Diario di viaggio #14 – Gli ultimi due giorni

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Credetemi, non è facile tornare a casa, fermarsi, ragionare e mettere giù parole sensate per raccontare un’esperienza intensa e complessa come il nostro viaggio verso la Mongolia, soprattutto quando non vi è più l’adrenalina e la voglia di scoperta che ci hanno permesso di dormire poco e male, di guidare ore, di camminare per altrettante ore e di raccontarvi in modo (quasi) costante questa nostra avventura.

Sono passati oramai tre mesi dal nostro ritorno in Italia, il ritorno alla nostra normale quotidianità ci ha dato poco tempo per ragionare, raccontare e soprattutto sedimentare il nostro viaggio; ci credete che io e Alessandro ci siamo visti solo un paio di volte dal nostro ritorno?
Oggi, in ampio ritardo, voglio raccontarvi gli ultimi due giorni del nostro progetto “Dolomiteam 2015 – Dalle Dolomiti alla Mongolia”.
Ultimi due giorni, 20 e 21 agosto, dove la nostra Atos ha dato il meglio di sé forse consapevole di avere ancora poche migliaia di chilometri di vita davanti (e fortuna vuole che non ci abbia abbandonato il 20 agosto…probabilmente saremo ancora lì), portandoci ad attraversare paesaggi pieni di vita, natura e libertà.
Iniziamo, per l’ultima volta, il racconto del Dolomiteam 2015.

XXXIV° giorno

La notte nelle colline dell’altipiano mongolo trascorre nella quiete più assoluta, cullati dalla brezza del gelido vento del nord che soffia sulle nostre tende; in lontananza gli ululati dei lupi, le risposte nervose dei cani nelle yurte e qualche nitrito.
Sentiamo inoltre qualche animale curioso girare attorno alle nostre tende: sogno o realtà?
Verso le tre di notte inoltre sento rumori di auto, apro la tenda e vedo un camioncino stile-Wolkswagen che scollina a dieci metri da noi; guidare di notte in quelle non strade? Poi sembriamo noi i folli.
Ci svegliamo intorno alle otto, il verde delle steppe ci circonda e il cielo azzurro ci ricorda per l’ennesima volta il significato di immensità.
Solita routine del risveglio: lavata ai denti, bisogni fisiologici di vario genere, sigaretta del buongiorno, gps acceso, cd nell’autoradio e si parte con Ale alla guida.
Si guida agilmente, lo sterrato è di buona fattura e le lancette del tachimetro raggiungono anche i sessanta chilometri orari, velocità impensabili nei giorni precedenti.
Le piste davanti a noi sono tante, troppe, ma non ci preoccupiamo, dobbiamo semplicemente procedere a est, andare avanti e avanti.
Butto però un occhio al GPS.

“Mmm…siamo a circa 5 chilometri a nord dallo sterrato giusto…come mai?”
“Boh, siamo andati sempre dritti”
“Infatti…beh primo sterrato che troviamo sulla nostra destra lo prendiamo, prima o poi troviamo la strada giusta”
“E così sia…”

Misteri mongoli.
L’unica reale fortuna è che perdersi seriamente è praticamente impossibile: il GPS è salvifico e bene o male le strade portano sempre in una qualche città/insediamento.
Decidiamo quindi di andare avanti lungo lo sterrato intrapreso e dopo una buona mezz’ora sulla nostra destra troviamo un altro sterrato, un po’ sconnesso che punta a sud e decidiamo di prenderlo; un altra ventina di minuti e troviamo la strada maestra indicata dal GPS.
Iniziamo intanto a salire leggermente, la steppa diventa sempre più brulla e definirla deserto non è per nulla improprio.
Si procede, verso nord montagne in lontananza, verso sud la maestosità del Gobi.

“Mmm…camelidi!”

Una dozzina di cammelli allo stato brado in mezzo alla strada, che non appena vedono l’auto scappano impauriti; rallentiamo e ci guardano incuriositi ma a debita distanza.
Inoltre, isolato a qualche metro dalla mandria scorgiamo un cammello albino.
Andiamo avanti e dopo altri chilometri di nulla, notiamo che il paesaggio cambia: alberi, capi di bestiame, erba rigogliosa. Osserviamo con più attenzione e notiamo una gola all’interno del terreno con un fiume che è sinonimo di vita in queste zone.
Siamo nei pressi di Guulin, primo insediamento dopo almeno due ore e più di strada.
Vediamo lato strada una pastorella a cavallo e le chiediamo la strada per Guulin, lei sorride e alza in braccio verso est.
Superiamo un centinaio di capre e pecore impaurite dalla nostra auto e giungiamo a Guulin, attraversiamo il centro del villaggio e chiediamo a una ragazzina se ci fosse un cafè o qualcosa di simile in zona; lei capisce e ci fa segno di seguirla.
Seguiamo la ragazzina, superiamo un (veramente bel) campo da basket e giungiamo in un negozietto, gestito dalla nonna della bimba.
Compriamo del succo, un’aranciata, dei dolcetti e delle sigarette, spendendo abbastanza ma è comprensibile: questo villaggio è lontano ore ed ore da ogni grande centro abitato e il costo della vita per i “turisti” è giustamente alto rispetto alle città normali (quali?) della Mongolia.
Ringraziamo, usciamo e dei ragazzi del posto ci vengono incontro: vestiti all’occidentale, pantaloni larghi, canotte da basket e giubottoni, con tatuaggi veramente tamarri (passatemi il termine) sulle braccia.
Offro loro un po’ di sigarette, facciamo due chiacchiere o più verosimilmente gesticoliamo; per salutarci loro provano a venderci della vodka, che tengono nascosta sotto i giubbotti, a prezzi veramente improponibili.
Li ringraziamo ma desistiamo dal comprare il distillato di patate…guidare in quei posti ubriachi di vodka?
Si riparte in direzione sudest.
Guulin avrà poco meno di 1000 abitanti, dista ore di distanza da qualsiasi altro centro abitato e durante l’inverno resta sicuramente isolata a causa della neve e del ghiaccio. Notiamo appena fuori città dei container, probabilmente usati durante il rigido inverno per stipare il cibo, i medicinali e tutto l’occorrente per garantire la vita a questo piccolo e isolato villaggio.
Iniziamo a letteralmente scalare una collina e lo sterrato diventa pura roccia; auto ancora non pervenute.
Procediamo nuovamente lungo un altipiano sui 2000 metri d’altezza e per oltre un’ora non vediamo nessuna presenza umana, non scorgiamo nemmeno delle yurte in lontananza.
Si torna a salire e a lato strada ci sono dei complessi rocciosi di granito che ci accompagnano per una decina di chilometri, mentre la pista che percorriamo torna ad essere tendenzialmente sabbiosa.
Finalmente, dopo quasi cinque ore di marcia, vediamo a qualche chilometro di distanza davanti a noi un’auto, uno dei soliti camioncini!
Sembrerà strano a crederci, ma eravamo finalmente felici di vedere un essere umano con un automezzo dopo chilometri e chilometri di solitudine; il tipo alla guida passa di fianco a noi, saluta con sorriso a trentadue denti e se ne va, direzione ovest verso Guulin.
Procediamo nell’altipiano, c’è un dislivello lento ma costante per una decina di chilometri fino a quando si scollina nuovamente e iniziamo a percorrere una vero e proprio prato gigantesco, erba a destra e sinistra, l’unico colore di tonalità diversa dal verde dell’erba è la doppia pista in terra che attraversiamo, oltre al blu intenso del cielo.
Cielo e prati, sterrati che ormai ci sembrano facili da percorrere ma in realtà sono tutto fuorché praticabili, sigarette e il portapacchi che continua a far rumori fastidiosissimi.
Ogni tanto controlliamo da dentro l’auto la condizione dei ganci del portapacchi e la situazione è peggio del giorno prima: due sono oramai staccati, uno sta per rompersi e uno è semi-integro. Che fare? Resistere, soprattutto al fastidio costante del tremolio metallico sopra le nostre teste.
Giungiamo attorno alle tre del pomeriggio a Buutsagaan, un altro insediamento di poche migliaia di abitanti ai piedi di montagne di roccia, che ci sembra un po’ più moderno di Guulin.
Passiamo per il paese, c’è un tempietto buddista, un edificio di notevoli dimensione che sembra una scuola e decine di container appena fuori dal paese, che mi fanno venire in mente i container presenti nei documentari riguardanti luoghi inospitali come Artide/Antartide.
Come a Guulin, anche qui i contatti durante l’inverno sono probabilmente impossibili: metri di neve, temperature che scenderanno a 30-40 gradi sotto zero e strade impraticabili.
Scusate, le strade sono già di loro impraticabili, non oso immaginare durante il gelo invernale.
Superiamo Buutsagaan e inizia il momento forse più complesso della giornata; salendo verso le montagne dietro il villaggio entriamo in una valle che durante l’attraversamento definimmo “La valle delle rocce”.
Rocce ovunque, sia nella “strada” sia nel paesaggio ai nostri lati, dove spiccano delle spettacolari rocce a forma di cono rovesciato di colore scuro totalmente lisce e levigate dal vento, un’atmosfera da documentario che ci fa rendere conto della fortuna immensa che stiamo avendo nell’attraversare quei luoghi.
Oltre alla bellezza, c’è una questione però particolarmente spinosa: la strada!
La strada fa veramente schifo.
Sali e scendi costanti, rocce appuntite, rocce levigate, buche, curve da velodromo di roccia liscia che fanno andare la macchina in direzione opposta e in tutto questo, giustamente, c’è anche molta sabbia.
La strada dopo una ventina di minuti tende a salire e mi arrampico, non senza fatica, su un crostone di roccia che definire pista/sterrato è un insulto.
La Atos però come sempre è dura da abbattere e supera la collina rocciosa.
E’ ora però di fermarsi e prendere una decisione dura ma necessaria: dobbiamo togliere il portapacchi.
Oramai tre dei quattro ganci sono saltati, c’è il rischio reale che tutte le sollecitazioni del terreno facciano rompere anche il quarto gancio, trovandoci il portapacchi dentro il vetro dell’auto.
Bisogna toglierlo.
Perdiamo quindi circa una mezz’ora a togliere tutti i nostri averi dal portapacchi, ricaricarli in auto, per infine rompere l’ultimo gancio e abbandonare il portapacchi lato strada, confidando che qualcuno possa recuperarlo trovandoci comunque a pochi chilometri da un centro abitato.
Ci rimettiamo in marcia e finalmente riusciamo a parlare senza sentire le continue sollecitazioni del portapacchi sui ganci, che provocavano un fastidio enorme che è veramente poco utile alla lucidità necessaria per guidare in quei luoghi.
La Atos è molto leggera e si guida che è un piacere.
Per una ventina di chilometri lo sterrato tende a scendere verso fondo valle e capiamo che finalmente ci stiamo avvicinando al famoso ponte della strada nord di cui ci avevano parlato nei giorni precedenti!
Ed eccolo lì, in lontananza, la nostra salvezza, il ponte sul fiume Baidrag!
Lo attraversiamo, soddisfatti come non mai e proseguiamo verso est, attraversando le piste all’interno di un letto di un fiume, che d’inverno porta l’acqua dai ghiacciai dei monte Khangai fino al Baidrag.
Il letto è largo una trentina di metri e durante il disgelo è chiaro che qui senza una jeep o simili passare è praticamente impossibile.
Procediamo e verso le sei e mezza del pomeriggio arriviamo al terzo e ultimo villaggio del giorno, Bumbugur, molto simile a Buutsagaan per i colori e la posizione.
Percorriamo il villaggio, risaliamo nuovamente verso una collina e notiamo la presenza di una strana palla, un radar gigantesco di colore bianco in una struttura arancione sulla cima di una montagna.
Scopriamo dopo essere un radar di sorveglianza a singolo impulso, di produzione spagnola, che serve per il miglioramento dei servizi aeronautici interni alla Mongolia.

Per saperne di più:
http://english.summit.mn/content/12759.shtml

L’ingegneria non è il mio forte.
Di nuovo altipiano, di nuovo erba, stanchezza eterna e ancora molti chilometri per arrivare a Bayankhongor, ma dobbiamo procedere fino a quando c’è luce.
Le piste davanti a noi sono decine, alcune buone, altre pessime, ma la Atos non accusa colpi e dopo circa un’ora da Bumbugur arriviamo a ricongiungerci con la Altai – Bayankhongor sud, la strada che ci avevano consigliato ma con il malus del guado trainati dal camion che ci incuteva particolare timore.
Proseguiamo, il sole sta lentamente calando ma non è per nulla comodo sostare lì, visto che l’intera steppa sembra una continua pista.
Vediamo più auto in un’ora che in tutti gli ultimi due giorni e capiamo che questo snodo è il principale a livello stradale per il centro-sud della Mongolia.
Sopraggiunge il buio e decidiamo di fermarci lato strada, tra una pista e l’altra, incrociando le dita che non succeda nulla durante la notte.
Vicino a noi c’è un cafè con parcheggiate auto, camion e camioncini con a bordo animali che si lamentano, mentre sentiamo anche diversi ululati in lontananza.
Piantiamo le tende sulla sabbia, mangiamo dei noodles istantanei e decidiamo a nemmeno le dieci di sera di buttarci a dormire.
La giornata è stata eterna, abbiamo scollinato decine di volte e attraversato paesaggi totalmente differenti tra loro; probabilmente il giorno prima ad Altai, il meccanico facendo il gesto delle onde non voleva indicarci la presenza di ondine sul tracciato, ma voleva metterci in guardia sui continui scollinamenti.
In un giorno abbiamo attraversato il deserto, dei prati immensi, un letto di un fiume e vere e proprie rocce: il riposo era ben più che meritato.
Domani ultimi giorno, Bayankhongor – Ulan Bator.
Ci siamo quasi. 700 km separano il Dolomiteam 2015 dalla meta.
Siamo pronti.

XXXV° giorno – Arrivo a Ulan Bator

Ci svegliamo verso le sette del mattino, classica routine post sveglia e mi metto alla guida.
Siamo a circa 50 chilometri da Bayankhongor, poca benzina ma ci dovrebbe bastare per arrivare alla capitale della regione.
Appena dopo il cafè troviamo un ponte di legno, vietato all’attraversamento dei camion, che è particolarmente precario come condizioni; anzi, definirlo stabile è praticamente un eufemismo.
Superiamo il ponte pericolante e iniziamo il nostro solito sali e scendi mongolo, su strade che sinceramente credevamo migliori.
Piste ovunque, buche e ondine continue che sottolineano quanto sia trafficato l’accesso alla città.
Dopo un’ora e mezza giungiamo a Bayankhongor: città di circa ventimila abitanti, simile a Khovd e Altai per il suo senso di modernità, presenta un grande tempio buddista su un altura vicina e notiamo che probabilmente vi è un qualche museo dei dinosauri, segnalato a più riprese nelle strade cittadine.
Decidiamo di far benzina.
Prima pompa di benzina chiusa.
Seconda pompa di benzina chiusa.
Alla terza riusciamo finalmente a far benzina, ma vediamo il benzinaio che accende un generatore prima di farcela; che ci sia qualche problema?
Arriviamo in centro, i semafori sembrano non funzionare ma la guida tende ad essere abbastanza ordinata.
Cerchiamo qualcosa da mangiare ma sembra tutto chiuso…che sta succedendo?
Vedo un ristorante coreano e suggerisco ad Ale di fermarci, visto che la cucina coreana dal mio punto di vista è una, se non la miglior cucina dell’Asia Orientale.
Entriamo ma sembra non esserci nessuno.
Usciamo, facciamo due passi e andiamo in un ristorante a poche decine di metri, dove un anziano ci fa capire che il suo ristorante è chiuso perché non c’è elettricità in tutta la città, ma che il ristorante coreano è aperto, così ci fidiamo.
Torniamo al coreano ed effettivamente è aperto, anche se non c’è una luce accesa.
Troviamo dentro al ristorante tre turisti giapponesi, ci salutiamo, ci chiedono il perché della nostra presenza in un posto così lontano come Bayankhongor, quindi troviamo occasione di raccontar loro il nostro viaggio e rimangono realmente entusiasti.
Al che chiedo loro se ci fosse una sorta di black-out in tutta la città e il signore giapponese mi dice che si, era in corso un black-out cittadino che sarebbe durato per l’intera giornata ma non c’era da preoccuparsi, potevamo mangiare nel locale senza alcun problema.
Ci sediamo, ordiniamo cibo per un esercito e ci prendiamo un’ora e mezza di tempo per mangiare e riposare.
Finito di mangiare ordiniamo un caffè e qui avviene un episodio meraviglioso: la cameriera dice ad Alessandro che il caffè non si può fare visto che manca l’elettricità per scaldare l’acqua nel boiler, Alessandro prova a spiegarle che se sono riusciti a scaldare la zuppa per il pranzo possono scaldare l’acqua via gas e non via elettricità ma questa cosa rimane incomprensibile alla cameriera, che ci ostina a non volerci fare il caffè.
Sembrerà strano a voi, ma in Asia Orientale le cose funzionano così: c’è un solo modo per agire, non ci sono vie alternative; episodi di questo genere mi capitarono a bizzeffe in Cina e ci capiterà anche anche tre giorni dopo a Ulan Bator, quando ordinammo della maionese per delle patate fritte ma ci risposero che per le patate fritte la maionese non c’è, ma per l’insalata si. Meraviglioso.

Torniamo a noi.
Senza caffè, senza elettricità, ma con la pancia piena ci rimettiamo in moto e torno alla guida.
Usciamo dalla città e seguiamo le indicazioni per Ulan Bator, che dista 642 chilometri.
Strada asfaltata, pavimentazione perfetta…sogno o son desto?
Si viaggia che è un piacere, quando a circa 5 chilometri dalla città troviamo un muro di terra sbarrare la strada…per quale motivo?
Non sappiamo cosa fare. Possiamo passare? Dobbiamo fare ancora sterrato?
La soluzione ce la dà una jeep, che sale sopra il muro di terra e avanza indisturbata; la seguiamo, superiamo il solco creato dalla jeep rischiando di impiantarci e proseguiamo, ma troviamo un altro muro di terra e un altro ancora, che superiamo entrambi percorrendo un breve tratto in sterrato lato strada.
Dopo queste muraglie di terra senza senso, torniamo nell’asfalto e arriviamo ad un posto di blocco, dove la polizia non ci degna nemmeno di uno sguardo. Proseguiamo.
La strada è meravigliosa, voliamo anche a più di 100 chilometri orari in una strada che attraversa vallate e altipiani, interrotti da mandrie di ovini e bellissime yurte a pochi centinaia di metri dalla strada.
Il tempo, beati noi, è come sempre dalla nostra parte.
A circa una cinquantina di chilometri da Arvaikheer notiamo nuvole scure in avvicinamento, inizia a piovere leggermente ma smette dopo dieci minuti, pericolo scampato.
Entriamo così ad Arvaikheer, accolti da un imponente arco e da un anch’esso imponente monastero buddista sulla nostra sinistra; la città riflette il passato comunista della Mongolia a livello architettonico, con palazzoni popolari in centro città.
Ci fermiamo e parcheggiamo per bere un caffè; scesi dall’auto un signore mongolo con un inglese decente ci chiede cosa facciamo lì, gli spieghiamo il nostro viaggio, ci fa i complimenti e ci consiglia di andare a bere qualcosa nel pub a fianco del suo hotel, cioè a venti metri sulla nostra destra.
Entriamo e ci sono due ragazze che giocano sul cellulare, ci sediamo e ordiniamo due caffè; leggendo il menù e visti i prezzi mi era venuta una gran voglia di bere una birra fresca, ma era il caso di bere velocemente il caffè e ripartire per Ulan Bator, distante ancora 400 chilometri.
Ale alla guida e si riparte.
Usciamo da Arvaikheer e il cielo è clemente, niente nuvole, bel sole, bel tempo, buona temperatura e steppe dolci; le yurte sono frequenti, ci sono stagni, acquitrini e ruscelli, il paesaggio è ben più rigoglioso rispetto a quello a cui eravamo abituati nei giorni precedenti.
Attraversiamo veri e propri centri abitanti, il traffico è più frequente e ci sembra, dal nulla, di essere ritorni in una sorta di modernità che non credevamo possibile in Mongolia.
Troviamo per strada persino una zona turistica, dove si possono fare escursioni con i cammelli e vi sono anche degli alberghi.
Procediamo e arriviamo a Erdenasant, dove la polizia ferma auto in continuazione e fa alcoltest; noi veniamo come al solito (non) notati e non ci fanno nessun cenno di stop.
Lentamente cala il sole e vediamo, per la prima volta in tutto il paese veri e propri terrazzamenti agricoli scavati sulle montagne; a lato della strada campi e campi di fiori che paiono mimose ma non sappiamo nemmeno oggi cosa siano (e non abbiamo nemmeno testimonianze fotografiche visto il buio).
E’ buio pesto, sono oramai le dieci di sera, siamo a una sessantina di chilometri da Ulan Bator e iniziamo a vedere vero e proprio traffico, cafè a lato strada e dopo qualche chilometro entriamo in una strada a due corsie per senso di marcia, dove paghiamo un vero e proprio pedaggio: ci siamo, siamo quasi arrivati.
Entriamo nella periferia della città, palazzi in stile sovietico ci accolgono, mentre l’autostrada procede in sali e scendi costanti.
Ed ecco, in lontananza, le luci della città, i palazzi, i colori delle insegne, il traffico.
Ulan Bator, eccoci.
Abbiamo passato il cartello della capitale della Mongolia, siamo arrivati!
Ora però bisogna giungere all’ostello, mica possiamo distruggere l’auto nella congestione urbana della principale città mongola?
Sarebbe un arrivo abbastanza inglorioso.
Clacson, semafori, gente che taglia la strada, ragazzi e ragazze vestiti alla moda, tacchi, gonne, ma siamo realmente nella stessa Mongolia di Khovd e Altai?
Molte macchine ci suonano e ci salutano dopo aver visto il percorso disegnato sulla nostra fiammante Atos.
Siamo felicissimi, quasi le lacrime agli occhi.
Ale è partito e io sono arrivato a destinazione.
Girovaghiamo in cerca del nostro ostello che è posto nei pressi di un importante monastero buddista nella città vecchia.
Arriviamo, parcheggiamo, entro nell’ostello dove ci sono solo stranieri e il ragazzo della reception ci apre il cancello per parcheggiare in sicurezza l’auto.
Spegniamo il motore.

Il contachilometri dice 13110 chilometri, da Feltre a Ulan Bator.

15 stati, tra Balcani, Anatolia, Caucaso e Asia Centrale.
Saltando il Tajikistan e il Pamir, argh.

18 siti UNESCO visitati o attraversati, 6 saltati causa tempi e percorso (ex. Tajikistan), 1 in più attraversato (i monti del Tian Shan)

Persone incontrate? Tante
Cibo mangiato? Tanto
Ore di sonno perse? Troppe
Stanchezza? Infinita
Pericoli? Pochi
Incidenti? Rischiati 3, reali 0
Energia e voglia di scoprire, conoscere, vivere? A palate

Siamo consapevoli di aver fatto qualcosa di complesso, dall’organizzazione al viaggio in sé e ci teniamo a ringraziare tutti coloro che ci han dato una mano a realizzare questo progetto meraviglioso.
Magari non tutto è venuto al meglio, ma il fondamento del progetto, cioè percorrere in auto la strada Feltre-Ulan Bator visitando i siti UNESCO è stato fatto.
Ringraziamo tutti coloro che ci hanno seguiti, ora pazientate ancora (so che avete pazientato tantissimo ma la vita reale ci obbliga ad occuparci di altro dopo due anni di fatiche ed energie spese sul progetto) e vedrete che tra la primavera e l’estate avrete foto esclusive, video, incontri, progetti e ancora.

Grazie a tutti

Michel e Alessandro

Diario di viaggio #13

                         La strada per Altai

XXXII° giorno

Ci svegliamo attorno alle otto del mattino ben riposati e pronti per affrontare la lunga giornata di viaggio davanti a noi.
Smontiamo le tende, carichiamo i nostri averi nella Atos, ci laviamo i denti e partiamo, io alla guida.
Salutiamo da lontano i proprietari della “tavola calda” dove abbiamo cenato la sera precedente e ci avviamo.
Appena prima di entrare nello sterrato principale che segue il pendio roccioso della montagna vediamo sfrecciare davanti a noi un auto del Mongol Rally.

“Certo che viaggiano eh…con quella macchinetta poi”
“Altro che noi”

Percorriamo cinque chilometri lungo il monte roccioso sulla nostra sinistra, addentrandoci in una valle spoglia con poca vegetazione, terra bruciata e roccia ovunque.

“Mer*a, dove sono i miei occhiali da sole?”
“Li avrai dentro nella tenda, te li sarai dimenticati lì stanotte”

Senza occhiali della Dolpi non posso andare avanti.
Apriamo la mia tenda ma dentro non troviamo nulla, apriamo il sacco a pelo, idem, non si trovano.
Che mi siano caduti per terra mentre mi lavavo i denti?
Ritorniamo in una decina di minuti al luogo del campeggio e vedo per terra in mezzo alla ghiaia i miei occhiali nella loro custodia nera, fortunatamente intatti.
Ripartiamo e percorriamo velocemente la valle rocciosa, prima di girare verso sudest per prendere una valle più verde, dove arbusti e alta erba la fanno da padrone.
Lo sterrato è abbastanza impercorribile, la macchina delle volte sembra decollare quando prendiamo il sasso o la buca sbagliata, ma resiste imperterrita e continua il suo percorso.
La valle attorno a noi è veramente desolata e selvaggia: piste sterrate nei prati, pochi insediamenti umani per lo più abbandonati e pochissimi animali.

Vediamo davanti a noi una collina che dobbiamo letteralmente scalare e nel mentre della nostra ascesa scende a tutta velocità un autobus (non un camioncino, un vero e proprio autobus!) che si lancia lungo il pendio della collina, lasciando dietro di lui e quindi davanti a noi una nebbia di polvere e sabbia che aumenta la difficoltà della nostra guida in mezzo a quell’eterno nulla.
Superiamo la collina e vediamo davanti a noi in lontananza verso est e sudest delle montagne: Khovd, importante città della Mongolia e nostra prima tappa giornaliera, era dietro quelle montagne.
Il GPS però ci indica che avremo dovuto attraversare un vero e proprio fiume…beh ci sarà il ponte no? Il ragazzo mongolo della sera prima ci aveva detto che sulla sinistra lungo la strada verso Khovd avremo trovato un ponte, quindi non ci preoccupiamo.
Andiamo avanti, tra sabbia, polvere e sassi e finalmente giungiamo al ponte…che c’è si, ma è crollato!
Davanti a noi il ponte a metà, il fiume non particolarmente largo ma sicuramente abbastanza profondo per crearci difficoltà, qualche mucca e una yurta in lontananza.
Che fare quindi?
Per prima cosa torniamo indietro e vediamo se ci sono altre possibilità di attraversamento seguendo le diverse piste, ma questa opzione va subito a vuoto.
Poi io e Ale ci dividiamo per vedere se c’erano attraversamenti più sicuri per la nostra auto, ma non troviamo niente se non un guado, l’unico vero passaggio per l’altra sponda.


Che fare? Bisogna guadare.
O si guada o siamo fermi.


Ci dirigiamo a piedi verso il fiume, Ale entra in acqua e l’acqua arriva sopra le sue ginocchia…di certo non è bassa e la corrente è tutto fuorché lenta.
Ma bisogna andare avanti.
Ale attraversare il fiume a piedi, io parto,
accelero, accelero, accelero e supero il guado, cercando di percorrere la zona meno profonda del fiume.
La macchina risalendo dal fiume si inchioda, il terriccio è bagnato e le ruote slittano, così Ale da fuori dà una spinta alla Atos che riesce a tornare finalmente a riva.
Ce l’abbiamo fatta!
Per evitare che i freni bagnati si blocchino ci rimettiamo subito in marcia.
Una sigaretta della vittoria è d’obbligo, abbiamo appena superato il momento forse più difficile del viaggio, un guado profondo e pericoloso, ma ce l’abbiamo fatta!

Continuiamo il nostro percorso attraverso la valle dall’erba alta in direzione Khovd e dopo una quindicina di minuti vediamo davanti a noi una macchina del Mongol Rally ferma, con una ruota giù.
Era la stessa macchina che ci era sfrecciata davanti al mattino!
Ci fermiamo.

Due ragazze, una britannica e una neozelandese, assieme a due ragazzi, un britannico e un americano, tutti nostri coetanei più o meno.
Gli chiediamo cos’è successo: braccetto dello sterzo andato.
Cosa fare?
Nel mentre giunge anche un auto di locali, che danno un occhio all’auto e suggeriscono di chiamare il carro attrezzi.

Un carro attrezzi da Khovd (circa un’ora e mezza di distanza) per soccorrere un auto straniera via chiamata telefonica? Suggerisco ai ragazzi che è una follia.
Mi propongo di portar due di loro fino a Khovd, da dove avrebbero potuto trovare direttamente un carro attrezzi o trovare qualcuno del Mongol Rally (anche dell’organizzazione) disposto a dar loro una mano.
Ripartiamo, io e Ale con la ragazza inglese e il ragazzo americano.
La tipa, di cui non ricordiamo il nome, studia relazioni internazionali a L
ondra, mentre il ragazzo veniva da un luogo nei pressi di Newark, nel New Jersey, ma era assai evasivo sulla sua vita.
Ci raccontano di aver fatto l’Iran e di esserne rimasti totalmente incantati (invidia) e di aver fatto anche il Pamir via Wakhan Valley ma di aver avuto anche un sacco di problemi con l’auto in seguito, in ultima il braccetto dello sterzo.


Poi faccio la domanda da un milione di dollari.

“Avete avuto problemi con il guado? Cavolo non è stato facile…”
“Guado??? Ma c’era il ponte!”
“Eh??? Ponte? Quale ponte?”

“Eh si, c’era un ponte una decina di chilometri prima…”
“Bene…merd*!”


Dopo un’ora di strada, tra una collina e l’altra, impolverati dalla testa ai piedi, arriviamo al passo prima di Khovd, che è posto in un’insenatura tra due montagne di roccia rossa.
Arrivati al passo inizia una ripida discesa che ci porta in una ventina di minuti a Khovd.
La città è attraversata da un fiume e fiume in questi luoghi è sinonimo di vita: c’è verde ovunque, i bambini giocano lungo le rive del fiume, mentre le donne e le ragazze sono intente a lavare e
a stendere i panni.
Entriamo in città attraversando un lungo ponte e vediamo sulla nostra destra, immerse in un verde rigoglioso, cinque macchine del Mongol Rally nei pressi di una yurta con scritto “Mongol Rally Auto-Service”.
Prendiamo una strada sulla sinistra per dirigerci all’auto service e veniamo affiancati da un auto targata Italia: sono romani, devono arrivare a Ulan Bator in tre giorni perché poi devono prendere l’aereo e tornare in Italia.
Ma l’auto? “Le diamo fuoco, togliamo la targa e ce ne andiamo”
Augurando loro buona fortuna, ci dirigiamo verso l’auto service, parcheggio e smonto.
Vedo molta gente già vista durante il nostro viaggio: i ragazzi austriaci incontrati prima di Ayagoz, gli olandesi del guado del giorno prima, l’australiano del confine.
Salutiamo i due ragazzi augurando loro buona fortuna e ripartiamo.
E’ ora di pranzo, abbiamo fame, tanta, troppa fame.
Ci fermiamo in un posto che sembra abbastanza moderno, quindi presumibilmente ottimo per il wi-fi, ma ci dicono che non lo hanno e ci consigliano di andare in un hotel a un centinaio di metri da lì.
Entriamo in questo hotel con ristorante, ci sediamo e ordiniamo subito da mangiare: carne, noodles, verdure, zuppa.
Il wi-fi? C’è certo, ma non funziona.
Attorno a noi c’è un tavolo di mandriani con due vecchi ultra settantenni che bevono vodka come se fosse acqua e capiamo che sono i due boss della tavolata; in tavola c’è un vitello intero, circondato da frutta, verdura e cibo di qualsiasi genere.

Mangiamo tanto come al solito, spendendo anche troppo per i nostri standard (otto euro a testa) e ci rimettiamo in moto.
Dobbiamo però prendere acqua, pit-stop in un supermercato per l’acquisto del trittico acqua-sigarette-dolcetti schifosi.
Ehm…bisogni fisiologici impellenti per entrambi, dobbiamo trovare un posto decente con dei bagni.
Dirigendoci verso l’uscita dalla città notiamo un hotel abbastanza lussuoso e decidiamo di fermarci.
Pausa caffè più bagno, inoltre riusciamo finalmente a trovare un wifi funzionante per rassicurare casa!
Ore cinque, è ora di rimettersi in moto sul serio.
Usciamo da Khovd e percorriamo una lunga strada asfaltata di pregevole fattura, probabilmente compiuta dai cinesi visto la vicinanza della Repubblica Popolare Cinese e visto soprattutto la massiccia presenza di camion con targa cinese lungo strada.
Percorriamo questa ampia valle circondata da alte montagne talvolta innevate, dove la vita è ben più presente rispetto alle valli percorse in mattinata: prati, molta acqua, yurte, bestiame, vediamo transitare persino una decina di auto.
Tra una chiacchiera e l’altra in un paio d’ore giungiamo a Darvi, il check point prefissato, percorrendo una ventina di chilometri lungo un tipico sterrato da “lavori in corso” che vedeva vari scavatori e altre macchine da movimento terra.
Per prima cosa facciamo un pieno di benzina e chiediamo ai locali se potevano consigliarci un luogo dove passare la notte; ci indicano di andare in centro città e trovare l’unico albergo presente, dove avremo potuto dormire per 20 euro a testa. Cosa? Cifre alquanto esagerate per queste zone.
Entriamo a Darvi: la “città” ha poco più di 5 mila abitanti ma è un centro importantissimo nella tratta Khovd-Altai, infatti vediamo solamente negozi di alimentari, uno dietro l’altro.
Ale decide di andare alla ricerca dell’albergo, mentre io lo aspetto, comprando qualcosa da sgranocchiare e le solite sigarette scaccia pensieri.
Dopo un quarto d’ora torna Ale: ha contrattato per 5 euro a testa, partendo da 20, non male!
Arriviamo all’albergo, paghiamo e ci trasferiamo nella nostra stanza.
Chiediamo a delle bambine (figlie dei proprietari che erano le tuttofare dell’albergo) dove fosse il bagno…chiaramente il bagno è all’esterno, che domande facciamo?
Ma invece, se volessimo fare una doccia? Capiamo che se vogliamo lavarci dobbiamo riempire dei secchi di acqua, scaldarli e poi lavarci, alla vecchia maniera.
Ma le forze sono esigue e decidiamo di lavarci “dopo”, quell’indefinito e lontano “dopo” che si tramuta sempre in mai.
Mentre Ale riposa io mi metto all’entrata dell’albergo, fumo una sigaretta e guardo il sopraggiungere della notte.
In una panchina c’è seduto un ragazzo che ascolta della strana musica dance dal telefono, lo guardo ma non sembra molto socievole.
Ad un certo punto però il ragazzo fa partire dal suo cellulare “Primavera” di Pupo, lo guardo attonito ed esclamo “Pupo!”, al che lui mi guarda, sorride e mi dice “Pupo Pupo Itali!”

Fumo un’altra sigaretta mentre il cane dell’albergo, un gigante pastore, scodinzola e cerca l’attenzione di tutti i pochi presenti.
Un ragazzo mi chiede da dove fossi, gli dico che sono italiano e per semplice curiosità gli chiedo se parla
sse cinese: risposta affermativa! Posso finalmente usufruire dei miei studi linguistici in questo viaggio.
Mi dice di essere da Ulan Bator e mi dice che lavora da ben cinque anni in una ditta cinese che costruisce strade in Mongolia; gli faccio altre domande riguardo alla presenza cinese nel paese e mi dice che nel campo energetico ed economico ormai la Mongolia dipende dalla Cina,
che ha sostituito la Russia come principale partner commerciale ed economico del paese.
Gli chiedo inoltre qualche informazione sulla strada per Altai, ma dice che la strada non è proprio il massimo, tutt’altro.
Lo ringrazio per la breve chiacchierata e lo saluto.
Torn
o in camera, io e Ale chiacchieriamo fino a quando non ci si addormenta, esausti.
La Mongolia ci sta provando molto a livello di energie, ma c’è in noi la consapevolezza di star vivendo e vedendo qualcosa che rimarrà per sempre dentro di noi.
Paesaggi, persone, strade, situazioni che sono aldilà del nostro ordinario.
Si dorme, l’indomani si punta ad Altai.

XXIII° giorno

Ci svegliamo attorno alle otto, ci risciacquiamo velocemente in un lavabo e montiamo in auto, destinazione Altai.

Acqua, cibo da sgranocchiare, sigarette, occhiali da sole, musica, tutto pronto.
Usciamo da Darvi e rientriamo nello sterrato principale, un terriccio pressato pronto per essere asfaltato.
Per una ventina di chilometri percorriamo questo terriccio che ogni tanto presenta dei veri e propri muri di terra che ci impediscono il procedere, quindi ogni volta che troviamo queste barriere di terra dobbiamo uscire dalla “principale”, prendere una pista e ricollegarci in seguito alla principale.
Dopo una buona mezz’ora termina la pista dei lavori in corso e siamo di nuovo nel nulla.

Intorno a noi prati spogli, terra e poca erba; davanti a noi piste, piste e piste.
Non ci sono nemmeno monti in lontananza.
Siamo nel nord del deserto del Gobi: paesaggio desertico, desolato, senza forme di vita.
Le piste di sterrato sono tutto fuorché buone e le sospensioni della nostra Atos sono messe a dura prova, come sono messe a dura prova le nostre teste, che sopportano a fatica il rumore continuo e assordante all’interno dell’auto causato dalle continue vibrazioni delle ondine.

E’ però un’emozione indescrivibile: siamo in mezzo al nulla, io e Ale, con una macchina che dovrebbe percorrere tutte le strade del mondo, escluse queste.
La vista di cieli blu coperti di nuvole e il sole splendente spezzano la vista di questo paesaggio che ci dà la sensazione tipica del sublime letterario, ovvero davanti a noi c’è si qualcosa di bello esteticamente, ma è una bellezza violenta, dove la vastità e l’immensità sono implacabili ed indomabili.
Questo sublime si esemplifica perfettamente in un episodio durante il nostro tragitto: mentre attraversiamo una delle decine di piste davanti a noi, vediamo sul lato della strada una carcassa di un cammello con posata sopra un’aquila che fiera e implacabile si avventa sul cadavere del camelide. Attorno a questa rappresentazione di vita e morte, vi sono montagne in lontananza, nuvole e soprattutto deserto, senza fine, senza tregua.
Ogni tanto ci attraversano la strada dei cammelli allo stato brado e mandrie di capre e pecore appartenenti ai nomadi delle (poche) yurte che vediamo distanti comunque moltissimi chilometri dalla strada.
Continuiamo la strada che sembra non aver termine, fino a quando giungiamo a un bivio, da dove riiniziano i lavori in corso.
Al centro di questa collina da dove iniziano i lavori vi sono una pompa di benzina, una cosa simile a un cafè o tavola calda e qualche abitazione mobile, probabilmente della gente che lavora nei cantieri del movimento terra.
Un cartello ci indica di continuare verso nord, girare attorno alla collina per poi riprendere la strada principale che qui si interrompe.
C’è più vita e più traffico rispetto a prima: jeep, camioncini
e anche qualche moto diretta non si sa bene dove, visto che la città più vicina, Altai, dista oltre cento chilometri.
Le piste sono dei disastrati percorsi in mezzo al deserto, tra salti, buche, sassi e continui sali e scendi.
In lontananza inoltre vediamo nuvole scure cariche di pioggia ma
quello che ci preoccupa in realtà non è molto lontano da noi: vi sono in mezzo al deserto delle piccole trombe d’aria che sono veramente poco rassicuranti e in lontananza, a circa una ventina di chilometri verso Altai vi è un cumulo di nuvole e vento che sembra un vero e proprio turbine.
Guidare in mezzo al deserto con un mille
cc non fa abbastanza ansia? Servono anche dei turbini?
Fortunatamente mentre ci avviciniamo il gigante di vento sembra perdere potenza e si affievolisce in varie nuvole che non ci danno nessuna preoccupazione.
Altai dista solamente un ottantina di chilometri e il paesaggio muta gradualmente, infatti le rocce diventano di colore rossiccio e i prati tornano ad essere verdi d’erba rigogliosa.

Sopra di noi i nuvoloni neri non desistono, ma di pioggia fortunatamente neanche l’ombra.
Arriviamo alla risalita verso Altai: la strada è di roccia rossa, molto scoscesa con lastroni di roccia aperta che non sono propriamente salutari per le gomme della nostra Atos.
Ma il nostro piccolo fulmine coreano si arrampica come uno stambecco nelle Dolomiti e non ha paura di niente, men che meno di una strada di roccia pura a 2000 metri di altezza.
Dopo una ventina di minuti giungiamo finalmente nell’altipiano dove si trova Altai: strada sterrata in terriccio davanti a noi, montagne innevate verso nord e verso sud, un paesaggio mozzafiato.
Percorriamo senza nessuna fretta la strada nell’altipiano, quando a un certo punto veniamo affiancati dall’auto dei romani trovati a Khovd!
Ci raccontano di essere rimasti bloccati in un guado e di aver avuto bisogno di un camion per essere trainati fuori dal fango; sono sporchi dalla testa ai piedi di fango e sabbia, ci sembrano stravolti, con delle occhiaie viola sintomo di una giornata da incubo.
Noi siamo degli emiri a confronto.
Li salutiamo e percorriamo gli ultimi dieci chilometri per Altai.
La città è la capitale della regione Govd-Altai ed è posta nell’altipiano da noi attraversato, a quasi 2500 metri sul livello del mare.
La città ha solamente 15 mila abitanti ma è un centro nevralgico nella regione: vi sono ospedale, università, servizi, banche,
persino un aeroporto.
Cerchiamo una banca da dove prelevare, facciamo benzina e dopo qualche giro a vuoto troviamo un ristorante veramente lussuoso per gli standard del luogo e riempiamo finalmente i nostri stomachi.
Sono ormai le otto di sera (la lancetta da Darvi si è spostata un’ora avanti)…che fare?
Notiamo che il portapacchi della nostra Atos ha uno dei ganci che è completamente staccato dal tetto dell’abitacolo, è il caso di farlo saldare il prima possibile e quindi decidiamo di fermarci in una delle autofficine viste all’entrata della città.
Parcheggiamo l’auto nell’autofficina e veniamo accolti da un ragazzino di diciassette anni, con un buon inglese, fratello del proprietario dell’officina: intorno a noi un vecchio che sembra Genghis Khan, una signora, qualche bambino e due meccanici.

Chiediamo loro di saldarci il gancio del portapacchi e di dare un controllo generale all’auto, soprattutto alle parti più esposte ai colpi dello sterrato come la coppa dell’olio.
In una decina di minuti, anche con l’aiuto di Ale, ci saldano il portapacchi e infine ci controllano l’auto.
Nel mentre chiedo informazioni sulla strada per Bayakhongor e ci dicono più o meno le stesse cose dette dal ragazzo della prima notte: a sud c’è un fiume da attraversare grazie all’aiuto di un camion, a nord c’è un ponte sul fiume ma la strada è “ondulata”.
Per ondulata ci fanno il segno delle onde…ondine vero?


Finiscono i controlli all’auto e la faccia del meccanico è impagabile: “Tutto ok, l’auto è perfetta”.

Ci fa capire che in tutti gli anni del Mongol Rally e simili aveva visto poche auto messe così bene come la nostra.
Contrattiamo il prezzo e alla fine paghiamo poco più di sei euro, una cifra molto alta per il costo della vita mongola ma ci va bene così, comunque era necessario controllare l’auto e fissare il portapacchi.
Dove andare ora? Salgo alla guida, oramai sta diventando buio quindi è necessario trovare un posto appena fuori città dove campeggiare.
Usciamo da Altai e arriviamo al bivio: a sinistra la strada nord, a destra la strada sud.
Giriamo a sinistra e ci addentriamo nella verde steppa mongola; dopo aver percorso un paio di chilometri saliamo su un
altura e decidiamo di campeggiare nell’estremità più alta della collina, a circa dieci metri dalla strada con due yurte a poco meno di un chilometro di distanza.
Piantiamo le tende e beviamo un paio di birre a nostro onore, circondati da un cielo che mette i brividi da quanto è illuminato; attorno a noi i cani da guardia delle yurte che abbaiano per allontanare ogni lupo curioso e le mandrie di ovini
belanti che aspettano la notte nei recinti.
Tra una chiacchiera e l’altra guardiamo in direzione Altai e notiamo le luci
di varie auto che si addentrano nella notte verso sud, verso Bayankhongor.
Nessun auto si avvicina a noi, tutte virano verso sud, siamo da soli, sotto un cielo dipinto da qualche divinità compiacente nei nostri confronti;
in tutto ciò realizziamo che mancano meno di mille chilometri alla metà della nostra avventura, Ulan Bator.
Verso mezzanotte crolliamo nei nostri materassi gonfiabili e ci lasciamo trascinare
da Morfeo nel mondo dei sogni, in attesa di un nuovo risveglio e di una nuova avventura, questa volta verso Bayankhongor.

Diario di Viaggio #2

III° giorno

20/07/2015

Ci svegliamo intorno alle otto di mattino nel retro della pompa di benzina dove ci eravamo fermati la sera prima a Sofia, colazione veloce, lavaggio veloce ai denti e alle ascelle e montiamo in macchina: Michel alla guida, direzione Bojana, per visitare il primo sito Unesco del nostro viaggio.
La Atos sfreccia senza alcun problema sulla tangenziale di Sofia e dopo quasi un’oretta di cammino, causa traffico, arriviamo a Bojana.
La Bulgaria è un paese molto povero rispetto agli standard europei: strade non sempre perfette, case spesso fatiscenti e molta vita agricola (ovvero, tanti trattori sulle strade).
Bojana è posta verso sud rispetto a Sofia, sui lati delle montagne che portano verso la Grecia; il paesino in sé rispetto alla periferia di Sofia è ben tenuto, forse anche grazie alla presenza di un sito Unesco unico nel territorio bulgaro.
Parcheggiamo e attraversando un boschetto arriviamo all’entrata del sito, paghiamo l’ingresso 2,5 euro a testa (prezzo studenti riadattato al cambio casuale fatto dalla bigliettaia) e entriamo.
Davanti a noi una trentina di turisti giapponesi, interessati più a un gatto gironzolante che al sito stesso (urlavano neko ossia gatto in giapponese come degli ossessi).
Scattiamo qualche foto dall’esterno prima di chiedere ad un vecchiotto che faceva da guida se potevamo entrare.

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“It’s ok there is people, 6 people enter, no too much”
Ok. L’idea è che sia necessario aspettare l’orda nipponica prima di visitare la chiesa.
Dopo due tornate ci viene in soccorso un’altra guida, una ragazza sulla trentina bulgara, che ci fa entrare con il suo gruppo di visitatori.
La chiesetta è molto piccola, divisa in tre parti costruite in epoche medievali differenti: all’interno tanti affreschi di pregievole caratura, il più imponente è il Cristo Pantocratore sulla volta.
Mentre spiega al gruppo composto da me, Ale e quattro nord europee indefinite, si gira e ci chiede: “Guys, where are you from? Poland?”
“No, we’re from Italy”
“Ok, you already knew everything” e sorride.
Tricolore power.

Usciamo dalla chiesa e facciamo una piccola sosta al bagno; usciamo e iniziamo a parlare con la guida, si chiama Karina, fa i complimenti al mio inglese dicendo che è raro trovare un italiano parlante inglese e le spieghiamo del progetto e delle nostre intenzioni per la giornata.
Kazanlak? Bellissima, certo, ma troppo distante se volete arrivare a Istanbul ad un orario semidecente, piuttosto ritornate in Bulgaria, chiamatemi e visitate gli altri otto siti Unesco del paese.
Erano quasi le undici del mattino e Istanbul dista quasi 600 chilometri da Sofia: che fare?
Karina ci consiglia di visitare e fermarci a mangiare a Plodvid, puntando così a Istanbul.
E decidiamo di seguire il suo consiglio, con sommo dispiacere perché la Necropoli Tracia di Kazanlak era un sito che tenevo particolarmente a vedere.
Imprevisti del viaggio.
Salutiamo Karina (che dopo un secondo spiega il nostro progetto agli altri turisti presenti) e ci rimettiamo in viaggio, io continuo alla guida, Ale come navigatore.
Tangenziale sud di Sofia in direzione Plodvid…la strada per Lamen è meno accidentata.
Lungo la strada tanti meccanici, lavori in corso e venditori di angurie; dopo circa un’ora di finta tangenziale entriamo in autostrada e si viaggia.
Scendiamo lentamente dalle colline di Sofia, attraversiamo lunghe valli boscose con breve sosta per rifornimento carburante/acqua e arriviamo in pianura.
Strada dritta, girasoli, zero allevamento, zero agricoltura, solo girasoli. Per olio di girasoli.
Fa caldo, tanto caldo, troppo caldo.

Abbiamo persino visto cinque, sei mucche nascoste all’ombra di un ponte a fianco dell’autostrada, per evitare il caldo. 40 gradi sicuri, percepiti tirate a indovinare.

Dopo qualche ora si arriva a Plodvid, giretto in centro, si parcheggia e cerchiamo qualcosa da mangiare.
Sia mai che si esageri con il cibo: Kebab, falafel, pizzetta alle olive per me e ai peperoni più yogurt o simili per Ale.
Totale: 6 euro.

Nemmeno un’ora di pausa, scattiamo due foto e si riparte, Ale alla guida.

Usciamo da Plodvid, strade semidecenti, diritte, direzione Svilengrad, confine con la Turchia.
Girasoli, trattori, cicogne che volano, angurie. Sarà povertà, certo, ma non è una povertà drammatica e sconvolgente, è vita semplice, contadina, senza fronzoli.

“Senti questo rumore…è metallico”
“Mah..sì sembra anche a me…abbassiamo i finestrini e sentiamo”
“Non so da dove provenga”
“Boh”.
Guidiamo una mezz’ora e il rumore è proprio insopportabile.
“Forse abbiamo bucato”
“Fermiamoci”.
Controlliamo l’auto, nessun segno di rottura. Lentamente capiamo da cosa dipendeva il rumore: le locuste.
Un rumore assordante che proveniva dai campi, locuste, semplici locuste. Milioni di locuste.

Dopo un centinaio di chilometri troviamo il cartello Istanbul, messo come un cartello per Can (frazione del Comune di Cesiomaggiore ndr)  a caso al lato della strada; usciamo, ci perdiamo, ci riperdiamo, ma ritroviamo la strada maestra e prendiamo un’autostrada nuovissima, larga e praticamente senza nessun altro intorno e finalmente la Atos prende il volo.
La scena delirante però non si fa attendere: prendiamo una discesa autostradale attorno al 6% e vediamo un tipo non curante del pericolo, risalire l’autostrada in bici contromano, sotto il sole cocente.
Un altro eroe post moderno.
Maciniamo chilometri e ci fermiamo a una trentina di chilometri prima del confine turco per comprare dell’acqua.
Un ragazzo turco olandese si avvicina ad Ale e gli chiede spiegazioni sulla macchina; entusiasta, gli racconta di aver visto il giorno prima due macchine del Mongol Rally durante il suo viaggio verso la patria dei genitori.
Foto di rito alla macchina sotto il calore bulgaro e si decide di fare la cazzata del giorno: andare in Grecia.

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L’idea poi non è così campata in aria: forse è meglio evitare il confine bulgaro-turco, visto le centinaia di macchine di lavoratori turchi in Germania che ritornano in madre patria.
Quindi Grecia.

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Confine greco passato in scioltezza, soliti occhi sbarrati quando si spiega alle guardie di confine la destinazione del viaggio.
Grecia, anche qui girasoli, campi, campi, distese di campi.
La mappa ci indica un confine dopo Marasia, un piccolo paesino al confine con la Turchia.
Paese agricolo, una piccola chiesetta e nidi giganteschi di cicogne sopra i pali della luce, uno spettacolo.
Ci dirigiamo al confine…che non esiste.
Seguiamo ancora la mappa che ci indica un ponte sull’Ardas per dirigerci ad un altro confine a sud, ma il ponte non esiste. Vediamo il fiume scorrere, probabilmente è una chiusa temporanea che si apre periodicamente per permettere alle macchine di passare, ma non abbiamo tempo, quindi torniamo indietro di qualche chilometro, usciamo da Marasia e ci dirigiamo al vero confine.
Le guardie di confine greche sono gentili, ci chiedono i documenti dell’auto e i passaporti; finiamo a parlare di basket (la guardia tifava Olympiakos, chiaramente abbiamo tessuto le lodi a Spanoulis), di cosa studiavamo e della destinazione del nostro viaggio. Saluti, sorrisi e un good luck.
Entriamo nella zona franca, filo spinato ad ambo lati della strada e arriviamo al confine, particolarmente militarizzato.
Primo check point lo passiamo dopo cinque minuti, con Alessandro che fa capire all’addetto il numero del telaio, mentre io spiego che sono il proprietario della macchina.
Sguardo un po’ truce ma ci fan passare.
Attraversiamo qualche metro e un poliziotto ci ferma chiedendoci cosa avessimo nel portapacchi.

Tende, materiale da campeggio, gomme. Ci fa aprire il portapacchi, lavoro ingegnoso di Alessandro che è costato fatica e soldi a causa dello scotch marcato Eurobrico.
Da un’occhiata fugace e ci chiede dove andiamo.
“Mongolia!”
Il tizio risponde in un inglese improbabile: “You have to bring hot girls in Mongolia”. Boh.
Dopo questa affermazione incomprensibile ci fa la domanda delle domande: “Are you Spain? Cocaine, Eroine, LSD?”
“No, only meds with prescription”
“Marijuana, Hashish, LSD?”
“No, meds with prescription”
“OK, go”
Lol.
Improperi per sistemare il portapacchi e si entra in Turchia.
Attraversiamo un paesino agricolo, mucche sulla strada, subito minareti.
Dopo nemmeno un chilometro iniziano i sampietrini, giungiamo a un ponte fatto di sampietrini che porta direttamente a Edirne: vediamo sullo sfondo la Moschea Selimiye, una vista meravigliosa considerando che qualche centinaio di metro prima eravamo nel nulla più assoluto.
Si entra a Edirne, troviamo un parcheggiamo a pagamento “to euros” e saliamo a piedi verso la Moschea.

4 Moschea Selimiye - Edirne (1)
Nelle strade tanto caos, odori di spezie, turchi seduti a bere tè e fumare sigarette. Già capiamo la Turchia, un melting pot entico senza eguali: ragazze bionde e more senza velo, ragazze con veli variopinti, ragazze con veli molto severi, uomi bianchi, meticci, scurissimi. Meraviglioso.
Entriamo nel bazar prima della Moschea e compriamo dei datteri per avere delle lire turche, infine entriamo nella Moschea. Iniziano i brividi.
Una sacralità generale, i colori delle volte che ci lasciano basiti, una bellezza quasi indescrivibile davanti ai nostri occhi; si, la Moschea Selimiye ci ha totalmente rapiti.

4 Moschea Selimiye - Edirne (2) 4 Moschea Selimiye - Edirne (3) DCIM103GOPROselimiye
Ritorniamo verso la macchina, guido io e ci dirigiamo verso un Bureau per cambiare degli euro.
Metto le quattro frecce e aspetto Ale in una parallela, ma mi trovo un camion dei pompieri dietro che deve passare e faccio un giro dell’oca per riprendere Alessandro.
Partiamo, direzione Istanbul.
Strada a due corsie, una decina di chilometri tra palazzoni modernissimi (Erdogan docet) e arriviamo alla barriera autostradale.
Bisogna fare la vignetta. Ma dove? Passiamo la barriera sull’estremità destra, seguendo una macchina targata Olanda.
Chiedo dove poter fare la vignetta e dopo qualche parola incomprensibile, grazie al turkenglish dell’olandese capisco che devo attraversare l’autostrada sul mio lato a piedi, scavalcare (jump ok? le parole di un poliziotto) il guard-rail e attraversare il senso di marcia opposto sempre a piedi per giungere al rivenditore di vignette.
Quaranta lire, torno indietro e si riparte.
Autostrade turche efficentissime per quanto riguarda l’asfalto, meno per i posti di servizio.
Maciniamo chilometri, paesaggi intensi tra foreste e prati verdi, ma la benzina cala e non troviamo distributori.
Riserva.
Si arriva alla tangenziale di Istanbul, che inizia a quasi ottanta chilometri.
La riserva diminuisce, l’ansia di rimanere a piedi a trenta chilometri da Istanbul aumenta.
Fortuna vuole che a quasi 1,5 l rimanenti nel serbatoio troviamo una pompa; dopo il salasso preventivabile (la Turchia è il secondo paese al mondo per il costo del carburante), continuiamo il nostro percorso.
Inizia il caos. Guidare nella tangenziale di una città di 12 milioni e passa di abitanti non è semplice, per nulla.
Sorpassi a destra, a sinistra, nella corsia di emergenza, luci e grattacieli ovunque, sali e scendi costanti; la parte peggiore è stata ad un’uscita quando un camion gigantesco ci ha letteralmente tagliato la strada.
Si guida, io al volante, Ale al navigatore. Dopo ore di caos, mantenendo sempre la direzione corretta, giungiamo al nostro ostello, il Joker, situato a Kadikoy, Asia, nei pressi dello stadio del Fenerbahce.
Parcheggiamo l’auto, entriamo e conosciamo il tizio dell’ostello, un quarantenne con la faccia da pugile che fa il marinaio, ci consegna le chiavi, fotocopie ai documenti e si dorme, dopo aver sentito casa per rassicurare tutti.

IV° Giorno

21/07/2015

Il quarto giorno fin dalla preparazione al viaggio era il giorno forse più importante della prima settimana: visitare Istanbul in un sol giorno è già di per sé difficile, ma il problema principale che ci trovavamo davanti era la necessità di convertire la nostra lettera d’invito per il Turkmenistan in un visto vero e proprio.
Senza il visto, niente ferry boat, niente Turkmenbasy e mille problemi davanti per trovare una soluzione.
Sveglia alle otto, docciati e profumati scendiamo, l’ostello ci fa una colazione iper calorica con uova, formaggio, salsicce e prosciutto.
Fermiamo un taxi e il marinaio simil Klitschko dice al tassista di portarci all’aeroporto, costo del viaggio 80 lire, sui 35 euro; cerco di spiegare che il consolato è nei pressi dell’aeroporto, a Yesilkoy, ma non all’aeroporto…tutti dicono ok, fidiamoci.
Giretto panoramico lungo la tangenziale presa il giorno prima: il traffico è intenso, fa caldo; allo stesso tempo il tassista estremamente gentile si pone sull’estremità della carreggiata per permetterci di fare qualche foto al Bosforo.
Arriviamo all’incrocio tra Yesilkoy e l’Ataturk Airport e l’autista prende per l’aeroporto.
“No Yesilkoy Yesilkoy!”.
Si ferma in mezzo alla strada, gesticola, ci insulta e poi continua, portandoci a destinazione con faccia torva.

Arriva l’ora della verità: Turkmenistan si, Turkmenistan no?

Entriamo in consolato e troviamo subito due ragazzi, parte del Team SPQR da Roma che partecipa al Mongol Rally.
I ragazzi ci dicono subito che non fanno nulla, ma noi fortunatamente abbiamo la lettera di Ginevra.

Consegniamo la documentazione, il responsabile però ci da dei fogli da compilare e un pagamento da effettuare in una banca specifica.
Ci dividiamo: io resto a compilar carte, Ale va in banca.
Mi fumo una sigaretta con i ragazzi del SPQR, parliamo del viaggio e dei rispettivi problemi: loro vanno in Turkmenistan dall’Iran, ma per il visto dovranno necessariamente andare ad Ankara, sperando di ritirare il tutto entro i termini.
Dopo mezz’ora torna Ale, che grazie a un gentilissimo poliziotto parlante inglese riesce ad effettuare il pagamento.
Consegnamo ricevuta di pagamenti, passaporti e i moduli compilati; la guardia ci dice di tornare alle cinque.
Prendiamo un autobus in direzione Taksim, piazza nota per gli scontri antigovernativi di un paio di anni fa e percorriamo in un’ora la città in autobus; giungiamo a Taksim, foto, cambio euro-lira e prendiamo la metro per Sultanahmet, quartire che presenta la chiesa/museo di Santa Sofia e la moschea di Sultanahmet.
Arriviamo alla fermata della metro dopo qualche incomprensione con le indicazioni e ci dirigiamo a piedi verso la Moschea.
“Kebab?” “Kebab!”.

kebab
Da bravi stupidi ci costa un salasso in lire (non in euro, ndr), visto che questo kebbabaro si trova praticamente nel centro della città.
Cibiamo, beviamo, accarezziamo due gattoni liberi a Sultanahmet e ci dirigiamo verso la Moschea.
Ben curata, esteticamente pregevole, ma le sensazioni non sono come ci si aspettava: troppi turisti, troppe foto e caos.
Da Sultanahmet ci dirigiamo verso la moschea di Solimano il Grande: si ritorna alla sacralità, alla devozione e alla convivialità delle persone all’interno delle mure sacre.
Foto, video alla moschea e al mauselo di Solimano.

28 camii DCIM103GOPRODCIM103GOPRODCIM103GOPRO
E’ tardi, sono le 16:40, bisogna tornare a Yesilkoy per i visti, chiude alle sei.
Troviamo un taxista che ci porta in ambasciata a 45 lire, ma in strada è un disastro, lenti code, clacson ovunque, auto che superano ovunque.
40 e passa minuti per qualche chilometro di strada.
Ma arriviamo giusti in tempo e ritiriamo. Il visto TURKMENO è nostro!

Prendiamo l’autobus e ci dirigiamo verso Taksim; conosciamo un ragazzo di 18 anni che studia in un liceo a lingua italiana di Istanbul e chiacchieriamo con lui in bus, parlando di studio e differenze fra Italia e Turchia, una bellissima chiacchierata.

26 amico turcoita
Arriviamo a Taksim, ma è necessario finire il nostro giro Unesco, quindi di nuovo metro verso Fatih e Sultanahmet.
Smontiamo dalla metro e ci dirigiamo nuovamente verso la moschea di Solimano, attraversando edifici fatiscenti e tanta sporcizia, luoghi che mai avremo immaginato a Istanbul visto l’ordine e la precisione presente nel resto della città.
Arriviamo alla moschea e decidiamo di mangiare in un ristorantino sul lato: 9 lire a testa ( 3 euro e qualcosa) per riso, fagioli, verdure, una bibita e un the. Nostro.
Mentre cibiamo e ci facciamo amici tutti i camerieri del locale, si avvicinano una gattona gigantesca, che non desidera altro che attenzioni. Inizio ad accarezzarla e questa si gira a pancia insù, addormentadosi: per oltre mezz’ora diventa la scena clou dell’area, viste le decine di turisti che passano, si fermano e fotografano la gatta spaparanzata.

27 gat
Nel mentre davanti a noi sul portone della moschea, decine di bambini mendicanti che chiedono la carità con le mamme che vigilano, una scena straziante.
Terminata la cena ci dirigiamo verso lo stretto, la nostra volontà è di prendere il battello e attraversare il Bosforo così per tornare in ostello in Kadikoy.
Camminiamo attraverso un mercato dismesso, con gente ovunque che riportava le merci all’interno dei negozi; caos e immondizia la fanno da padroni.
Arriviamo al porto, primo ferry e via in direzione Kadikoy; chiaramente, il ferry boat porta a Uskudar, a nord di Kardikoy.
Venti minuti di attraversamento sul tetto della nave, con Istanbul, le moschee sullo sfondo baciate dal sole tramontante, uno spettacolo indescrivibile.

DCIM103GOPRO 29 nave 30 nave
Smontiamo e ci dirigiamo alla fermata degli autobus, dopo qualche indicazione troviamo il nostro autobus, il numero 12, ci dirigiamo a Kardikoy, smontiamo in piazza a Kardikoy e dopo una decina di minuti raggiungiamo l’ostello.
La Atos è al sicuro, nessun vetro rotto e nessuna apertura nel portapacchi.

atos al sicuro
Prendo delle birre per allietare il sonno e mi metto a parlare con il vecchio che fa rivendite a fianco dell’ostello: odia Erdogan, dice che gli immigrati Libici, Siriani e Iracheni sono pericolosi, mentre Israele è un “Big Problem”. Il terrorismo poi è colpa sia di Erdogan sia degli immigrati.
Dopo le chiacchere con il vecchietto si punta al letto, viste le prossime tappe.

Il quinto giorno ci vedrà correre in direzione Samsun; a metà giornata faremo un salto a Safranbolu, città turca patrimonio Unesco.

Associazione Gruppi Insieme si può... ONLUS ONG

Insieme si può e Dolomiteam 2015

Io e Alessandro iniziammo concretamente a strutturare il viaggio nell’autunno del 2013 e la nostra volontà al tempo era quella di partecipare al Mongol Rally, gara automobilistica amatoriale dai risvolti benefici con partenza da Londra e arrivo a Ulan-Bator.
Nei mesi successivi l’idea sulla partecipazione al Mongol Rally venne meno a causa di varie riserve che avevamo entrambi nei confronti della manifestazione, come gli alti costi di iscrizione senza nessun tipo di assistenza burocratica o legale.
Mongol Rally è sì un brand attraente, ma perché un “rally di beneficenza” deve avere un costo di partecipazione di 700€? Quei soldi dove vanno a finire e come vengono utilizzati?
Desistemmo quindi dal partecipare al Mongol Rally e iniziammo a ragionare ad un progetto totalmente nostro: un viaggio itinerante attraverso il continente euro-asiatico, legato all’incontro fra culture e realtà distanti tra loro attraverso i patrimoni UNESCO, simbolo delle bellezze naturalistiche e architettoniche che uniscono l’umanità nella sua molteplicità. Un viaggio folle, complesso, articolato, ma nostro.
Però certe cose del Mongol Rally volevamo mantenerle: l’idea di guidare un auto da rottamare per oltre 15 mila chilometri, il percorso a grandi linee e la questione benefica.
La beneficenza fin dal principio fu una parte essenziale del progetto e la nostra volontà era quella di dar visibilità ad associazioni umanitarie del bellunese, raccogliendo fondi da devolver loro durante i nostri eventi pre e post partenza: l’idea fondante della parte benefica era quella di avere una ricaduta umanitaria e territoriale tramite la nostra esperienza.
E finalmente, dopo mesi di contatti, siamo orgogliosi di presentarvi la nostra partnership: Dolomiteam 2015 collaborerà con l’ “Associazione Gruppi Insieme si può…ONLUS – ONG” (http://www.365giorni.org/).
Insieme si può è una ONG fondata nel 1983, composta da oltre 70 gruppi con oltre 2000 aderenti; è un’associazione umanitaria che coopera in oltre 30 paesi del mondo, dove promuove, amministra e sostiene progetti di cooperazione internazionale allo sviluppo in ambito educativo, sanitario, difesa dell’infanzia, empowerment femminile, sicurezza alimentare, agroforesty, microcredito, interventi umanitari nelle emergenze.
Insieme si può fu una delle prime associazioni italiane a promuovere il  Sostegno a Distanza e ad oggi assiste quasi 3000 bambini in oltre 14 paesi del mondo.

Nei mesi prossimi, attraverso i vari eventi che realizzeremo, cercheremo di promuovere l’operato di Insieme si può raccogliendo fondi da donare direttamente alla loro cooperazione nel progetto “Campi profughi afgani”.
Questo progetto vede cooperare Insieme si può con varie associazioni afgane come Rawa, Hawca, Opawc, Social Association of Afghan Justice Seeker (SAAJS), impegnate sul campo in progetti a favore di donne vittime di violenza e emarginazione, sostegno all’infanzia, sostegno sanitario e scolastico.
Il progetto ha come obiettivo il miglioramento della condizione di vita dei profughi afgani, che vivono in strutture di legno, fango e nylon anche nella stessa capitale dell’Afghanistan, Kabul.
La popolazione vive in una situazione abitativa precaria, dove le fatiscenti abitazioni non sono sufficienti a garantire protezione dal clima rigido di Kabul; inoltre mancano completamente le strutture assistenziali più elementari, come la sanità o l’istruzione.
La manca di una qualsivoglia assistenza sanitaria permette lo sviluppo di malattie facilmente prevenibili e curabili che in condizioni umanitarie di quel genere si aggravano facilmente.
Il progetto ha il fine di rispondere in maniera concreta a questa emergenza, provvedendo a garantire acqua potabile, dispositivi – per quanto elementari – per il riscaldamento, rinforzo alimentare e garanzia di cibo, assistenza sanitaria continuativa, corsi per i bambini in età scolare.

Ma perché proprio l’Afghanistan?

L’Afghanistan è uno stato dell’Asia Centrale che da oramai 36 anni vive in una situazione di instabilità politica, sociale ed economica, dovuta alla pesante ingerenza delle potenze straniere nell’area: in quasi quattro decadi l’Afghanistan ha vissuto una guerra contro l’Unione Sovietica, una guerra civile tra mujāhidīn e talebani ed infine l’invasione della NATO a seguito dell’11 settembre 2001.
A 14 anni di distanza dalla guerra condotta dagli Stati Uniti, l’Afghanistan è un paese in macerie, senza una struttura statale che garantisca i servizi minimi alla popolazione, dove sono ancora alti i rischi di attentati e sequestri e dove parte del territorio nazionale è ancora controllato da insorti e talebani.
Noi Dolomiteam 2015 costeggeremo per oltre 300 chilometri il territorio afgano, da Kulob a Khorog, in Tajikistan e il confine afgano sarà lì a qualche decina di metri, simile ad un muro invalicabile, così distante e così impenetrabile; sarà l’unico confine che ci sarà impedito attraversare, perché pericoloso, perché al di là di una linea immaginaria vi è una realtà instabile e inadeguata per un occidentale, una realtà instabile anche a causa delle ingerenze che il nostro mondo ha portato e amplificato.
L’Afghanistan è una delle poche realtà al mondo dove la guerra fredda è continuata oltre il crollo del muro e i suoi limiti temporali, dove la stessa guerra fredda si è trasformata in loco, diventando il simbolo del nuovo scontro secolare, quello tra occidente e islam, dove come in ogni scontro quelli che periscono sono gli ultimi, i deboli, i morti da statistica e non da compiangere.
Associazione come Insieme si può rompono questo “muro invalicabile” e affrontano direttamente la problematica, per garantire dignità e diritti a uomini, donne e bambini di un terzo mondo sempre più dimenticato.
Come Dolomiteam 2015 cercheremo attraverso tutti i mezzi a nostra disposizione di far conoscere l’impegno e le attività di Insieme si può (che coopera anche in Uganda, Brasile, Somalia e Sud Sudan), per ricordare alla gente che “È ora di prendere coscienza che ognuno di noi ha un propria quota di responsabilità nei confronti dei più poveri, di coloro che vengono derubati dei propri diritti, ogni giorno!”

Contatti

“INSIEME SI PUÒ…” ONLUS-ONG
Via Garibaldi n. 18 – 32100 Belluno ITALY Tel. e Fax: +39.0437.291298
E-mail: info@365giorni.org

Donazioni

Si può donare attraverso il Paypal presente a questo link
http://www.365giorni.org/cosa-puoi-fare/dona-ora.html

Altrimenti puoi fare la tua donazione a “Insieme si può…” con bonifico bancario o bollettino postale alle coordinate specificate di seguito. Ricordati di indicare la causale della tua donazione (in questo caso Campi profughi afgani) seguita dalla dicitura “erogazione liberale”.

 Associazione Gruppi “Insieme si può…” Onlus-Ong

Conto Corrente Postale: 13737325 – IBAN: IT 05 L 07601 11900 000013737325
Conto Corrente Bancario: IT 16 K 02008 11910 000017613555 – Unicredit Banca
Conto Corrente Bancario: IT 66 F 05018 12000 00000 0512110 – Banca Etica
Conto Corrente Bancario: IT23A 08511 61240 00000 0023078 – Cassa Rurale e Artigiana di Cortina

Michel Bortoluz

Donazioni

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Buongiorno a tutti!
Da oggi qui nel sito troverete il canale PayPal​ per chi desidera fare donazioni al nostro progetto.
Ringraziamo già tutti coloro che credono nella validità del nostro viaggio verso la Mongolia, alla scoperta di realtà agli antipodi rispetto a quella occidentale.

Inoltre per coloro che vorranno donarci almeno dieci euro abbiam pensato di inviare dei gadget di Dolomiteam 2015; per chi volesse saperne di più ci scriva via messaggio personale su Facebook o attraverso i contatti presenti nel sito.

Grazie a tutti!
Dolomiteam 2015 – Dalle Dolomiti alla Mongolia​

Questo è il video di presentazione del progetto “Dolomiteam 2015 – Dalle Dolomiti alla Mongolia”.

Ideazione e Riprese: Michel Bortoluz, Lorenzo Kleinschmidt, Leonardo Vanin
Design e Illustrazioni:Michel Bortoluz, Marco Boscarin, Giacomo Scarpa, Leonardo Vanin
Musica: Massimiliano Cappello
Editing: Leonardo Vanin

Ringraziamenti speciali: Andrea Biesuz, Margherita Caretta, Manuel Pellin

Enjoy it!

Dolomiteam 2015 – Si parte!

Oggi è il gran giorno, il progetto “Dolomiteam 2015 – Dalle Dolomiti alla Mongolia” parte ufficialmente!

Il progetto nacque nell’estate del 2013, quando io, Michel Bortoluz, e Alessandro Menegaz ci trovammo tra una chiacchiera e l’altra a ideare un viaggio folle e imprevedibile che si sarebbe svolto nel 2015 con partenza a Feltre e che ci avrebbe fatto raggiungere in poco più di un mese Ulan Bator, capitale della Mongolia.
Dove? Si, Ulan Bator, Mongolia.
E perché proprio la Mongolia? Perché è difficile trovare un luogo più sperduto, lontano ed esotico della Mongolia.
La Mongolia è uno stato grande cinque volte l’Italia, sperduto e confinato tra la Siberia e il Deserto del Gobi, racchiuso nei suoi confini da Repubblica Popolare Cinese e Federazione Russa; è il paese con la più bassa densità abitativa al mondo e ha bene o male la stessa popolazione dell’intera Provincia di Roma.

Cavalli, steppe, deserti, cammelli, montagne innevate, yurte, strade non asfaltate, villaggi. Stop. Un dominio della  natura nel suo stato più incontaminato, più brado.

Una città al centro del paese che è Ulan Bator, capitale, centro politico, economico e culturale. Nel resto del paese pochi altri agglomerati urbani. Radure, radure e nient’altro che radure. Radure che profumano di libertà e che cercavano proprio me e Alessandro.

Ma per raggiungere la Mongolia che strada dovevamo percorrere? Fortuna vuole che sia io che Alessandro ci trovavamo sulla stessa lunghezza d’onda: Balcani, Turchia, Caucaso, deserti del Turkestan, Pamir, Kazakhstan, Altaj e Mongolia. 
L’unico dubbio che ci pervase riguardò l’Iran, paese che ci incuriosiva tantissimo, ma che a causa dei costi elevati per l’introduzione di veicoli stranieri avremmo dovuto forzatamente evitare.
Quindi Caucaso e poi attraversamento del Mar Caspio in un ferry boat russo, per poi riprendere il percorso stradale da Turkmenbasy, Turkmenistan.

Oltre alla volontà di scoprire luoghi lontani da ogni circuito turistico classico e lontani dal nostro immaginario collettivo, io e Alessandro volevamo inoltre portare con noi qualcosa che ricordasse la bellezza dei nostri territori e la loro unicità paesaggistica, storica e culturale: cosa non portare se non le Dolomiti, patrimonio dell’umanità UNESCO?
Decidemmo quindi di fondare un’associazione denominata “Dolomiteam 2015” e di dare un nome al nostro progetto: nacque così “Dolomiteam 2015 – Dalle Dolomiti alla Mongolia”.
Il viaggio ci avrebbe permesso di esportare il nome del nostro patrimonio montano nell’arco di 15 mila chilometri lungo il continente euroasiatico; al tempo stesso io e Alessandro pensammo che si sarebbe potuto fare anche il percorso inverso, ovvero sia visitare altri patrimoni UNESCO durante l’esperienza e testimoniare le bellezze paesaggistiche e culturali che accomunano l’intera umanità.

Da agosto 2013 sino a luglio 2014 entrambi passammo ore delle nostre giornate ad analizzare mappe, a guardare foto e a leggere blog di gente che ha partecipato in passato a eventi simili al nostro, come il Mongol Rally o il Mongol Charity Rally. Ore e ore di pure analisi sulla fattibilità o meno del viaggio, oltre allo studio della burocrazia legata all’attraversamento dei singoli paesi: visti, inviti, assicurazioni e altre lungaggini proprie della burocrazia.
Il viaggio è duro, arduo, pericoloso ma fattibile. 
Da luglio 2014 ad oggi vari ragazzi ci hanno dato una grossa mano nel dar vita a questo progetto ed è grazie a loro se il Dolomiteam 2015 partirà. Loro saranno il Dolomiteam 2015 in Italia e saranno fondamentali durante l’intero viaggio nel gestire il materiale multimediale, i social e il sito.

Si riuscì inoltre a trovare una macchina adatta (adatta forse no…) al nostro viaggio: una Hyundai Atos, immatricolata nel ’99, poco più di 90 mila chilometri. Nuova, no? Una macchina piccola, poco ingombrante. Ma come potrà comportarsi una classica city car nell’attraversare strade sterrate, guadi e asfalto steso durante il governo Chruščёv per 15 mila chilometri?
L’avventura è anche questa.

Dolomiteam 2015 – Dalle Dolomiti alla Mongolia, adesso si parte.