Diario di Viaggio #5

IX° giorno

26/07/2015

Rufat, il nostro padrone di casa momentaneo, ci sveglia alle otto del mattino, doccia veloce e partiamo con lui verso un supermercato, per comprare i viveri necessari per il viaggio in nave verso il Turkmenistan: acqua, pesce in scatola, pane, sigarette.
Salutiamo Rufat con un selfie e partiamo alla volta del porto nuovo di Baku.

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Alessandro parcheggia la macchina a fianco del Nargile Cafè, un posto indicatoci su internet come base per partire alla ricerca del ticket office nel porto; vado in spedizione, mentre Ale rimane in macchina.
Dopo aver chiesto a taxisti e passanti dove fosse il ticket office del porto, in un russo particolarmente improbabile senza comunque aver trovato risposta, riesco a trovare la retta via e dopo un quarto d’ora a piedi raggiungo un cancello grigio, con a destra una porta grigia, tutto come indicato su internet.
Chiedo a una guardia dove fosse il ticket office, non capisce e mi manda da una giovane guardia che parla inglese.
Si chiama Ahmed, 25 anni, è da Baku e studia ingegneria meccanica, oltre a lavorare come guardia di sicurezza al porto; dopo dieci minuti di chiacchiere mi dice che Viktoria, la ragazza addetta ai ferry boat, arriverà per mezzodì, quindi informo Alessandro sul come raggiungermi e mi metto ad aspettare.

guardia porto

Dopo circa un’ora arriva Viktoria e le spiego il tutto: mi dice che probabilmente ci sarà una barca l’indomani, quindi alla sera avremo dovuto portare lì la macchina, compilare dei documenti e il mattino seguente comprare i biglietti al porto vecchio dopo averla chiamata, per poi dirigerci al porto di Alat (70 km da Baku) e prendere il ferry.
Per sicurezza mi faccio rispiegare tutto con estrema calma, capiamo per filo e per segno il necessario e ci muoviamo, ringraziando Viktoria.
Prima di salire in macchina chiediamo ad Ahmed di suggerirci un ristorante buono e poco costoso a Baku: “Qocet”, dice, indicando una strada sulla cartina del Gps.
Lo ringraziamo e ci dirigiamo verso il centro con il nostro bolide.

Dopo una decina di chilometri, tra grattacieli e negozi lussuosi, giungiamo davanti al Teatro Nazionale, parcheggiamo in un parcheggio sotterraneo e dopo una decina di minuti troviamo il Qocet: mangiare era d’obbligo, i 41 gradi di Baku ci stavano friggendo.

Entriamo in questo ristorante a due piani con macelleria e veniamo colpiti dagli odori di spezie che pervadevano le stanze; il locale era abbastanza lussuoso ma non particolarmente caro.
Di tutti i camerieri solo uno parla inglese ed è un ragazzo azero che studia in Lituania e lavora d’estate a Baku per guadagnare qualche soldo.
Ordiniamo: kebab lavash turco, acqua, succo alla pera e una bibita frizzante alla pera.
La pera sembra sia il frutto nazionale azero a quanto pare.

Dopo qualche minuti mangiamo, anzi ci strafoghiamo e completiamo il pasto con delle patate fritte.
Ci danno persino la linea wifi e decidiamo quindi di rimanere qualche ora lì, sia per riposarci sia per non morire di caldo durante il primo pomeriggio.
Quindi ordiniamo cay su cay e fino alle cinque ci rintaniamo lì, con gli sguardi poco simpatici di tutti i camerieri, escluso lo studente.
Al momento del pagamento però la mia carta non viene accettata, quindi esco per ritirare e il ragazzo che studia lituano mi accompagna, così da poter fare due chiacchiere prima di riiniziare a lavorare.
Ritiro, ritorniamo al Qocet e partiamo per un tour a piedi alla città vecchia di Baku, anch’essa patrimonio Unesco.
Entriamo nelle mura, giriamo l’interno della città vecchia esterna, per infine entrare nelle mura della vera città vecchia, dove passeggiamo volentieri tra le piccole vie e scattiamo varie foto soprattutto ai monumenti principali, le mura e la torre della vergine.

mura interne DCIM103GOPRO DCIM103GOPRO

Usciamo dalla città vecchia e ci dirigiamo verso il centro città, in cerca di qualcosa da bere e da mangiare.
Verso le otto e mezza, nella stessa piazza dove è parcheggiata l’auto, troviamo un baretto all’aperto e per puro sfizio chiediamo il prezzo di una birra: la zona era troppo al centro della città e quindi troppo cara per le nostre tasche.
“One manat big beer”
“Che??? Beh, nostro!”

E quindi fino alle nove e mezza qualche birra e una lunga chiacchierata per distenderci dallo stress dei giorni precedenti.
Riprendiamo quindi la macchina e ci dirigiamo al porto nuovo, come ci disse Viktoria al mattino.
Arriviamo, chiediamo alle guardie di entrare e ci dirigiamo da un vecchio baffuto conosciuto al mattino, che ci sdogana l’auto e ci dice “ok, go buy tickets, go alat, bye”
Insomma, era tutto pronto, dovevamo semplicemente comprare i biglietti al mattino e poi via, veloci verso Alat.
Torniamo verso il centro e la fame giungeva veloce: kebab rapido accompagnato da una bevanda tipica della Turchia con latte e sale.
Parcheggiamo l’auto sotto l’Hilton in un sotterraneo, 3 manat per dodici ore (ovvero sia 2 euro), ma le guardie ci dicono di non dormire lì a causa del troppo caldo, con piena ragione.
Usciamo, zaino in spalla e ci dirigiamo verso i giardinetti lungo il Mar Caspio, dove però c’è molta polizia, molto movimento e molti locali.
Però da qualche parte è necessario dormire.
Escludiamo i prati, qui non sono utilizzati come in Turchia dove il prato è picnic, the e convivialità: probabilmente a Baku scatta una multa se uno calpesto un prato.
Quindi che fare? Si barboneggia! Decidiamo di dormire sulle panchine del parco, cercando di destar meno sospetti e di non farci svegliar mai dalla polizia.
Dormiamo male, al freddo causa escursione termica notturna e con gente che spesso ci svegliava, ma almeno si chiude occhio.

X° giorno

27/07/2015

Ci si sveglia presto, verso le sette, grazie alla luce del sole appena sorto e ci dirigiamo verso il porto vecchio, per cercare una biglietteria ma nessuno ci da un’indicazione se non generica.
Dopo una mezz’ora troviamo tutto, ma ci dicono che il ticket office apre alle due. Mmmhh, vedremo.
Torniamo a Surakhani e beviamo un thè rigenerante al Nargile Cafè, in attesa delle 11 per chiamare Viktoria.

Ore 11
“Ehi Viktoria, Sono Michel il ragazzo ita…”
“Ehi, muovetevi, comprate biglietti poi andate ad Alat e prendete il ferry boat” (leggere con accento russo, grazie)
Rapida ed efficace.
Prendiamo la macchina di corsa e ci dirigiamo verso il porto vecchio, entriamo dai cancelli e vediamo una fila di macchine con la nostra stessa destinazione: 2 auto del Mongol Charity Rally e 3 auto del Mongol Rally.

other teams

Corro verso il ticket office e trovo il responsabile dei biglietti transcaspici, gli spiego la situazione e conosce tutto alla perfezione.

“Ora dammi passaporti e passaporto macchina, ok?” (accento russo)
“Ecco”
“Aktau, Kazakhstan, giusto?”
“Cheeee?”

Perché mi sta parlando di Aktau? Noi dobbiamo andare a Turkmenbasy!
Il tipo chiama Viktoria.
“Michel ma andate in Kazakhstan, vero?”

“No, come ti ho detto ieri vogliamo andare a Turkmenbasy”
“Oh….mi dispiace, scusami…beh richiamami alle 4 in punto”

Per chi non avesse capito la conversazione faccio un sunto veloce: Viktoria, l’addetta al ticket office, ci ha preso un posto in barca per Aktau, Kazakhstan e non per Turkmenbasy, Turkmenistan.
Che fare?

“Ale io a questo punto andrei ad Aktau, non possiamo rimanere qui bloccati in porto”
“Eh, non saprei cosa fare nemmeno io”

Dal nulla spunta un ragazzo tedesco sulla trentina, che ci dice con tutta calma: “Se avete bisogno di un posto in barca per il Turkmenistan il responsabile è Ismail, parlate con lui, ha l’ufficio all’ingresso del porto”
Corriamo.

Troviamo subito Ismail, gli spieghiamo la situazione e sorride, dicendo che Viktoria è solita compiere questo genere di caos; ci dice di star tranquilli, di preparare i documenti necessari, visto che molto probabilmente saremo partiti al pomeriggio con gli altri viaggiatori “mongoli”.
Gli diamo i passaporti e i documenti dell’auto, aspettiamo dieci minuti e ci invita nel suo ufficio.
“Quindi, 350 dollari per l’auto, 100 a testa per voi e 40 a testa per le mie commissioni, ok?”

630 dollari, se non gli diciamo ok siamo fermi in Azerbaijan.
630 dollari, sperando che almeno il ferry non sia un lurido porta container a pagamento.

Facciamo conoscenza con gli altri ragazzi: un team irlandese, un team americano, un team spagnolo, un auto dei pompieri con una coppia olandese/britannica e il ragazzo di prima, che di lavoro guida caravan inglesi che portano turisti in giro per il mondo, accompagnato da Edda, una ragazza svizzera, e una guida neozelandese.

Andiamo a fare gli ultimi acquisti con i ragazzi americani: acqua, cibo, bibite dolci, per alzare un attimo la glicemia visto le temperature da svenimento.
I ragazzi sono da Boston e stanno facendo il Mongol Rally con una macchina acquistata a Londra per 400 sterline poco prima della partenza; sono gran appassionati di calcio e nel loro viaggio verso la Mongolia andranno a sfidare una squadra di Semey, Kazakhstan, per una partita amichevole.

Alle tre ritorniamo verso l’auto e ci dirigiamo verso l’attracco delle barche e vediamo il nostro traghetto, una nave gigantesca con una fila interminabile di camion pronti a scaricare al suo interno.
Il sole è cocente e si suda, il tempo scorre lentamente e si cerca di rinfrescarsi con dell’acqua (bollente), scambiando due parole con gli altri presenti.
Alessandro si mette a giocare a rugby con i ragazzi irlandesi, che hanno nel sangue la palla ovale, mentre io girovago intorno all’auto chiaccherando con Edda.
Lei è una istruttrice di sci ed è diretta in Kyrgyzstan, dove vive suo fratello e dove da anni va a fasi alterne per fare preparazione sciistica e per istruire i kyrgyzi sullo sci alpino; la chiacchierata scanzonata mi fa capire qualche dettaglio in più sulle tradizioni del popolo kyrgyzo.
Le ore però non sembrano passare mai, il caldo la fa da padrone e i camion sembrano aumentare.
Alle sei non resta più nessun camion, si può passare alla parte più divertente: lo sdoganamento dei passaporti!
Ci mettiamo in fila e aspettiamo un’altra ora per il nostro turno: foto ad entrambi, passaporti vidimati e la guardia azera donna che fa ad Alessandro: “Italiano…bellissimo”.

Ci rimettiamo in auto e dopo un’altra ora possiamo portare l’auto nel ferry: la Atos viene posta nella stiva inferiore, con tutte le auto dirette in Mongolia.
I ragazzi spagnoli, durante l’ingresso nel ferry, sembrano avere un problema indefinito all’auto.
Dopo otto ore di attesa finalmente siamo nel ferry boat diretto a Turkmenbasy, Turkmenistan, e siamo a dir poco felici visto che era uno dei punti cruciali del nostro viaggio: senza ferry boat, niente Asia Centrale, niente Mongolia.
Scendiamo dall’auto con tutti i nostri averi e ci dirigiamo verso i piani superiori, dove un ragazzo turkmeno ci accompagna alla camera: due letti, pulita, un armadio e un bagno, perfetta direi, essenziale.
Ci laviamo velocemente, mangiamo del pesce in scatola e usciamo nella parte scoperta del ferry: chiacchierata con gli spagnoli, così da sfoggiare il mio spagnolo arrugginito, riguardo alle prossime destinazioni e alla situazione della loro auto.
Scattiamo qualche foto a Baku dalla nave, uno spettacolo mozzafiato, tra torri illuminate, bandiere azere gigantesche e giochi di colori in tutta la città; alle undici finalmente si parte.

Destinazione Turkmenbasy, Turkmenistan, Asia Centrale.
Ciao Europa, si va in Asia.

XI° giorno

28/07/2015

Ci svegliamo verso le dieci e mezza in nave, riposati finalmente dopo aver trascorso la nottata precedente in una panchina nel parco al centro di Baku.
Ci alziamo, prepariamo le borse e saliamo verso il centro della nave, da cui poi saremo scesi.
Il ferry inizia l’avvicinamento al porto di Turkmenbasy intorno alle undici e prima di attraccare ci mette quasi due ore, quasi un preambolo dell’eterna giornata che ci si poneva di fronte.

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Durante l’attesa, faccio la conoscenza di un bambino turkmeno tenerissimo, Jacob, proveniente da un’indefinita città del nord al confine con il Kazakhstan; sa pochissime parole in inglese, ma ripete a memoria la storia dell’indipendenza turkmena dall’Unione Sovietica…che sia indottrinamento infantile in uno dei paesi più chiusi e misteriosi al mondo?

Jacob

Poco dopo l’una si attracca e il Dolomiteam 2015 si separa: Alessandro esce dalla barca come pedone, mentre io essendo proprietario ufficiale devo guidare l’auto fuori dal ferry e sdoganarla.

Giornata di Alessandro

Sceso con gli altri pedoni dal ferry, dopo la consueta mezzora di attesa sotto un sole cocente, veniamo catapultati su un vecchio bus sovietico con annessa scorta militare. Aveva l’unico compito di trasportarci alla dogana, cosa in cui fallisce miseramente: l’autista pensa bene di incagliare il catorcio tra i cancelli del porto. Risolti questi problemi non ci resta che affrontare gli uffici doganali. Siamo subito accolti con un “niet computer” “niet angliski”. Risultato: due ore di attesa senza capire nulla, dovevamo solo aspettare. Pian piano la situazione si sblocca: 12 dollari per un timbro e le pratiche possono iniziare! Io,gli spagnoli riusciamo a velocizzare il tutto e ingraziandomi la guardia riesco ad ottenere per primo il fatidico timbro. Con un rapido controllo ai bagagli (parevano molto interessati al mio sacco delle immondizie ripieno di vestiti sporchi) riesco per primo ad uscire dai terribili uffici doganali dopo ben 4 ore. A questo punto non mi resta che attendere l’arrivo di Michel guardandomi sulla TV Turkmena un Italia Brasile di Pallavolo.

Giornata di Michel

Scendo con gli altri guidatori nella stiva e aspetto per un’interminabile ora, mentre i camion del giorno precedente lentamente trasbordano dalla nave.

Salgo in macchina, fa già caldo e mi rimane poco più di un litro d’acqua…iniziamo bene la giornata.
La macchina spagnola davanti a me continua ad avere problemi e quindi viene attaccata con delle corde al camion dei pompieri olandese, uscendo dalla stiva non senza difficoltà.
Scendo dalla nave, finalmente in Asia.

E lentamente inizia il Golgotha.

Siamo fermi nel porto, senza che nessuno ci degni di uno sguardo, passando il tempo a chiacchierare o a dividerci cibo e sigarette.
Dopo una mezz’ora arriva una giovane guardia con un piccolo cocker nero e iniziano a girare intorno alle auto: è il controllo antidroga.
Controllo antidroga con un piccolo cagnolino che non destava timore a nessuno.
Il controllo antidroga passa senza alcun problema.
Dopo una buona mezz’ora sotto il sole, il ragazzo tedesco inizia a dare una controllata all’auto spagnola e capisce il problema: la macchina non ha olio freni dentro.
Lo spagnolo alla guida impallidisce, ringrazia sentitamente, nel mentre scoppia una risata fragorosa tra i presenti.
Giunge finalmente un’altra guardia e dice di seguirlo, per effettuare i pagamenti del trasbordo, una piccola tassa da pagare al comandante della nave per l’utilizzo del ponte in uscita: 12 dollari in tranquillità e si ritorna alle auto.
Dopo una decina di minuti giunge una donnona turkmena addetta ai servizi doganali, ci dice di montare in macchina e di andare agli uffici, per iniziare le pratiche di sdoganamento.
Dopo 3 km di strade all’interno dell’area portuale, giungiamo a questo edificio anonimo, con barriere, guardie, recinzioni e insensatezza.
Parcheggiamo.
La guardia presente alla porta di ingresso fa entrare solo lo spagnolo, lasciando fuori me, con gli irlandesi e gli americani.
Fa sempre più caldo, sono 45 gradi, ho pochissima acqua e il tempo scorre lentamente.
Ho bisogno pure di andare in bagno, ma la guardia dice che non c’è nessun bagno, anzi, c’è, ma io non posso andarci perché non ho ancora sdoganato.
Grazie.
Dopo un’ora la guardia decide di farmi entrare.
Ritrovo tutti i ragazzi della nave, oltre a vari altri passeggeri tra cui tre camionisti ucraini con un evidente passato da boxer negli scantinati di Dnipropetrovsk.
Gli spagnoli, avendo un visto turistico e non di transito, hanno una guida turkmena che parla spagnolo e inizio a chiedergli consiglio sul da farsi.
Mi dice di tenermi in fila sul primo sportello ed aspettare.
Passano due ore chiaramente, perché la precedenza la hanno i passaporti locali.
Al mio turno consegno il passaporto, timbro, compilano due carte a mano (i computer chiaramente c’erano, ma nessun computer funzionava) e mi dicono di andare a pagare in cassa, primo ufficio sulla destra.
Mi danno inoltre una carta con vari spazi per inserire dei pagamenti.
Vado alla cassa e pago 12 dollari, credo per lo sdoganamento della mia persona.
Mi dicono che ora avrei dovuto passare quattro uffici: medico, tasse stradali e due uffici indefiniti.
Vado dal medico, mi fa un timbro in cui indica il pagamento di un dollaro per la disinfestazione dell’auto, cosa che chiaramente mai sarebbe avvenuta.
Mi sposto nel secondo ufficio e trovo un vecchiotto che mi chiede che strada avrei percorso: Turkmenbasy – Ashgabat – Kunya Urgench.
Fa due calcoli, controlla i documenti dell’auto e inserisce due pagamenti da 35 dollari l’uno (transito oltre all’entrata-uscita dal paese) e uno da 73 dollari, una tassa sulla benzina. Bene.
Mi dice inoltre che non potevamo entrare in Uzbekistan da Kunya Urgench perché il confine era chiuso, l’unico passaggio per noi era a Dasoguz.

Passo al terzo ufficio, un uomo baffuto mi guarda, timbra velocemente le carte che gli do e mi dice di andare al quarto ufficio, dove un uomo grassissimo circondato da altre donnone in uniforme, si mette a guardare i documenti, compila carte e fa timbri su quadernoni, annotando tutto ciò che è presente nella documentazione.
Mi dice che ora posso andare in cassa e pagare.
Ritorno alla cassa, facendo il costo dei soldi da dare per questo ladrocinio statalizzato: 144 dollari. Bene, ne ho 145, sono perfetto.
Do tutte le carte e la tipa dello sportello aggiunge 2 dollari di commissioni: le spiego che ho i soldi contati, ma non ne vuole sapere e mi dice che devo trovare il dollaro mancante.
Inoltre, non accetta 20 dollari perché non sono perfettamente integri.
La giornata si fa sfavillante!
Il ragazzo tedesco che ci ha aiutato il giorno precedente mi viene nuovamente in soccorso: scambio 20 euro con 20 dollari (i cambi oramai sono forfettari) e mi regala un dollaro.
Torno, faccio il pagamento, grandi sorrisi.
Ma non è finita, devo fare ancora due uffici.
Nel frattempo faccio conoscenza con una guida turkmena, che parla abbastanza bene italiano e mi aiuta a muovermi in quel marasma di carte e burocrazia.
Nel primo ufficio solito controllo documenti-passaporti, firmo delle carte incomprensibili e vengo mandato ad un secondo ufficio, dove la guardia nemmeno mi considera, parlando al telefono, ridendo e grattandosi la pancia.
Dopo cinque minuti compila altre carte sul mio conto e dice che ora è il turno del controllo auto.
Bene, finalmente.
Controllano l’auto, aprono gli zaini e le scatole con medicinali e cibo; sono incuriositi dalla gopro ma soprattutto dai sacchetti della cuki.
Mi chiedono cosa c’è nel portapacchi, ma il materiale da campeggio non sembra interessargli, quindi mi dicono che va tutto bene.
Il portapacchi con il telo resiste imperterrito.
Arriva un’altra guardia, gli offro una sigaretta e mi dice che è necessario pagare altri 4 manat per uscire dal parcheggio della struttura.
Ma se io son appena arrivato in Turkmenistan, come posso avere moneta locale?
Mi innervosisco, entro nella struttura e ritrovo Alessandro.

Ci dirigiamo assieme all’ufficio del “pagamento parcheggio”, ma veniamo fermati da un’altra guardia che inserisce i nostri dati in un altro archivio.
Avrò il mio nome su almeno 10 archivi turkmeni.
Ci dirigiamo all’ultimo, spero, ufficio.

Una signora con un vestito verde coloratissimo e un copricapo a cilindro tipico del paese, ci dice di pagare i 4 manat.
Le spieghiamo che abbiamo solo euro, ma non ne vuole sapere, o manat o dollari o non usciamo.
Arriva uno dei ragazzi americani, le da tre dollari e le dice che con quei soldi avrebbe dovuto lasciare andare noi e loro: dopo qualche minuto di titubanza, ci sorride e ci lascia andare, dandoci però due fogliettini, uno blu e uno bianco, da consegnare uno all’uscita della struttura, l’altro all’uscita dal porto.

Monto finalmente in macchina, consegno il biglietto blu e una guardia mi fa uscire dal parcheggio della struttura, pagando una mancia di una sigaretta.

Libertà!

Parliamo con gli altri ragazzi usciti anche loro dall’inferno burocratico e decidiamo di fare una carovana di auto in direzione Ashgabat, per poi campeggiare da qualche parte lungo strada tutti assieme.
Dopo una decina di minuti escono anche gli irlandesi, montiamo in macchina e ci dirigiamo tutti verso l’uscita del porto.
Chiaramente all’uscita, i responsabili vogliono altri soldi, ma dopo cinque minuti ci fanno andare, consegnando anche il fogliettino bianco datoci in precedenza.

Si parte!

DCIM103GOPRO

Strada buona, deserto da una parte, rocce granitiche dall’altra.
Alessandro guida per quasi un’oretta assaggiando per la prima volta nella nostra vita il deserto, le sue temperature e i paesaggi lunari.
La carovana si ferma quando il camion dei pompieri accosta e il ragazzo olandese alla guida ci propone di fermarci e campeggiare tutti assieme in un cratere a lato della strada.
Tutti d’accordo ci fermiamo, montiamo le tende e si cerca di riposare, vista la lunga tappa dell’indomani.
Ci si addormenta con il vento del deserto che soffia forte sulle nostre tende, esausti da una giornata insensata, sprecata davanti a centinaia di fogli di carta e timbri doganali che mai nessuna guarderà.

Il primo impatto con il Turkmenistan era forse preventivabile, dato il regime presente nel paese dal crollo dell’Unione Sovietica, che ha si mantenuto il gigante sistema burocratico comunista ma che al tempo stesso ha stravolto la concezione dello stato dando vita ad una religione, un pensiero unico e un culto della personalità pari forse alla sola Corea del Nord oggigiorno.