chilometri da un centro abitato.
Ci rimettiamo in marcia e finalmente riusciamo a parlare senza sentire le continue sollecitazioni del portapacchi sui ganci, che provocavano un fastidio enorme che è veramente poco utile alla lucidità necessaria per guidare in quei luoghi.
La Atos è molto leggera e si guida che è un piacere.
Per una ventina di chilometri lo sterrato tende a scendere verso fondo valle e capiamo che finalmente ci stiamo avvicinando al famoso ponte della strada nord di cui ci avevano parlato nei giorni precedenti!
Ed eccolo lì, in lontananza, la nostra salvezza, il ponte sul fiume Baidrag!
Lo attraversiamo, soddisfatti come non mai e proseguiamo verso est, attraversando le piste all’interno di un letto di un fiume, che d’inverno porta l’acqua dai ghiacciai dei monte Khangai fino al Baidrag.
Il letto è largo una trentina di metri e durante il disgelo è chiaro che qui senza una jeep o simili passare è praticamente impossibile.
Procediamo e verso le sei e mezza del pomeriggio arriviamo al terzo e ultimo villaggio del giorno, Bumbugur, molto simile a Buutsagaan per i colori e la posizione.
Percorriamo il villaggio, risaliamo nuovamente verso una collina e notiamo la presenza di una strana palla, un radar gigantesco di colore bianco in una struttura arancione sulla cima di una montagna.
Scopriamo dopo essere un radar di sorveglianza a singolo impulso, di produzione spagnola, che serve per il miglioramento dei servizi aeronautici interni alla Mongolia.

Per saperne di più:
http://english.summit.mn/content/12759.shtml

L’ingegneria non è il mio forte.
Di nuovo altipiano, di nuovo erba, stanchezza eterna e ancora molti chilometri per arrivare a Bayankhongor, ma dobbiamo procedere fino a quando c’è luce.
Le piste davanti a noi sono decine, alcune buone, altre pessime, ma la Atos non accusa colpi e dopo circa un’ora da Bumbugur arriviamo a ricongiungerci con la Altai – Bayankhongor sud, la strada che ci avevano consigliato ma con il malus del guado trainati dal camion che ci incuteva particolare timore.
Proseguiamo, il sole sta lentamente calando ma non è per nulla comodo sostare lì, visto che l’intera steppa sembra una continua pista.
Vediamo più auto in un’ora che in tutti gli ultimi due giorni e capiamo che questo snodo è il principale a livello stradale per il centro-sud della Mongolia.
Sopraggiunge il buio e decidiamo di fermarci lato strada, tra una pista e l’altra, incrociando le dita che non succeda nulla durante la notte.
Vicino a noi c’è un cafè con parcheggiate auto, camion e camioncini con a bordo animali che si lamentano, mentre sentiamo anche diversi ululati in lontananza.
Piantiamo le tende sulla sabbia, mangiamo dei noodles istantanei e decidiamo a nemmeno le dieci di sera di buttarci a dormire.
La giornata è stata eterna, abbiamo scollinato decine di volte e attraversato paesaggi totalmente differenti tra loro; probabilmente il giorno prima ad Altai, il meccanico facendo il gesto delle onde non voleva indicarci la presenza di ondine sul tracciato, ma voleva metterci in guardia sui continui scollinamenti.
In un giorno abbiamo attraversato il deserto, dei prati immensi, un letto di un fiume e vere e proprie rocce: il riposo era ben più che meritato.
Domani ultimi giorno, Bayankhongor – Ulan Bator.
Ci siamo quasi. 700 km separano il Dolomiteam 2015 dalla meta.
Siamo pronti.

XXXV° giorno – Arrivo a Ulan Bator

Ci svegliamo verso le sette del mattino, classica routine post sveglia e mi metto alla guida.
Siamo a circa 50 chilometri da Bayankhongor, poca benzina ma ci dovrebbe bastare per arrivare alla capitale della regione.
Appena dopo il cafè troviamo un ponte di legno, vietato all’attraversamento dei camion, che è particolarmente precario come condizioni; anzi, definirlo stabile è praticamente un eufemismo.
Superiamo il ponte pericolante e iniziamo il nostro solito sali e scendi mongolo, su strade che sinceramente credevamo migliori.
Piste ovunque, buche e ondine continue che sottolineano quanto sia trafficato l’accesso alla città.
Dopo un’ora e mezza giungiamo a Bayankhongor: città di circa ventimila abitanti, simile a Khovd e Altai per il suo senso di modernità, presenta un grande tempio buddista su un altura vicina e notiamo che probabilmente vi è un qualche museo dei dinosauri, segnalato a più riprese nelle strade cittadine.
Decidiamo di far benzina.
Prima pompa di benzina chiusa.
Seconda pompa di benzina chiusa.
Alla terza riusciamo finalmente a far benzina, ma vediamo il benzinaio che accende un generatore prima di farcela; che ci sia qualche problema?
Arriviamo in centro, i semafori sembrano non funzionare ma la guida tende ad essere abbastanza ordinata.
Cerchiamo qualcosa da mangiare ma sembra tutto chiuso…che sta succedendo?
Vedo un ristorante coreano e suggerisco ad Ale di fermarci, visto che la cucina coreana dal mio punto di vista è una, se non la miglior cucina dell’Asia Orientale.
Entriamo ma sembra non esserci nessuno.
Usciamo, facciamo due passi e andiamo in un ristorante a poche decine di metri, dove un anziano ci fa capire che il suo ristorante è chiuso perché non c’è elettricità in tutta la città, ma che il ristorante coreano è aperto, così ci fidiamo.
Torniamo al coreano ed effettivamente è aperto, anche se non c’è una luce accesa.
Troviamo dentro al ristorante tre turisti giapponesi, ci salutiamo, ci chiedono il perché della nostra presenza in un posto così lontano come Bayankhongor, quindi troviamo occasione di raccontar loro il nostro viaggio e rimangono realmente entusiasti.
Al che chiedo loro se ci fosse una sorta di black-out in tutta la città e il signore giapponese mi dice che si, era in corso un black-out cittadino che sarebbe durato per l’intera giornata ma non c’era da preoccuparsi, potevamo mangiare nel locale senza alcun problema.
Ci sediamo, ordiniamo cibo per un esercito e ci prendiamo un’ora e mezza di tempo per mangiare e riposare.
Finito di mangiare ordiniamo un caffè e qui avviene un episodio meraviglioso: la cameriera dice ad Alessandro che il caffè non si può fare visto che manca l’elettricità per scaldare l’acqua nel boiler, Alessandro prova a spiegarle che se sono riusciti a scaldare la zuppa per il pranzo possono scaldare l’acqua via gas e non via elettricità ma questa cosa rimane incomprensibile alla cameriera, che ci ostina a non volerci fare il caffè.
Sembrerà strano a voi, ma in Asia Orientale le cose funzionano così: c’è un solo modo per agire, non ci sono vie alternative; episodi di questo genere mi capitarono a bizzeffe in Cina e ci capiterà anche anche tre giorni dopo a Ulan Bator, quando ordinammo della maionese per delle patate fritte ma ci risposero che per le patate fritte la maionese non c’è, ma per l’insalata si. Meraviglioso.

Torniamo a noi.
Senza caffè, senza elettricità, ma con la pancia piena ci rimettiamo in moto e torno alla guida.
Usciamo dalla città e seguiamo le indicazioni per Ulan Bator, che dista 642 chilometri.
Strada asfaltata, pavimentazione perfetta…sogno o son desto?
Si viaggia che è un piacere, quando a circa 5 chilometri dalla città troviamo un muro di terra sbarrare la strada…per quale motivo?
Non sappiamo cosa fare. Possiamo passare? Dobbiamo fare ancora sterrato?
La soluzione ce la dà una jeep, che sale sopra il muro di terra e avanza indisturbata; la seguiamo, superiamo il solco creato dalla jeep rischiando di impiantarci e proseguiamo, ma troviamo un altro muro di terra e un altro ancora, che superiamo entrambi percorrendo un breve tratto in sterrato lato strada.
Dopo queste muraglie di terra senza senso, torniamo nell’asfalto e arriviamo ad un posto di blocco, dove la polizia non ci degna nemmeno di uno sguardo. Proseguiamo.
La strada è meravigliosa, voliamo anche a più di 100 chilometri orari in una strada che attraversa vallate e altipiani, interrotti da mandrie di ovini e bellissime yurte a pochi centinaia di metri dalla strada.
Il tempo, beati noi, è come sempre dalla nostra parte.
A circa una cinquantina di chilometri da Arvaikheer notiamo nuvole scure in avvicinamento, inizia a piovere leggermente ma smette dopo dieci minuti, pericolo scampato.
Entriamo così ad Arvaikheer, accolti da un imponente arco e da un anch’esso imponente monastero buddista sulla nostra sinistra; la città riflette il passato comunista della Mongolia a livello architettonico, con palazzoni popolari in centro città.
Ci fermiamo e parcheggiamo per bere un caffè; scesi dall’auto un signore mongolo con un inglese decente ci chiede cosa facciamo lì, gli spieghiamo il nostro viaggio, ci fa i complimenti e ci consiglia di andare a bere qualcosa nel pub a fianco del suo hotel, cioè a venti metri sulla nostra destra.
Entriamo e ci sono due ragazze che giocano sul cellulare, ci sediamo e ordiniamo due caffè; leggendo il menù e visti i prezzi mi era venuta una gran voglia di bere una birra fresca, ma era il caso di bere velocemente il caffè e ripartire per Ulan Bator, distante ancora 400 chilometri.
Ale alla guida e si riparte.
Usciamo da Arvaikheer e il cielo è clemente, niente nuvole, bel sole, bel tempo, buona temperatura e steppe dolci; le yurte sono frequenti, ci sono stagni, acquitrini e ruscelli, il paesaggio è ben più rigoglioso rispetto a quello a cui eravamo abituati nei giorni precedenti.
Attraversiamo veri e propri centri abitanti, il traffico è più frequente e ci sembra, dal nulla, di essere ritorni in una sorta di modernità che non credevamo possibile in Mongolia.
Troviamo per strada persino una zona turistica, dove si possono fare escursioni con i cammelli e vi sono anche degli alberghi.
Procediamo e arriviamo a Erdenasant, dove la polizia ferma auto in continuazione e fa alcoltest; noi veniamo come al solito (non) notati e non ci fanno nessun cenno di stop.
Lentamente cala il sole e vediamo, per la prima volta in tutto il paese veri e propri terrazzamenti agricoli scavati sulle montagne; a lato della strada campi e campi di fiori che paiono mimose ma non sappiamo nemmeno oggi cosa siano (e non abbiamo nemmeno testimonianze fotografiche visto il buio).
E’ buio pesto, sono oramai le dieci di sera, siamo a una sessantina di chilometri da Ulan Bator e iniziamo a vedere vero e proprio traffico, cafè a lato strada e dopo qualche chilometro entriamo in una strada a due corsie per senso di marcia, dove paghiamo un vero e proprio pedaggio: ci siamo, siamo quasi arrivati.
Entriamo nella periferia della città, palazzi in stile sovietico ci accolgono, mentre l’autostrada procede in sali e scendi costanti.
Ed ecco, in lontananza, le luci della città, i palazzi, i colori delle insegne, il traffico.
Ulan Bator, eccoci.
Abbiamo passato il cartello della capitale della Mongolia, siamo arrivati!
Ora però bisogna giungere all’ostello, mica possiamo distruggere l’auto nella congestione urbana della principale città mongola?
Sarebbe un arrivo abbastanza inglorioso.
Clacson, semafori, gente che taglia la strada, ragazzi e ragazze vestiti alla moda, tacchi, gonne, ma siamo realmente nella stessa Mongolia di Khovd e Altai?
Molte macchine ci suonano e ci salutano dopo aver visto il percorso disegnato sulla nostra fiammante Atos.
Siamo felicissimi, quasi le lacrime agli occhi.
Ale è partito e io sono arrivato a destinazione.
Girovaghiamo in cerca del nostro ostello che è posto nei pressi di un importante monastero buddista nella città vecchia.
Arriviamo, parcheggiamo, entro nell’ostello dove ci sono solo stranieri e il ragazzo della reception ci apre il cancello per parcheggiare in sicurezza l’auto.
Spegniamo il motore.

Il contachilometri dice 13110 chilometri, da Feltre a Ulan Bator.

15 stati, tra Balcani, Anatolia, Caucaso e Asia Centrale.
Saltando il Tajikistan e il Pamir, argh.

18 siti UNESCO visitati o attraversati, 6 saltati causa tempi e percorso (ex. Tajikistan), 1 in più attraversato (i monti del Tian Shan)

Persone incontrate? Tante
Cibo mangiato? Tanto
Ore di sonno perse? Troppe
Stanchezza? Infinita
Pericoli? Pochi
Incidenti? Rischiati 3, reali 0
Energia e voglia di scoprire, conoscere, vivere? A palate

Siamo consapevoli di aver fatto qualcosa di complesso, dall’organizzazione al viaggio in sé e ci teniamo a ringraziare tutti coloro che ci han dato una mano a realizzare questo progetto meraviglioso.
Magari non tutto è venuto al meglio, ma il fondamento del progetto, cioè percorrere in auto la strada Feltre-Ulan Bator visitando i siti UNESCO è stato fatto.
Ringraziamo tutti coloro che ci hanno seguiti, ora pazientate ancora (so che avete pazientato tantissimo ma la vita reale ci obbliga ad occuparci di altro dopo due anni di fatiche ed energie spese sul progetto) e vedrete che tra la primavera e l’estate avrete foto esclusive, video, incontri, progetti e ancora.

Grazie a tutti

Michel e Alessandro