Diario di viaggio #14 – Gli ultimi due giorni

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Credetemi, non è facile tornare a casa, fermarsi, ragionare e mettere giù parole sensate per raccontare un’esperienza intensa e complessa come il nostro viaggio verso la Mongolia, soprattutto quando non vi è più l’adrenalina e la voglia di scoperta che ci hanno permesso di dormire poco e male, di guidare ore, di camminare per altrettante ore e di raccontarvi in modo (quasi) costante questa nostra avventura.

Sono passati oramai tre mesi dal nostro ritorno in Italia, il ritorno alla nostra normale quotidianità ci ha dato poco tempo per ragionare, raccontare e soprattutto sedimentare il nostro viaggio; ci credete che io e Alessandro ci siamo visti solo un paio di volte dal nostro ritorno?
Oggi, in ampio ritardo, voglio raccontarvi gli ultimi due giorni del nostro progetto “Dolomiteam 2015 – Dalle Dolomiti alla Mongolia”.
Ultimi due giorni, 20 e 21 agosto, dove la nostra Atos ha dato il meglio di sé forse consapevole di avere ancora poche migliaia di chilometri di vita davanti (e fortuna vuole che non ci abbia abbandonato il 20 agosto…probabilmente saremo ancora lì), portandoci ad attraversare paesaggi pieni di vita, natura e libertà.
Iniziamo, per l’ultima volta, il racconto del Dolomiteam 2015.

XXXIV° giorno

La notte nelle colline dell’altipiano mongolo trascorre nella quiete più assoluta, cullati dalla brezza del gelido vento del nord che soffia sulle nostre tende; in lontananza gli ululati dei lupi, le risposte nervose dei cani nelle yurte e qualche nitrito.
Sentiamo inoltre qualche animale curioso girare attorno alle nostre tende: sogno o realtà?
Verso le tre di notte inoltre sento rumori di auto, apro la tenda e vedo un camioncino stile-Wolkswagen che scollina a dieci metri da noi; guidare di notte in quelle non strade? Poi sembriamo noi i folli.
Ci svegliamo intorno alle otto, il verde delle steppe ci circonda e il cielo azzurro ci ricorda per l’ennesima volta il significato di immensità.
Solita routine del risveglio: lavata ai denti, bisogni fisiologici di vario genere, sigaretta del buongiorno, gps acceso, cd nell’autoradio e si parte con Ale alla guida.
Si guida agilmente, lo sterrato è di buona fattura e le lancette del tachimetro raggiungono anche i sessanta chilometri orari, velocità impensabili nei giorni precedenti.
Le piste davanti a noi sono tante, troppe, ma non ci preoccupiamo, dobbiamo semplicemente procedere a est, andare avanti e avanti.
Butto però un occhio al GPS.

“Mmm…siamo a circa 5 chilometri a nord dallo sterrato giusto…come mai?”
“Boh, siamo andati sempre dritti”
“Infatti…beh primo sterrato che troviamo sulla nostra destra lo prendiamo, prima o poi troviamo la strada giusta”
“E così sia…”

Misteri mongoli.
L’unica reale fortuna è che perdersi seriamente è praticamente impossibile: il GPS è salvifico e bene o male le strade portano sempre in una qualche città/insediamento.
Decidiamo quindi di andare avanti lungo lo sterrato intrapreso e dopo una buona mezz’ora sulla nostra destra troviamo un altro sterrato, un po’ sconnesso che punta a sud e decidiamo di prenderlo; un altra ventina di minuti e troviamo la strada maestra indicata dal GPS.
Iniziamo intanto a salire leggermente, la steppa diventa sempre più brulla e definirla deserto non è per nulla improprio.
Si procede, verso nord montagne in lontananza, verso sud la maestosità del Gobi.

“Mmm…camelidi!”

Una dozzina di cammelli allo stato brado in mezzo alla strada, che non appena vedono l’auto scappano impauriti; rallentiamo e ci guardano incuriositi ma a debita distanza.
Inoltre, isolato a qualche metro dalla mandria scorgiamo un cammello albino.
Andiamo avanti e dopo altri chilometri di nulla, notiamo che il paesaggio cambia: alberi, capi di bestiame, erba rigogliosa. Osserviamo con più attenzione e notiamo una gola all’interno del terreno con un fiume che è sinonimo di vita in queste zone.
Siamo nei pressi di Guulin, primo insediamento dopo almeno due ore e più di strada.
Vediamo lato strada una pastorella a cavallo e le chiediamo la strada per Guulin, lei sorride e alza in braccio verso est.
Superiamo un centinaio di capre e pecore impaurite dalla nostra auto e giungiamo a Guulin, attraversiamo il centro del villaggio e chiediamo a una ragazzina se ci fosse un cafè o qualcosa di simile in zona; lei capisce e ci fa segno di seguirla.
Seguiamo la ragazzina, superiamo un (veramente bel) campo da basket e giungiamo in un negozietto, gestito dalla nonna della bimba.
Compriamo del succo, un’aranciata, dei dolcetti e delle sigarette, spendendo abbastanza ma è comprensibile: questo villaggio è lontano ore ed ore da ogni grande centro abitato e il costo della vita per i “turisti” è giustamente alto rispetto alle città normali (quali?) della Mongolia.
Ringraziamo, usciamo e dei ragazzi del posto ci vengono incontro: vestiti all’occidentale, pantaloni larghi, canotte da basket e giubottoni, con tatuaggi veramente tamarri (passatemi il termine) sulle braccia.
Offro loro un po’ di sigarette, facciamo due chiacchiere o più verosimilmente gesticoliamo; per salutarci loro provano a venderci della vodka, che tengono nascosta sotto i giubbotti, a prezzi veramente improponibili.
Li ringraziamo ma desistiamo dal comprare il distillato di patate…guidare in quei posti ubriachi di vodka?
Si riparte in direzione sudest.
Guulin avrà poco meno di 1000 abitanti, dista ore di distanza da qualsiasi altro centro abitato e durante l’inverno resta sicuramente isolata a causa della neve e del ghiaccio. Notiamo appena fuori città dei container, probabilmente usati durante il rigido inverno per stipare il cibo, i medicinali e tutto l’occorrente per garantire la vita a questo piccolo e isolato villaggio.
Iniziamo a letteralmente scalare una collina e lo sterrato diventa pura roccia; auto ancora non pervenute.
Procediamo nuovamente lungo un altipiano sui 2000 metri d’altezza e per oltre un’ora non vediamo nessuna presenza umana, non scorgiamo nemmeno delle yurte in lontananza.
Si torna a salire e a lato strada ci sono dei complessi rocciosi di granito che ci accompagnano per una decina di chilometri, mentre la pista che percorriamo torna ad essere tendenzialmente sabbiosa.
Finalmente, dopo quasi cinque ore di marcia, vediamo a qualche chilometro di distanza davanti a noi un’auto, uno dei soliti camioncini!
Sembrerà strano a crederci, ma eravamo finalmente felici di vedere un essere umano con un automezzo dopo chilometri e chilometri di solitudine; il tipo alla guida passa di fianco a noi, saluta con sorriso a trentadue denti e se ne va, direzione ovest verso Guulin.
Procediamo nell’altipiano, c’è un dislivello lento ma costante per una decina di chilometri fino a quando si scollina nuovamente e iniziamo a percorrere una vero e proprio prato gigantesco, erba a destra e sinistra, l’unico colore di tonalità diversa dal verde dell’erba è la doppia pista in terra che attraversiamo, oltre al blu intenso del cielo.
Cielo e prati, sterrati che ormai ci sembrano facili da percorrere ma in realtà sono tutto fuorché praticabili, sigarette e il portapacchi che continua a far rumori fastidiosissimi.
Ogni tanto controlliamo da dentro l’auto la condizione dei ganci del portapacchi e la situazione è peggio del giorno prima: due sono oramai staccati, uno sta per rompersi e uno è semi-integro. Che fare? Resistere, soprattutto al fastidio costante del tremolio metallico sopra le nostre teste.
Giungiamo attorno alle tre del pomeriggio a Buutsagaan, un altro insediamento di poche migliaia di abitanti ai piedi di montagne di roccia, che ci sembra un po’ più moderno di Guulin.
Passiamo per il paese, c’è un tempietto buddista, un edificio di notevoli dimensione che sembra una scuola e decine di container appena fuori dal paese, che mi fanno venire in mente i container presenti nei documentari riguardanti luoghi inospitali come Artide/Antartide.
Come a Guulin, anche qui i contatti durante l’inverno sono probabilmente impossibili: metri di neve, temperature che scenderanno a 30-40 gradi sotto zero e strade impraticabili.
Scusate, le strade sono già di loro impraticabili, non oso immaginare durante il gelo invernale.
Superiamo Buutsagaan e inizia il momento forse più complesso della giornata; salendo verso le montagne dietro il villaggio entriamo in una valle che durante l’attraversamento definimmo “La valle delle rocce”.
Rocce ovunque, sia nella “strada” sia nel paesaggio ai nostri lati, dove spiccano delle spettacolari rocce a forma di cono rovesciato di colore scuro totalmente lisce e levigate dal vento, un’atmosfera da documentario che ci fa rendere conto della fortuna immensa che stiamo avendo nell’attraversare quei luoghi.
Oltre alla bellezza, c’è una questione però particolarmente spinosa: la strada!
La strada fa veramente schifo.
Sali e scendi costanti, rocce appuntite, rocce levigate, buche, curve da velodromo di roccia liscia che fanno andare la macchina in direzione opposta e in tutto questo, giustamente, c’è anche molta sabbia.
La strada dopo una ventina di minuti tende a salire e mi arrampico, non senza fatica, su un crostone di roccia che definire pista/sterrato è un insulto.
La Atos però come sempre è dura da abbattere e supera la collina rocciosa.
E’ ora però di fermarsi e prendere una decisione dura ma necessaria: dobbiamo togliere il portapacchi.
Oramai tre dei quattro ganci sono saltati, c’è il rischio reale che tutte le sollecitazioni del terreno facciano rompere anche il quarto gancio, trovandoci il portapacchi dentro il vetro dell’auto.
Bisogna toglierlo.
Perdiamo quindi circa una mezz’ora a togliere tutti i nostri averi dal portapacchi, ricaricarli in auto, per infine rompere l’ultimo gancio e abbandonare il portapacchi lato strada, confidando che qualcuno possa recuperarlo trovandoci comunque a pochi chilometri da un centro abitato.
Ci rimettiamo in marcia e finalmente riusciamo a parlare senza sentire le continue sollecitazioni del portapacchi sui ganci, che provocavano un fastidio enorme che è veramente poco utile alla lucidità necessaria per guidare in quei luoghi.
La Atos è molto leggera e si guida che è un piacere.
Per una ventina di chilometri lo sterrato tende a scendere verso fondo valle e capiamo che finalmente ci stiamo avvicinando al famoso ponte della strada nord di cui ci avevano parlato nei giorni precedenti!
Ed eccolo lì, in lontananza, la nostra salvezza, il ponte sul fiume Baidrag!
Lo attraversiamo, soddisfatti come non mai e proseguiamo verso est, attraversando le piste all’interno di un letto di un fiume, che d’inverno porta l’acqua dai ghiacciai dei monte Khangai fino al Baidrag.
Il letto è largo una trentina di metri e durante il disgelo è chiaro che qui senza una jeep o simili passare è praticamente impossibile.
Procediamo e verso le sei e mezza del pomeriggio arriviamo al terzo e ultimo villaggio del giorno, Bumbugur, molto simile a Buutsagaan per i colori e la posizione.
Percorriamo il villaggio, risaliamo nuovamente verso una collina e notiamo la presenza di una strana palla, un radar gigantesco di colore bianco in una struttura arancione sulla cima di una montagna.
Scopriamo dopo essere un radar di sorveglianza a singolo impulso, di produzione spagnola, che serve per il miglioramento dei servizi aeronautici interni alla Mongolia.

Per saperne di più:
http://english.summit.mn/content/12759.shtml

L’ingegneria non è il mio forte.
Di nuovo altipiano, di nuovo erba, stanchezza eterna e ancora molti chilometri per arrivare a Bayankhongor, ma dobbiamo procedere fino a quando c’è luce.
Le piste davanti a noi sono decine, alcune buone, altre pessime, ma la Atos non accusa colpi e dopo circa un’ora da Bumbugur arriviamo a ricongiungerci con la Altai – Bayankhongor sud, la strada che ci avevano consigliato ma con il malus del guado trainati dal camion che ci incuteva particolare timore.
Proseguiamo, il sole sta lentamente calando ma non è per nulla comodo sostare lì, visto che l’intera steppa sembra una continua pista.
Vediamo più auto in un’ora che in tutti gli ultimi due giorni e capiamo che questo snodo è il principale a livello stradale per il centro-sud della Mongolia.
Sopraggiunge il buio e decidiamo di fermarci lato strada, tra una pista e l’altra, incrociando le dita che non succeda nulla durante la notte.
Vicino a noi c’è un cafè con parcheggiate auto, camion e camioncini con a bordo animali che si lamentano, mentre sentiamo anche diversi ululati in lontananza.
Piantiamo le tende sulla sabbia, mangiamo dei noodles istantanei e decidiamo a nemmeno le dieci di sera di buttarci a dormire.
La giornata è stata eterna, abbiamo scollinato decine di volte e attraversato paesaggi totalmente differenti tra loro; probabilmente il giorno prima ad Altai, il meccanico facendo il gesto delle onde non voleva indicarci la presenza di ondine sul tracciato, ma voleva metterci in guardia sui continui scollinamenti.
In un giorno abbiamo attraversato il deserto, dei prati immensi, un letto di un fiume e vere e proprie rocce: il riposo era ben più che meritato.
Domani ultimi giorno, Bayankhongor – Ulan Bator.
Ci siamo quasi. 700 km separano il Dolomiteam 2015 dalla meta.
Siamo pronti.

XXXV° giorno – Arrivo a Ulan Bator

Ci svegliamo verso le sette del mattino, classica routine post sveglia e mi metto alla guida.
Siamo a circa 50 chilometri da Bayankhongor, poca benzina ma ci dovrebbe bastare per arrivare alla capitale della regione.
Appena dopo il cafè troviamo un ponte di legno, vietato all’attraversamento dei camion, che è particolarmente precario come condizioni; anzi, definirlo stabile è praticamente un eufemismo.
Superiamo il ponte pericolante e iniziamo il nostro solito sali e scendi mongolo, su strade che sinceramente credevamo migliori.
Piste ovunque, buche e ondine continue che sottolineano quanto sia trafficato l’accesso alla città.
Dopo un’ora e mezza giungiamo a Bayankhongor: città di circa ventimila abitanti, simile a Khovd e Altai per il suo senso di modernità, presenta un grande tempio buddista su un altura vicina e notiamo che probabilmente vi è un qualche museo dei dinosauri, segnalato a più riprese nelle strade cittadine.
Decidiamo di far benzina.
Prima pompa di benzina chiusa.
Seconda pompa di benzina chiusa.
Alla terza riusciamo finalmente a far benzina, ma vediamo il benzinaio che accende un generatore prima di farcela; che ci sia qualche problema?
Arriviamo in centro, i semafori sembrano non funzionare ma la guida tende ad essere abbastanza ordinata.
Cerchiamo qualcosa da mangiare ma sembra tutto chiuso…che sta succedendo?
Vedo un ristorante coreano e suggerisco ad Ale di fermarci, visto che la cucina coreana dal mio punto di vista è una, se non la miglior cucina dell’Asia Orientale.
Entriamo ma sembra non esserci nessuno.
Usciamo, facciamo due passi e andiamo in un ristorante a poche decine di metri, dove un anziano ci fa capire che il suo ristorante è chiuso perché non c’è elettricità in tutta la città, ma che il ristorante coreano è aperto, così ci fidiamo.
Torniamo al coreano ed effettivamente è aperto, anche se non c’è una luce accesa.
Troviamo dentro al ristorante tre turisti giapponesi, ci salutiamo, ci chiedono il perché della nostra presenza in un posto così lontano come Bayankhongor, quindi troviamo occasione di raccontar loro il nostro viaggio e rimangono realmente entusiasti.
Al che chiedo loro se ci fosse una sorta di black-out in tutta la città e il signore giapponese mi dice che si, era in corso un black-out cittadino che sarebbe durato per l’intera giornata ma non c’era da preoccuparsi, potevamo mangiare nel locale senza alcun problema.
Ci sediamo, ordiniamo cibo per un esercito e ci prendiamo un’ora e mezza di tempo per mangiare e riposare.
Finito di mangiare ordiniamo un caffè e qui avviene un episodio meraviglioso: la cameriera dice ad Alessandro che il caffè non si può fare visto che manca l’elettricità per scaldare l’acqua nel boiler, Alessandro prova a spiegarle che se sono riusciti a scaldare la zuppa per il pranzo possono scaldare l’acqua via gas e non via elettricità ma questa cosa rimane incomprensibile alla cameriera, che ci ostina a non volerci fare il caffè.
Sembrerà strano a voi, ma in Asia Orientale le cose funzionano così: c’è un solo modo per agire, non ci sono vie alternative; episodi di questo genere mi capitarono a bizzeffe in Cina e ci capiterà anche anche tre giorni dopo a Ulan Bator, quando ordinammo della maionese per delle patate fritte ma ci risposero che per le patate fritte la maionese non c’è, ma per l’insalata si. Meraviglioso.

Torniamo a noi.
Senza caffè, senza elettricità, ma con la pancia piena ci rimettiamo in moto e torno alla guida.
Usciamo dalla città e seguiamo le indicazioni per Ulan Bator, che dista 642 chilometri.
Strada asfaltata, pavimentazione perfetta…sogno o son desto?
Si viaggia che è un piacere, quando a circa 5 chilometri dalla città troviamo un muro di terra sbarrare la strada…per quale motivo?
Non sappiamo cosa fare. Possiamo passare? Dobbiamo fare ancora sterrato?
La soluzione ce la dà una jeep, che sale sopra il muro di terra e avanza indisturbata; la seguiamo, superiamo il solco creato dalla jeep rischiando di impiantarci e proseguiamo, ma troviamo un altro muro di terra e un altro ancora, che superiamo entrambi percorrendo un breve tratto in sterrato lato strada.
Dopo queste muraglie di terra senza senso, torniamo nell’asfalto e arriviamo ad un posto di blocco, dove la polizia non ci degna nemmeno di uno sguardo. Proseguiamo.
La strada è meravigliosa, voliamo anche a più di 100 chilometri orari in una strada che attraversa vallate e altipiani, interrotti da mandrie di ovini e bellissime yurte a pochi centinaia di metri dalla strada.
Il tempo, beati noi, è come sempre dalla nostra parte.
A circa una cinquantina di chilometri da Arvaikheer notiamo nuvole scure in avvicinamento, inizia a piovere leggermente ma smette dopo dieci minuti, pericolo scampato.
Entriamo così ad Arvaikheer, accolti da un imponente arco e da un anch’esso imponente monastero buddista sulla nostra sinistra; la città riflette il passato comunista della Mongolia a livello architettonico, con palazzoni popolari in centro città.
Ci fermiamo e parcheggiamo per bere un caffè; scesi dall’auto un signore mongolo con un inglese decente ci chiede cosa facciamo lì, gli spieghiamo il nostro viaggio, ci fa i complimenti e ci consiglia di andare a bere qualcosa nel pub a fianco del suo hotel, cioè a venti metri sulla nostra destra.
Entriamo e ci sono due ragazze che giocano sul cellulare, ci sediamo e ordiniamo due caffè; leggendo il menù e visti i prezzi mi era venuta una gran voglia di bere una birra fresca, ma era il caso di bere velocemente il caffè e ripartire per Ulan Bator, distante ancora 400 chilometri.
Ale alla guida e si riparte.
Usciamo da Arvaikheer e il cielo è clemente, niente nuvole, bel sole, bel tempo, buona temperatura e steppe dolci; le yurte sono frequenti, ci sono stagni, acquitrini e ruscelli, il paesaggio è ben più rigoglioso rispetto a quello a cui eravamo abituati nei giorni precedenti.
Attraversiamo veri e propri centri abitanti, il traffico è più frequente e ci sembra, dal nulla, di essere ritorni in una sorta di modernità che non credevamo possibile in Mongolia.
Troviamo per strada persino una zona turistica, dove si possono fare escursioni con i cammelli e vi sono anche degli alberghi.
Procediamo e arriviamo a Erdenasant, dove la polizia ferma auto in continuazione e fa alcoltest; noi veniamo come al solito (non) notati e non ci fanno nessun cenno di stop.
Lentamente cala il sole e vediamo, per la prima volta in tutto il paese veri e propri terrazzamenti agricoli scavati sulle montagne; a lato della strada campi e campi di fiori che paiono mimose ma non sappiamo nemmeno oggi cosa siano (e non abbiamo nemmeno testimonianze fotografiche visto il buio).
E’ buio pesto, sono oramai le dieci di sera, siamo a una sessantina di chilometri da Ulan Bator e iniziamo a vedere vero e proprio traffico, cafè a lato strada e dopo qualche chilometro entriamo in una strada a due corsie per senso di marcia, dove paghiamo un vero e proprio pedaggio: ci siamo, siamo quasi arrivati.
Entriamo nella periferia della città, palazzi in stile sovietico ci accolgono, mentre l’autostrada procede in sali e scendi costanti.
Ed ecco, in lontananza, le luci della città, i palazzi, i colori delle insegne, il traffico.
Ulan Bator, eccoci.
Abbiamo passato il cartello della capitale della Mongolia, siamo arrivati!
Ora però bisogna giungere all’ostello, mica possiamo distruggere l’auto nella congestione urbana della principale città mongola?
Sarebbe un arrivo abbastanza inglorioso.
Clacson, semafori, gente che taglia la strada, ragazzi e ragazze vestiti alla moda, tacchi, gonne, ma siamo realmente nella stessa Mongolia di Khovd e Altai?
Molte macchine ci suonano e ci salutano dopo aver visto il percorso disegnato sulla nostra fiammante Atos.
Siamo felicissimi, quasi le lacrime agli occhi.
Ale è partito e io sono arrivato a destinazione.
Girovaghiamo in cerca del nostro ostello che è posto nei pressi di un importante monastero buddista nella città vecchia.
Arriviamo, parcheggiamo, entro nell’ostello dove ci sono solo stranieri e il ragazzo della reception ci apre il cancello per parcheggiare in sicurezza l’auto.
Spegniamo il motore.

Il contachilometri dice 13110 chilometri, da Feltre a Ulan Bator.

15 stati, tra Balcani, Anatolia, Caucaso e Asia Centrale.
Saltando il Tajikistan e il Pamir, argh.

18 siti UNESCO visitati o attraversati, 6 saltati causa tempi e percorso (ex. Tajikistan), 1 in più attraversato (i monti del Tian Shan)

Persone incontrate? Tante
Cibo mangiato? Tanto
Ore di sonno perse? Troppe
Stanchezza? Infinita
Pericoli? Pochi
Incidenti? Rischiati 3, reali 0
Energia e voglia di scoprire, conoscere, vivere? A palate

Siamo consapevoli di aver fatto qualcosa di complesso, dall’organizzazione al viaggio in sé e ci teniamo a ringraziare tutti coloro che ci han dato una mano a realizzare questo progetto meraviglioso.
Magari non tutto è venuto al meglio, ma il fondamento del progetto, cioè percorrere in auto la strada Feltre-Ulan Bator visitando i siti UNESCO è stato fatto.
Ringraziamo tutti coloro che ci hanno seguiti, ora pazientate ancora (so che avete pazientato tantissimo ma la vita reale ci obbliga ad occuparci di altro dopo due anni di fatiche ed energie spese sul progetto) e vedrete che tra la primavera e l’estate avrete foto esclusive, video, incontri, progetti e ancora.

Grazie a tutti

Michel e Alessandro

Diario di viaggio #13

                         La strada per Altai

XXXII° giorno

Ci svegliamo attorno alle otto del mattino ben riposati e pronti per affrontare la lunga giornata di viaggio davanti a noi.
Smontiamo le tende, carichiamo i nostri averi nella Atos, ci laviamo i denti e partiamo, io alla guida.
Salutiamo da lontano i proprietari della “tavola calda” dove abbiamo cenato la sera precedente e ci avviamo.
Appena prima di entrare nello sterrato principale che segue il pendio roccioso della montagna vediamo sfrecciare davanti a noi un auto del Mongol Rally.

“Certo che viaggiano eh…con quella macchinetta poi”
“Altro che noi”

Percorriamo cinque chilometri lungo il monte roccioso sulla nostra sinistra, addentrandoci in una valle spoglia con poca vegetazione, terra bruciata e roccia ovunque.

“Mer*a, dove sono i miei occhiali da sole?”
“Li avrai dentro nella tenda, te li sarai dimenticati lì stanotte”

Senza occhiali della Dolpi non posso andare avanti.
Apriamo la mia tenda ma dentro non troviamo nulla, apriamo il sacco a pelo, idem, non si trovano.
Che mi siano caduti per terra mentre mi lavavo i denti?
Ritorniamo in una decina di minuti al luogo del campeggio e vedo per terra in mezzo alla ghiaia i miei occhiali nella loro custodia nera, fortunatamente intatti.
Ripartiamo e percorriamo velocemente la valle rocciosa, prima di girare verso sudest per prendere una valle più verde, dove arbusti e alta erba la fanno da padrone.
Lo sterrato è abbastanza impercorribile, la macchina delle volte sembra decollare quando prendiamo il sasso o la buca sbagliata, ma resiste imperterrita e continua il suo percorso.
La valle attorno a noi è veramente desolata e selvaggia: piste sterrate nei prati, pochi insediamenti umani per lo più abbandonati e pochissimi animali.

Vediamo davanti a noi una collina che dobbiamo letteralmente scalare e nel mentre della nostra ascesa scende a tutta velocità un autobus (non un camioncino, un vero e proprio autobus!) che si lancia lungo il pendio della collina, lasciando dietro di lui e quindi davanti a noi una nebbia di polvere e sabbia che aumenta la difficoltà della nostra guida in mezzo a quell’eterno nulla.
Superiamo la collina e vediamo davanti a noi in lontananza verso est e sudest delle montagne: Khovd, importante città della Mongolia e nostra prima tappa giornaliera, era dietro quelle montagne.
Il GPS però ci indica che avremo dovuto attraversare un vero e proprio fiume…beh ci sarà il ponte no? Il ragazzo mongolo della sera prima ci aveva detto che sulla sinistra lungo la strada verso Khovd avremo trovato un ponte, quindi non ci preoccupiamo.
Andiamo avanti, tra sabbia, polvere e sassi e finalmente giungiamo al ponte…che c’è si, ma è crollato!
Davanti a noi il ponte a metà, il fiume non particolarmente largo ma sicuramente abbastanza profondo per crearci difficoltà, qualche mucca e una yurta in lontananza.
Che fare quindi?
Per prima cosa torniamo indietro e vediamo se ci sono altre possibilità di attraversamento seguendo le diverse piste, ma questa opzione va subito a vuoto.
Poi io e Ale ci dividiamo per vedere se c’erano attraversamenti più sicuri per la nostra auto, ma non troviamo niente se non un guado, l’unico vero passaggio per l’altra sponda.


Che fare? Bisogna guadare.
O si guada o siamo fermi.


Ci dirigiamo a piedi verso il fiume, Ale entra in acqua e l’acqua arriva sopra le sue ginocchia…di certo non è bassa e la corrente è tutto fuorché lenta.
Ma bisogna andare avanti.
Ale attraversare il fiume a piedi, io parto,
accelero, accelero, accelero e supero il guado, cercando di percorrere la zona meno profonda del fiume.
La macchina risalendo dal fiume si inchioda, il terriccio è bagnato e le ruote slittano, così Ale da fuori dà una spinta alla Atos che riesce a tornare finalmente a riva.
Ce l’abbiamo fatta!
Per evitare che i freni bagnati si blocchino ci rimettiamo subito in marcia.
Una sigaretta della vittoria è d’obbligo, abbiamo appena superato il momento forse più difficile del viaggio, un guado profondo e pericoloso, ma ce l’abbiamo fatta!

Continuiamo il nostro percorso attraverso la valle dall’erba alta in direzione Khovd e dopo una quindicina di minuti vediamo davanti a noi una macchina del Mongol Rally ferma, con una ruota giù.
Era la stessa macchina che ci era sfrecciata davanti al mattino!
Ci fermiamo.

Due ragazze, una britannica e una neozelandese, assieme a due ragazzi, un britannico e un americano, tutti nostri coetanei più o meno.
Gli chiediamo cos’è successo: braccetto dello sterzo andato.
Cosa fare?
Nel mentre giunge anche un auto di locali, che danno un occhio all’auto e suggeriscono di chiamare il carro attrezzi.

Un carro attrezzi da Khovd (circa un’ora e mezza di distanza) per soccorrere un auto straniera via chiamata telefonica? Suggerisco ai ragazzi che è una follia.
Mi propongo di portar due di loro fino a Khovd, da dove avrebbero potuto trovare direttamente un carro attrezzi o trovare qualcuno del Mongol Rally (anche dell’organizzazione) disposto a dar loro una mano.
Ripartiamo, io e Ale con la ragazza inglese e il ragazzo americano.
La tipa, di cui non ricordiamo il nome, studia relazioni internazionali a L
ondra, mentre il ragazzo veniva da un luogo nei pressi di Newark, nel New Jersey, ma era assai evasivo sulla sua vita.
Ci raccontano di aver fatto l’Iran e di esserne rimasti totalmente incantati (invidia) e di aver fatto anche il Pamir via Wakhan Valley ma di aver avuto anche un sacco di problemi con l’auto in seguito, in ultima il braccetto dello sterzo.


Poi faccio la domanda da un milione di dollari.

“Avete avuto problemi con il guado? Cavolo non è stato facile…”
“Guado??? Ma c’era il ponte!”
“Eh??? Ponte? Quale ponte?”

“Eh si, c’era un ponte una decina di chilometri prima…”
“Bene…merd*!”


Dopo un’ora di strada, tra una collina e l’altra, impolverati dalla testa ai piedi, arriviamo al passo prima di Khovd, che è posto in un’insenatura tra due montagne di roccia rossa.
Arrivati al passo inizia una ripida discesa che ci porta in una ventina di minuti a Khovd.
La città è attraversata da un fiume e fiume in questi luoghi è sinonimo di vita: c’è verde ovunque, i bambini giocano lungo le rive del fiume, mentre le donne e le ragazze sono intente a lavare e
a stendere i panni.
Entriamo in città attraversando un lungo ponte e vediamo sulla nostra destra, immerse in un verde rigoglioso, cinque macchine del Mongol Rally nei pressi di una yurta con scritto “Mongol Rally Auto-Service”.
Prendiamo una strada sulla sinistra per dirigerci all’auto service e veniamo affiancati da un auto targata Italia: sono romani, devono arrivare a Ulan Bator in tre giorni perché poi devono prendere l’aereo e tornare in Italia.
Ma l’auto? “Le diamo fuoco, togliamo la targa e ce ne andiamo”
Augurando loro buona fortuna, ci dirigiamo verso l’auto service, parcheggio e smonto.
Vedo molta gente già vista durante il nostro viaggio: i ragazzi austriaci incontrati prima di Ayagoz, gli olandesi del guado del giorno prima, l’australiano del confine.
Salutiamo i due ragazzi augurando loro buona fortuna e ripartiamo.
E’ ora di pranzo, abbiamo fame, tanta, troppa fame.
Ci fermiamo in un posto che sembra abbastanza moderno, quindi presumibilmente ottimo per il wi-fi, ma ci dicono che non lo hanno e ci consigliano di andare in un hotel a un centinaio di metri da lì.
Entriamo in questo hotel con ristorante, ci sediamo e ordiniamo subito da mangiare: carne, noodles, verdure, zuppa.
Il wi-fi? C’è certo, ma non funziona.
Attorno a noi c’è un tavolo di mandriani con due vecchi ultra settantenni che bevono vodka come se fosse acqua e capiamo che sono i due boss della tavolata; in tavola c’è un vitello intero, circondato da frutta, verdura e cibo di qualsiasi genere.

Mangiamo tanto come al solito, spendendo anche troppo per i nostri standard (otto euro a testa) e ci rimettiamo in moto.
Dobbiamo però prendere acqua, pit-stop in un supermercato per l’acquisto del trittico acqua-sigarette-dolcetti schifosi.
Ehm…bisogni fisiologici impellenti per entrambi, dobbiamo trovare un posto decente con dei bagni.
Dirigendoci verso l’uscita dalla città notiamo un hotel abbastanza lussuoso e decidiamo di fermarci.
Pausa caffè più bagno, inoltre riusciamo finalmente a trovare un wifi funzionante per rassicurare casa!
Ore cinque, è ora di rimettersi in moto sul serio.
Usciamo da Khovd e percorriamo una lunga strada asfaltata di pregevole fattura, probabilmente compiuta dai cinesi visto la vicinanza della Repubblica Popolare Cinese e visto soprattutto la massiccia presenza di camion con targa cinese lungo strada.
Percorriamo questa ampia valle circondata da alte montagne talvolta innevate, dove la vita è ben più presente rispetto alle valli percorse in mattinata: prati, molta acqua, yurte, bestiame, vediamo transitare persino una decina di auto.
Tra una chiacchiera e l’altra in un paio d’ore giungiamo a Darvi, il check point prefissato, percorrendo una ventina di chilometri lungo un tipico sterrato da “lavori in corso” che vedeva vari scavatori e altre macchine da movimento terra.
Per prima cosa facciamo un pieno di benzina e chiediamo ai locali se potevano consigliarci un luogo dove passare la notte; ci indicano di andare in centro città e trovare l’unico albergo presente, dove avremo potuto dormire per 20 euro a testa. Cosa? Cifre alquanto esagerate per queste zone.
Entriamo a Darvi: la “città” ha poco più di 5 mila abitanti ma è un centro importantissimo nella tratta Khovd-Altai, infatti vediamo solamente negozi di alimentari, uno dietro l’altro.
Ale decide di andare alla ricerca dell’albergo, mentre io lo aspetto, comprando qualcosa da sgranocchiare e le solite sigarette scaccia pensieri.
Dopo un quarto d’ora torna Ale: ha contrattato per 5 euro a testa, partendo da 20, non male!
Arriviamo all’albergo, paghiamo e ci trasferiamo nella nostra stanza.
Chiediamo a delle bambine (figlie dei proprietari che erano le tuttofare dell’albergo) dove fosse il bagno…chiaramente il bagno è all’esterno, che domande facciamo?
Ma invece, se volessimo fare una doccia? Capiamo che se vogliamo lavarci dobbiamo riempire dei secchi di acqua, scaldarli e poi lavarci, alla vecchia maniera.
Ma le forze sono esigue e decidiamo di lavarci “dopo”, quell’indefinito e lontano “dopo” che si tramuta sempre in mai.
Mentre Ale riposa io mi metto all’entrata dell’albergo, fumo una sigaretta e guardo il sopraggiungere della notte.
In una panchina c’è seduto un ragazzo che ascolta della strana musica dance dal telefono, lo guardo ma non sembra molto socievole.
Ad un certo punto però il ragazzo fa partire dal suo cellulare “Primavera” di Pupo, lo guardo attonito ed esclamo “Pupo!”, al che lui mi guarda, sorride e mi dice “Pupo Pupo Itali!”

Fumo un’altra sigaretta mentre il cane dell’albergo, un gigante pastore, scodinzola e cerca l’attenzione di tutti i pochi presenti.
Un ragazzo mi chiede da dove fossi, gli dico che sono italiano e per semplice curiosità gli chiedo se parla
sse cinese: risposta affermativa! Posso finalmente usufruire dei miei studi linguistici in questo viaggio.
Mi dice di essere da Ulan Bator e mi dice che lavora da ben cinque anni in una ditta cinese che costruisce strade in Mongolia; gli faccio altre domande riguardo alla presenza cinese nel paese e mi dice che nel campo energetico ed economico ormai la Mongolia dipende dalla Cina,
che ha sostituito la Russia come principale partner commerciale ed economico del paese.
Gli chiedo inoltre qualche informazione sulla strada per Altai, ma dice che la strada non è proprio il massimo, tutt’altro.
Lo ringrazio per la breve chiacchierata e lo saluto.
Torn
o in camera, io e Ale chiacchieriamo fino a quando non ci si addormenta, esausti.
La Mongolia ci sta provando molto a livello di energie, ma c’è in noi la consapevolezza di star vivendo e vedendo qualcosa che rimarrà per sempre dentro di noi.
Paesaggi, persone, strade, situazioni che sono aldilà del nostro ordinario.
Si dorme, l’indomani si punta ad Altai.

XXIII° giorno

Ci svegliamo attorno alle otto, ci risciacquiamo velocemente in un lavabo e montiamo in auto, destinazione Altai.

Acqua, cibo da sgranocchiare, sigarette, occhiali da sole, musica, tutto pronto.
Usciamo da Darvi e rientriamo nello sterrato principale, un terriccio pressato pronto per essere asfaltato.
Per una ventina di chilometri percorriamo questo terriccio che ogni tanto presenta dei veri e propri muri di terra che ci impediscono il procedere, quindi ogni volta che troviamo queste barriere di terra dobbiamo uscire dalla “principale”, prendere una pista e ricollegarci in seguito alla principale.
Dopo una buona mezz’ora termina la pista dei lavori in corso e siamo di nuovo nel nulla.

Intorno a noi prati spogli, terra e poca erba; davanti a noi piste, piste e piste.
Non ci sono nemmeno monti in lontananza.
Siamo nel nord del deserto del Gobi: paesaggio desertico, desolato, senza forme di vita.
Le piste di sterrato sono tutto fuorché buone e le sospensioni della nostra Atos sono messe a dura prova, come sono messe a dura prova le nostre teste, che sopportano a fatica il rumore continuo e assordante all’interno dell’auto causato dalle continue vibrazioni delle ondine.

E’ però un’emozione indescrivibile: siamo in mezzo al nulla, io e Ale, con una macchina che dovrebbe percorrere tutte le strade del mondo, escluse queste.
La vista di cieli blu coperti di nuvole e il sole splendente spezzano la vista di questo paesaggio che ci dà la sensazione tipica del sublime letterario, ovvero davanti a noi c’è si qualcosa di bello esteticamente, ma è una bellezza violenta, dove la vastità e l’immensità sono implacabili ed indomabili.
Questo sublime si esemplifica perfettamente in un episodio durante il nostro tragitto: mentre attraversiamo una delle decine di piste davanti a noi, vediamo sul lato della strada una carcassa di un cammello con posata sopra un’aquila che fiera e implacabile si avventa sul cadavere del camelide. Attorno a questa rappresentazione di vita e morte, vi sono montagne in lontananza, nuvole e soprattutto deserto, senza fine, senza tregua.
Ogni tanto ci attraversano la strada dei cammelli allo stato brado e mandrie di capre e pecore appartenenti ai nomadi delle (poche) yurte che vediamo distanti comunque moltissimi chilometri dalla strada.
Continuiamo la strada che sembra non aver termine, fino a quando giungiamo a un bivio, da dove riiniziano i lavori in corso.
Al centro di questa collina da dove iniziano i lavori vi sono una pompa di benzina, una cosa simile a un cafè o tavola calda e qualche abitazione mobile, probabilmente della gente che lavora nei cantieri del movimento terra.
Un cartello ci indica di continuare verso nord, girare attorno alla collina per poi riprendere la strada principale che qui si interrompe.
C’è più vita e più traffico rispetto a prima: jeep, camioncini
e anche qualche moto diretta non si sa bene dove, visto che la città più vicina, Altai, dista oltre cento chilometri.
Le piste sono dei disastrati percorsi in mezzo al deserto, tra salti, buche, sassi e continui sali e scendi.
In lontananza inoltre vediamo nuvole scure cariche di pioggia ma
quello che ci preoccupa in realtà non è molto lontano da noi: vi sono in mezzo al deserto delle piccole trombe d’aria che sono veramente poco rassicuranti e in lontananza, a circa una ventina di chilometri verso Altai vi è un cumulo di nuvole e vento che sembra un vero e proprio turbine.
Guidare in mezzo al deserto con un mille
cc non fa abbastanza ansia? Servono anche dei turbini?
Fortunatamente mentre ci avviciniamo il gigante di vento sembra perdere potenza e si affievolisce in varie nuvole che non ci danno nessuna preoccupazione.
Altai dista solamente un ottantina di chilometri e il paesaggio muta gradualmente, infatti le rocce diventano di colore rossiccio e i prati tornano ad essere verdi d’erba rigogliosa.

Sopra di noi i nuvoloni neri non desistono, ma di pioggia fortunatamente neanche l’ombra.
Arriviamo alla risalita verso Altai: la strada è di roccia rossa, molto scoscesa con lastroni di roccia aperta che non sono propriamente salutari per le gomme della nostra Atos.
Ma il nostro piccolo fulmine coreano si arrampica come uno stambecco nelle Dolomiti e non ha paura di niente, men che meno di una strada di roccia pura a 2000 metri di altezza.
Dopo una ventina di minuti giungiamo finalmente nell’altipiano dove si trova Altai: strada sterrata in terriccio davanti a noi, montagne innevate verso nord e verso sud, un paesaggio mozzafiato.
Percorriamo senza nessuna fretta la strada nell’altipiano, quando a un certo punto veniamo affiancati dall’auto dei romani trovati a Khovd!
Ci raccontano di essere rimasti bloccati in un guado e di aver avuto bisogno di un camion per essere trainati fuori dal fango; sono sporchi dalla testa ai piedi di fango e sabbia, ci sembrano stravolti, con delle occhiaie viola sintomo di una giornata da incubo.
Noi siamo degli emiri a confronto.
Li salutiamo e percorriamo gli ultimi dieci chilometri per Altai.
La città è la capitale della regione Govd-Altai ed è posta nell’altipiano da noi attraversato, a quasi 2500 metri sul livello del mare.
La città ha solamente 15 mila abitanti ma è un centro nevralgico nella regione: vi sono ospedale, università, servizi, banche,
persino un aeroporto.
Cerchiamo una banca da dove prelevare, facciamo benzina e dopo qualche giro a vuoto troviamo un ristorante veramente lussuoso per gli standard del luogo e riempiamo finalmente i nostri stomachi.
Sono ormai le otto di sera (la lancetta da Darvi si è spostata un’ora avanti)…che fare?
Notiamo che il portapacchi della nostra Atos ha uno dei ganci che è completamente staccato dal tetto dell’abitacolo, è il caso di farlo saldare il prima possibile e quindi decidiamo di fermarci in una delle autofficine viste all’entrata della città.
Parcheggiamo l’auto nell’autofficina e veniamo accolti da un ragazzino di diciassette anni, con un buon inglese, fratello del proprietario dell’officina: intorno a noi un vecchio che sembra Genghis Khan, una signora, qualche bambino e due meccanici.

Chiediamo loro di saldarci il gancio del portapacchi e di dare un controllo generale all’auto, soprattutto alle parti più esposte ai colpi dello sterrato come la coppa dell’olio.
In una decina di minuti, anche con l’aiuto di Ale, ci saldano il portapacchi e infine ci controllano l’auto.
Nel mentre chiedo informazioni sulla strada per Bayakhongor e ci dicono più o meno le stesse cose dette dal ragazzo della prima notte: a sud c’è un fiume da attraversare grazie all’aiuto di un camion, a nord c’è un ponte sul fiume ma la strada è “ondulata”.
Per ondulata ci fanno il segno delle onde…ondine vero?


Finiscono i controlli all’auto e la faccia del meccanico è impagabile: “Tutto ok, l’auto è perfetta”.

Ci fa capire che in tutti gli anni del Mongol Rally e simili aveva visto poche auto messe così bene come la nostra.
Contrattiamo il prezzo e alla fine paghiamo poco più di sei euro, una cifra molto alta per il costo della vita mongola ma ci va bene così, comunque era necessario controllare l’auto e fissare il portapacchi.
Dove andare ora? Salgo alla guida, oramai sta diventando buio quindi è necessario trovare un posto appena fuori città dove campeggiare.
Usciamo da Altai e arriviamo al bivio: a sinistra la strada nord, a destra la strada sud.
Giriamo a sinistra e ci addentriamo nella verde steppa mongola; dopo aver percorso un paio di chilometri saliamo su un
altura e decidiamo di campeggiare nell’estremità più alta della collina, a circa dieci metri dalla strada con due yurte a poco meno di un chilometro di distanza.
Piantiamo le tende e beviamo un paio di birre a nostro onore, circondati da un cielo che mette i brividi da quanto è illuminato; attorno a noi i cani da guardia delle yurte che abbaiano per allontanare ogni lupo curioso e le mandrie di ovini
belanti che aspettano la notte nei recinti.
Tra una chiacchiera e l’altra guardiamo in direzione Altai e notiamo le luci
di varie auto che si addentrano nella notte verso sud, verso Bayankhongor.
Nessun auto si avvicina a noi, tutte virano verso sud, siamo da soli, sotto un cielo dipinto da qualche divinità compiacente nei nostri confronti;
in tutto ciò realizziamo che mancano meno di mille chilometri alla metà della nostra avventura, Ulan Bator.
Verso mezzanotte crolliamo nei nostri materassi gonfiabili e ci lasciamo trascinare
da Morfeo nel mondo dei sogni, in attesa di un nuovo risveglio e di una nuova avventura, questa volta verso Bayankhongor.

Diario di viaggio #12

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Vi siamo mancati?
Il ritardo è stato dettato dalle varie peripezie post Ulan Bator: la nostra auto si è rotta in Siberia e abbiamo affrontato la follia della burocrazia russa, entrando in un labirinto senza uscita; l’assurdità della situazione e il terrore di finire nei guai ci hanno lasciato poco tempo per ragionare sul viaggio, sui diari e sulla fenomenale esperienza di vita che ci ha portati da Feltre a Ulan Bator.
Ma direi che è ora di farvi scoprire l’ultima settimana del nostro viaggio, divisa in tre diari di viaggio e tre album fotografici (che troverete sulla nostra pagina Facebook www.facebook.com/dolomiteam2015).

XXXI° giorno

La nostra seconda giornata in Russia inizia con una calorica colazione: prosciutto alla griglia (prosciutto che loro chiamano bacon), uova all’occhio di bue e formaggio, una dose di energie necessaria per affrontare la lunga tappa del giorno.
Si parte da Barnaul, destinazione Kosh Agach, a circa 40 km dal confine mongolo. Solo che questo tratto di Russia, attraverso il Territorio dell’Altai e la Repubblica dell’Altai ci vedrà percorrere quasi 700 km in una giornata.

Quindi? Pedalare.
Dopo il brunch, carichiamo i nostri averi sull’auto e partiamo con Ale alla guida.
Usciamo da Barnaul, salutando questa bellissima, pulita e moderna città tra la Siberia e le montagne dell’Altai.
Passiamo un ponte sul fiume Ob e ci dirigiamo verso sud-est, percorrendo un’ottima strada a una corsia per senso di marcia attraverso boschi di conifere senza fine.
L’area ci sembra particolarmente ricca, come la capitale Barnaul: tante auto di turisti, hotel, indicazioni di aree di interesse culturale in lingua inglese, aree di sosta, ristoranti che appaiono di ottima qualità.
Ci fermiamo all’altezza di Byisk, per il cambio guida e per mettere un boccone sotto i denti in un dei soliti cafè a lato della strada.
Due caffè a testa e vari manti (ravioli di pecora popolari in tutto il Centro Asia), il tutto per tre euro, un paradiso per le tasche europee (ma non per le tasche russe: le sanzioni han fatto crollare il potere d’acquisto e il valore del rublo, aumentando la povertà media).
Si riparte, mi metto alla guida risalendo il corso del fiume Ob e si aprono attorno a noi le montagne d’oro dell’Altai, riconosciute come patrimonio UNESCO grazie alla varietà di flora e fauna presenti.
Le montagne lungo strada sono coperte di conifere e in lontananza, verso il confine kazako, vediamo alte montagne innevate che superano i 4000 metri.
La zona che attraversiamo è meta turistica ambita, soprattutto per il rafting, lo sci e le escursioni a cavallo. Mai ci saremo aspettati tanto benessere e ricchezza in una zona della Federazione Russa così lontana dai centri di potere politico ed economico.
La risalita lungo valle, attraversando boschi e prati curati lungo la riva dell’Ob, continua senza alcuna difficoltà, escluso qualche episodio di traffico che rallenta il nostro procedere.
Ci addentriamo nella Repubblica dell’Altai, sempre parte della Federazione Russa e guardando i tratti somatici delle persone nei villaggi notiamo che l’etnia maggioritaria è quella del popolo Altai, etnia turca dedita a un’ancestrale religione sciamanica.
Verso le otto di sera, nei pressi di Onguday decidiamo di fermarci per mangiare qualcosa, ma abbiamo veramente pochi rubli…che fare? Avrebbero accettato le carte di credito?
Ci fermiamo nel primo (e unico) cafè lungo strada che troviamo dopo ore, accolti da una mucca che sta allattando il suo vitello neonato.
Entriamo, spieghiamo di voler mangiare, ma che abbiamo solamente la carta per poter pagare: nessun problema, ci fanno lo scontrino e ci dicono di pagare il tutto alla pompa di benzina a lato.
Prendiamo del farro e un po’ di insalata (non riusciamo a far capire che volevamo carne), prendiamo del caffè e ceniamo, pagando senza alcun problema alla pompa di benzina.
Unica nota stonata capita quando condisco il farro con la senape, di un gusto acre e veramente forte che mi brucia in gola e nel palato per parecchi minuti.
La senape italica è nulla a confronto.
Si riparte.
L’asfalto della strada è di qualità e permette di attraversare senza difficoltà le gole di roccia e i valichi di montagna che ci troviamo davanti.
E’ notte, macchine non se ne vedono, esclusa un’auto della polizia ferma nell’altro senso di marcia che non si accorge di noi e della nostra auto straniera.
La fortuna è ancora dalla nostra parte.
Dopo un valico di montagna intorno all’una e mezza di notte vediamo una distesa eterna di luci in una valle posizionata perpendicolarmente a noi: siamo arrivati a Kosh Agach!
Ci avviciniamo alla città percorrendo una lunga discesa e arrivati nel fondovalle vediamo che le luci presenti sono solo l’illuminazione stradale, mentre la città è poco più di un villaggio (scopro in seguito che ha poco meno di 10000 abitanti).
Attraversiamo Kosh Agach e parcheggiamo l’auto lungo strada nei pressi di un’inquietante cartello con scritto in inglese e in russo “Zona di confine – controllo militare”.
Buona notte a noi, 40 km prima di entrare nell’ultimo paese del nostro viaggio, la Mongolia.

XXXII° giorno

Ore cinque del mattino, il sole a est sorge velocemente e disturba le nostre poche ore di sonno; mi alzo un’ora dopo e inizio a scattare delle foto, intorno a noi distese di prati spogli e montagne innevate in lontananza.
Si sveglia anche Ale, ci sistemiamo e torniamo a Kosh Agach per berci un caffè, ma tutti i locali aprono alle otto, non abbiamo tempo e decidiamo di dirigerci verso il confine mongolo.
La strada è buona e notiamo attorno a noi vari complessi megalitici, delle specie di Stonehenge in salsa altaica che ci stupiscono: probabilmente queste rocce sono legate alla cultura sciamanica del luogo ancora professata dai locali.
In venti minuti arriviamo a Tashanta, un piccolo paesino di confine che vive di agricoltura e del passaggio di qualche avventuriero occidentale.
Ci fermiamo e chiediamo a una signora un luogo dove bere un caffè e ci dice di seguirla.
Saliamo le scale di questo complesso in legno, ordiniamo un caffè e delle specie di panini con patate. Mentre mangiamo la signora che ci ha serviti è intenta a disossare carne di mucca.
Salutiamo, rimontiamo in macchina e dopo nemmeno cinquecento metri arriviamo al confine.
Con noi ci sono anche due jeep di signori australiani sulla sessantina, partecipanti al Mongol Charity Rally.
Consegno le carte d’importazione dell’auto ed entriamo ai controlli doganali.
Al controllo del passaporto la doganiera mi chiede: “Mikel, da?”
“Da da, Michel”

“Michel??? Niet Mikel??” e va in panico.
Nel passaporto la traslitterazione del mio nome in cirillico è Mikel e quando sente che la pronuncia del nome è diversa dal nome indicato, la doganiera si preoccupa e va subito a parlare con un superiore, che dopo un paio di minuti la fa ritornare per timbrare il mio passaporto.
Nessun problema, paure infondate, passaporto valido e vidimato.
Passiamo i controlli e ci dirigiamo all’auto, dove un pastore tedesco si mette a indigare l’interno dell’auto non trovando nulla di interessante.
Bene, siamo liberi di salutare la Federazione Russa, è tempo di Mongolia.
Dal confine russo al confine mongolo ci sono una ventina di chilometri di zona franca, immersa tra le dolci montagne del Altai.
Percorriamo il tratto di strada, ancora asfaltato, arriviamo all’ultimo check-point russo ed entriamo in Mongolia, finalmente.
Un mese esatto di viaggio, 12000 chilometri di viaggio e 14 paesi, attraversando deserti, steppe, montagne, città immense e villaggi sperduti.
Siamo in Mongolia e ora inizia il vero viaggio. Un paese grande cinque volte l’Italia con solamente 2000 chilometri di strada asfaltata; davanti a noi 1700 chilometri per giungere alla meta, Ulan Bator.
Ci accoglie subito lo sterrato e giunti ad un passo iniziamo a percorrere una discesa adatta più ai 4X4 che alle utilitarie coreane.
Troviamo un auto con due signori mongoli che ci fermano per chiedere aiuto a causa della gomma bucata dell’auto; gli diciamo che non abbiamo nulla per aiutarli ma possiamo farli salire in auto e portarli agli edifici al confine che distano un paio di chilometri da lì.
Il più vecchio dei due, un signore sulla settantina, monta in auto con noi, mentre quello che sembra suo figlio decide di continuare a piedi, visto il poco posto per sedersi dentro la nostra auto.
Arriviamo al confine vero e proprio, salutando il signore.

Primo controllo, disinfestazione dell’auto. Mah.
Una guardia ci lava l’auto con una gomma dell’acqua che sicuramente non ha al suo interno del “disinfettante” e ci dice che gli dobbiamo un dollaro, ma non avendolo gli chiediamo se possiamo pagare in euro; accetta e dice che se vogliamo possiamo anche cambiare dei soldi da lui.
Ci fa il cambio di 1 euro a 1900 tugrok, il cambio ufficiale è a 2200 ma accettiamo lo stesso, ci sta simpatico e poi non sappiamo né quanti bureau di cambio, né quante banche ufficiali troveremo.
Lo salutiamo ed entriamo ai cancelli del confine.
Parcheggiamo e ci dirigiamo agli uffici doganali.
Controllo passaporti, timbro e ci rilasciano un fogliettino di carta che capiamo di dover consegnare all’uscita dai cancelli della dogana.
Passiamo agli uffici doganali per l’auto.
Un uomo sulla trentina con un buon inglese ci chiede se partecipiamo al Mongol Rally, gli diciamo di no, che stiamo facendo un viaggio turistico per un progetto sui siti Unesco; ci dice che l’auto non può essere lasciata in Mongolia, che le tasse doganali di importazione sono altissime e che dovevamo per forza portare l’auto fuori dal paese. Gli facciamo capire che siamo già a conoscenza di ciò e che la nostra intenzione era di uscire dalla Mongolia al confine nord con la Russia.
Ci guarda sorridendo, dicendo che la macchina nostra è vecchia, che le strade mongole sono orrende e che difficilmente saremo riusciti ad arrivare a Ulan Bator; noi sorridiamo, dicendogli che ce l’avremo fatta senza alcun problema.
Ci consegna la documentazione e ci lascia andare.
Nel mentre l’australiano che avevamo trovato al confine russo è bloccato negli uffici doganali: i doganieri non credono al fatto che lui riesca ad uscire dal paese con l’auto, ma l’australiano, molto nervoso, mi spiega che la jeep è la SUA auto e non ha la minima intenzione di abbandonarla nel paese, lui vuole arrivare a Vladivostok e poi tornarsene in Australia in nave con la sua auto.
Gli auguriamo buona fortuna e ce ne andiamo (lo avremo rivisto a Khovd il giorno dopo).
Il controllo all’auto passa senza problemi, qualche faccia curiosa sui nostri averi ma ci lasciano passare senza problemi.
Arriviamo al cancello d’uscita, consegniamo il fogliettino di carta datoci in precedenza e siamo liberi di uscire dal confine.
Siamo ufficialmente in Mongolia!

La strada sterrata attraversa una valle di terra spoglia e intorno a noi montagne ovunque; dopo qualche chilometro troviamo uno stop e ci troviamo attorno alla macchina tre persone che iniziano a chiederci soldi.
Smonto e chiedo spiegazioni: dobbiamo pagare delle “tasse”, ovvero un’assicurazione auto (alquanto inutile credo) e una tassa di transito nel paese.
La cosa ci sembra alquanto simile a una mazzetta, ma paghiamo questi 20 euro, cambiamo qualche soldo e ci danno anche degli scontrini, per assicurarci della “legalità” della cosa.
La macchina intanto è assalita da una decina di bambini piccoli che ci sorridono e ci salutano con vari “Hello” e curiosano dentro la nostra macchina, dandoci una dolce accoglienza nel paese.
Ripartiamo e la strada sterrata inizia a presentare delle fastidiosissime ondine che fanno tremare l’auto rendendo fastidiosa la guida.
Alla nostra sinistra la valle terrosa presenta varie piste stradali, dove vediamo passare una jeep che attraversa tranquillamente questi sterrati poco adatti alla guida.
Arriviamo dopo una decina di chilometri al primo nucleo abitato della Mongolia, il villaggio di Tsagaanuur e veniamo fermati da un uomo, che si presenta dicendo di essere dell’organizzazione del Mongol Rally.
Chiaramente non crediamo al fatto che sia dell’organizzazione, gli diciamo che non partecipiamo alla manifestazione ma che entro breve sarebbero giunte varie macchine del Mongol Rally; gli chiediamo inoltre se può aiutarci a far benzina e acconsente con piacere.
Portiamo l’auto verso il paese e ci dirigiamo alla prima (e unica probabilmente) pompa di benzina, dove ci accolgono vari bambini sorridenti e curiosi.
Dopo qualche minuto arriva il proprietario della pompa di benzina e ci fa pagare uno sproposito, qualcosa come un euro al litro, dicendo che è benzina a 98 ottani.
Non gli crediamo, ma abbiamo necessità di far benzina, non sapendo nulla sul come sarebbe stata la situazione nel paese.
L’uomo del “Mongol” ci propone di andare a casa sua per bere del tè, così da poter conoscere suo nonno di oltre cent’anni, ma la strada per Olgii è lunga, lo ringraziamo ma desistiamo.
Salutiamo i presenti e ripartiamo.
La strada diventa perfettamente asfaltata in un nonnulla e percorriamo una ventina di chilometri velocemente prima di trovare nuovamente lo sterrato.
Uno sterrato disastrato: le ondine di prima non sono nulla al confronto.
Saliamo verso una collina e troviamo due ragazzi in bicicletta, ci fermiamo a salutarli: sono una coppia di fidanzati russi, il ragazzo lavora nel mondo dello spettacolo e parla benissimo italiano.
Facciamo loro i complimenti, attraversare la Mongolia in bicicletta non è roba da tutti.
Ripartiamo e dopo qualche chilometro troviamo ancora l’asfalto, praticamente nuovo, che ci conduce alla prima vera città della Mongolia, Olgii.
La città, dove il gruppo etnico maggioritario è quello kazako, presenta al suo ingresso una bellissima moschea e il centro città sembra abbastanza moderno, più di quanto ci saremo aspettati.
Decidiamo di pranzare: i nostri orologi indicano l’una del pomeriggio, ma in realtà sono già le tre, dovuto dal fuso orario spostato di due ore in avanti, non appena attraversato il confine russo-mongolo.
Entriamo in un ristorante molto accogliente e con il wi-fi, cosa veramente inaspettata considerando l’idea che ci eravamo fatti del paese durante le varie letture su internet negli ultimi due anni.
Con cinque euro a testa mangiamo tanto come al nostro solito, troppo forse e ci riposiamo, aggiornando la pagina Facebook e prendendoci un paio di ore di pausa.
Prima di ripartire, troviamo davanti al ristorante un ATM (sorpresa anche questa) e ritiriamo un po’ di soldi per i giorni seguenti.
Risaliamo in macchina, Ale alla guida e ci dirigiamo verso sud-est, direzione Lago Tolbo.
All’uscita di Olgii troviamo un posto di blocco, ci controllano i documenti e ci lasciano andare.
La strada asfaltata continua e ci porta in un altipiano circondato da montagne terrose che ci portano in meno di un’ora al Lago Tolbo. Lì troviamo varie auto parcheggiate, con la gente intenta a rinfrescarsi nelle acque del lago montano.
Noi proseguiamo, il sole è ancora alto e la strada è ancora buona, non vediamo alcun motivo per fermarci.
Arriviamo nei pressi della città di Tolbo e la strada torna ad essere sterrata, per fortuna un buon sterrato che non presenta alcuna difficoltà per la nostra auto.
La strada inizia lentamente a salire e ci conduce in una stretta valle; dopo qualche chilometro vediamo alla nostra destra un uomo e un bambino con un’aquila e ci chiedono di fermarci.
Ci chiedono di fare una foto con la loro aquila per qualcosa come cinque euro, come rifiutare? Sono tanti soldi per il paese, ma quando mai ci capiterà di tenere un aquila sul braccio per una foto?
Una foto da classico turista, ma non si può rifiutare.
Prima Ale, poi io, con questa bellissima aquila appollaiata sul nostro braccio.
Particolarmente pesante oltre che bella.
Salutiamo i due e regaliamo loro una maglietta del Dolomiteam 2015.

Ripartiamo, la strada sale e ci porta in un’alta valle di montagna con prati verdi attorno a noi, senza alcun tipo di villaggio, solo qualche pastore con poco bestiame.
Arriviamo in un altopiano intorno ai 2500 metri e lo attraversiamo prendendo varie piste sterrate in mezzo ai prati fino a quando troviamo il nostro primo guado.
Scendiamo dall’auto per controllare l’altezza dell’acqua, niente di preoccupante, ma il nostro timore maggiore riguarda il fango che era necessario evitare in tutti i modi.
Ale sale al volante, io gli do indicazioni da fuori e riusciamo a superare il nostro primo guado senza difficoltà.
Procediamo e il GPS ci segnala una serie di laghi che avremo trovato nel giro di una decina di minuti…e la strada doveva passarci in mezzo.
Laghi, fango, acqua, terrore di restare impantanati a 2000 metri alle sei di sera, senza alcun segno di esseri viventi nelle vicinanze.
Arriviamo ai laghi, l’acqua non è profondissima ma ci preoccupa, sono almeno trenta centimetri d’acqua.
Nel mentre giunge un camioncino con dei mongoli che ci salutano, dicendoci che se avessimo avuto bisogno ci avrebbero tirato fuori dall’acqua; noi li ringraziamo, ma questi ripartono senza aspettarci.
Barriere linguistiche?
Aspettando un paio di minuti per decidere sul da farsi vediamo giungere una macchina del Mongol Rally: sono dei ragazzi olandesi rimasti impantanati nel guado trovato in precedenza e si son fatti aiutare a uscire dal pantano dal camioncino dei mongoli conosciuti qualche minuto prima.
Decidiamo di attraversare prendendo il lato sinistro del lago per poi risalire.
Nessun problema per la nostra auto, la Atos è fenomenale.
E anche gli olandesi passano.
Salutiamo i ragazzi e ripartiamo.
La strada sterrata sale ancora e arriviamo ad un passo di montagna a quasi 3000 metri, da cui parte una lunga discesa lungo una valle rocciosa.
Dopo circa venti minuti giungiamo al fondo valle, giriamo attorno ad una montagna e decidiamo di fermarci a campeggiare in una valle rocciosa nei pressi di alcune yurte e di un edificio simile ai vari cafè trovati durante il viaggio.
Parcheggiamo l’auto a circa una decina di metri da una pista, in una posizione abbastanza distante dai vari passaggi stradali; mentre apriamo le tende, un uomo dal cafè ci fa capire che non vuole che campeggiamo lì, ma non demordiamo, sistemiamo le tende e decidiamo di andare nel cafè a mangiar qualcosa per ingraziarci i locali.
Entriamo nel cafè e troviamo le persone del camioncino incontrato qualche ora prima; tra di loro c’è una ragazza di Olgii che studia economia internazionale ad Ulan Bator e ci aiuta nell’ordinare il cibo e nel conversare con i presenti.
Ordiniamo dei manti e l’universitaria ci dice che sono il cibo tipico della zona, essendo maggioritaria l’etnia kazaka.
Il locale è organizzato in maniera semplice: tre tavoloni di legno grandi, un divano, un boiler per l’acqua calda e la famiglia del cafè tutta intenta a lavorare in cucina, lanciandoci ogni tanto sguardi non propriamente simpatici.
Dei presenti facciamo conoscenza di tre ragazzi: un universitario che studia russo a Ulan Bator, un tipo con la faccia da psicopatico che spicca per l’antipatia e un ragazzo sulla trentina che fa il pilota di rally e parla un buon inglese.
Ci dicono che sono diretti a Ulan Bator e che guideranno tutta la notte, per arrivare in capitale nel giro di 24 ore; ci dicono inoltre che siano totalmente folli ad attraversare con la nostra Atos la Mongolia, ma gli facciamo capire che a Ulan Bator arriveremo, in qualsiasi modo.
Tra una sigaretta e una chiacchierata, spesso a gesti, gli autisti del camioncino chiedono il nostro aiuto: la gomma del van è totalmente sgonfia e hanno necessità di gonfiarla per proseguire il loro viaggio.
Entra in azione Alessandro.

Diciamo loro di portare il van di fianco alla nostra Atos, accendiamo la batteria e attacchiamo alla presa dell’accendisigaro il compressore portatile: dopo cinque minuti la loro gomma è come nuova e tutti i presenti ci ringraziano tantissimo per l’aiuto.
Prima della loro partenza facciamo la conoscenza di una ragazzina di quindici anni, che tutti ci dicono essere la campionessa nazionale di caccia alla volpe con le aquile: ci fanno vedere un video su youtube dove lei, a cavallo, in pieno inverno, dà la caccia alle volpi con le sue aquile, che in seguito ci accorgiamo che stanno dormendo tutte beate sul tetto del van.
Dopo i video e i complimenti, salutiamo i presenti che ripartono alla volta di Ulan Bator.
Ormai è notte fonda e decidiamo di coricarci, con la speranza di non essere svegliati dalla fauna locale, in particolare lupi e orsi.
Passano cinque minuti e una grossa jeep si affianca alle nostre tende: un ragazzo poco più giovane di noi si presenta in inglese con un forte accento americano, chiedendoci se potevamo aiutarlo a gonfiare la gomma dell’auto.
Nessun problema, stesso procedimento di prima ed evitiamo a questo ragazzo di finire disperso nel mezzo delle steppe mongole.
Parliamo un po’ con lui, ci spiega di aver studiato al college alla University of South California per quattro anni, di non essersi laureato e di essere da Olgii; noi gli raccontiamo del nostro progetto e ci etichetta come “fottuti pazzi”.
Visto che parla inglese, sfrutto l’occasione chiedendogli informazioni sulle strade da lì ad Ulan Bator: ci dice che prima di Khovd c’è un unico ponte, da prendere svoltando a sinistra dalla strada principale, altrimenti avremmo dovuto guadare un fiume non propriamente facile. Dopo Altai, invece, c’è da scegliere se prendere le piste verso nord, non buone ma senza guadi, o le piste a sud, migliori, con un fiume da attraversare, dove per 10 dollari un camion trascina le auto da una riva all’altra.
Il ragazzo ci ringrazia e riparte, mentre io e Alessandro finalmente possiamo dormire, sotto un cielo illuminato a giorno dalla via lattea e da migliaia di stelle.

Diario di viaggio #11

con sergej

XXVII° giorno

Ci svegliamo verso le dieci del mattino, doccia e preparazione zaini.
Prima di partire decido di cambiare un centinaio d’euro che ci sarebbero serviti per i tre giorni di traversata verso nord; vado nella banca davanti all’ostello ma la tipa alla cassa si rifiuta di farmi il cambio euro/tenge perché avrebbe dovuto compilare troppe carte e mi consiglia di andare al bureau di cambio dalla parte opposta della strada, lo stesso bureau dove avevo cambiato i soldi due giorni prima.
Vabbè.
Vado al bureau, cambio i soldi e faccio un giro nell’isolato alla ricerca di una banca dove ritirare dollari; la zona infatti è il quartiere delle sedi bancarie, quindi do per scontato ti trovare un atm da dove ritirare dei dollari, che ci potevano risultare utili per i confini da affrontare successivamente.
Mezz’ora di giro a vuoto, nessun atm con dollari da ritirare, quindi torno all’ostello.
Alessandro nel frattempo chiede informazioni su Sergei, ma il russo è andato alla Sharyn Valley e quindi non avremo la sua compagnia durante l’attraversata del Kazakhstan.
Ultimo pranzo al Dastrahan e si parte, obbiettivo di giornata Taldykorgan.
L’uscita da Almaty è complicata causa traffico, ma il nostro bolide è una scheggia e supera tutti gli ostacoli senza problemi; prima di iniziare la strada extraurbana è necessario però trovare un meccanico, dobbiamo cambiare l’olio sterzo e l’olio motore.
Il primo meccanico dove ci fermiamo non capisce nulla e troviamo solo gente che lava auto, mmm…continuiamo verso nord e ci fermiamo in un mercato per sole automobili e troviamo il liquido per lo sterzo a un buon prezzo, mentre l’olio motore ha prezzo improponibili, quindi decidiamo di cambiarlo al nostro arrivo in Russia.
Si riparte.

La strada è buona ed è a due corsie per una trentina di chilometri, ma da lì inizia l’inferno.
Traffico, camion, strade in costruzione e code eterne, mentre l’interno dell’abitacolo viene invaso dalla polvere e dalla sabbia dei lavori in corso.
Si procede a 50 all’ora, attorno a noi ruspe, sabbia, camion e steppa.
Il punto forse più divertente dal nostro procedere a nord arriva a circa un centinaio di chilometri da Almaty, dove troviamo, tra cantieri e camion, una città-casinò disgustosa, con edifici in stile neoclassico orribili e da dove venivano sparati led ancora più indecenti.
Una Las Vegas in salsa kazaka.
Procediamo in mezzo alla steppa, attraversando cantieri su cantieri; intorno alle cinque ci fermiamo per un caffè e del tè (con il latte) per darci un po’ di energia.
L’ora di pausa salutare finisce e all’orizzonte nuvole nere si avvicinano; dopo pochi minuti inizia a piovere.
Pensate ad attraversare la steppa, sotto la pioggia, percorrendo strade in costruzione dove il terriccio diventa fango.
Un inferno.
La pioggia va e viene, la strada fa schifo e il buio avvolge oramai l’intera steppa.
E’ tardi, ma Ale decide di continuare, dobbiamo arrivare almeno all’obbiettivo Taldykorgan.
Sotto la pioggia, affamati e stanchi, arriviamo a Taldykorgan, percorriamo la tangenziale e arriviamo a nord della città, fermandoci in un ristorante lungo strada.
Piove a dirotto e stiamo morendo di fame, qualsiasi cosa si metta sotto i denti va benone.
Ci propongono a 5 euro un piatto di carne d’agnello e insalata, impossibile da rifiutare.
Dopo la mangiata torniamo alla macchina, la parcheggiamo e proviamo a dormire, circondati da un branco di cani randagi tenerissimi che non farebbero paura nemmeno ad una mosca.
Si prova a dormire parlando di politica italiana, un metodo per innervosirsi e non per cadere tra le braccia di Morfeo; dopo un’ora di chiacchiere il sonno ci coglie fortunatamente.
L’indomani l’attraversata della steppa doveva portarci almeno fino ad Ayagoz.

XXVIII° giorno

Ci svegliamo in auto intorno alle nove del mattino, lavata ai denti e si riparte, l’obbiettivo giornaliero è raggiungere Ayagoz, città al centro del Kazakhstan.
Usciti dalla periferia di Taldykorgan, con un cielo cupo sopra di noi, inizia il nulla della steppa, solo distese di prati bagnati su continue colline, un sali e scendi che va avanti per decine e decine di chilometri.
Durante una pausa lato strada si accosta un auto con all’interno una coppia di slovacchi che partecipano al Mongol Rally.
Parliamo un po’ delle rispettive vicissitudini e dicono di aver fatto il Pamir: non hanno percorso tutta la canonica M41 (ovvero la strada nel nostro programma) ma un pezzo di M41, la Wakhan Valley al confine con l’Afghanistan e poi di nuovo la M41.
Dicono che la strada era impegnativa, si andava avanti solo a 20/30 all’ora percorrendo passi sterrati impegnativi ma che non hanno avuto problemi.
L’invidia ci corrode ma non ci facciamo prendere dallo sconforto: l’auto slovacca era un 2000, cilindrata ben più alta della nostra, e soprattutto sembrava perfettamente attrezzata per percorrere la Wakhan Valley.
Forse avremo dovuto entrare in Tajikistan e vedere la situazione prima di decidere di non fare il Pamir, ma fidatevi, il nostro eccesso di prudenza ci sarebbe tornato utile in futuro.
Salutiamo gli slovacchi e ripartiamo.
Dopo un’oretta di guida ci fermiamo a Sarkand e decidiamo di mangiare in un gazebo lungo la strada, dove ci rifocilliamo di shashlik, cipolla e buon pane.
Il cielo è ancora nuvoloso, ma non scende nessuna goccia fortunatamente.
Cambio guida, Ale al volante e la steppa domina il paesaggio, interrotta solamente all’orizzonte ad est dove scorgiamo le montagne che dividono il Kazakhstan dalla Cina.
Strada buona, scollinamenti continui e poco da vedere tra maltempo e prati infiniti.
Dopo tre ore ci fermiamo per un caffè, ad un bivio stradale molto importante: a sinistra la strada per Ayagoz e quindi per la Russia, a destra la strada per Wenquan, Cina.
Caffè rapido e mi metto al volante.
La strada però peggiora rapidamente, ma il poco sole presente ci da conforto e rende piacevole alla vista le sfumature che la luce del sole crea con le nuvole cariche di pioggia in lontananza.
Il manto stradale è pietoso, tra voragini larghe almeno un metro e continui salti.
La zona è coperta da piccoli laghi palustri e lungo strada vediamo diversi uomini intenti a vendere pesce pescato negli acquitrini della zona.
La strada un po’ migliora, sale lungo le colline kazake e verso le sei di sera decidiamo di fermarci per il solito caffè rigenerante e per il cambio guida.
Appena ci fermiamo arriva un vecchiotto che inizia a chiederci informazioni sul viaggio e si emoziona quando gli parlo dei paesi attraversati e dei chilometri percorsi; ci raggiungono poi due ragazzi sui vent’anni, uno dei quali con una maglietta della Mongolia.
La comunicabilità è assai difficile, non capiamo se siano mongoli o meno, ma hanno con loro qualche tugrok, moneta mongola, e ce li regalano in cambio di qualche som e manat come ricordo.
Vedo che nei tugrok c’è anche un piccolo taglio in yuan, moneta cinese, e chiedo per curiosità se parlassero cinese, ma alla risposta in cinese “non lo so”, capisco che nessuno di loro lo parla.
Ripartiamo.
Nuvoloni neri verso est e fulmini che scendono sulle colline più alte, mentre il sole cade lentamente all’orizzonte, uno spettacolo magnifico.
La pioggia viene e va, la strada si mantiene su standard decenti e arriviamo ad Ayagoz verso le otto e mezza di sera.
Che fare?
Mangiare innanzitutto, poi l’idea era di spostare l’auto fuori città e dormirci dentro, visto l’impossibilità di campeggiare a causa del tempo avverso.
Giriamo una decina di minuti nella periferia e non troviamo nulla, chiediamo in un pompa di benzina per un ristorante e ci dicono di dirigerci in centro città.
Seguiamo il consiglio, in dieci minuti siamo dentro Ayagoz e ci fermiamo lato strada in un cafè, il Family Cafè, dove ci accoglie una simpatica e spigliata vecchietta che per cinque euro a testa ci fa carne d’agnello, patate e riso.
All’interno del piccolo ristorante ci sono due tizi, abbastanza ubriachi, che attaccano subito bottone con noi.
Si chiamano Sanat (nome fittizio) e Duman, entrambi lavorano in banca, il primo come manager e il secondo come “programmatore”; sono simpatici, parlano qualche parola in inglese e accettiamo la loro proposta di bere qualcosa assieme post cena, scambiandoci i rispettivi numeri.
Nemmeno il tempo di sederci che iniziano a chiamarci in continuazione e noi rispondiamo all’insistenza con un sms ribadendo che ci saremo trovati post cena.
Dopo una ventina di minuti, gonfio di cibo, esco in strada per fumare una sigaretta e i due kazaki mi raggiungono.
In cinque minuti sia io che Alessandro veniamo circondati da ragazzi e ragazze sui diciott’anni, che ci fanno un sacco di domande in un inglese capibile sul nostro viaggio, sulla nostra destinazione e sul Kazakhstan.
Decine e decine di selfie, poi io e Ale seguiamo i due tizi in un negozio di birre, dove un sacco di persone, curiose e un tantino ubriache, si avvicinano a noi e ci tempestano di domande, che non capiamo.
Uno dei due ragazzi, Duman, ci propone di andare in un locale a giocare alla Playstation 4 assieme, mentre Sanat, particolarmente ubriaco, ci offre ospitalità per la notte non essendoci nessuno a casa sua.
Io e Duman prendiamo un taxi, mentre Sanat monta in auto con Ale.
Dopo cinque minuti raggiungiamo la sala giochi, che però è chiusa.
Beviamo un po’ di birra e accettiamo la proposta dei due di andare in un locale e passare la serata assieme lì.
Duman sale con Ale, mentre io sto con l’ubriaco, che lentamente diventa sempre più fradicio.
Dopo nemmeno trenta secondi di camminata si ferma un auto con quattro ragazzi a bordo, tutti amici di Sanat.
Si presentano, offro un po’ di sigarette e il guidatore inizia a bere un po’ di birra, dicendomi che bisogna fregarsene della polizia. Mah.
Le facce dei quattro non mi sembrano particolarmente raccomandabili, ma vista la situazione decido di accettare il passaggio con Sanat verso il locale nel quale aveva pensato di trascorrere la serata.
Dopo un paio di minuti di guida spericolata nel centro città con in sottofondo musica dance orripilante, giungiamo al locale, ma capisco subito che c’è qualcosa che non funziona.
Duman, il ragazzo più sano e anche più tranquillo dei due, fa capire ad Alessandro che molto probabilmente non ci avrebbero fatto entrare, perché Sanat non è gradito all’interno del locale.
Capiamo sinceramente poco della situazione, ma alla vista di due energumeni, probabili buttafuori, che lo guardano in cagnesco, Sanat decide di andare verso casa.
Duman monta con Alessandro in direzione casa, mentre io seguo Sanat che è al limite dell’ubriacatura e rende la situazione un po’ tesa.
Gli chiedo di prendere un taxi ma mi risponde che prima bisogna prendere delle birre e vista la situazione abbastanza particolare mi tocca assecondarlo; entriamo in un market, prendo un paio di birre, ma lui ne aggiunge altre quattro, facendomi spendere la maggiorparte dei tenge avanzati.
Usciti dal supermercato ferma un auto con dentro tre ragazzi, che ci accompagnano davanti al suo condominio per 100 tenge.
Scendiamo e ad aspettarci ci sono Ale e Duman.
Fumiamo una sigaretta, facciamo due chiacchiere che distendono me e Ale, fino a quando dal condominio esce un ragazzo giovane, poco più che diciottenne: Sanat inizia a gridargli addosso, dandogli uno scappellotto in testa, mentre Duman cerca di fermarlo.
Dopo un paio di minuti la situazione si calma e Sanat ci dice che il ragazzo è il suo fratello più piccolo, ma non gli crediamo, visto che in Kazakhstan tutti si chiamano “fratelli”.
Il ragazzo, totalmente impaurito, si presenta, dice di essere uno studente universitario di medicina e dopo poco se ne va, abbastanza scosso.
Sanat vuole bere ancora, fortunatamente Duman lo fa desistere ed entriamo in casa.
L’appartamento è al primo piano di un fatiscente complesso di condomini di stampo sovietico e si presenta pulito e ordinato, in netto contrasto con l’atmosfera del luogo.
Ci sediamo e beviamo un paio di birre parlando con Duman, mentre Sanat girovaga per la casa con la voglia di uscire a bere nuovamente.
Noi, ormai in casa, facciamo capire che siamo stanchi e non abbiamo più alcuna intenzione di muoverci.
Sanat ci prepara un letto in salotto, noi ci stendiamo completamente esausti e poco dopo entrambi i tizi escono.
Durante la notte entrano due ragazzi in casa, più giovani di noi, che si mettono a parlare con Alessandro delle differenze dell’alfabeto kazako rispetto a quello latino; uno di questi poi crolla sul divano e si addormenta.
Sanat? Duman? Più visti.
Finalmente si dorme, dopo una giornata intensa e una serata per così dire “particolare”.

XXIX° giorno

Ci svegliamo attorno alle dieci del mattino, lavata veloce ai denti e salutiamo Sanat, che è a letto in post sbornia.
Scendiamo le scale e arriviamo alla nostra Atos…ma c’è un problema, un grosso problema: la fiancata destra della nostra auto è completamente rovinata da calci.
Cosa fare? Ci sale subito il nervoso, Ale bussa in casa di Sanat per chiedere spiegazioni ma nessuno apre.

Chi è stato?
Sanat?
Qualche ubriaco che odia gli occidentali?
Qualche ubriaco che semplicemente si è divertito a tirar calci alla nostra auto?

Non lo sappiamo, sappiamo solo che la nostra auto ha la fiancata destra danneggiata e la porta anteriore destra che non si apre più.
Il nervoso crea una situazione molto tesa anche fra di noi e questa tensione ci fa dimenticare di denunciare il fatto alla polizia (che poi non sarebbe comunque servito a nulla), ma ci fa soprattutto dimenticare di far benzina.
La strada verso nord, direzione Georgievka, è abbastanza buona e il cielo è azzurro, con poche nuvole e nessun pericolo di pioggia.
La strada attraversa la steppa tra i soliti sali e scendi, di pompe di benzina nemmeno l’ombra.
Dopo due ore e mezza di guida, senza aver trovato stazioni, si attiva la spia della riserva.
Quanti chilometri possiamo fare in riserva? Georgievka dista circa un centinaio di chilometri, arrivarci è praticamente impossibile, dobbiamo trovare qualcosa prima.
Dopo una ventina di chilometri nel nulla, attraversando qualche paese con poche centinaia di abitanti, decidiamo di fermarci a lato strada per versare nel serbatoio i 5 litri di benzina rimasti nella tanica dall’Uzbekistan.
Di 5 litri però nemmeno l’ombra, saranno stati 2 litri a farla grande.
Ci sarebbero bastati?
Fermiamo un auto, è della polizia e chiediamo informazioni sulla prima pompa di benzina: ci rispondono che dista una ventina di chilometri.
Dobbiamo fidarci.
Passano venti chilometri, niente pompa.
Venticinque, idem.
Ai trentacinque ne vediamo una in lontananza, arriviamo e c’è un cartello con scritto qualcosa che non comprendiamo.
Entro nel cafè appena davanti alla pompa e chiedo se qualcuno può farci benzina, ma un vecchiotto dice che non c’è elettricità nella struttura, quindi niente benzina.
Bene, benissimo.
Mi dice però che a sinistra, dopo tre chilometri c’è un’altra stazione di servizio.
Lo ringrazio e ripartiamo.
Arriviamo a un bivio a 500 metri, la strada principale va verso destra, una secondaria va verso sinistra.
Fermiamo un’altra auto e ci dice di prendere la sinistra, come indicatoci dal vecchiotto in precedenza.
Andiamo a sinistra, facciamo una collina e vediamo a un paio di chilometri una città fantasma, con alte ciminiere di fabbriche in disuso e palazzoni sovietici completamente vuoti.
E qui dovrebbe esserci una stazione di benzina?
Procediamo, fermiamo un’altra auto che ci dice di continuare dritti, che subito dopo un ponte sulla sinistra avremo trovato la pompa.
Due chilometri dopo, con la lancetta oramai sulla E di empty, troviamo la pompa.

Usiamo quasi tutti i nostri tenge rimasti, tanto per farci arrivare a Georgievka.
Siamo salvi.
Arriviamo a Georgievka tutti gaudenti, non siamo rimasti a secco per l’ennesima volta.
Ci fermiamo ad una stazione di servizio bella grande, dove accettan carte e facciamo il pieno, oltre a prendere acqua e qualche snack.
Semej, la nostra destinazione, dista 200 km e poco più.
Facciamo una rotonda, prendiamo la seconda uscita e chi vediamo?

Sergej, il ragazzo russo dell’ostello!

Facciamo posto in auto per lui e per il suo zainone prima di ripartire alla volta di Semej.
La vita è veramente una continua sorpresa!
Per la cronaca, lui è partito dopo di noi da Almaty ed è arrivato prima di noi a Georgievka.
La strada per Semej inizia subito con una sorpresa, infatti è tutto sterrato, strada in costruzione; dopo neanche cinquecento metri ci ferma la polizia.
Cos’abbiamo fatto di male? Lo capisco subito: pochi minuti prima, quando ci siamo fermati per caricare Sergej, ho spento i fari e non mi sono ricordato di riaccenderli, dannazione.
Il poliziotto si avvicina alla nostra Atos, ma appena allontana lo sguardo dall’auto, accendo di colpo i fari, sperando di farla franca.
Abbasso il finestrino, il poliziotto mi dice che i fari non sono accesi ma io faccio finta di non capire, smonto dall’auto abbastanza costernato e sorpresa! I fari sono accesi!
Il poliziotto si meraviglia, mi chiede scusa e ritorna alla macchina del tutto affranto.
Noi invece la abbiamo scampata per l’ennesima volta.

Ripartiamo e per oltre mezz’ora troviamo una distesa di ghiaia e sassi, ma in seguito la strada diventa asfaltata, larga e a percorrenza veloce.
Ci fermiamo a Zhayma, un paesino lungo la strada dove mangiamo qualcosa in un cafè davanti alla stazione per poi ripartire alla volta di Semej.
Guida Alessandro e in un paio d’ore raggiungiamo la città del Kazakhstan orientale, tristemente nota per il numero di esperimenti nucleari compiuti in periodo sovietico che ha portato migliaia di casi tumorali e di mutazioni genetiche ai danni della popolazione locale.
Portiamo Sergej in stazione e lo salutiamo: trascorrerà qualche giorno da amici del luogo, per poi raggiungere Pavlodar dove si trovano delle piscine dall’acqua “curativa”.
Noi decidiamo di ripartire, il confine è vicino e dovevamo cercare di arrivare il prima possibile per scongiurare ogni coda chilometrica.
Appena fuori dal centro città inizia una distesa di boschi chilometrica, il cellulare non prende già più e percepiamo di essere vicini alla tundra siberiana.
Cala il sole e diventa freddo in un batter d’occhio, mentre ogni nucleo abitativo diventa sempre più rado.
Verso le dieci di sera arriviamo al confine e troviamo una ventina di auto davanti a noi, nessun problema, il nostro visto parte alla mezzanotte, siamo in perfetto orario.
Mentre Ale riposa, passo il tempo fuori in strada, fumando qualche sigaretta e ascoltando discorsi incomprensibili fra camionisti russi.
In un paio d’ore entriamo al confine d’uscita kazako, dove non ci fanno alcun tipo tipo di controllo e ci lasciano liberi di andare.
Entriamo nella zona franca e Ale si intrattiene a parlare di cellulari con la giovane guardia di confine kazaka, mentre io aspetto che il semaforo rosso ci dia il via libera per entrare nella zona russa del confine.
Passano dieci minuti e siamo finalmente nella Federazione Russa.
Una guardia mi indica dove parcheggiare l’auto, parcheggio ed entriamo negli uffici doganali.
Davanti a noi abbiamo due cittadini moldavi a cui fanno storie, non capiamo chiaramente per quale motivo, ma dopo qualche minuto tocca a noi.
La guardia scruta sia me che Ale alla perfezione, per vedere se la nostra fisionomia corrisponde alla foto nel passaporto, ci dà da firmare delle carte precompilate e ci lascia andare allo step successivo, i controlli dell’auto.
Due guardie ad ispezionare l’auto mentre un pastore tedesco annusa ogni angolo della Atos, ma niente, non trova assolutamente nulla e una delle due guardie ci fa “Welcome to Russian Federation!”
E’ notte fonda, ma decido di guidare ancora un po’ visto la bontà delle strade e l’assenza di stanchezza.
In un battibaleno arriviamo a Rubotvsk, prima città del territorio dell’Altaj e ci mettiamo alla ricerca di un atm da dove ritirare rubli, ma l’unico che troviamo è fuori servizio.
Nessun problema, avremo fatto benzina al mattino con la carta, in Russia non c’è problema.
Guido per un’oretta sotto il cielo stellato a giorno della Siberia e verso le due e mezza di notte ci fermiamo a una circa 250 km da Barnaul.

XXX° giorno

Alle otto del mattino ci svegliamo a causa del sole che batte forte a dispetto delle temperature non particolarmente alte.
Ale si mette alla guida, facciamo qualche pausa “fisiologica” e dopo un paio d’ore ci fermiamo in un cafè a fare un brunch e a fare benzina.
Si vede che siamo in Russia: pulizia, ordine, carte di credito funzionanti senza particolari problemi.
Dopo il pranzo guido io, strada molto buona, prati e boschi curati: l’Altaj è una zona particolarmente ricca, sembra quasi di attraversare un Trentino-Alto Adige in salsa russa.
Giungiamo a Barnaul, capitale della regione dell’Altaj, accolti da case con tetti colorati sparse ovunque nella periferia.
Barnaul è il principale centro abitativo dell’area, con oltre 600 abitanti e sembra subito di essere stati catapultati in occidente: città moderna, pulita, per nulla caotica.
Siamo in Asia?
Grazie al GPS in una ventina di minuti arriviamo all’ostello, il Kapuchino Hostel.
Mentre Ale scarica gli zaini dall’auto io vado con un ragazzo dell’ostello al bancomat per ritirare qualche rublo; ritornato all’ostello ci dividiamo i compiti: io sistemerò le pagine internet e facebook del progetto, mentre Ale andrà a far cambiare l’olio della macchina e a fare un po’ di spesa, visto che a cena l’idea era di cucinare della carbonara.
Ale si dirige in un’officina vicina all’ostello, si fa cambiare olio dello sterzo e olio motore, oltre a invertire le ruote dell’auto, il tutto a un prezzo di favore di 20 e poco più euro; nel mentre io, finalmente, posso aggiornare il diario di viaggio.
Torna Ale e mi metto a cucinare: la pancetta è più prosciutto che pancetta, ma la carbonara viene decentemente, non potevamo pretendere di più senza parmigiano e pancetta!
Ceniamo e dopo poco ci buttiamo a letto, tra una chiacchiera e una navigata su internet.
Si dorme, l’indomani si punta ad arrivare a Kosh Agach, cuore delle Montagne d’oro dell’Altaj, patrimonio UNESCO russo.

PS: foto relative al diario nella pagina Facebook

www.facebook.com/dolomiteam2015 nell’album “Diario di viaggio #11”

Diario di viaggio #10

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XXIV° giorno

Ci svegliamo in mezzo alla vastità della steppa kazaka, con il lago Bartogay sullo sfondo.

Dopo una lavata ai denti saliamo in auto e partiamo alla volta di Almaty, distante all’incirca duecento chilometri.

Guida Alessandro e la strada pare buona, eccetto qualche dosso e ondina non indicata che fanno saltare per bene la macchina; all’ingresso della cittadina di Selek la strada per Almaty è in costruzione, quindi passiamo una buona mezz’ora tra ruspe, camion, polvere e traffico.

Poco prima di arrivare a Karaturyk facciamo il cambio auto e nel mentre un signore ci chiede un passaggio, che però siamo costretti a rifiutare a causa del poco spazio all’interno della nostra auto, ma comunque decidiamo di fare due chiacchiere con lui: è un ex boxer kazako, dice che Almaty è una città bellissima e si dimostra molto sorpreso dal nostro viaggio.

Verso le undici del mattino arriviamo ad Almaty e si nota subito la grandezza e l’importanza della città, a causa del tanto traffico e delle auto lussuose che ci troviamo in strada.

Dopo una buona mezz’ora arriviamo nei pressi dell’ostello che avevamo prenotato, il 24/26 Hostel, ma non troviamo nessun parcheggio, quindi Ale smonta e si dirige a piedi per chiedere informazioni su un parcheggio in zona direttamente all’ostello.

Io aspetto lungo una stretta via con la Atos, davanti a un palazzo di qualche istituzione con a lato la stazione di polizia, circondato da auto di grossa cilindrata.

Ale torna dopo una decina di minuti: all’ostello non sanno indicarci nessun parcheggio, quindi dobbiamo arrangiarci…e dire che nella mail della prenotazione mi avevano confermato la presenza di parcheggi.

Usciamo dopo qualche manovra dalla stretta via congestionata dalle auto in cerca di parcheggio e giriamo l’isolato fino a trovare parcheggio lungo la via principale, a circa due minuti a piedi dall’ostello.

Entriamo all’ostello e ci accolgono un ragazzo e una signora sui sessanta, entrambi gentilissimi: chiaramente lingua inglese non pervenuta.

Tra gesta, qualche parola di inglese e di russo ci spiegano che l’ostello è convenzionato con un ristorante, e che possiamo mangiare lì con uno sconto del 10%, perfetto.

Chiedo inoltre alla signora dove poter cambiare i soldi e su una cartina fatta al momento mi indica che c’è una banca a poche centinaia di metri, ma che è preferibile cambiare al bureau dall’altro lato della strada visto che in banca son lenti.

Appoggiamo i nostri averi in camera e mi dirigo al bureau, dove trovo fortunatamente un buon tasso di cambio.

Ritorno in ostello, ci docciamo entrambi e crolliamo a letto, sfiniti dai giorni precedenti.

Dopo il riposino pomeridiano, andiamo al Dastarhan, il ristorante convenzionato.

Ci sediamo, chiediamo il menu a un ragazzo che ci guarda, sorride e se ne va, senza tornare.

Aspettiamo una decina di minuti e capiamo che il locale è self service, poteva anche dirlo non trovate?

I prezzi sono veramente bassi, con cinque euro a testa si mangia a dismisura, e riusciamo anche a bere un cappuccino dalla machinetta made in Italy, un sogno.

Torniamo in ostello e passiamo la serata a sistemare foto e video dell’intero viaggio.

Aleggia stanchezza, ci sentiamo addosso qualche linea di febbre.

XXV° giorno

La sosta di tre giorni ad Almaty non era all’interno dei nostri piani ma data la rinuncia al Pamir e a causa di un errore nella validità della visto russo (la nostra richiesta partiva dal 14 agosto, il visto invece è valido dal 16) siamo costretti a sostare più del previsto nell’ex capitale kazaka.

Quindi che fare? Riposare, riposare, riposare.

Ci alziamo tardi dal letto, una doccia, qualche info su internet e ci dirigiamo al Dastrahan dove mangiamo tanto, forse troppo.

Obiettivi della giornata: fare l’assicurazione all’auto e visitare il centro della città.

Tornati in ostello ci lasciamo dare l’indirizzo di un’assicurazione auto in zona e decidiamo di partire.

Come muoverci? In Kazakhstan vi sono si i taxi ufficiali, ma in realtà ogni auto è un taxi: basta mettersi al ciglio della strada, aspettare che un auto si fermi, indicare la destinazione e contrattare il prezzo.

Dopo trenta secondi di attesa si ferma un ragazzo con una station wagon notevole, gli diamo l’indirizzo e ci chiede 500 tenge, due euro, chiaramente accettiamo.

Dopo un quarto d’ora, sfrecciando tra la congestione urbana di Almaty giungiamo al palazzo sede dell’assicurazione.

Con l’ascensore saliamo al settimo piano del palazzo ed entriamo nel primo ufficio a destra, dove c’è una segretaria e sua madre che è seduta sui divani d’attesa.

Aspettiamo dieci minuti, il tempo che finisca il cliente prima di noi e ci accomodiamo.

La ragazza non capiva l’inglese ma il potere dei gesti porta ovunque nel mondo: dopo cinque minuti riusciamo a farci capire e inizia le pratiche per l’assicurazione, offrendoci nel frattempo anche un buon caffè in bustina.

Dieci minuti e la nostra assicurazione è pronta, dodici giorni di assicurazione kazaka al costo di 5 euro.

Ringraziamo e usciamo.

Dove andare ora?

Decidiamo di andare in centro, per vedere la Cattedrale dell’Ascensione, cattedrale russo ortodossa, e la Moschea centrale.

Grazie al GPS prendiamo l’autobus numero 100, scendiamo e prendiamo la metro, per smontare dopo una fermata a Zhibek Zholy, la via della moda di Almaty.

E dove c’è moda c’è Italia: negozi di vestiti, ristoranti, profumerie, gioiellerie, tutto made in Italy.

Dopo dieci minuti di cammino giungiamo al parco centrale della città, dove ci sono bambini che giocano, giovani coppie e nonni sulle panchine.

Al centro del parco troviamo la cattedrale, scattiamo qualche foto e attraversiamo il parco, fino a giungere a un imponente monumento ai caduti della seconda guerra mondiale.

Giunti alla fine del parco percorriamo il lato nord, prendiamo una via perpendicolare al parco e dopo un quarto d’ora arriviamo alla moschea centrale, ma sentiamo i muezzin agli altoparlanti: è l’ora della preghiera, ci sono decine e decine di persone intorno a noi dirette alla moschea, entrare praticamente è impossibile.

L’ambiente sociale ci ricorda però la Turchia: il parco attorno alla moschea vede un parcogiochi, gente che mangia lungo il prato ben curato e anziani che discutono animatamente fra di loro.

Decidiamo di tornare all’ostello usando il metodo precedente: si fermano un gruppo di ragazzi che ci chiedono mille tenge per tornare all’ostello, rifiutiamo e dopo qualche minuto ci carica in auto un signore di mezza età, con il quale chiacchieriamo del viaggio e della città.

In dieci minuti arriviamo all’ostello, ci docciamo e chiediamo consiglio alla signora su cosa visitare in città l’indomani: ci suggerisce di andare allo stadio del ghiaccio e prendere la funicolare; da lì saremo giunti sulle vette dei monti Alatau, dai quali la vista su Almaty è spettacolare.

Però il giorno seguente avevamo un appuntamento al quale non potevamo mancare, il sito UNESCO di Tamgaly, a 170 km da Almaty.

Andiamo verso la camera, parlando fra noi e noi sul da farsi.

I petroglifi di Tamgaly sono d’obbligo, per la funicolare vedremo l’indomani.

XXVI° giorno

…e la mattina passa talmente veloce che ci svegliamo a mezzodì, togliendoci così anche il pensiero sul visitare o meno lo stadio del ghiaccio e i monti Alatau.

Conosciamo in ostello un ragazzo russo, Sergei da San Pietroburgo, che sta attraversando il Kazakhstan in autostop; gli spiego la nostra destinazione e il ragazzo si illumina, chiedendoci se può venire con noi fino a Semej.

Chiaramente accettiamo con piacere!

Ci dirigiamo al Dastrahan, mangiamo facendo finta di rimanere leggeri e verso le tre e mezza partiamo in direzione Tamgaly.

Il GPS dice almeno tre ore di strada, troveremo chiuso il sito UNESCO? Probabile, ma dobbiamo provare a visitarlo comunque.

Guido io e ci mettiamo una buona mezz’ora solo per arrivare alla tangenziale di Almaty, a causa del caos cittadino.

La strada fuori città è veramente buona, forse perché è l’unico reale collegamento tra Almaty, Bishkek e le città del sud Kazkhstan.

Nessun problema durante il percorso, eccetto un posto di blocco a metà strada che fa rallentare tutte le macchine davanti a noi e quindi ci fa perdere qualche minuto.

Arriviamo alla svolta per Tamgaly, indicato a 70 km.

Nelle guide parlavano di strada praticabile solo da 4×4, ma voi credete che la Atos possa avere qualche problema?

La strada per Tamgaly è inizialmente buona, ma a un certo punto il manto diventa totalmente disconnesso, ai livelli della strada nel deserto del Karakum: buche, voragini, dossi, ma la Atos resiste imperterrita e dopo un’ora di strade nella steppa tra mucche, capre e cavalli giungiamo a Tamgaly.

Ore sette.

Cancelli chiusi.

Arriva una macchina e un signore da dentro ci fa capire che il sito chiudeva alle sei, ma che al prezzo di 3000 tenge, circa 15 euro può aprircelo. Accettiamo.

Dopo un quarto d’ora di “strada” giungiamo ai cancelli principali, il tipo apre il cancello per auto e ci fa parcheggiare all’ingresso del sito.

Ci fa capire però che lui deve andare a prendere le capre al pascolo, quindi dovevamo visitare il sito in solitaria e soprattutto chiudere i cancelli quando saremo usciti.

Nessun problema.

Ci inoltriamo a piedi all’interno della steppa, tra colline rocciose e canyon, dove troviamo le incisioni rupestri del sito UNESCO, datate per la maggior parte all’età del bronzo.

Dopo una mezzora di camminata tra le rocce e qualche foto agli splendidi petroglifi, decidiamo di tornare all’auto, visto che ormai era scuro.

Ale si mette alla guida, esce dai cancelli e io chiudo il cancello.

In poche parole, ci siamo fatti aprire un sito UNESCO solo per noi e lo abbiamo letteralmente chiuso.

Pazzesco.

Riprendiamo la strada incidentata, ormai è buio e vediamo delle scene che ci fan sorridere: cavalli in fila indiana che tornano a casa, uomini in moto in mezzo alla steppa che cercano di convincere le mucche a far gruppo e ritornare verso le fattorie e camioncini che tentano la stessa cosa con mandrie di capre disordinate.

Riprendiamo la strada verso Almaty dopo un’ora e mezza e procediamo senza problemi, unico stop per prendere della coca cola salvifica vista la stanchezza che ci stava cogliendo.

Arriviamo all’ostello verso mezzanotte e mezza, il tempo di parcheggiare l’auto, lavarsi i denti e crollare a letto.

L’indomani sarebbe iniziata la lunga risalita verso nord, verso la Russia.

PS: le foto relative al diario le trovate sulla nostra pagina facebook

www.facebook.com/dolomiteam2015

nell’album fotografico “Diario di Viaggio 10”

Diario di viaggio #9

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XXI° giorno

Ci svegliamo dopo poche ore di sonno nel piazzale lato strada, lavata ai denti e si riparte.
L’obiettivo di giornata è Kochkor, città kyrgyza nel centro del paese, che si trova nelle vicinanze di un lago di montagna a oltre 3000 metri, il Song Kul; l’idea è di raggiungere Kochkor e informarsi all’info point turistico per un’escursione di tre giorni a cavallo, che secondo il ragazzo spagnolo dell’ostello a Tashkent ci sarebbe costata intorno ai 18 euro al giorno a testa.
Continuiamo la strada del giorno precedente, che collega Osh alla capitale Bishkek, e lentamente si sale verso le montagne: queste vette sono la parte occidentale della catena del Tian Shan, una catena montuosa posta tra Kyrgyzstan, Cina e Kazakhstan.
La catena Tian Shan, traducibile dal cinese come Montagne del Cielo, è all’interno dei patrimoni dell’umanità UNESCO per la bellezza dei suoi paesaggi e per la specificità biologica ed ecologica al suo interno; le montagne del Tian Shan faranno da sfondo al nostro attraversamento del Kyrgyzstan fino all’entrata in Kazakhstan.
Attraversiamo con la Atos un primo tratto di strada in mezzo a boschi di conifere, per poi giungere ad immense vallate di color verde acceso dove gli animali al pascolo dominano incontrastati: cavalli, mucche, pecore, capre che circondano le abitazioni tipiche dei pastori in Asia Centrale, le yurte.
La strada ci porta fino ad un passo a 3000 metri, da dove si apre un lungo altipiano che percorriamo in poco più di un’ora, circondati da animali e yurte, con montagne ad oltre 5000 metri sullo sfondo.
Notiamo che lungo la strada sono esposti dei banchetti che vendono latte e incuriositi ci fermiamo a comprare una bottiglia da un’anziana kyrgyza.
Il latte viene un euro e mezzo, una cifra esorbitante per un paese come il Kyrgyzstan, ma decidiamo comunque di comprarlo.
L’emozione di bere del latte appena munto, in una yurta, a oltre 3000 metri di altezza svanisce subito: è acido, forte, imbevibile per le delicate papille gustative europee.

Bevande Kyrgyze 2 Dolomiteam 2015 0, beffati un’altra volta.

La strada nell’altipiano scende leggermente, per poi risalire di colpo lungo la crosta di una montagna; facciamo diversi tornanti e raggiungiamo un ulteriore passo, a 3100 metri d’altitudine.
Attraversiamo una galleria di un paio di chilometri ed eccoci dall’altra parte della valle, lungo il versante delle montagne che da verso Bishkek, la capitale.
La strada scende ripidamente lungo il pendio della montagna e il dislivello è impressionante, si passa da 3000 metri a 800 metri sul livello del mare in poco meno di un’ora.
Il fondo valle è la zona più densamente abitata del paese e si vede dal traffico, dalle auto e dai numerosi insediamenti urbani che portano fino alla capitale, Bishkek; decidiamo di non entrare in città e continuare lungo la tangenziale, per arrivare a Kochkor il prima possibile.

La strada continua ad essere di ottima fattura, a due corsie, e seguendo il fiume Chu arriviamo all’ingresso della valle di Kochkor, dove ci accoglie il lago Orto Tokoy.
Arriviamo in città e andiamo immediatamente al CBT, l’info point turistico della città.
Entriamo, parliamo con una ragazza spiegandole le nostre intenzioni, ma le cifra indicateci dallo spagnolo sono totalmente diverse: la ragazza kyrgyza parla di almeno 150 euro a testa per un’escursione di tre giorni.
La cifra in sé non è molto alta, considerato il trasporto, l’escursione a cavallo, il dormire in yurta e il cibo compreso, ma è una cifra troppo alta per noi, mancando più di venti giorni al termine del nostro viaggio.
Ci fa parlare con il suo capo, che arriva a 120 euro a testa, comunque troppi.
Decidiamo di pensarci e di passare un’ora dopo per confermare o meno, nel mentre mi faccio indicare un ristorante dove mangiare, visto che la fame stava sopraggiungendo rapidamente.
Prendiamo l’auto e raggiungiamo il ristorante indicatoci, dove a pochi soldi mangiamo carne e verdure dal sapore orientale: si sente che la Cina dista solo qualche centinaio di chilometri.
Dopo mangiato torniamo al CBT e decidiamo di non partecipare all’escursione; un vero peccato, ma per le nostre tasche 120 euro a testa sono un’enormità.
Sei e mezza di sera, che fare?
Ale trova subito un Bed and Breakfast nel GPS, lo raggiungiamo e ad accoglierci c’è una signora kyrgyza che ci elenca subito i prezzi: 5 euro per la camera doppia, con colazione inclusa il giorno seguente, perfetto!
Entriamo, scarichiamo gli zaini e ci buttiamo a letto per un riposino, che in realtà durerà fino al mattino seguente.
Durante la notte per la prima volta nell’arco del viaggio proviamo una sensazione familiare a noi feltrini: il freddo.
Siamo in montagna, si sente.

XXII° giorno

Dopo una lunga dormita rigenerante, ci docciamo e facciamo colazione nella yurta a fianco del B&B, in compagnia di una coppia di turisti belgi: marmellata, latte, pane, uova, una giusta dose calorica per aprire la giornata.
Mentre Ale si doccia, faccio due chiacchere con due signori inglesi: entrambi vivono a Tokyo e uno di loro sta facendo un viaggio in bicicletta da Tokyo a Londra, per festeggiare il suo cinquantesimo anno di vita, un viaggio via terra verso la madre patria dopo trent’anni di vita in Giappone.
Chiacchieriamo di Cina, Giappone e di come si vive in Asia Orientale, bevendo un caffè solubile offerto da loro.
Li saluto, paghiamo e montiamo in auto, direzione Issyk Kul.

L’Issyk Kul è un lago salato situato all’interno della catena del Tian Shan ed è il secondo lago alpino più grande al mondo; la caratteristica principale di questo lago è che non gela mai, nemmeno durante i rigidi inverni kyrgizi, da qui il nome Issyk Kul, lago caldo.
Partiamo e appena fuori Kochkor veniamo fermati dalla polizia in uno dei soliti posti di blocco stradali; viene fatto segno ad Ale (che stava guidando) di smontare e di entrare all’interno dell’ufficio lato strada.
Dopo cinque minuti esce: niente fari accesi, dobbiamo pagare una multa.
Stupidi noi, ma in qualche modo dobbiamo uscirne.
Entro anch’io con Alessandro all’interno dell’ufficio della polizia, facciamo finta di non capire ma per quanto si potesse tergiversare il poliziotto era irremovibile: 500 som da pagare in banca, circa 9 euro.
Gli spiego che non abbiamo molti som, che è domenica e che non possiamo andare in banca…e lui ci viene incontro dicendo di dar pure a lui i soldi, senza nessun tipo di verbale.
Bene, si può contrattare.
Fortuna vuole che proprio fuori dall’ufficio, davanti ai nostri occhi, passi un auto locale di grossa cilindrata (quindi di grosso portafoglio) senza alcun faro acceso e immediatamente lo facciamo notare al poliziotto, che imbarazzato urla a gran voce al collega in strada di fermare le auto senza fari.
Guardiamo il poliziotto, sorridiamo e gli lasciamo 300 som, 5 euro e lo salutiamo.
Corruzione?

Ripartiamo alla volta dell’Issyk Kol, costeggiamo la riva est del lago Orto Tokoy e attraversiamo una valle spoglia di vegetazione, con una mandria di cammelli a lato strada come unico episodio degno di nota.
Arriviamo a Balykchy, prima città sul lago e iniziamo a percorrere la riva sud del lago: strade abbastanza buone, paesaggio semi desertico, costa sabbiosa e villaggi turistici.
La zona infatti è meta ambita dai vacanzieri kazaki, russi e kyrgyzi, grazie al clima favorevole e alle particolari caratteristiche del Issyk Kol; inoltre è collegata molto bene alle città più importanti della regione, come Almaty, Bishkek o Shymkent.
Saranno state le alte temperature, il paesaggio brullo con soli arbusti e palme o ancora la spiaggia con sabbia e ombrelloni ma ci sembrava di essere in una qualsiasi spiaggia europea; unica differenza, lo sfondo con la catena innevata del Tian Shan.
Arriviamo verso le cinque e mezza a Karakol, la città più importante della regione, nota metà turistica fin dall’epoca sovietica grazie alla vicinanza al lago e alle montagne del Tian Shan, ottime per l’escursionismo e lo sci alpino.
Parcheggiamo l’auto lungo i lati di un parco e ci infiliamo in un cosiddetto “Kafe” a mangiare: ravioli di carne, carne e patate come giusto premio per la giornata.
Durante la cena però vediamo che il tempo sta peggiorando velocemente e nuvole cariche di pioggia erano praticamente sopra di noi, che fare?
Con la pioggia campeggiare sarebbe stato difficoltoso, l’unica soluzione era di fermarsi al Kafe e aspettare che la pioggia si calmasse.
Però ovviamente eravamo senza soldi.

Vado verso il centro in cerca di una banca, provo due ATM senza riuscire a concludere le operazioni, quindi particolarmente disperato, chiedo a un ragazzo in un russo improbabile dove fosse una banca.
E lui: “Mmm…meglio se parliamo inglese ok?”
“Va benissimo grazie! Piacere Michel”
“Piacere, Rakim, ti accompagno volentieri alla banca!”
Iniziamo a chiacchierare e mi racconta che ha 27 anni ed è kyrgyzo, ma sono ormai 15 anni che vive all’estero, prima in Russia per le scuole superiori, poi in Olanda a Leiden per l’Università ed infine in Spagna, dove lavora in una piccola azienda di informatica.
Gli propongo di bersi una birra con noi e lui accetta volentieri.
Iniziamo a chiacchierare di tutto e di più: politica, società, economia, influenza russa sul Kazakhstan e Kyrgyzstan.
Rimane molto colpito soprattutto quando gli parliamo della storia multiculturale dell’Italia e non appena vede le foto delle chiese arabo-normanne in Sicilia rimane completamente di stucco!
Dopo qualche birra, Karim ci propone di spostarci ne “l’unico pub di Karakol”, accettiamo, passiamo a prendere la sua ragazza Eleonora e andiamo al Green Pub di Karakol.
All’interno non sembra di essere nemmeno in Asia Centrale: tavoli e sedie in legno, jukebox, il biliardo al piano superiore e vere spine di birra.
Torniamo però velocemente in Asia Centrale: i ragazzi presenti ci guardano un po’ storto, forse perché di occidentali ne vedono veramente pochi.
Dopo un paio di birre, Karim ed Eleonora iniziano a parlarci in dettaglio della realtà del Kyrgyzstan.
Il paese sembra un luogo ameno, con dolci vallate e molto ospitale, quando in realtà i problemi non sono pochi: tensioni con gli stati vicini, ingerenze della Russia, traffico di droga e di armi, ma soprattutto fondamentalismo islamico e problemi sociali.
Eleonora racconta di come una volta in centro a Bishkek è stata picchiata da vari ragazzi che lei definisce “dall’entroterra”, perché considerata troppo occidentale (lei è tatara, storico gruppo etnico dell’URSS di religione musulmana ma dai tratti somatici occidentali); Karim racconta di quanto pericoloso è girare di notte in Kyrgyzstan, data la totale insicurezza presente nel paese.
Inoltre, a detta loro, la polizia nel paese è totalmente corrotta, non garantisce nessun tipo di sicurezza ed anzi, favorisce i problemi sociali con la sua inettitudine.
Il paese ha vissuto due rivoluzioni “democratiche” negli ultimi dieci anni che hanno portato all’inasprimento dei rapporti fra i gruppi etnici e fra la popolazione urbana e quella rurale.
Dopo i discorsi di Karim ci tornarono subito alla mente le parole del signore uzbeko alla birreria di Samarcanda: “L’Uzbekistan è un paese con un governo forte e soprattutto legittimato; in Kyrgyzstan, se uno vi uccide, basta che paghi il primo giudice e nessuno lo punirà”.
Stesse parole usate in seguito da Karim.
I discorsi sul Kyrgyzstan ci lasciano basiti ma non di certo sorpresi: dopo il crollo dell’Unione Sovietica, gli stati dell’Asia Centrale hanno sperimentato diversi tipi di dittature rette e controllate da gruppi di potere corrotti, che gestiscono attività economiche redditizie legali (petrolio, gas, ecc) o illegali (droga): apparati centrali corruttibili insieme alla stampa e alla libertà controllata permettono un maggiore presenza del potere nella vita delle persone e soprattutto un freno ad ogni tipo di opposizione.

Dopo la lunga chiacchierata, Rakim ci propone di dormire a casa sua e accettiamo subito la proposta, come possiamo non accettare un letto comodo?
Andiamo a casa di Rakim e riposiamo, in attesa del ventitreesimo giorno di viaggio, il giorno che ci porterà verso il Kazakhstan.

XXIII° giorno

Ci svegliamo verso le dieci a casa di Rakim, ci docciamo e andiamo con lui e la sua ragazza in un gazebo lato strada, dove mangiamo una zuppa con spaghetti, coriandolo, peperoncino e altre verdure, a prezzi decisamente bassi, intorno ai cinquanta centesimi a piatto.
Salutiamo i due ragazzi, ringraziandoli per l’ospitalità e ripartiamo, destinazione lago Bartogay, Kazakhstan.
Usciamo da Karakol e andiamo verso nord, risalendo la costa ovest del Issyk Kol; arriviamo a Tup e davanti a noi si stagliano le montagne del Trans-Ili Alatau, la parte più settentrionale del Tian Shan che fanno da confine fra Kyrgyzstan e Kazkhstan.
Ci addentriamo lungo il dolce pendio delle montagne, circondati da campi coltivati, trattori e cavalli; all’incirca venti chilometri dopo ha inizio una strada sterrata, che si addentra in una valle fuori dal tempo, la valle di Karkara.
Verdi colline sulla nostra destra, verso oriente, con boschi di conifere e un fiume rigoglioso; verso nord est le montagne, con immensi prati dove cavalli e pecore pascolano indisturbati.
La strada sterrata non assomiglia minimamente ad una strada di confine e in due ore di percorrenza vediamo passare solamente una decina di auto, per lo più fuoristrada: il vero di mezzo di trasporto della zona è il cavallo.
L’attività commerciale principale della valle è l’apicoltura ed infatti vediamo spesso a lato strada dei centri con decine di arnie, poste vicino alle yurte e alle roulotte degli apicoltori.

Attraversiamo a una media di venti/trenta chilometri orari questa valle meravigliosa e verso le cinque del pomeriggio giungiamo al confine, posto nel mezzo di un altopiano immenso divisa fra Kazakhstan e Kyrgyzstan.
Scendiamo dall’auto, solite procedure doganali e usciamo dal Kyrgyzstan.
Zona doganale kazaka.
Ale scende all’ufficio passaporti mentre io inizio i controlli dell’auto.
Sento in lontananza un vociare familiare: sono una ventina di turisti milanesi con una guida locale che stanno entrando in Kyrgyzstan.
Incuriositi dall’auto, chiedono un po’ di più sul viaggio e stupefatti, ci fanno i complimenti; come raccomandazione, ci suggeriscono di fare attenzione alla benzina in Kazakhstan perché il loro autista è stato fregato.
Li saluto e nel mentre i frontalieri kazaki mi controllano l’auto, non trovando nulla di interessante se non la gopro.
Mi dirigo al controllo passaporto e grazie ad Alessandro, mi ritrovo in testa alla fila: documenti pronti, ora si va allo sdoganamento auto.
Entriamo e ci sono due poliziotti sulla sessantina, che guardano una partita di Hockey e appena vedono che siamo italiani snocciolano tutto ciò che sanno dell’Italia: Mazzola, Riva, Rossi, Buffon.
Uno dei due dice che Buffon è persino più forte di Jascin, lo storico portiere sovietico degli anni cinquanta.
Anche qui si compilano le solite carte con le solite incomprensioni: marca dell’auto, targa, numero del telaio.
Per non incorrere in problemi stile Uzbekistan, chiediamo subito le modalità per fare l’assicurazione ma non capiscono; l’amante di Buffon gentilmente esce a chiedere se qualcuno poteva aiutarci, girovagando tra i colleghi più giovani chiedendo il significato della parola “insurance”.
Torna dopo cinque minuti e dice di farla a Kegen, la prima città kazaka. Ma oggi è domenica, quindi niente assicurazione. Bene.

Ci danno i vari documenti e torniamo all’auto, dove ci aspetta un giovane militare.
Mi offre una sigaretta e ci chiede se abbiamo musica italiana da dargli: certo che si!
Infatti prima di partire, sapendo che nell’ex URSS la musica italiana anni sessanta va ancora per la maggiore, ho preparato sette cd di musica italiana anni 60 e 70. Quale miglior occasione per regalare un cd?
Carico il cd nell’autoradio e il ragazzo è felicissimo, gli do il regalo e noi ripartiamo, alla volta di Kegen e del lago Bartogay.
La strada continua per qualche chilometro ancora sullo sterrato, fino a giungere al primo paese del Kazakhstan, Kegen.
Attraversiamo il paese e iniziamo una serie di tornanti che ci portano fino al ponte sul fiume Sharyn, che forma per alcuni chilometri dei veri e propri canyon rocciosi.
Dopo una decina di minuti di foto, decidiamo di ripartire verso il lago Bartogay, dove avevamo intenzione di campeggiare.
Arrivano le otto meno dieci, il lago Bartogay dista ancora venti chilometri e il sole sta tramontando.
Corriamo lungo la steppa in una strada che all’apparenza sembra buona, ma in realtà dal nulla ha pericolose voragini e asfalto sconnesso, che fortunatamente riusciamo ad evitare.
Con rapidità giungiamo a qualche chilometro dal lago e decidiamo di fermarci lungo una strada sterrata, con vista sul Bartogay.
Piantiamo le tende, montiamo il tavolino le sedie e iniziamo a cucinare: spaghetti direttamente dall’Italia con sgombro in scatola comprato a Baku, ci si tratta bene!
Lo sgombro ci stupisce, è veramente buono e con un filo d’olio d’oliva la pasta nella steppa kazaka passa la prova a pieni voti!
Il buio arriva in un nonnulla e l’unica cosa che illumina la fredda e buia notte della steppa sono le milioni di stelle nella volta celeste.
L’assenza di inquinamento luminoso ci permette di vedere decine di stelle cadenti, la via lattea che splende nel cielo, le varie costellazioni ben definite.
Uno spettacolo che difficilmente dimenticheremo.

Foto del diario di viaggio presenti su Facebook al link www.facebook.com/dolomiteam2015 sull’album fotografico “Diario di viaggio #9”

Diario di viaggio #8

XVIII° giorno

Passiamo la mattinata con estrema calma, conversando con i ragazzi belgi di strade, confini e problemi auto, facendo colazione con dei gustosi pancake ripieni di patate e carne.
Ci docciamo, carichiamo l’auto e chiediamo a Rafa un posto vicino dove far benzina, ma ci rassicura subito dicendo che a Tashkent non c’è nessun tipo di problema con le stazioni di rifornimento. Finalmente.
Partiamo nel primo pomeriggio, dopo aver salutato i belgi e gli altri presenti.

Direzione Fergana Valley.
La valle di Fergana è una piccola regione dell’Uzbekistan che si insinua fra le montagne che la separano a nord, est e sud est dal Kyrgyzstan e a sud ovest dal Tajikistan.
Questa valle, nota per la produzione di seta e ceramica, è separata dal resto dell’Uzbekistan da un passo di montagna ad oltre due mila metri.
Partiamo ma ci si ferma subito per acquistare acqua e qualche snack per il viaggio.

Dopo qualche chilometro troviamo una pompa di benzina e facciamo rifornimento, a prezzi più bassi rispetto a quelli dei giorni precedenti: la domanda di benzina nella capitale non manca di certo.

Usciamo dal caos cittadino di Tashkent e seguiamo la strada verso Fergana, con strade di buona fattura che aumentano allo stesso tempo la pericolosità degli uzbeki alla guida.
Saliamo lentamente verso le montagne e la strada che continua ad essere di buona qualità, scorre lungo la valle del fiume Sirdarya, che separa le montagne terrose poste a nord e a sud.
Ci fermiamo per un posto di blocco dove controllano i passaporti e i documenti dell’auto, scattiamo alcune foto con i tanti uzbeki incuriositi dall’auto e procediamo, salendo lentamente verso un passo.

Vediamo dopo una mezz’ora un mercato lungo la strada, decidiamo di fermarci per darci un’occhiata e tutte le negozianti iniziano a chiamarci a gran voce.
Ogni negozietto era numerato e aveva come nome la città o il villaggio di provenienza della merce in vendita; decidiamo di comprare dell’acqua, del formaggio e dei semi di girasole da sgranocchiare.
Mentre curioso tra i veri negozietti, dove in realtà la merce e i prezzi relativi erano sempre gli stessi, Alessandro si mette a chiacchierare con uomo sulla cinquantina, incuriosito dal tracciato disegnato sulla Atos: è da Kokand, prima città della valle di Fergana e si propone di farci strada fino alla sua città.
Noi lo ringraziamo ma non capiam in realtà dove voglia portaci: a casa sua, in un hotel, in un ristorante?
Ripartiamo, manca poco al tramonto, il traffico aumenta a dismisura e lentamente saliamo verso il passo, circondati dalle montagne terrose che isolano la Fergana dal resto dell’Uzbekistan.

Qui assistiamo a scene di guida al limite: auto che superano a destra rischiando di finire nello strapiombo lato strada, altre macchine che superano l’eterna fila davanti a noi lungo la strada in costruzione chiusa al traffico, clacson continui, camion fermi, gente con l’auto rotta che cerca aiuto invano, venendo ignorata da tutti i passanti (escluso il nostro amico del mercato, che si ferma ad aiutare un automobilista, facendoci perdere le sue tracce).
Raggiungiamo dopo chilometri di caos e coda il passo ad oltre 2000 metri, attraversiamo un tunnel ed eccoci nella valle di Fergana!
Prima di arrivare al fondo valle però dobbiamo compiere una lunga discesa che non si rivela per niente facile, a causa del traffico che continua imperterrito e del buio che è sopraggiunto in un baleno.
Si passa da punti ad ottanta all’ora su un manto stradale perfetto, a pezzi di asfalto in costruzione, dove il traffico si imbottiglia e il disordine regna sovrano.
Abbiamo persino il tempo di far due chiacchiere con un taxista dai denti d’oro, che ci fa i complimenti per il viaggio, ci augura buona fortuna e ci fa qualche domanda a noi chiaramente incomprensibile.
Continuiamo la nostra discesa e dal nulla ci raggiunge il signore del mercato, che dice di seguirlo da quel momento in poi; veniamo fermati per un controllo passaporti poco più avanti, nessun problema rinvenuto e si riparte in direzione Kokand.
La pericolosità in auto dell’uzbeko medio torna a manifestarsi: un uzbeko in sorpasso invade del tutto la nostra corsia non rientrando nella propria, facendo fare ad Ale una brusca sterzata che ci salva la pelle.
Entriamo in paese, sono ormai le dieci di sera, ai nostri lati molte case del tè e ristoranti di shashlik.
Dopo qualche km il signore si ferma al lato della strada, smonta dall’auto e ci fa capire che ci stava portando ad un hotel della zona; noi però non potevamo permetterci il pernottamento, quindi lo ringraziamo lo stesso e gli chiediamo consiglio su un posto per cenare.

Decide di accompagnarci e dopo pochi chilometri si ferma in una casa del tè lungo strada; parcheggiamo e ci dirigiamo con lui all’interno del locale. Camminando, notiamo che c’è anche sua figlia in macchina, che però non smonta dall’auto.
Ci sediamo, il signore ordina per noi del tè e dei shashlik e chiacchieriamo per una buona mezz’ora: lui lavora a Tashkent nel campo dei prodotti caseari, conosce abbastanza bene l’Italia e mastica qualche parolina di inglese, che ci facilita chiaramente la comunicazione.
Finito varie tazze di tè decide di andare, scattiamo qualche foto ricordo e lo salutiamo.
Dopo aver finito di cenare, capiamo che in quella casa del tè dormire sarebbe stato impossibile, visto che alle undici non c’era più nessuno e che i camerieri stavano raccogliendo tutti i cuscini e i materassi all’esterno.
Cosa fare? Decidiamo di ripartire per cercare di raggiungere al mattino presto il confine con il Kyrgyzstan.

Alessandro al volante, io invece entro in dormiveglia.
La strada è buona, ma tra una città e l’altra l’illuminazione è inesistente e la gente si diverte a girare a piedi o in bicicletta in mezzo alla strada senza nessun tipo di giubbotto catarifrangente o luce.
Uzbeki, cordiali e gentili, ma leggermente folli.
Veniamo fermati a tre posti di blocco stile PYGG turkmeni, qui chiamati YPG, dove ci vengono controllati i passaporti; notiamo che alle cabine della polizia sono appese un centinaio di foto segnaletiche di persone ricercate e vi sono svariate targhe d’auto indicate come sospette.
Capiamo subito il perché di quello che vediamo: infatti la Fergana è il luogo di nascita dell’IMU, Islamic Movement of Uzbekistan, un movimento fondamentalista wahabita che in passato ha compiuto diversi attentati nel paese, tenendo una fitta rete di collaborazione con Al Qaeda e altri gruppi jihadisti.
Giungiamo verso le due di notte alla periferia di Andijan e decidiamo di dormire in macchina lungo la strada, esausti dalla lunga giornata in auto.

XIX° giorno

Ci svegliamo verso le sei di mattina, ancora stanchi e poco lucidi, ma fortunatamente il Kyrgyzstan era distante pochi chilometri e ad Osh ci aspettava un hotel per il quale avevamo già prenotato.
Ripartiamo e dopo pochi chilometri raggiungiamo l’ultimo paese prima della frontiera, Khuzhaobod.
Notiamo come quest’area di confine sia la parte più povera del paese: sola agricoltura, case con tetti in lamiera, edifici fatiscenti e spesso diroccati.
Ci fermiamo per bere un po’ di tè in una casa del tè, vista la stanchezza imperante.
Ci accoglie un signore con due soli denti (d’oro però) che ci fa accomodare sui divanetti esterni e accetta di prepararci del tè e del plov in cambio dei soli soldi che ci eran rimasti, 4000 som (l’equivalente di un euro).
Tè bollente e zuppa di riso con carne, verdure e spezie, praticamente un regalo a quella cifra.
Ringraziamo sentitamente il signore e il suo aiutante, un signorotto grassottello con la shashia (il cappello della preghiera musulmano), che ci salutano calorosamente.
Intorno a noi prati verdi, trattori di epoca sovietica e le montagne del vicino Kyrgyzstan.
Altro controllo passaporti lungo la strada, tanto per rimarcare quanto controllata sia la Fergana Valley.
Giungiamo finalmente al confine.
Le guardie ci fanno entrare e dicono di parcheggiare l’auto sotto una struttura di cemento, dove al suo interno c’è uno strano marchingegno che fa lo scanner in 3d dell’auto, per verificare la presenza di droga o armi.
Bah.
Passato il controllo ipertecnologico, parcheggiamo nuovamente l’auto: io entro in un ufficio per sdoganare l’auto, Ale invece va direttamente al controllo finale dei passaporti.
Controllano le carte, ma l’addetto mi fa capire che c’è qualcosa che non va; giunge di tutta fretta una guardia sulla ventina, con un buon inglese, che mi spiega che per uscire dal paese è necessaria l’assicurazione del veicolo.
Gli spiego che all’ingresso del paese nessuno mi aveva informato dell’obbligatorietà dell’assicurazione e che quindi non potevo saperne nulla; il ragazzo si scusa per l’inadempienza dei suoi colleghi di Khiva, però l’assicurazione è necessaria altrimenti non sarei mai uscito dal paese.
Gli chiedo consiglio sul dove andare e mi dice di tornare indietro fino al primo blocco stradale della polizia, chiamato post 45, che è il posto di blocco che ci aveva controllato i passaporti non più di mezz’ora prima.
La guardia mi da un foglietto con tutte le indicazioni in uzbeko, lo ringrazio e riparto.
Arrivo al posto di blocco ma la polizia mi avverte che loro non possono aiutarmi; gentilmente chiedono ad un signore di aiutarmi e lui accetta di farmi strada fino a Khuzhaobod.
Dopo qualche chilometro lo perdo, a causa della sua eccessiva velocità nel percorrere la strada, più simile in realtà a un cantiere che a una vera e propria strada.
Arrivo dopo una ventina di chilometri al paese e trovo il signore sul lato della strada, che mi fa segno di seguirlo con l’auto; dopo un centinaio di metri si ferma, confabula con un altro signore e gli chiede di portarmi all’assicurazione, non sapendo in realtà dove fosse.
Ringrazio il primo signore e seguo quindi il secondo, che dopo un paio di minuti si ferma, parcheggia e mi fa segno di scendere.
Lo seguo, attraversiamo un cantiere e mi porta in un piccolo ufficio pieno di scartoffie, con due signori sui quaranta, una signora anch’essa sui quaranta e una ragazza più o meno della mia stessa età.
Consegno loro la carta scritta dalla guardia e capiscono che ho bisogno dell’assicurazione.
Spiego subito però che non posso pagare in som, avendoli finiti dal vecchio dai due denti d’oro al mattino.
Uno dei due uomini chiama al telefono e mi passa un superiore, che parla perfettamente inglese: gli spiego la situazione per filo e per segno, mi dice di non preoccuparmi e di pagare in euro senza problemi. Benissimo.
Aiuto i quattro a barcamenarsi sul libretto in italiano, tra numero di telaio, anno di immatricolazione e altri dati, scambiamo due chiacchiere e fumo una sigaretta con uno dei due tipi, che dice di aver quarant’anni e di essere ormai vecchio visto che ha quattro figli.
Dopo mezz’ora di carte, carte e ancora carte, mi consegnano l’assicurazione che mi vien a costare la bellezza di tre euro; quando mi riconsegnan tutte le carte noto che manca il documento datomi all’ingresso del paese, ma dicono che non ci sono problemi e che posso andare tranquillamente.
Riprendo la strada verso il confine, passo davanti alla casa del tè del plov mattutino, saluto in corsa i due vecchiotti e mi dirigo vergo la frontiera, non prima di essere inevitabilmente fermato per un controllo passaporti al posto di blocco post 45, dove non erano più presenti le guardie precedenti.
Arrivo al confine.
Vedo al controllo auto il camion dei pompieri del team del Mongol Charity Rally che ha attraversato con noi il Caspio; due chiacchiere in velocità e un good luck reciproco.
Porto la documentazione all’ufficio per lo sdoganamento auto, ma il responsabile mi dice che manca ancora una carta, capisco subito che si riferisce alla carta che mi han ritirato in assicurazione.
Mi viene in aiuto la guardia parlante inglese, che mi spiega che quella carta in realtà è la carta più importante di tutte, ma che in qualche modo mi avrebbero fatto passare lo stesso.
Dolomiteam 2015 ha finalmente la sua rivalsa sulla burocrazia post sovietica!
Entro nell’ufficio passaporti, timbro al visto, è fatta finalmente, possiamo uscire dal paese!
Ma chiaramente i problemi non possono finire così.
Dove sono le chiavi?
Controllo le tasche, controllo per terra, controllo ovunque, niente.
Dove possono essere finite?
Le guardie danno un occhio ai due uffici nei quali sono passato ma niente, non si trovano.
Che non siano dentro in macchina? Ipotesi possibile, certo, ma tutte e quattro le porte dell’auto son chiuse, come possono esser dentro le chiavi se l’auto è chiusa?
Il mistero si infittisce, a un certo punto penso che sian stati cani antidroga ad avermele portate via.
Sono disperato, Alessandro è nervoso.
Che si fa?
“Ragazzi, noi possiamo aprirvi l’auto con un coltello o con un righello, ma dovete darci il consenso voi” dice la giovane guardia parlante inglese
“Sisi, consenso accordato, vi prego apritela in qualche modo, dentro ci sono le chiavi di scorta”
“Va bene”
Arriva il responsabile dello sdoganamento auto con un righello e passa tutte le porte inserendo il righello dalla plastica esterna dei finestrini, fin quando non riesce ad aprire la porta del guidatore.
Entro in auto e sorpresa, le chiavi sono sotto un portadocumenti!
Fortuna vuole che la macchina sia aperta e che ci siano anche le chiavi, ma di come l’auto possa essersi chiusa con le chiavi dentro resta ancora un mistero.
Dopo aver sentitamente ringraziato le guardie, possiamo finalmente partire ed uscire dal paese: saluti, Uzbekistan!
Un paese che ci ha colpiti per l’estrema ospitalità e generosità dei suoi abitanti, sempre curiosi di relazionarsi con noi superando le difficoltà linguistiche; paese che dalla sua ha solamente due lati negativi nella nostra esperienza, ovvero l’indisciplina alla guida e la difficoltà nel reperire la benzina.

Frontiera di ingresso del Kyrgyzstan.
Parcheggiamo l’auto e per prima cosa un tizio seduto su una sedia ci fa segno di avvicinarci ed esclama: “Medical control”
Ci mettiamo una alla volta davanti a questo signore, che con uno strano aggeggio simile ad una telecamera crediamo controlli le nostre temperature corporee.
Bah.
Ale entra alla frontiera per pedoni, i responsabili negli uffici doganali gli danno la priorità e quindi, passando davanti ai locali, nel giro di due minuti è libero di entrare in Kyrgyzstan.
Io affronto il solito controllo auto: medicine, cibo, domande senza senso.
Il meglio giunge quando una guardia vede i cd e si volta a guardarmi, chiedendomi in un inglese improbabile: “Sex, porn, hard, cd?”
Sorrido, scuoto la testa e mi avvio a piedi ai controlli doganali.
Anche qui solita prassi, dato che i documenti dell’auto in italiano non vengono capiti: indico la targa, la proprietà, i centimetri cubi e il numero del telaio.
Faccio due firme, pago 20 euro per una tassa sull’inquinamento ambientale e sono libero di andare.
Esco dal confine e trovo Alessandro intento a parlare con alcuni kyrgyzi; mi racconta di aver appena finito di parlare con un ragazzo parlante inglese, che gli ha spiegato la situazione ottimale delle strade nel paese.
Montiamo in macchina e attraversiamo la città di Osh, posta direttamente al confine con l’Uzbekistan, dirigendoci verso l’hotel Nuru.
Dopo una decina di minuti arriviamo, parcheggiamo l’auto ed entriamo nella struttura che ci sembra impossibile possa costarci solo 12 euro a notte: ristoranti, bar, piscina all’aperto, spa, negozi, personale in divisa.
Alla reception troviamo una ragazza dai tratti orientali che ci registra e ci da le chiave della camera; saliamo al settimo piano, stanza 720, il tempo di appoggiare gli zaini che crolliamo a letto.
Ci risvegliamo, cambiamo dei soldi, ci docciamo e verso le dieci di sera usciamo per cenare; troviamo un locale a venti minuti a piedi dall’hotel, cena con shashlik, birre, insalata e poi filiamo a letto.

XX° giorno

Ci svegliamo e ci prepariamo alla svelta: la giornata prevede una visita alla montagna sacra di Sulayman-Too (unico sito UNESCO del paese) e un viaggio verso nord, puntando a campeggiare nei pressi del lago Toktogul.
Saliamo in auto e in cinque minuti siamo ai parcheggi del sito UNESCO; lasciamo lì la macchina pagando 20 som (30 cent di euro) e saliamo lungo la pendice orientale di questo monte.
Lungo il tragitto troviamo un museo all’interno della montagna, una moschea, un cimitero e varie grotte: secondo la leggenda, le donne incinte che entrano in queste piccole caverne avranno figli sani.
Dopo una camminata di un venti minuti giungiamo al termine del sentiero dove è presente una moschea e un’area ristoro; la vista da qui è fantastica, poiché si vedono la città di Osh, la Fergana Valley e in lontananza le montagne del Pamir.

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Scendiamo dal monte e ci dirigiamo verso l’auto, pronti per il nostro viaggio verso il nord del Kyrgyzstan.
Ci fermiamo per fare benzina, dove una benzinaia mi chiede di portarla in Italia e di sposarla; acquistiamo un po’ d’acqua e finalmente usciamo da Osh.
La strada è buona, ai nostri lati campagne, colline e moltissimi animali; fa caldo, ma oramai siamo temprati dopo i giorni nel deserto.
Continui sali e scendi ci portano fino a Jalalabad, dove la strada inizia ad avvicinarsi al confine uzbeko; la strada per vari chilometri costeggia il vero e proprio confine, delimitato dal filo spinato che gira intorno ai campi e alle case dei contadini.
La strada inizia ad addentrarsi in una valle scavata dal fiume Naryn (che diventerà in seguito il Syr Darya), con profondi canyon e vari fiumi artificiali creati dalle chiuse sul fiume.

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Si sale lentamente e in lontananza si vedono già i primi picchi innevati.
Percorriamo la stretta valle seguendo il percorso inverso del Naryn: lungo il fiume vi sono prati e folta vegetazione, ma appena ci si allontana predominano la roccia e la terra rossa.
Facciamo un paio di passi di montagna intorno ai duemila metri, ma la Atos non ha alcuna difficoltà, visto il manto stradale perfetto delle strade kyrgyze.
Arriviamo intorno alle sette di sera al lago Toktogul e lungo il lato sud del lago troviamo molti ristoranti, con la scritta baliq al loro esterno, ovvero pesce in kyrgyzo.
Dopo un’intera giornata a stomaco vuoto la fame inizia a farsi sentire.
Decidiamo però di non fermarci e di continuare ancora per qualche chilometro, per essere almeno sul lato nord del lago.
Scattiamo qualche foto e le dolci montagne scavate dal vento che crollano a picco sul lago fanno venire i brividi.
La fame si fa sentire, la stanchezza pure, quindi decidiamo di fermarci lungo strada in un ristorante tipico.
Chiediamo se si può mangiare, una ragazzina ci dice no correndo via, ma delle nonnine ci fan segno di accomodarci; dopo trenta secondi ci raggiunge una ragazza kyrgyza che masticava un po’ di inglese, ci dice che lì fanno da mangiare carne d’agnello e che potevamo accomodarci sui cuscini sotto un albero.
Circondati da fiori e alberi, seduti su comodi cuscini, iniziamo a mangiare questo agnello molto saporito, che nulla ha da invidiare all’abbacchio romano, anzi.
Mangiamo con calma il nostro piatto accompagnato da buon tè verde; ad un certo punto una cameriera ci guarda e ci chiede se desideravamo il Jarmah e noi, non sapendo cosa fosse, decidiamo di prenderlo.
Ci arriva questo boccale con uno strano e denso liquido bianco, con all’interno vari cereali; il sapore è forte, tendenzialmente acido, e non piace a nessuno dei due.
Io decido di berlo comunque, Ale invece desiste.
Lo bevo si, ma che fatica, aveva un gusto veramente troppo particolare per le nostre papille gustative.
In seguito scopro che il Jarmah è fatto da ayran, una specie di yogurt kyrgyzo, e malto fermentato.
Verso le undici decidiamo di pagare ed andare, per cercare un posto dove passare la notte.
Campeggiare, visto il buio, oramai era impossibile però.
Dopo una decina di chilometri e dopo un pieno di benzina, ci fermiamo lungo strada in un piazzale; Alessandro decide di dormire sul materassino all’esterno, mentre io decido di coricarmi in macchina.
Arriva però dal nulla la pioggia, quindi anche Ale è costretto a dormire in macchina,
Scomodamente, ci addormentiamo, in attesa di un’altra lunga giornata attraverso le montagne del Kyrgyzstan.

PS: dal prossimo diario cercheremo di ridurre al minimo il numero di foto presenti nel sito, perché preferiamo non sovraccaricarlo eccessivamente; troverete tutte le foto sulla nostra pagina facebook www.facebook.com/dolomiteam2015 
divise per i diversi diari di bordo 

Diario di Viaggio #7

XV° giorno

Ci svegliamo verso le sette alla casa del tè, ordiniamo del buon cay per svegliarci e ci diamo una sistemata; al momento di pagare, la padrona del locale ci dice che non serve, mostrandoci fin da subito l’ospitalità innata del popolo uzbeko.
Ripartiamo alla volta di Bukhara, che dista una sessantina di chilometri dal luogo della nostra sosta notturna e dopo un’ora di viaggio tranquillo entriamo in città, parcheggiamo e ci avviamo a piedi verso il centro storico.
La città vecchia è fatta da piccoli vicoli con case dai bassi soffitti, tutte di color bianco per trattenere meno calore possibile; dopo esserci addentrati per questi vicoli giungiamo ad una piazza, con uno stagno al centro e tre madrasse lungo i lati nord, est e ovest.

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Scritte in farsi lungo le pareti, mosaici di color verde, blu e oro, attorno a noi fontane, alberi, turisti e gente del luogo.
Troviamo tra l’altro i ragazzi americani, che sono in partenza per Tashkent.
Nello stesso momento si avvicina a noi una ragazza uzbeka di 15 anni, che vuole far due chiacchiere in inglese visto che il suo sogno è di studiare a Londra e fare la traduttrice; dopo il classico selfie la salutiamo e visitiamo l’interno delle madrasse, dove l’unicità architettonica del luogo non limita il contesto sociale dell’area, tra bazar, case del tè e negozi di bigiotteria.
Scattiamo delle foto, giriamo intorno alla piazza e continuiamo a visitare la città vecchia di Bukhara, tra vecchie moschee, minareti ed edifici con più di quattrocento anni di storia.
Torniamo nella piazza, cambiamo dei soldi, facciamo qualche acquisto nei negozietti lungo la strada e decidiamo di fermarci a bere un the in uno dei bar lungo il piccolo lago al centro della piazza.
Dei signori uzbeki, sui 30/40 anni, ci salutano e ci chiedono da dove fossimo; alla risposta “Italia”, ci invitano a sedersi con loro.
Sono tutti piloti aerei dell’aviazione uzbeka e tre di loro parlano abbastanza bene inglese.
Si ordina tè, birra uzbeka (11% di gradazione alcolica) e si parla degli argomenti più disparati: musica, calcio, politica, cultura, lingue.
Passiamo un’ora e mezza di convivialità che ci fa apprezzare sempre di più l’Uzbekistan e il suo senso di ospitalità e di curiosità verso lo straniero.
Dopo qualche video e qualche foto assieme, i signori ci invitano al matrimonio di loro parenti, a 2 ore da Bukhara, ma ci tocca rifiutare visto che il giorno stesso la nostra meta era Samarcanda.
Un matrimonio uzbeko, tra mangiare di ogni sorta e alcol a quei livelli di gradazione, ci avrebbe fatto arrivare a Samarcanda qualche giorno dopo.

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Dopo la chiacchierata con loro prendiamo la decisione più difficile del nostro viaggio, alla quale stavamo pensando fin da Baku: non andare in Tajikistan.
La situazione del Tajikistan non è delle migliori, a causa di forti pioggie che han causato morti, frane, interi villaggi distrutti; per quanto riguarda il nostro viaggio, ci sono punti lungo la Pamir Highway del tutto impraticabili, che rischierebbero di mettere a repentaglio il nostro viaggio ma soprattutto le nostre vite.
Dispiace tantissimo, ma tocca passare.
Tajikistan, aspettaci che torniamo.

Li ringraziamo nuovamente, ci scambiamo i rispettivi contatti e ripartiamo alla volta di Samarcanda.

Un vecchio su una bicicletta rossa ci vede un po’ confusi sulla strada da prendere e ci fa segno di seguirlo fino a un incrocio; arrivati, lo ringraziamo e lui guardando l’auto sorride e dice: “Italian ferrari!”, indicando la sua bici e la nostra Atos.

Si riparte.
La strada è buona, a due corsie, ma inizia il problema benzina: nessun distributore ha benzina, solo propano e metano.
Fortunatamente, dopo un’ora di ricerca lungo le vie della superstrada Bukhara-Samarcanda riusciamo a trovare la benzina, un litro a 3000 som, lo stesso prezzo della benzina a nero di Khiva.
Ripartiamo alla volta di Samarcanda.
Lungo la strada tutti ci salutano: camionisti, autisti, passeggeri, pedoni, bambini che giocano, anziani che vendono frutta, continui saluti e sorrisi che ci rendono piacevole il viaggio.
Il paesaggio è un po’ anonimo, molto verde, tanti campi coltivati ma nulla di mai visto.
Al cambio guida, decidiamo di fermarci a prendere un melone: 12000 som, forse un po’ tantino, ma un melone grande come mai ne abbiamo visti in Italia.
Arriviamo a Samarcanda verso le 18, non c’è particolar traffico e troviamo il Lux Hotel senza particolari difficoltà.
Ci accoglie un ragazzo della nostra età, amorfo, senza alcun tipo di espressione e anzi, sembrava particolarmente scontento del lavoro che stava facendo.
Al tempo stesso però ci offre del vino uzbeko.
Paghiamo per due notti e andiamo in camera: doccia fresca e dolce riposo.
Verso le dieci di sera usciamo per cercare un ristorante, ma la città è deserta, solo taxi e auto ma nessun locale, poca gente; il tutto poi viene amplificato dalle vie tipicamente sovietiche della città, che risaltano particolarmente il vuoto generale in mezzo alla spropositata grandezza degli spazi.
Dopo una decina di minuti passiamo una gigantesca statua di Tamerlano, attraversiamo una piazza con fontane nei pressi del Amu Temur e dopo cinque minuti troviamo un ristorante, dove rifocillarci di Shashlik.
Il ristorante, lungo la via del Registan, era molto particolare a causa di decine di uccelli liberi al suo interno, tra cui due pavoni di grossa stazza con dei colori delle piume molto accesi.
Mangiamo, beviamo due birre e poi di corsa ci dirigiamo verso l’hotel, dormendo finalmente in un letto comodo.

XVI° giorno

Il secondo giorno a Samarcanda inizia con la colazione compresa nel prezzo del Lux Hotel: tè, pane, burro, frittata e formaggio.
Torniamo in camera e ce la prendiamo con calma, visto che in un niente dall’hotel si arriva alla zona storica della città.
Verso le tre del pomeriggio, ben riposati ma assai affamati, decidiamo di andare al ristorante di fianco all’hotel, consigliatoci da un receptionist molto più cordiale rispetto al ragazzo del giorno precedente.
Entriamo nel ristorante e ordiniamo involtini di diverso tipo: mucca, pollo, agnello, capra e fegato di un animale indefinito.
Usciamo verso le quattro e mezza e a causa della pesantezza post pranzo prendiamo un taxi: per 2000 som a testa ci porta alla prima parte del sito UNESCO di Samarcanda, dove è presente il mausoleo del Tamerlano con altri edifici adiacenti.
Foto e video, con attorno a noi vari fotografi a lavoro con sposalizi e simili.
Anche qui ritornano i colori che abbiamo visto a Bukhara il giorno precedente: mosaici e incisioni blu e oro che danno agli edifici un aspetto monumentale; queste madrasse hanno poi ispirato nei secoli non solo l’architettura del “Turkestan”, ma sono stati anche i precursori dell’arte Moghul in India, basti pensare al noto Taj Mahal, molto simile come colori e come struttura al mauseleo di Amu Timur.

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Dopo aver visitato esternamente una moschea ci dirigiamo verso il Registan, l’antica piazza medievale di Samarcanda, non prima di esserci fermati a bere un po’ d’acqua vista l’umidità e le alte temperature.
Entriamo al Registan dal lato sud, ma visto che non sempre la fortuna gira per il verso giusto, troviamo gli edifici chiusi, a causa delle prove di uno spettacolo di danza classica internazionale che si sarebbero tenute in serata.
Noi comunque entriamo facendo finta di nulla nella piazza girando attorno alle sbarre che delimitavano l’area, scattiamo qualche foto a queste madrasse tardo medievali e ci lasciamo trasportare dalla bellezza dell’area.
Dopo qualche minuto però usciamo, salutiamo la polizia come se nulla fosse e scattiamo qualche foto con degli uzbeki incuriositi dalla gopro.

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Giriamo attorno al Registan e cerchiamo un taxi, in direzione birreria di Samarcanda!
Infatti il receptionist gentile al mattino ci ha suggerito di andare in questo locale/fabbrica dove viene prodotta birra uzbeka.
Prendiamo il taxi e dopo una decina di minuti giungiamo.
Beviamo qualche birra tra una chiacchiera e l’altra, quando ad un certo punto un uzbeko ci invita al suo tavolo.
Ci presentiamo e questo uzbeko, al tavolo con il fratello ubriaco fradicio e altri due tipi, ci racconta della sua vita: lavora a Dubai, guadagna tanti soldi (un rolex al polso) e dice che torna volentieri in Uzbekistan per vedere i parenti, oltre perché visto il costo diverso della vita può bere e mangiare quanto vuole.
Dopo dieci minuti ci salutano, lasciandoci in dono una bottiglia di vodka.
Decidiamo di muoverci verso l’ostello, un cameriere ci chiama un taxi e nell’attesa parliamo con uno dei proprietari del luogo che ci spiega la situazione della birra in Uzbekistan e di come gli sia piaciuta la birra in Europa.
Salutiamo, prendiamo il taxi, arriviamo all’Hotel e ci fiondiamo a letto, esausti.

XVII° giorno

Ci svegliamo con calma al mattino, doccia rinfrescante e colazione.

Prepariamo tutti i nostri zaini e partiamo, in direzione Tashkent, capitale dell’Uzbekistan.
La decisione di saltare il Tajikistan ci fa riprogrammare leggermente il viaggio: decidiamo di partire da Samarcanda ed arrivare a Osh, Kyrgyzstan, in tre giorni, per poi concederci cinque giorni in nelle catene montuose kyrgyze, continuazione del Pamir e del Tian Shen.
Quindi prima tappa Tashkent.
A Samarcanda andiamo prima a prendere del liquido per lenti a contatto di cui Alessandro aveva bisogno e poi facciam dare una controllata alla pressione delle gomme, che fortunatamente è perfetta.
Partiamo verso ora di pranzo.
Uscendo da Samarcanda il paesaggio in lontananza si fa più brullo e secco, con colline terrose ai lati, mentre la strada tra sali e scendi attraversa veri e propri canyon nella roccia.
Anche in questa tappa il problema benzina continua, poiché troviamo solo distributori chiusi o senza benzina.
Fortunatamente dopo un’oretta troviamo, 3000 som al litro, anche qui un furto.
Rischiamo anche il nostro primo incidente: per immettermi in una corsia che permetteva di entrare nel senso di marcia opposto, un taxi a tutta velocità ci taglia la strada, frenando bruscamente e portando altri mezzi tra cui camion giganteschi a frenare di colpo.
A causa dell’adrenalina, ci scusiamo con il taxista, che si scusa a sua volta e riparte: ma la colpa è totalmente sua, non nostra!
Per questione di centimetri la nostra avventura (e forse qualcos’altro) poteva finire in un’anonima strada a due corsie uzbeka.
Il vento gira ancora nel verso giusto.
Ci avviciniamo a Tashkent, capitale dell’Uzbekistan, che si trova a pochi chilometri dal confine kazako.
Facciamo una breve pausa per il cambio guida e mangiamo un terzo del melone preso due giorni prima: fresco, dolce, delizioso.

Si riparte per Tashkent.
Pianura, campi, molte auto e belle strade, paesaggio veramente anonimo.
Arriviamo verso le sei a Tashkent e nel GPS inseriamo l’indirizzo di un ostello che avevamo trovato su booking.com la sera prima, il Topchan Hostel.
Ci addentriamo nella città senza difficoltà e troviamo l’ostello.

Ci accoglie un signore azero con una ragazza kazaka, che ci dice di entrare e chiedere di Rafa; entriamo, togliamo le scarpe come chiede il regolamente e troviamo Rafa, il proprietario, un ragazzo uzbeko sulla trentina con un ottimo inglese.
Dice che le camere son finite, ma che possiamo dormire su due letti nell’area ping-pong, perfetto.
Nell’ostello c’è gente da tutto il mondo: un ragazzo croato e uno tedesco in viaggio verso il Tajikistan, una guida spagnola che lavora in Kyrgyzstan, una coppia di portoghesi e altra gente.
Chiacchieriamo con tutti i presenti di viaggi, impressioni, politica, in un bellissimo clima di convivialità.
Lo spagnolo propone una pasta per tutti, ma tutti causa differenti programmi rifiutano e accogliamo la proposta solo noi: noi mettiamo la pasta, lo spagnolo va a fare la spesa e vuole cucinare per noi.
Il primo piatto di pasta dopo due settimane è sublime: pennette con pomodori, tonno, cipolla e olive!

Passiamo la serata a chiacchierare tra di noi e si aggiunge al gruppo anche un ragazzo belga in attesa dei suoi compari che stanno arrivando in macchina dal Turkmenistan: sono un team del Mongol Rally!

Doccia, tè caldo e poi letto, per riprendersi dalle fatiche di diciassette giorni di viaggio.

Diario di Viaggio #6

XII° Giorno

29/07/2015

Ci svegliamo intorno alle sette del mattino in un silenzio irreale, durante la notte il solo rumore di qualche camion e animali in lontananza.

Poca acqua, mezzo serbatoio di benzina e zero manat turkmeni.
Tiriamo su le tende, non senza fatica, veloce lavata ai denti e si riparte in direzione Ashgabat con la carovana del giorno precedente.
La strada è buona, due corsie per senso di marcia, se si escludono i ponti che nelle sommità hanno vere e propri dossi d’asfalto creatisi dal caldo e dallo stesso asfalto di scarsa qualità.
Guido in mezzo al deserto e l’unica sorpresa data dal paesaggio è la presenza di dromedari lungo la strada, che spesso troviamo passeggiare indisturbati in mezzo alla strada stessa.

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Arriviamo a Balkanabat e decidiamo di cambiare una cinquantina di euro, necessari per l’acqua e per la benzina.
In banca facciamo in fretta, ci cambiano tutti i soldi, anche se il mio tentativo di cambio dei venti dollari rifiutati alla frontiera va tristemente a vuoto, rifiutati anche questa volta.
A Balkanabat ci colpiscono immediatamente i vestiti delle donne turkmene, variopinti, con trame floreali e intarsi veramente piacevoli alla vista.
Prendiamo dell’acqua e ripartiamo, decidendo di non far benzina: abbiamo mezzo serbatoio in un paese produttore di petrolio, che problemi potranno mai esserci nel fare benzina?
Altro errore di valutazione.
Continuiamo in direzione Ashgabat, deserto e solo deserto.

nuvole e deserto
I litri d’acqua scorrono a fiumi, per idratarci dalle temperature poco umane del deserto del Karakum; 40/50 gradi poco importa, era caldo come mai avevamo sentito nelle nostre vite.
La benzina piano piano scende, anzi crolla, e ci troviamo in riserva nel mezzo del nulla.
Chiediamo ad un tipo dove poter trovare una stazione di benzina e ci risponde (forse) 35 km; dopo una buona mezz’ora, con la lancetta oramai tutta spostata sulla sinistra troviamo una pompa e diamo da bere alla nostra piccola Atos.
1,5 litri rimasti, qualche chilometro ancora ed eravamo fermi.
Le stelle girano nel verso giusto.
Per la cronaca, un pieno di benzina viene meno di dieci euro in Turkmenistan.
La strada per Ashgabat continua ed è buona, non eccezionale ma meglio di come pensavamo.
All’entrata della città laviamo la macchina, visto che secondo le leggi turkmene possono arrivare multe salatissime se si entra nella capitale con l’auto sporca.
Chiacchieriamo con i lavoratori della pompa di benzina di calcio italiano, sono felicissimi di parlare di Juventus, Inter Milan (una squadra unica o forse l’Inter è conosciuta così all’estero, chi lo sa) e Roma.
Si riparte e dopo una mezz’ora si arriva ad Ashgabat.
Marmo ovunque, strade perfette, fiori ai lati delle strade, fontane, edifici placcati d’oro, statue dell’ex presidente Nyyazov in oro, che ci fanno capire l’insensatezza di questa città, senza vita, senza turisti, ma estremamente bella, ideale, onirica, ma senza vita, senza emozioni, senza esseri umani.
Arriviamo all’hotel Sofitel, il migliore hotel della città, luogo indicatoci dal ragazzo olandese come ritrovo di tutti i veicoli post Turkmenbasy.
Mi metto ad aspettare i ragazzi americani, dispersi nel traffico e al loro arrivo entriamo assieme in Hotel.
Anche qui fontane interne, oro e particolari sfarzosi quanto inutili.
Sosta al bagno, tentativo di acquisto di una coca cola con i venti dollari andata a male, due chiacchiere e le strade dei team si dividono: i più giovani (noi, irlandesi e americani) vogliamo dirigerci verso Darvaza, mentre i più vecchi vogliono riposarsi e partire l’indomani, quindi salutiamo i presenti e ci avviamo.
Perdiamo subito gli irlandesi, andati a far benzina, mentre gli americani ci guidano verso un supermercato per fare acquisti: acqua, cibo in scatola e noodles.
Facciamo un paio di foto con militari e passanti incuriositi e si parte verso le nove di sera, noi facciamo strada agli americani, io alla guida.
Ma perché muoversi a quell’ora tarda per andare in un posto sperduto in mezzo al deserto?

Nei pressi di Darvaza, a circa una decina di chilometri dalla strada, c’è un cratere di 60 X 20 metri che brucia ininterrottamente dal 1971. Il cratere è di origine artificiale, nato da una perforazione sovietica nel terreno sovrastante andata a male, che ha provocato un crollo del terreno e la fuoriuscita di gas naturale; i sovietici, per impedire rischi ambientali, han preferito dar fuoco al cratere, sperando di consumare così tutto il gas, ma il tentativo è stato vano e il cratere risplende nelle fiamme da oltre quarant’anni, diventando così una delle mete turistiche principali del Turkmenistan.
I locali di etnia Teke che abitano nelle yurte circostanti, considerano il fenomeno un evento sopranaturale e chiamano il cratere la “Porta dell’Inferno”.

Usciamo da Ashgabat attraverso tortuose strade fortunatamente ben pavimentate e per prima cosa portiamo gli americani a far benzina; dopo qualche chilometro dalla pompa inizia la strada per Darvaza, stessa strada che poi ci avrebbe condotto al confine uzbeko il giorno seguente.
All’inizio la strada sembra buona, due corsie per senso di marcia, poco illuminata ma decente, con buona visibilità, ma al termine di ogni tipo di insediamento umano la strada si fa dritta, buia e particolarmente tetra, dove le uniche luci sono quelle delle macchine in senso opposto a chilometri di distanza.
La strada inizia però a peggiorare diventando del tutto sconnessa, tra asfalto che crolla e buche simili a crateri; inoltre i sensi di marcia qui sembrano essere un optional.
Guidiamo nel deserto con i Massive Attack come colonna sonora; caldo, oscurità, il nulla attorno.
Un camion ci viene quasi addosso perché è in contromano, ma riusciamo fortunatamente ad evitare il disastro.
Guido fino all’una di notte e sono esausto, così Ale decide di prenderemo il mio posto.
Dopo poco più di un’ora arriviamo alla strada per la Porta dell’Inferno, come segnalato dal GPS.
Sabbia, piccoli arbusti, deserto.
Proponiamo ad americani e agli irlandesi sopraggiunti di campeggiare con noi lì, ma non ne vogliono sapere e vogliono vedere il cratere di notte.
Propongono di andare al cratere in auto, ma noi rifiutiamo, perché entrare in un deserto con macchine non attrezzate, di notte, ma soprattutto per 10 chilometri a noi sembra una vera e propria follia.
Americani e irlandesi decidono di partire e ci chiedono di montare in auto con loro per non perderci lo spettacolo: ovviamente accettiamo, macchina al sicuro e passaggio gratis, meglio di così!
Io monto con gli americani, Ale con gli irlandesi e dopo veramente qualche chilometro l’auto USA non va più avanti, piantata dentro la sabbia del deserto; un irlandese riesce a tirarla fuori, ma l’odore di frizione che emana l’auto non è dei più rassicuranti.
I ragazzi da Boston decidono amaramente di parcheggiarla a lato e di ripensarci al mattino seguente, quindi ci si dirige tutti verso la Porta dell’Inferno con l’auto irlandese, ben più attrezzata.
Ma dopo nemmeno cento metri, persino quest’ultima macchina si blocca.
I ragazzi iniziano a lavorare per liberare le ruote dalla sabbia e dopo una buona mezz’ora riescono a muoverla; decidono però di parcheggiarla anch’essi, di campeggiare lì e di muoversi al cratere a piedi.
Io desisto, il cratere era distante almeno 4 chilometri, erano le 4 e mezza del mattino e il sole sarebbe sorto in massimo un’ora: camminare nella sabbia, per chilometri, sotto il sole del deserto senz’acqua il primo mattino?
Ringraziamo e torniamo all’auto, dopo una mezz’oretta di cammino.
Iniziamo ad attrezzare l’auto per dormire ma dopo pochi minuti vedo dei fari nel deserto, che si muovono in maniera discontinua, sembrava una vera e propria allucinazione.
Passano altri cinque minuti e vedo due auto nel deserto in avvicinamento; dopo trenta secondi ci passano a lato e sento un “Hola amigos!” chiarificatore: sono gli spagnoli! Accompagnati dalla loro guida e da un ragazzo del posto di etnia teke che a pagamento porta i turisti con un camioncino dentro nel deserto fino alla Porta dell’inferno.
Ci raccontano di quanto spettacolare sia la porta di notte e la guida propone all’accompagnatore di portarci all’istante, prima dell’alba, per venti dollari. Venti dollari per noi, per gli irlandesi e per gli americani.
E io di venti dollari ne ho, ma sono quelli che han rifiutato già tre volte durante la giornata. Se accetta bene, altrimenti siamo fregati.
L’accompagnatore accetta, partiamo e dopo qualche minuto troviamo gli altri ragazzi, che si stan muovendo a piedi: il turkmeno si ferma e chiede a loro dieci dollari a testa per montare.
Io provo a convincerlo, ma chiaramente questo non sa una parola di inglese e senza dieci dollari a testa non si muove. Salutiamo gli altri ragazzi e ci scusiamo per l’incomprensione generale.
Procediamo con il Teke nel deserto e dopo una quindicina di minuti, tra sabbia, salti, dune e percorsi scoscesi arriviamo alla Porta dell’Inferno.
Uno spettacolo. In lontananza il sole che sorge lentamente e davanti a noi un cratere immenso, illuminato a giorno.
Scattiamo qualche foto, colpiti dal meraviglioso spettacolo davanti ai nostri occhi.

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Dieci minuti e torniamo indietro, incrociando nuovamente i ragazzi irlandesi e americani.
Arriviamo alla macchina dopo aver attraversato il percorso tortuoso precedente, vedendo inoltre due yurte lungo la strada, una delle quali era la casa del nostro accompagnatore.
Arriviamo alla macchina, offro una sigaretta al ragazzo turkmeno e gli porgo i venti dollari; lui senza nemmeno guardarli, sorride e se li mette in tasca, è fatta!
Lo salutiamo e ci mettiamo a dormire in auto.
Ore 6 del mattino, nel mezzo del deserto del Karakum.
L’alba giunge sempre più veloce, con il cielo pitturato ad arcobaleno illuminato dal sole.

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XIII° Giorno

30/07/2015

Ci svegliamo dopo tre orette e mezza di sonno, il sole è già alto e non dà tregua.
Nemmeno il tempo di destarsi e vediamo sopraggiungere le auto di irlandesi e americani: ci raccontano di aver camminato per quattro ore tra andata e ritorno.
A noi direi, è andata benone.
Le due auto ripartono e dopo una decina di minuti ripartiamo anche noi.
Se alle cinque del mattino abbiamo visitato la Door to Hell, la Porta dell’Inferno, ora stiamo attraversando la Highway to Hell, l’Autostrada dell’Inferno: salti, buche, voragini, asfalto che cede, gente in contromano, pezzi di corsie che esistono a tratti alterni e intorno sabbia, arbusti e ancora sabbia.
Chiaramente di pompe di benzina nemmeno l’ombra. E abbiam metà serbatoio, mezzo litro d’acqua e soli tre manat, l’equivalente di 0,80 dollari.
La temperatura al sole supera agilmente i 40 gradi, noi grondiamo e incrociamo le dita per trovare un distributore il prima possibile.
Passano due ore e di distributori nemmeno l’ombra, ma in lontananza vediamo un blocco stradale, già visto altre volte in Turkmenistan, dal nome PYGG.
Blocco stradale della polizia equivale al ritorno alla civiltà!
Andiamo avanti un’altra mezz’ora e vediamo un distributore, dove sono parcheggiati irlandesi e americani!
Facciamo tre manat di benzina (tre litri) e Alessandro entra nel negozietto della pompa di benzina, sperando potessero accettare euro.
Dato che le stelle girano nel verso giusto, forse troviamo uno dei pochi posti nello stato che accettano euro e quindi acquistiamo acqua, cibo e recuperiamo soldi per fare benzina, meraviglioso!
Proseguiamo verso Dasoguz, distante oramai solo un’ora e mezza, e il paesaggio cambia completamente: coltivazioni, prati, molto verde e molta acqua. Si vede che siamo nei pressi dell’Amu Darya, una sorta di Nilo per le popolazioni del deserto del Turkestan.
Arriviamo al confine verso le tre, parcheggiamo l’auto ed entriamo.
Una guardia parla inglese abbastanza correttamente e ci aiuta nelle pratiche di sdoganamento: passaporti, documenti auto, consegna documenti dati a Turkmenbasy e dichiarazione su quanta moneta abbiamo con noi.
Dopo queste pratiche, affrontate anche velocemente, mi dirigo verso il controllo auto.
Controllano l’interno, le borse, le scatole, gli zaini ma non trovano niente di particolare; apro leggermente il portapacchi davanti, ma la guardia di confine guarda a malapena.

E’ assai assurdo che dall’Italia al confine uzbeko nessuno abbia voluto aprire e controllare il portapacchi: potevamo avere con noi droghe, armi, qualsiasi cosa, nessuno ci avrebbe detto nulla.
Pazzesco.

Salutiamo gli amici turkmeni e ci dirigiamo verso la zona franca, militarizzata e limitata dal filo spinato.

Dopo cinque minuti arriviamo al confine uzbeko e mi accodo a due camion, scendiamo, ci fanno il primo controllo ai passaporti e compiliamo due dichiarazioni doganali.
Alessandro continua a piedi, mentre io mi accodo, aspetto dieci minuti e mi fan passare.
Parcheggio l’auto, arrivano i cani antidroga (pastori tedeschi questa volta) e io vengo portato in una stanza, dove trovo Alessandro che parla con una guardia uzbeka, di grado elevato, che parla un buon inglese.
Ci fa fondamentalmente il terzo grado, chiedendoci il perché del viaggio, cosa studiavamo, perché avevamo visti della Russia precedenti e altro.
Consegniamo le dichiarazioni doganali fatte in precedenza, mi fanno compilare un po’ di carte e attendiamo; nel mentre sento abbaiare i cani e sinceramente mi preoccupo, non tanto per il rischio che trovino qualcosa, visto che chiaramente non abbiamo nulla, ma per la noia e lo stress che avremo dovuto passare a mettere sottosopra la macchina.
Usciamo, i cani sono pacifici e la guardia di alto grado ci dice di aprire l’auto: controllano ogni angolo con i cani, non trovando nulla di particolare.
Mi chiede spiegazioni sui filtri per le sigarette rollate che trova in auto e su un pacchetto di zucchero; poi chiede di ascoltare un po’ di musica dall’autoradio, gli diamo l’assenso e inserisce il CD degli Iron Maiden, tutto sorridente.
Ci lasciano andare.
Il confine forse più complicato del viaggio viene passato in meno di due ore, credo sia un record.

Entriamo finalmente in Uzbekistan: le strade sono orrende, ma la gente lungo la strada ci saluta e ci sorride, soprattutto i bambini.
Il paesaggio è verde, con molti animali che pascolano, mentre gli allevatori si muovono in piccoli carretti trascinati da asini.
Impieghiamo un’ora e mezza per attraversare 40 km, ma di più la nostra auto non poteva fare, l’asfalto era da incubo.
Giungiamo a Khiva e per trovare un ostello decidiamo di entrare all’interno delle mura: decine di bambini ci salutano, mentre superiamo con lentezza tutte le buche di terra battuta presenti nel manto stradale.
Seguiamo un cartello per il Zafarbek B&B.
Arriviamo, scendiamo dall’auto e un ragazzino ci fa segno di seguirlo; chiama ad un numero di telefono e mi fa parlare con il proprietario, 15 dollari a testa per la notte, tanti ma non eccessivi.
Saliamo alla camera, pulita, letti comodi, aria condizionata, non si poteva chiedere di più.
Doccia rinfrescante e poi ci dividiamo: Alessandro si fa accompagnare dal ragazzino per cambiare degli euro in sum, io vado a prendere dell’acqua e qualche pacchetto di sigarette.
Alessandro arriva in un losco locale e un tipo gli cambia degli euro per la moneta locale, il som, 1 euro per 2850 som al cambio ufficiale, perfetto.
Io esco dalle mura di Khiva e mi dirigo al supermercato, dove compro qualche bottiglione d’acqua, le sigarette e mi accorgo di come la globalizzazione oramai è esponenziale: sneackers, dolci e bibite energetiche occidentali ovunque.
Ci ritroviamo dopo una decina di minuti e attraversiamo a piedi la città vecchia di Khiva, tra bambini incuriositi che ci salutano.
La città è perfettamente integra, senza nessun tocco di modernità nelle sue vie: strade di terra, canali di scolo, donne che puliscono tappeti per strada, materassi, case del thè, sembra di tornare indietro di oltre cent’anni, forse più.

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Giungiamo ad un ristorante proprio dietro la madrassa simbolo di Khiva e incontriamo subito il proprietario, un uzbeko di 30/35 anni che parla qualche parola di italiano; ordiniamo dei ravioli di carne, del riso pilaf e un paio di birre.
Durante la cena chiediamo qualche informazione al proprietario, riguardo al cambio valute e alla benzina.
Ci dice che è ben difficile trovare benzina a Khiva, se non attraverso il mercato nero, visto che la quasi totalità delle auto va a propano o a metano; non sapendo come muoverci, ci dice di tornare l’indomani al mattino che suo fratello ci avrebbe dato una mano.
Ma il bello arriva alla seconda domanda: gli diciamo di aver cambiato gli euro con il tasso di cambio ufficiale e ci dice subito che ci han fregati…com’è possibile?
Il tipo inizia a spiegarci la situazione per così dire particolare dell’Uzbekistan: esistono due tassi di cambio, uno ufficiale e uno reale, quello reale è dettato dal mercato nero; noi non avendo cambiato in una banca, abbiamo cambiato al mercato nero, ma al mercato nero il valore di un euro non è di 2850 som ma è di ben 4500 som. Quindi, fondamentalmente, siamo stati fregati.
Bene.
Lo ringraziamo per le informazioni e lo salutiamo, accordandoci per trovarsi il mattino seguente con suo fratello.
Torniamo in hotel, due chiacchiere, qualche riga sul diario di bordo e poi si crolla addormentati, rinfrescati dall’aria condizionata del Zafarbek B&B.

Tramonto alle mura di Khiva

XIV° Giorno

31/07/2015

Ci svegliamo alle otto del mattino, doccia immediata per riprendersi e scendiamo dalla camera per abbuffarci della colazione compresa nel prezzo: uova, formaggio, the, pane, marmellata fatta in casa, una delizia.
Finito di ingozzarci, paghiamo i 30 dollari per la notte, che diventano 35 euro perché il cambio in Uzbekistan favorisce il dollaro rispetto all’euro…mah
Giriamo per la città vecchia, tra madrasse, minareti, bancarelle e edifici storici, tutti datati tra il XV e il XVIII secolo.
Dopo aver girato per un’oretta, arriviamo alle nove e mezza nel ristorante della sera precedente, per incontrare il fratello del boss, che chiaramente non è ancora arrivato, così nell’attesa beviamo un po’ di the caldo.
Arriva il proprietario del locale, chiama il fratello e dopo una ventina di minuti arriva e ci accompagna all’auto; arrivati alla Atos, lo seguiamo lungo il traffico della città nuova e arriviamo in una stradina, dove ci aspetta una signora sulla cinquantina.
30 litri per 105 mila som, circa 1,20 euro al cambio “ufficiale”, ci tocca accettare.
Ringraziamo, salutiamo e ripartiamo alla volta di Bukhara.
Prima però ci fermiamo a comprare acqua e qualcosa da mangiare in un supermercato nella Khiva esterna.
Alessandro entra e fa la conoscenza di una ragazza che lavora lì, che dice di amare la musica italiana ma non capisce il senso delle parole, soprattutto il significato di “Lasciatemi cantare”; quando Ale le spiega il senso della canzone lei si illumina e lo ringrazia sentitamente.
Grossa spesa per il Dolomiteam 2015 a Khiva: acqua, biscotti, una forbice, ma soprattutto un poletto al forno.
Si riparte, prendiamo la strada in direzione Urgench, superiamo l’Amu Darya e giungiamo a Beruni, dove svoltiamo verso destra in direzione Bukhara.
Prima di partire, ci hanno avvertito che la distanza Khiva – Bukhara si copre in almeno otto ore, ma stentiamo a crederlo dopo le prime due ore di viaggio, vista la ottima condizione dell’asfalto a due corsie.
Percorriamo la strada a buona velocità, attraversando nuovamente il deserto del Karakum, che nasce e si espande in Turkmenistan, finisce lungo le rive dell’Amu Darya, ma poi riinizia lungo la parte centrale e occidentale dell’Uzbekistan.
La visione delle rive dell’Amu Darya in mezzo al deserto ci lasciano estasiati: chilometri e chilometri di sabbia con in lontananza il fiume, che scorre in una valle di un verde profondo.
Continuiamo a guidare senza alcun problema, fino a quando, dal nulla, inizia il disastro.
L’autostrada non continua e vi è un’unica strada a doppio senso di marcia, con a lato ruspe e camion al lavoro per costruire il pezzo di autostrada mancante; la temperatura è altissima e al tempo stesso tira molto vento, che inonda la carreggiata di sabbia.
L’asfalto è sventrato, pieno di buche e dossi, e si procede con lentezza.
Per aggiungere un po’ di colore, il motore dell’auto fa strani rumori, probabilmente dettati dalla benzina di pessima qualità dataci dalla signora di Khiva.
Passano le ore nel deserto, procediamo lentamente e verso le cinque decidiamo di fermarci, per fare il cambio guidatore e per finalmente mangiare il pollo allo spiedo.
Dopo una decina di minuti sopraggiungono dal nulla i ragazzi americani: ci raccontano di aver trovato la frontiera chiusa il giorno prima, che stavano puntando ad arrivare a Bukhara in nottata e che gli irlandesi han avuto problemi all’auto.
Dopo una breve chiacchierata, gli americani ripartono, noi finiamo il polletto e continuiamo con l’avventura nel deserto.
Fortunatamente dopo pochi chilometri l’asfalto migliora, ma il rumore al motore sembra peggiorare, che fare?
Il sole lentamente cala e l’unica cosa che possiamo fare è fermarci nella prima casa del tè che troviamo, mangiare, bere tè e sperare che ci ospitino per la notte.
Procediamo per chilometri, ricompare nuovamente la vegetazione e in pieno tramonto troviamo a lato strada una casa del tè. Ci fermiamo.
Un ragazzo ci accoglie con spiccata simpatia e ci fa sedere in comodi divanetti con un tavolino centrale: ordiniamo acqua, tè e dei shashlik, spiedini tipici dell’Uzbekistan.
Mangiamo, beviamo e continuiamo ad ordinare tè, guardando con piacere tutti gli Uzbeki curiosi che ammirano il percorso disegnato nella nostra auto; ci chiedono inoltre molte informazioni, che cerchiamo di spiegare a gesti con qualche parola di russo nel mezzo.
Il ragazzo che ci ha accolti in precedenza ci fa intuire che se vogliamo possiamo dormire tranquillamente lungo le panchine e i cuscini della tea house: obiettivo raggiunto.
Passiamo la serata a chiacchierare, fino a quando giunge una corriera proveniente da Tashkent, con una cinquantina di persone al suo interno.
Un uomo, sulla quarantina, si presenta: si chiama Akrom, viene da Mangit, sulla riva nord del Amu Darya e vuole fare un sacco di foto con noi.
Parliamo con lui per oltre un’ora, cercando con difficoltà di capirci; mentre Alessandro si mette a dormire e io ordino una birra, dal nulla Akrom scrive nella mia moleskine nome e cognome di una ragazza russa, con un numero di telefono annesso.
Cerco di capire il perché e tramite i gesti mi dice che è prosperosa, che le piacciono gli italiani e che devo chiamarla.
Lo ringrazio lo stesso facendogli capire che ho la fidanzata e poi lo saluto, con l’ultimo selfie della giornata.

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Seguo Alessandro e mi sdraio pure io, crollando nel mondo dei sogni in un nonnulla.

Diario di Viaggio #5

IX° giorno

26/07/2015

Rufat, il nostro padrone di casa momentaneo, ci sveglia alle otto del mattino, doccia veloce e partiamo con lui verso un supermercato, per comprare i viveri necessari per il viaggio in nave verso il Turkmenistan: acqua, pesce in scatola, pane, sigarette.
Salutiamo Rufat con un selfie e partiamo alla volta del porto nuovo di Baku.

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Alessandro parcheggia la macchina a fianco del Nargile Cafè, un posto indicatoci su internet come base per partire alla ricerca del ticket office nel porto; vado in spedizione, mentre Ale rimane in macchina.
Dopo aver chiesto a taxisti e passanti dove fosse il ticket office del porto, in un russo particolarmente improbabile senza comunque aver trovato risposta, riesco a trovare la retta via e dopo un quarto d’ora a piedi raggiungo un cancello grigio, con a destra una porta grigia, tutto come indicato su internet.
Chiedo a una guardia dove fosse il ticket office, non capisce e mi manda da una giovane guardia che parla inglese.
Si chiama Ahmed, 25 anni, è da Baku e studia ingegneria meccanica, oltre a lavorare come guardia di sicurezza al porto; dopo dieci minuti di chiacchiere mi dice che Viktoria, la ragazza addetta ai ferry boat, arriverà per mezzodì, quindi informo Alessandro sul come raggiungermi e mi metto ad aspettare.

guardia porto

Dopo circa un’ora arriva Viktoria e le spiego il tutto: mi dice che probabilmente ci sarà una barca l’indomani, quindi alla sera avremo dovuto portare lì la macchina, compilare dei documenti e il mattino seguente comprare i biglietti al porto vecchio dopo averla chiamata, per poi dirigerci al porto di Alat (70 km da Baku) e prendere il ferry.
Per sicurezza mi faccio rispiegare tutto con estrema calma, capiamo per filo e per segno il necessario e ci muoviamo, ringraziando Viktoria.
Prima di salire in macchina chiediamo ad Ahmed di suggerirci un ristorante buono e poco costoso a Baku: “Qocet”, dice, indicando una strada sulla cartina del Gps.
Lo ringraziamo e ci dirigiamo verso il centro con il nostro bolide.

Dopo una decina di chilometri, tra grattacieli e negozi lussuosi, giungiamo davanti al Teatro Nazionale, parcheggiamo in un parcheggio sotterraneo e dopo una decina di minuti troviamo il Qocet: mangiare era d’obbligo, i 41 gradi di Baku ci stavano friggendo.

Entriamo in questo ristorante a due piani con macelleria e veniamo colpiti dagli odori di spezie che pervadevano le stanze; il locale era abbastanza lussuoso ma non particolarmente caro.
Di tutti i camerieri solo uno parla inglese ed è un ragazzo azero che studia in Lituania e lavora d’estate a Baku per guadagnare qualche soldo.
Ordiniamo: kebab lavash turco, acqua, succo alla pera e una bibita frizzante alla pera.
La pera sembra sia il frutto nazionale azero a quanto pare.

Dopo qualche minuti mangiamo, anzi ci strafoghiamo e completiamo il pasto con delle patate fritte.
Ci danno persino la linea wifi e decidiamo quindi di rimanere qualche ora lì, sia per riposarci sia per non morire di caldo durante il primo pomeriggio.
Quindi ordiniamo cay su cay e fino alle cinque ci rintaniamo lì, con gli sguardi poco simpatici di tutti i camerieri, escluso lo studente.
Al momento del pagamento però la mia carta non viene accettata, quindi esco per ritirare e il ragazzo che studia lituano mi accompagna, così da poter fare due chiacchiere prima di riiniziare a lavorare.
Ritiro, ritorniamo al Qocet e partiamo per un tour a piedi alla città vecchia di Baku, anch’essa patrimonio Unesco.
Entriamo nelle mura, giriamo l’interno della città vecchia esterna, per infine entrare nelle mura della vera città vecchia, dove passeggiamo volentieri tra le piccole vie e scattiamo varie foto soprattutto ai monumenti principali, le mura e la torre della vergine.

mura interne DCIM103GOPRO DCIM103GOPRO

Usciamo dalla città vecchia e ci dirigiamo verso il centro città, in cerca di qualcosa da bere e da mangiare.
Verso le otto e mezza, nella stessa piazza dove è parcheggiata l’auto, troviamo un baretto all’aperto e per puro sfizio chiediamo il prezzo di una birra: la zona era troppo al centro della città e quindi troppo cara per le nostre tasche.
“One manat big beer”
“Che??? Beh, nostro!”

E quindi fino alle nove e mezza qualche birra e una lunga chiacchierata per distenderci dallo stress dei giorni precedenti.
Riprendiamo quindi la macchina e ci dirigiamo al porto nuovo, come ci disse Viktoria al mattino.
Arriviamo, chiediamo alle guardie di entrare e ci dirigiamo da un vecchio baffuto conosciuto al mattino, che ci sdogana l’auto e ci dice “ok, go buy tickets, go alat, bye”
Insomma, era tutto pronto, dovevamo semplicemente comprare i biglietti al mattino e poi via, veloci verso Alat.
Torniamo verso il centro e la fame giungeva veloce: kebab rapido accompagnato da una bevanda tipica della Turchia con latte e sale.
Parcheggiamo l’auto sotto l’Hilton in un sotterraneo, 3 manat per dodici ore (ovvero sia 2 euro), ma le guardie ci dicono di non dormire lì a causa del troppo caldo, con piena ragione.
Usciamo, zaino in spalla e ci dirigiamo verso i giardinetti lungo il Mar Caspio, dove però c’è molta polizia, molto movimento e molti locali.
Però da qualche parte è necessario dormire.
Escludiamo i prati, qui non sono utilizzati come in Turchia dove il prato è picnic, the e convivialità: probabilmente a Baku scatta una multa se uno calpesto un prato.
Quindi che fare? Si barboneggia! Decidiamo di dormire sulle panchine del parco, cercando di destar meno sospetti e di non farci svegliar mai dalla polizia.
Dormiamo male, al freddo causa escursione termica notturna e con gente che spesso ci svegliava, ma almeno si chiude occhio.

X° giorno

27/07/2015

Ci si sveglia presto, verso le sette, grazie alla luce del sole appena sorto e ci dirigiamo verso il porto vecchio, per cercare una biglietteria ma nessuno ci da un’indicazione se non generica.
Dopo una mezz’ora troviamo tutto, ma ci dicono che il ticket office apre alle due. Mmmhh, vedremo.
Torniamo a Surakhani e beviamo un thè rigenerante al Nargile Cafè, in attesa delle 11 per chiamare Viktoria.

Ore 11
“Ehi Viktoria, Sono Michel il ragazzo ita…”
“Ehi, muovetevi, comprate biglietti poi andate ad Alat e prendete il ferry boat” (leggere con accento russo, grazie)
Rapida ed efficace.
Prendiamo la macchina di corsa e ci dirigiamo verso il porto vecchio, entriamo dai cancelli e vediamo una fila di macchine con la nostra stessa destinazione: 2 auto del Mongol Charity Rally e 3 auto del Mongol Rally.

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Corro verso il ticket office e trovo il responsabile dei biglietti transcaspici, gli spiego la situazione e conosce tutto alla perfezione.

“Ora dammi passaporti e passaporto macchina, ok?” (accento russo)
“Ecco”
“Aktau, Kazakhstan, giusto?”
“Cheeee?”

Perché mi sta parlando di Aktau? Noi dobbiamo andare a Turkmenbasy!
Il tipo chiama Viktoria.
“Michel ma andate in Kazakhstan, vero?”

“No, come ti ho detto ieri vogliamo andare a Turkmenbasy”
“Oh….mi dispiace, scusami…beh richiamami alle 4 in punto”

Per chi non avesse capito la conversazione faccio un sunto veloce: Viktoria, l’addetta al ticket office, ci ha preso un posto in barca per Aktau, Kazakhstan e non per Turkmenbasy, Turkmenistan.
Che fare?

“Ale io a questo punto andrei ad Aktau, non possiamo rimanere qui bloccati in porto”
“Eh, non saprei cosa fare nemmeno io”

Dal nulla spunta un ragazzo tedesco sulla trentina, che ci dice con tutta calma: “Se avete bisogno di un posto in barca per il Turkmenistan il responsabile è Ismail, parlate con lui, ha l’ufficio all’ingresso del porto”
Corriamo.

Troviamo subito Ismail, gli spieghiamo la situazione e sorride, dicendo che Viktoria è solita compiere questo genere di caos; ci dice di star tranquilli, di preparare i documenti necessari, visto che molto probabilmente saremo partiti al pomeriggio con gli altri viaggiatori “mongoli”.
Gli diamo i passaporti e i documenti dell’auto, aspettiamo dieci minuti e ci invita nel suo ufficio.
“Quindi, 350 dollari per l’auto, 100 a testa per voi e 40 a testa per le mie commissioni, ok?”

630 dollari, se non gli diciamo ok siamo fermi in Azerbaijan.
630 dollari, sperando che almeno il ferry non sia un lurido porta container a pagamento.

Facciamo conoscenza con gli altri ragazzi: un team irlandese, un team americano, un team spagnolo, un auto dei pompieri con una coppia olandese/britannica e il ragazzo di prima, che di lavoro guida caravan inglesi che portano turisti in giro per il mondo, accompagnato da Edda, una ragazza svizzera, e una guida neozelandese.

Andiamo a fare gli ultimi acquisti con i ragazzi americani: acqua, cibo, bibite dolci, per alzare un attimo la glicemia visto le temperature da svenimento.
I ragazzi sono da Boston e stanno facendo il Mongol Rally con una macchina acquistata a Londra per 400 sterline poco prima della partenza; sono gran appassionati di calcio e nel loro viaggio verso la Mongolia andranno a sfidare una squadra di Semey, Kazakhstan, per una partita amichevole.

Alle tre ritorniamo verso l’auto e ci dirigiamo verso l’attracco delle barche e vediamo il nostro traghetto, una nave gigantesca con una fila interminabile di camion pronti a scaricare al suo interno.
Il sole è cocente e si suda, il tempo scorre lentamente e si cerca di rinfrescarsi con dell’acqua (bollente), scambiando due parole con gli altri presenti.
Alessandro si mette a giocare a rugby con i ragazzi irlandesi, che hanno nel sangue la palla ovale, mentre io girovago intorno all’auto chiaccherando con Edda.
Lei è una istruttrice di sci ed è diretta in Kyrgyzstan, dove vive suo fratello e dove da anni va a fasi alterne per fare preparazione sciistica e per istruire i kyrgyzi sullo sci alpino; la chiacchierata scanzonata mi fa capire qualche dettaglio in più sulle tradizioni del popolo kyrgyzo.
Le ore però non sembrano passare mai, il caldo la fa da padrone e i camion sembrano aumentare.
Alle sei non resta più nessun camion, si può passare alla parte più divertente: lo sdoganamento dei passaporti!
Ci mettiamo in fila e aspettiamo un’altra ora per il nostro turno: foto ad entrambi, passaporti vidimati e la guardia azera donna che fa ad Alessandro: “Italiano…bellissimo”.

Ci rimettiamo in auto e dopo un’altra ora possiamo portare l’auto nel ferry: la Atos viene posta nella stiva inferiore, con tutte le auto dirette in Mongolia.
I ragazzi spagnoli, durante l’ingresso nel ferry, sembrano avere un problema indefinito all’auto.
Dopo otto ore di attesa finalmente siamo nel ferry boat diretto a Turkmenbasy, Turkmenistan, e siamo a dir poco felici visto che era uno dei punti cruciali del nostro viaggio: senza ferry boat, niente Asia Centrale, niente Mongolia.
Scendiamo dall’auto con tutti i nostri averi e ci dirigiamo verso i piani superiori, dove un ragazzo turkmeno ci accompagna alla camera: due letti, pulita, un armadio e un bagno, perfetta direi, essenziale.
Ci laviamo velocemente, mangiamo del pesce in scatola e usciamo nella parte scoperta del ferry: chiacchierata con gli spagnoli, così da sfoggiare il mio spagnolo arrugginito, riguardo alle prossime destinazioni e alla situazione della loro auto.
Scattiamo qualche foto a Baku dalla nave, uno spettacolo mozzafiato, tra torri illuminate, bandiere azere gigantesche e giochi di colori in tutta la città; alle undici finalmente si parte.

Destinazione Turkmenbasy, Turkmenistan, Asia Centrale.
Ciao Europa, si va in Asia.

XI° giorno

28/07/2015

Ci svegliamo verso le dieci e mezza in nave, riposati finalmente dopo aver trascorso la nottata precedente in una panchina nel parco al centro di Baku.
Ci alziamo, prepariamo le borse e saliamo verso il centro della nave, da cui poi saremo scesi.
Il ferry inizia l’avvicinamento al porto di Turkmenbasy intorno alle undici e prima di attraccare ci mette quasi due ore, quasi un preambolo dell’eterna giornata che ci si poneva di fronte.

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Durante l’attesa, faccio la conoscenza di un bambino turkmeno tenerissimo, Jacob, proveniente da un’indefinita città del nord al confine con il Kazakhstan; sa pochissime parole in inglese, ma ripete a memoria la storia dell’indipendenza turkmena dall’Unione Sovietica…che sia indottrinamento infantile in uno dei paesi più chiusi e misteriosi al mondo?

Jacob

Poco dopo l’una si attracca e il Dolomiteam 2015 si separa: Alessandro esce dalla barca come pedone, mentre io essendo proprietario ufficiale devo guidare l’auto fuori dal ferry e sdoganarla.

Giornata di Alessandro

Sceso con gli altri pedoni dal ferry, dopo la consueta mezzora di attesa sotto un sole cocente, veniamo catapultati su un vecchio bus sovietico con annessa scorta militare. Aveva l’unico compito di trasportarci alla dogana, cosa in cui fallisce miseramente: l’autista pensa bene di incagliare il catorcio tra i cancelli del porto. Risolti questi problemi non ci resta che affrontare gli uffici doganali. Siamo subito accolti con un “niet computer” “niet angliski”. Risultato: due ore di attesa senza capire nulla, dovevamo solo aspettare. Pian piano la situazione si sblocca: 12 dollari per un timbro e le pratiche possono iniziare! Io,gli spagnoli riusciamo a velocizzare il tutto e ingraziandomi la guardia riesco ad ottenere per primo il fatidico timbro. Con un rapido controllo ai bagagli (parevano molto interessati al mio sacco delle immondizie ripieno di vestiti sporchi) riesco per primo ad uscire dai terribili uffici doganali dopo ben 4 ore. A questo punto non mi resta che attendere l’arrivo di Michel guardandomi sulla TV Turkmena un Italia Brasile di Pallavolo.

Giornata di Michel

Scendo con gli altri guidatori nella stiva e aspetto per un’interminabile ora, mentre i camion del giorno precedente lentamente trasbordano dalla nave.

Salgo in macchina, fa già caldo e mi rimane poco più di un litro d’acqua…iniziamo bene la giornata.
La macchina spagnola davanti a me continua ad avere problemi e quindi viene attaccata con delle corde al camion dei pompieri olandese, uscendo dalla stiva non senza difficoltà.
Scendo dalla nave, finalmente in Asia.

E lentamente inizia il Golgotha.

Siamo fermi nel porto, senza che nessuno ci degni di uno sguardo, passando il tempo a chiacchierare o a dividerci cibo e sigarette.
Dopo una mezz’ora arriva una giovane guardia con un piccolo cocker nero e iniziano a girare intorno alle auto: è il controllo antidroga.
Controllo antidroga con un piccolo cagnolino che non destava timore a nessuno.
Il controllo antidroga passa senza alcun problema.
Dopo una buona mezz’ora sotto il sole, il ragazzo tedesco inizia a dare una controllata all’auto spagnola e capisce il problema: la macchina non ha olio freni dentro.
Lo spagnolo alla guida impallidisce, ringrazia sentitamente, nel mentre scoppia una risata fragorosa tra i presenti.
Giunge finalmente un’altra guardia e dice di seguirlo, per effettuare i pagamenti del trasbordo, una piccola tassa da pagare al comandante della nave per l’utilizzo del ponte in uscita: 12 dollari in tranquillità e si ritorna alle auto.
Dopo una decina di minuti giunge una donnona turkmena addetta ai servizi doganali, ci dice di montare in macchina e di andare agli uffici, per iniziare le pratiche di sdoganamento.
Dopo 3 km di strade all’interno dell’area portuale, giungiamo a questo edificio anonimo, con barriere, guardie, recinzioni e insensatezza.
Parcheggiamo.
La guardia presente alla porta di ingresso fa entrare solo lo spagnolo, lasciando fuori me, con gli irlandesi e gli americani.
Fa sempre più caldo, sono 45 gradi, ho pochissima acqua e il tempo scorre lentamente.
Ho bisogno pure di andare in bagno, ma la guardia dice che non c’è nessun bagno, anzi, c’è, ma io non posso andarci perché non ho ancora sdoganato.
Grazie.
Dopo un’ora la guardia decide di farmi entrare.
Ritrovo tutti i ragazzi della nave, oltre a vari altri passeggeri tra cui tre camionisti ucraini con un evidente passato da boxer negli scantinati di Dnipropetrovsk.
Gli spagnoli, avendo un visto turistico e non di transito, hanno una guida turkmena che parla spagnolo e inizio a chiedergli consiglio sul da farsi.
Mi dice di tenermi in fila sul primo sportello ed aspettare.
Passano due ore chiaramente, perché la precedenza la hanno i passaporti locali.
Al mio turno consegno il passaporto, timbro, compilano due carte a mano (i computer chiaramente c’erano, ma nessun computer funzionava) e mi dicono di andare a pagare in cassa, primo ufficio sulla destra.
Mi danno inoltre una carta con vari spazi per inserire dei pagamenti.
Vado alla cassa e pago 12 dollari, credo per lo sdoganamento della mia persona.
Mi dicono che ora avrei dovuto passare quattro uffici: medico, tasse stradali e due uffici indefiniti.
Vado dal medico, mi fa un timbro in cui indica il pagamento di un dollaro per la disinfestazione dell’auto, cosa che chiaramente mai sarebbe avvenuta.
Mi sposto nel secondo ufficio e trovo un vecchiotto che mi chiede che strada avrei percorso: Turkmenbasy – Ashgabat – Kunya Urgench.
Fa due calcoli, controlla i documenti dell’auto e inserisce due pagamenti da 35 dollari l’uno (transito oltre all’entrata-uscita dal paese) e uno da 73 dollari, una tassa sulla benzina. Bene.
Mi dice inoltre che non potevamo entrare in Uzbekistan da Kunya Urgench perché il confine era chiuso, l’unico passaggio per noi era a Dasoguz.

Passo al terzo ufficio, un uomo baffuto mi guarda, timbra velocemente le carte che gli do e mi dice di andare al quarto ufficio, dove un uomo grassissimo circondato da altre donnone in uniforme, si mette a guardare i documenti, compila carte e fa timbri su quadernoni, annotando tutto ciò che è presente nella documentazione.
Mi dice che ora posso andare in cassa e pagare.
Ritorno alla cassa, facendo il costo dei soldi da dare per questo ladrocinio statalizzato: 144 dollari. Bene, ne ho 145, sono perfetto.
Do tutte le carte e la tipa dello sportello aggiunge 2 dollari di commissioni: le spiego che ho i soldi contati, ma non ne vuole sapere e mi dice che devo trovare il dollaro mancante.
Inoltre, non accetta 20 dollari perché non sono perfettamente integri.
La giornata si fa sfavillante!
Il ragazzo tedesco che ci ha aiutato il giorno precedente mi viene nuovamente in soccorso: scambio 20 euro con 20 dollari (i cambi oramai sono forfettari) e mi regala un dollaro.
Torno, faccio il pagamento, grandi sorrisi.
Ma non è finita, devo fare ancora due uffici.
Nel frattempo faccio conoscenza con una guida turkmena, che parla abbastanza bene italiano e mi aiuta a muovermi in quel marasma di carte e burocrazia.
Nel primo ufficio solito controllo documenti-passaporti, firmo delle carte incomprensibili e vengo mandato ad un secondo ufficio, dove la guardia nemmeno mi considera, parlando al telefono, ridendo e grattandosi la pancia.
Dopo cinque minuti compila altre carte sul mio conto e dice che ora è il turno del controllo auto.
Bene, finalmente.
Controllano l’auto, aprono gli zaini e le scatole con medicinali e cibo; sono incuriositi dalla gopro ma soprattutto dai sacchetti della cuki.
Mi chiedono cosa c’è nel portapacchi, ma il materiale da campeggio non sembra interessargli, quindi mi dicono che va tutto bene.
Il portapacchi con il telo resiste imperterrito.
Arriva un’altra guardia, gli offro una sigaretta e mi dice che è necessario pagare altri 4 manat per uscire dal parcheggio della struttura.
Ma se io son appena arrivato in Turkmenistan, come posso avere moneta locale?
Mi innervosisco, entro nella struttura e ritrovo Alessandro.

Ci dirigiamo assieme all’ufficio del “pagamento parcheggio”, ma veniamo fermati da un’altra guardia che inserisce i nostri dati in un altro archivio.
Avrò il mio nome su almeno 10 archivi turkmeni.
Ci dirigiamo all’ultimo, spero, ufficio.

Una signora con un vestito verde coloratissimo e un copricapo a cilindro tipico del paese, ci dice di pagare i 4 manat.
Le spieghiamo che abbiamo solo euro, ma non ne vuole sapere, o manat o dollari o non usciamo.
Arriva uno dei ragazzi americani, le da tre dollari e le dice che con quei soldi avrebbe dovuto lasciare andare noi e loro: dopo qualche minuto di titubanza, ci sorride e ci lascia andare, dandoci però due fogliettini, uno blu e uno bianco, da consegnare uno all’uscita della struttura, l’altro all’uscita dal porto.

Monto finalmente in macchina, consegno il biglietto blu e una guardia mi fa uscire dal parcheggio della struttura, pagando una mancia di una sigaretta.

Libertà!

Parliamo con gli altri ragazzi usciti anche loro dall’inferno burocratico e decidiamo di fare una carovana di auto in direzione Ashgabat, per poi campeggiare da qualche parte lungo strada tutti assieme.
Dopo una decina di minuti escono anche gli irlandesi, montiamo in macchina e ci dirigiamo tutti verso l’uscita del porto.
Chiaramente all’uscita, i responsabili vogliono altri soldi, ma dopo cinque minuti ci fanno andare, consegnando anche il fogliettino bianco datoci in precedenza.

Si parte!

DCIM103GOPRO

Strada buona, deserto da una parte, rocce granitiche dall’altra.
Alessandro guida per quasi un’oretta assaggiando per la prima volta nella nostra vita il deserto, le sue temperature e i paesaggi lunari.
La carovana si ferma quando il camion dei pompieri accosta e il ragazzo olandese alla guida ci propone di fermarci e campeggiare tutti assieme in un cratere a lato della strada.
Tutti d’accordo ci fermiamo, montiamo le tende e si cerca di riposare, vista la lunga tappa dell’indomani.
Ci si addormenta con il vento del deserto che soffia forte sulle nostre tende, esausti da una giornata insensata, sprecata davanti a centinaia di fogli di carta e timbri doganali che mai nessuna guarderà.

Il primo impatto con il Turkmenistan era forse preventivabile, dato il regime presente nel paese dal crollo dell’Unione Sovietica, che ha si mantenuto il gigante sistema burocratico comunista ma che al tempo stesso ha stravolto la concezione dello stato dando vita ad una religione, un pensiero unico e un culto della personalità pari forse alla sola Corea del Nord oggigiorno.