Diario di viaggio #11

con sergej

XXVII° giorno

Ci svegliamo verso le dieci del mattino, doccia e preparazione zaini.
Prima di partire decido di cambiare un centinaio d’euro che ci sarebbero serviti per i tre giorni di traversata verso nord; vado nella banca davanti all’ostello ma la tipa alla cassa si rifiuta di farmi il cambio euro/tenge perché avrebbe dovuto compilare troppe carte e mi consiglia di andare al bureau di cambio dalla parte opposta della strada, lo stesso bureau dove avevo cambiato i soldi due giorni prima.
Vabbè.
Vado al bureau, cambio i soldi e faccio un giro nell’isolato alla ricerca di una banca dove ritirare dollari; la zona infatti è il quartiere delle sedi bancarie, quindi do per scontato ti trovare un atm da dove ritirare dei dollari, che ci potevano risultare utili per i confini da affrontare successivamente.
Mezz’ora di giro a vuoto, nessun atm con dollari da ritirare, quindi torno all’ostello.
Alessandro nel frattempo chiede informazioni su Sergei, ma il russo è andato alla Sharyn Valley e quindi non avremo la sua compagnia durante l’attraversata del Kazakhstan.
Ultimo pranzo al Dastrahan e si parte, obbiettivo di giornata Taldykorgan.
L’uscita da Almaty è complicata causa traffico, ma il nostro bolide è una scheggia e supera tutti gli ostacoli senza problemi; prima di iniziare la strada extraurbana è necessario però trovare un meccanico, dobbiamo cambiare l’olio sterzo e l’olio motore.
Il primo meccanico dove ci fermiamo non capisce nulla e troviamo solo gente che lava auto, mmm…continuiamo verso nord e ci fermiamo in un mercato per sole automobili e troviamo il liquido per lo sterzo a un buon prezzo, mentre l’olio motore ha prezzo improponibili, quindi decidiamo di cambiarlo al nostro arrivo in Russia.
Si riparte.

La strada è buona ed è a due corsie per una trentina di chilometri, ma da lì inizia l’inferno.
Traffico, camion, strade in costruzione e code eterne, mentre l’interno dell’abitacolo viene invaso dalla polvere e dalla sabbia dei lavori in corso.
Si procede a 50 all’ora, attorno a noi ruspe, sabbia, camion e steppa.
Il punto forse più divertente dal nostro procedere a nord arriva a circa un centinaio di chilometri da Almaty, dove troviamo, tra cantieri e camion, una città-casinò disgustosa, con edifici in stile neoclassico orribili e da dove venivano sparati led ancora più indecenti.
Una Las Vegas in salsa kazaka.
Procediamo in mezzo alla steppa, attraversando cantieri su cantieri; intorno alle cinque ci fermiamo per un caffè e del tè (con il latte) per darci un po’ di energia.
L’ora di pausa salutare finisce e all’orizzonte nuvole nere si avvicinano; dopo pochi minuti inizia a piovere.
Pensate ad attraversare la steppa, sotto la pioggia, percorrendo strade in costruzione dove il terriccio diventa fango.
Un inferno.
La pioggia va e viene, la strada fa schifo e il buio avvolge oramai l’intera steppa.
E’ tardi, ma Ale decide di continuare, dobbiamo arrivare almeno all’obbiettivo Taldykorgan.
Sotto la pioggia, affamati e stanchi, arriviamo a Taldykorgan, percorriamo la tangenziale e arriviamo a nord della città, fermandoci in un ristorante lungo strada.
Piove a dirotto e stiamo morendo di fame, qualsiasi cosa si metta sotto i denti va benone.
Ci propongono a 5 euro un piatto di carne d’agnello e insalata, impossibile da rifiutare.
Dopo la mangiata torniamo alla macchina, la parcheggiamo e proviamo a dormire, circondati da un branco di cani randagi tenerissimi che non farebbero paura nemmeno ad una mosca.
Si prova a dormire parlando di politica italiana, un metodo per innervosirsi e non per cadere tra le braccia di Morfeo; dopo un’ora di chiacchiere il sonno ci coglie fortunatamente.
L’indomani l’attraversata della steppa doveva portarci almeno fino ad Ayagoz.

XXVIII° giorno

Ci svegliamo in auto intorno alle nove del mattino, lavata ai denti e si riparte, l’obbiettivo giornaliero è raggiungere Ayagoz, città al centro del Kazakhstan.
Usciti dalla periferia di Taldykorgan, con un cielo cupo sopra di noi, inizia il nulla della steppa, solo distese di prati bagnati su continue colline, un sali e scendi che va avanti per decine e decine di chilometri.
Durante una pausa lato strada si accosta un auto con all’interno una coppia di slovacchi che partecipano al Mongol Rally.
Parliamo un po’ delle rispettive vicissitudini e dicono di aver fatto il Pamir: non hanno percorso tutta la canonica M41 (ovvero la strada nel nostro programma) ma un pezzo di M41, la Wakhan Valley al confine con l’Afghanistan e poi di nuovo la M41.
Dicono che la strada era impegnativa, si andava avanti solo a 20/30 all’ora percorrendo passi sterrati impegnativi ma che non hanno avuto problemi.
L’invidia ci corrode ma non ci facciamo prendere dallo sconforto: l’auto slovacca era un 2000, cilindrata ben più alta della nostra, e soprattutto sembrava perfettamente attrezzata per percorrere la Wakhan Valley.
Forse avremo dovuto entrare in Tajikistan e vedere la situazione prima di decidere di non fare il Pamir, ma fidatevi, il nostro eccesso di prudenza ci sarebbe tornato utile in futuro.
Salutiamo gli slovacchi e ripartiamo.
Dopo un’oretta di guida ci fermiamo a Sarkand e decidiamo di mangiare in un gazebo lungo la strada, dove ci rifocilliamo di shashlik, cipolla e buon pane.
Il cielo è ancora nuvoloso, ma non scende nessuna goccia fortunatamente.
Cambio guida, Ale al volante e la steppa domina il paesaggio, interrotta solamente all’orizzonte ad est dove scorgiamo le montagne che dividono il Kazakhstan dalla Cina.
Strada buona, scollinamenti continui e poco da vedere tra maltempo e prati infiniti.
Dopo tre ore ci fermiamo per un caffè, ad un bivio stradale molto importante: a sinistra la strada per Ayagoz e quindi per la Russia, a destra la strada per Wenquan, Cina.
Caffè rapido e mi metto al volante.
La strada però peggiora rapidamente, ma il poco sole presente ci da conforto e rende piacevole alla vista le sfumature che la luce del sole crea con le nuvole cariche di pioggia in lontananza.
Il manto stradale è pietoso, tra voragini larghe almeno un metro e continui salti.
La zona è coperta da piccoli laghi palustri e lungo strada vediamo diversi uomini intenti a vendere pesce pescato negli acquitrini della zona.
La strada un po’ migliora, sale lungo le colline kazake e verso le sei di sera decidiamo di fermarci per il solito caffè rigenerante e per il cambio guida.
Appena ci fermiamo arriva un vecchiotto che inizia a chiederci informazioni sul viaggio e si emoziona quando gli parlo dei paesi attraversati e dei chilometri percorsi; ci raggiungono poi due ragazzi sui vent’anni, uno dei quali con una maglietta della Mongolia.
La comunicabilità è assai difficile, non capiamo se siano mongoli o meno, ma hanno con loro qualche tugrok, moneta mongola, e ce li regalano in cambio di qualche som e manat come ricordo.
Vedo che nei tugrok c’è anche un piccolo taglio in yuan, moneta cinese, e chiedo per curiosità se parlassero cinese, ma alla risposta in cinese “non lo so”, capisco che nessuno di loro lo parla.
Ripartiamo.
Nuvoloni neri verso est e fulmini che scendono sulle colline più alte, mentre il sole cade lentamente all’orizzonte, uno spettacolo magnifico.
La pioggia viene e va, la strada si mantiene su standard decenti e arriviamo ad Ayagoz verso le otto e mezza di sera.
Che fare?
Mangiare innanzitutto, poi l’idea era di spostare l’auto fuori città e dormirci dentro, visto l’impossibilità di campeggiare a causa del tempo avverso.
Giriamo una decina di minuti nella periferia e non troviamo nulla, chiediamo in un pompa di benzina per un ristorante e ci dicono di dirigerci in centro città.
Seguiamo il consiglio, in dieci minuti siamo dentro Ayagoz e ci fermiamo lato strada in un cafè, il Family Cafè, dove ci accoglie una simpatica e spigliata vecchietta che per cinque euro a testa ci fa carne d’agnello, patate e riso.
All’interno del piccolo ristorante ci sono due tizi, abbastanza ubriachi, che attaccano subito bottone con noi.
Si chiamano Sanat (nome fittizio) e Duman, entrambi lavorano in banca, il primo come manager e il secondo come “programmatore”; sono simpatici, parlano qualche parola in inglese e accettiamo la loro proposta di bere qualcosa assieme post cena, scambiandoci i rispettivi numeri.
Nemmeno il tempo di sederci che iniziano a chiamarci in continuazione e noi rispondiamo all’insistenza con un sms ribadendo che ci saremo trovati post cena.
Dopo una ventina di minuti, gonfio di cibo, esco in strada per fumare una sigaretta e i due kazaki mi raggiungono.
In cinque minuti sia io che Alessandro veniamo circondati da ragazzi e ragazze sui diciott’anni, che ci fanno un sacco di domande in un inglese capibile sul nostro viaggio, sulla nostra destinazione e sul Kazakhstan.
Decine e decine di selfie, poi io e Ale seguiamo i due tizi in un negozio di birre, dove un sacco di persone, curiose e un tantino ubriache, si avvicinano a noi e ci tempestano di domande, che non capiamo.
Uno dei due ragazzi, Duman, ci propone di andare in un locale a giocare alla Playstation 4 assieme, mentre Sanat, particolarmente ubriaco, ci offre ospitalità per la notte non essendoci nessuno a casa sua.
Io e Duman prendiamo un taxi, mentre Sanat monta in auto con Ale.
Dopo cinque minuti raggiungiamo la sala giochi, che però è chiusa.
Beviamo un po’ di birra e accettiamo la proposta dei due di andare in un locale e passare la serata assieme lì.
Duman sale con Ale, mentre io sto con l’ubriaco, che lentamente diventa sempre più fradicio.
Dopo nemmeno trenta secondi di camminata si ferma un auto con quattro ragazzi a bordo, tutti amici di Sanat.
Si presentano, offro un po’ di sigarette e il guidatore inizia a bere un po’ di birra, dicendomi che bisogna fregarsene della polizia. Mah.
Le facce dei quattro non mi sembrano particolarmente raccomandabili, ma vista la situazione decido di accettare il passaggio con Sanat verso il locale nel quale aveva pensato di trascorrere la serata.
Dopo un paio di minuti di guida spericolata nel centro città con in sottofondo musica dance orripilante, giungiamo al locale, ma capisco subito che c’è qualcosa che non funziona.
Duman, il ragazzo più sano e anche più tranquillo dei due, fa capire ad Alessandro che molto probabilmente non ci avrebbero fatto entrare, perché Sanat non è gradito all’interno del locale.
Capiamo sinceramente poco della situazione, ma alla vista di due energumeni, probabili buttafuori, che lo guardano in cagnesco, Sanat decide di andare verso casa.
Duman monta con Alessandro in direzione casa, mentre io seguo Sanat che è al limite dell’ubriacatura e rende la situazione un po’ tesa.
Gli chiedo di prendere un taxi ma mi risponde che prima bisogna prendere delle birre e vista la situazione abbastanza particolare mi tocca assecondarlo; entriamo in un market, prendo un paio di birre, ma lui ne aggiunge altre quattro, facendomi spendere la maggiorparte dei tenge avanzati.
Usciti dal supermercato ferma un auto con dentro tre ragazzi, che ci accompagnano davanti al suo condominio per 100 tenge.
Scendiamo e ad aspettarci ci sono Ale e Duman.
Fumiamo una sigaretta, facciamo due chiacchiere che distendono me e Ale, fino a quando dal condominio esce un ragazzo giovane, poco più che diciottenne: Sanat inizia a gridargli addosso, dandogli uno scappellotto in testa, mentre Duman cerca di fermarlo.
Dopo un paio di minuti la situazione si calma e Sanat ci dice che il ragazzo è il suo fratello più piccolo, ma non gli crediamo, visto che in Kazakhstan tutti si chiamano “fratelli”.
Il ragazzo, totalmente impaurito, si presenta, dice di essere uno studente universitario di medicina e dopo poco se ne va, abbastanza scosso.
Sanat vuole bere ancora, fortunatamente Duman lo fa desistere ed entriamo in casa.
L’appartamento è al primo piano di un fatiscente complesso di condomini di stampo sovietico e si presenta pulito e ordinato, in netto contrasto con l’atmosfera del luogo.
Ci sediamo e beviamo un paio di birre parlando con Duman, mentre Sanat girovaga per la casa con la voglia di uscire a bere nuovamente.
Noi, ormai in casa, facciamo capire che siamo stanchi e non abbiamo più alcuna intenzione di muoverci.
Sanat ci prepara un letto in salotto, noi ci stendiamo completamente esausti e poco dopo entrambi i tizi escono.
Durante la notte entrano due ragazzi in casa, più giovani di noi, che si mettono a parlare con Alessandro delle differenze dell’alfabeto kazako rispetto a quello latino; uno di questi poi crolla sul divano e si addormenta.
Sanat? Duman? Più visti.
Finalmente si dorme, dopo una giornata intensa e una serata per così dire “particolare”.

XXIX° giorno

Ci svegliamo attorno alle dieci del mattino, lavata veloce ai denti e salutiamo Sanat, che è a letto in post sbornia.
Scendiamo le scale e arriviamo alla nostra Atos…ma c’è un problema, un grosso problema: la fiancata destra della nostra auto è completamente rovinata da calci.
Cosa fare? Ci sale subito il nervoso, Ale bussa in casa di Sanat per chiedere spiegazioni ma nessuno apre.

Chi è stato?
Sanat?
Qualche ubriaco che odia gli occidentali?
Qualche ubriaco che semplicemente si è divertito a tirar calci alla nostra auto?

Non lo sappiamo, sappiamo solo che la nostra auto ha la fiancata destra danneggiata e la porta anteriore destra che non si apre più.
Il nervoso crea una situazione molto tesa anche fra di noi e questa tensione ci fa dimenticare di denunciare il fatto alla polizia (che poi non sarebbe comunque servito a nulla), ma ci fa soprattutto dimenticare di far benzina.
La strada verso nord, direzione Georgievka, è abbastanza buona e il cielo è azzurro, con poche nuvole e nessun pericolo di pioggia.
La strada attraversa la steppa tra i soliti sali e scendi, di pompe di benzina nemmeno l’ombra.
Dopo due ore e mezza di guida, senza aver trovato stazioni, si attiva la spia della riserva.
Quanti chilometri possiamo fare in riserva? Georgievka dista circa un centinaio di chilometri, arrivarci è praticamente impossibile, dobbiamo trovare qualcosa prima.
Dopo una ventina di chilometri nel nulla, attraversando qualche paese con poche centinaia di abitanti, decidiamo di fermarci a lato strada per versare nel serbatoio i 5 litri di benzina rimasti nella tanica dall’Uzbekistan.
Di 5 litri però nemmeno l’ombra, saranno stati 2 litri a farla grande.
Ci sarebbero bastati?
Fermiamo un auto, è della polizia e chiediamo informazioni sulla prima pompa di benzina: ci rispondono che dista una ventina di chilometri.
Dobbiamo fidarci.
Passano venti chilometri, niente pompa.
Venticinque, idem.
Ai trentacinque ne vediamo una in lontananza, arriviamo e c’è un cartello con scritto qualcosa che non comprendiamo.
Entro nel cafè appena davanti alla pompa e chiedo se qualcuno può farci benzina, ma un vecchiotto dice che non c’è elettricità nella struttura, quindi niente benzina.
Bene, benissimo.
Mi dice però che a sinistra, dopo tre chilometri c’è un’altra stazione di servizio.
Lo ringrazio e ripartiamo.
Arriviamo a un bivio a 500 metri, la strada principale va verso destra, una secondaria va verso sinistra.
Fermiamo un’altra auto e ci dice di prendere la sinistra, come indicatoci dal vecchiotto in precedenza.
Andiamo a sinistra, facciamo una collina e vediamo a un paio di chilometri una città fantasma, con alte ciminiere di fabbriche in disuso e palazzoni sovietici completamente vuoti.
E qui dovrebbe esserci una stazione di benzina?
Procediamo, fermiamo un’altra auto che ci dice di continuare dritti, che subito dopo un ponte sulla sinistra avremo trovato la pompa.
Due chilometri dopo, con la lancetta oramai sulla E di empty, troviamo la pompa.

Usiamo quasi tutti i nostri tenge rimasti, tanto per farci arrivare a Georgievka.
Siamo salvi.
Arriviamo a Georgievka tutti gaudenti, non siamo rimasti a secco per l’ennesima volta.
Ci fermiamo ad una stazione di servizio bella grande, dove accettan carte e facciamo il pieno, oltre a prendere acqua e qualche snack.
Semej, la nostra destinazione, dista 200 km e poco più.
Facciamo una rotonda, prendiamo la seconda uscita e chi vediamo?

Sergej, il ragazzo russo dell’ostello!

Facciamo posto in auto per lui e per il suo zainone prima di ripartire alla volta di Semej.
La vita è veramente una continua sorpresa!
Per la cronaca, lui è partito dopo di noi da Almaty ed è arrivato prima di noi a Georgievka.
La strada per Semej inizia subito con una sorpresa, infatti è tutto sterrato, strada in costruzione; dopo neanche cinquecento metri ci ferma la polizia.
Cos’abbiamo fatto di male? Lo capisco subito: pochi minuti prima, quando ci siamo fermati per caricare Sergej, ho spento i fari e non mi sono ricordato di riaccenderli, dannazione.
Il poliziotto si avvicina alla nostra Atos, ma appena allontana lo sguardo dall’auto, accendo di colpo i fari, sperando di farla franca.
Abbasso il finestrino, il poliziotto mi dice che i fari non sono accesi ma io faccio finta di non capire, smonto dall’auto abbastanza costernato e sorpresa! I fari sono accesi!
Il poliziotto si meraviglia, mi chiede scusa e ritorna alla macchina del tutto affranto.
Noi invece la abbiamo scampata per l’ennesima volta.

Ripartiamo e per oltre mezz’ora troviamo una distesa di ghiaia e sassi, ma in seguito la strada diventa asfaltata, larga e a percorrenza veloce.
Ci fermiamo a Zhayma, un paesino lungo la strada dove mangiamo qualcosa in un cafè davanti alla stazione per poi ripartire alla volta di Semej.
Guida Alessandro e in un paio d’ore raggiungiamo la città del Kazakhstan orientale, tristemente nota per il numero di esperimenti nucleari compiuti in periodo sovietico che ha portato migliaia di casi tumorali e di mutazioni genetiche ai danni della popolazione locale.
Portiamo Sergej in stazione e lo salutiamo: trascorrerà qualche giorno da amici del luogo, per poi raggiungere Pavlodar dove si trovano delle piscine dall’acqua “curativa”.
Noi decidiamo di ripartire, il confine è vicino e dovevamo cercare di arrivare il prima possibile per scongiurare ogni coda chilometrica.
Appena fuori dal centro città inizia una distesa di boschi chilometrica, il cellulare non prende già più e percepiamo di essere vicini alla tundra siberiana.
Cala il sole e diventa freddo in un batter d’occhio, mentre ogni nucleo abitativo diventa sempre più rado.
Verso le dieci di sera arriviamo al confine e troviamo una ventina di auto davanti a noi, nessun problema, il nostro visto parte alla mezzanotte, siamo in perfetto orario.
Mentre Ale riposa, passo il tempo fuori in strada, fumando qualche sigaretta e ascoltando discorsi incomprensibili fra camionisti russi.
In un paio d’ore entriamo al confine d’uscita kazako, dove non ci fanno alcun tipo tipo di controllo e ci lasciano liberi di andare.
Entriamo nella zona franca e Ale si intrattiene a parlare di cellulari con la giovane guardia di confine kazaka, mentre io aspetto che il semaforo rosso ci dia il via libera per entrare nella zona russa del confine.
Passano dieci minuti e siamo finalmente nella Federazione Russa.
Una guardia mi indica dove parcheggiare l’auto, parcheggio ed entriamo negli uffici doganali.
Davanti a noi abbiamo due cittadini moldavi a cui fanno storie, non capiamo chiaramente per quale motivo, ma dopo qualche minuto tocca a noi.
La guardia scruta sia me che Ale alla perfezione, per vedere se la nostra fisionomia corrisponde alla foto nel passaporto, ci dà da firmare delle carte precompilate e ci lascia andare allo step successivo, i controlli dell’auto.
Due guardie ad ispezionare l’auto mentre un pastore tedesco annusa ogni angolo della Atos, ma niente, non trova assolutamente nulla e una delle due guardie ci fa “Welcome to Russian Federation!”
E’ notte fonda, ma decido di guidare ancora un po’ visto la bontà delle strade e l’assenza di stanchezza.
In un battibaleno arriviamo a Rubotvsk, prima città del territorio dell’Altaj e ci mettiamo alla ricerca di un atm da dove ritirare rubli, ma l’unico che troviamo è fuori servizio.
Nessun problema, avremo fatto benzina al mattino con la carta, in Russia non c’è problema.
Guido per un’oretta sotto il cielo stellato a giorno della Siberia e verso le due e mezza di notte ci fermiamo a una circa 250 km da Barnaul.

XXX° giorno

Alle otto del mattino ci svegliamo a causa del sole che batte forte a dispetto delle temperature non particolarmente alte.
Ale si mette alla guida, facciamo qualche pausa “fisiologica” e dopo un paio d’ore ci fermiamo in un cafè a fare un brunch e a fare benzina.
Si vede che siamo in Russia: pulizia, ordine, carte di credito funzionanti senza particolari problemi.
Dopo il pranzo guido io, strada molto buona, prati e boschi curati: l’Altaj è una zona particolarmente ricca, sembra quasi di attraversare un Trentino-Alto Adige in salsa russa.
Giungiamo a Barnaul, capitale della regione dell’Altaj, accolti da case con tetti colorati sparse ovunque nella periferia.
Barnaul è il principale centro abitativo dell’area, con oltre 600 abitanti e sembra subito di essere stati catapultati in occidente: città moderna, pulita, per nulla caotica.
Siamo in Asia?
Grazie al GPS in una ventina di minuti arriviamo all’ostello, il Kapuchino Hostel.
Mentre Ale scarica gli zaini dall’auto io vado con un ragazzo dell’ostello al bancomat per ritirare qualche rublo; ritornato all’ostello ci dividiamo i compiti: io sistemerò le pagine internet e facebook del progetto, mentre Ale andrà a far cambiare l’olio della macchina e a fare un po’ di spesa, visto che a cena l’idea era di cucinare della carbonara.
Ale si dirige in un’officina vicina all’ostello, si fa cambiare olio dello sterzo e olio motore, oltre a invertire le ruote dell’auto, il tutto a un prezzo di favore di 20 e poco più euro; nel mentre io, finalmente, posso aggiornare il diario di viaggio.
Torna Ale e mi metto a cucinare: la pancetta è più prosciutto che pancetta, ma la carbonara viene decentemente, non potevamo pretendere di più senza parmigiano e pancetta!
Ceniamo e dopo poco ci buttiamo a letto, tra una chiacchiera e una navigata su internet.
Si dorme, l’indomani si punta ad arrivare a Kosh Agach, cuore delle Montagne d’oro dell’Altaj, patrimonio UNESCO russo.

PS: foto relative al diario nella pagina Facebook

www.facebook.com/dolomiteam2015 nell’album “Diario di viaggio #11”

Diario di viaggio #10

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XXIV° giorno

Ci svegliamo in mezzo alla vastità della steppa kazaka, con il lago Bartogay sullo sfondo.

Dopo una lavata ai denti saliamo in auto e partiamo alla volta di Almaty, distante all’incirca duecento chilometri.

Guida Alessandro e la strada pare buona, eccetto qualche dosso e ondina non indicata che fanno saltare per bene la macchina; all’ingresso della cittadina di Selek la strada per Almaty è in costruzione, quindi passiamo una buona mezz’ora tra ruspe, camion, polvere e traffico.

Poco prima di arrivare a Karaturyk facciamo il cambio auto e nel mentre un signore ci chiede un passaggio, che però siamo costretti a rifiutare a causa del poco spazio all’interno della nostra auto, ma comunque decidiamo di fare due chiacchiere con lui: è un ex boxer kazako, dice che Almaty è una città bellissima e si dimostra molto sorpreso dal nostro viaggio.

Verso le undici del mattino arriviamo ad Almaty e si nota subito la grandezza e l’importanza della città, a causa del tanto traffico e delle auto lussuose che ci troviamo in strada.

Dopo una buona mezz’ora arriviamo nei pressi dell’ostello che avevamo prenotato, il 24/26 Hostel, ma non troviamo nessun parcheggio, quindi Ale smonta e si dirige a piedi per chiedere informazioni su un parcheggio in zona direttamente all’ostello.

Io aspetto lungo una stretta via con la Atos, davanti a un palazzo di qualche istituzione con a lato la stazione di polizia, circondato da auto di grossa cilindrata.

Ale torna dopo una decina di minuti: all’ostello non sanno indicarci nessun parcheggio, quindi dobbiamo arrangiarci…e dire che nella mail della prenotazione mi avevano confermato la presenza di parcheggi.

Usciamo dopo qualche manovra dalla stretta via congestionata dalle auto in cerca di parcheggio e giriamo l’isolato fino a trovare parcheggio lungo la via principale, a circa due minuti a piedi dall’ostello.

Entriamo all’ostello e ci accolgono un ragazzo e una signora sui sessanta, entrambi gentilissimi: chiaramente lingua inglese non pervenuta.

Tra gesta, qualche parola di inglese e di russo ci spiegano che l’ostello è convenzionato con un ristorante, e che possiamo mangiare lì con uno sconto del 10%, perfetto.

Chiedo inoltre alla signora dove poter cambiare i soldi e su una cartina fatta al momento mi indica che c’è una banca a poche centinaia di metri, ma che è preferibile cambiare al bureau dall’altro lato della strada visto che in banca son lenti.

Appoggiamo i nostri averi in camera e mi dirigo al bureau, dove trovo fortunatamente un buon tasso di cambio.

Ritorno in ostello, ci docciamo entrambi e crolliamo a letto, sfiniti dai giorni precedenti.

Dopo il riposino pomeridiano, andiamo al Dastarhan, il ristorante convenzionato.

Ci sediamo, chiediamo il menu a un ragazzo che ci guarda, sorride e se ne va, senza tornare.

Aspettiamo una decina di minuti e capiamo che il locale è self service, poteva anche dirlo non trovate?

I prezzi sono veramente bassi, con cinque euro a testa si mangia a dismisura, e riusciamo anche a bere un cappuccino dalla machinetta made in Italy, un sogno.

Torniamo in ostello e passiamo la serata a sistemare foto e video dell’intero viaggio.

Aleggia stanchezza, ci sentiamo addosso qualche linea di febbre.

XXV° giorno

La sosta di tre giorni ad Almaty non era all’interno dei nostri piani ma data la rinuncia al Pamir e a causa di un errore nella validità della visto russo (la nostra richiesta partiva dal 14 agosto, il visto invece è valido dal 16) siamo costretti a sostare più del previsto nell’ex capitale kazaka.

Quindi che fare? Riposare, riposare, riposare.

Ci alziamo tardi dal letto, una doccia, qualche info su internet e ci dirigiamo al Dastrahan dove mangiamo tanto, forse troppo.

Obiettivi della giornata: fare l’assicurazione all’auto e visitare il centro della città.

Tornati in ostello ci lasciamo dare l’indirizzo di un’assicurazione auto in zona e decidiamo di partire.

Come muoverci? In Kazakhstan vi sono si i taxi ufficiali, ma in realtà ogni auto è un taxi: basta mettersi al ciglio della strada, aspettare che un auto si fermi, indicare la destinazione e contrattare il prezzo.

Dopo trenta secondi di attesa si ferma un ragazzo con una station wagon notevole, gli diamo l’indirizzo e ci chiede 500 tenge, due euro, chiaramente accettiamo.

Dopo un quarto d’ora, sfrecciando tra la congestione urbana di Almaty giungiamo al palazzo sede dell’assicurazione.

Con l’ascensore saliamo al settimo piano del palazzo ed entriamo nel primo ufficio a destra, dove c’è una segretaria e sua madre che è seduta sui divani d’attesa.

Aspettiamo dieci minuti, il tempo che finisca il cliente prima di noi e ci accomodiamo.

La ragazza non capiva l’inglese ma il potere dei gesti porta ovunque nel mondo: dopo cinque minuti riusciamo a farci capire e inizia le pratiche per l’assicurazione, offrendoci nel frattempo anche un buon caffè in bustina.

Dieci minuti e la nostra assicurazione è pronta, dodici giorni di assicurazione kazaka al costo di 5 euro.

Ringraziamo e usciamo.

Dove andare ora?

Decidiamo di andare in centro, per vedere la Cattedrale dell’Ascensione, cattedrale russo ortodossa, e la Moschea centrale.

Grazie al GPS prendiamo l’autobus numero 100, scendiamo e prendiamo la metro, per smontare dopo una fermata a Zhibek Zholy, la via della moda di Almaty.

E dove c’è moda c’è Italia: negozi di vestiti, ristoranti, profumerie, gioiellerie, tutto made in Italy.

Dopo dieci minuti di cammino giungiamo al parco centrale della città, dove ci sono bambini che giocano, giovani coppie e nonni sulle panchine.

Al centro del parco troviamo la cattedrale, scattiamo qualche foto e attraversiamo il parco, fino a giungere a un imponente monumento ai caduti della seconda guerra mondiale.

Giunti alla fine del parco percorriamo il lato nord, prendiamo una via perpendicolare al parco e dopo un quarto d’ora arriviamo alla moschea centrale, ma sentiamo i muezzin agli altoparlanti: è l’ora della preghiera, ci sono decine e decine di persone intorno a noi dirette alla moschea, entrare praticamente è impossibile.

L’ambiente sociale ci ricorda però la Turchia: il parco attorno alla moschea vede un parcogiochi, gente che mangia lungo il prato ben curato e anziani che discutono animatamente fra di loro.

Decidiamo di tornare all’ostello usando il metodo precedente: si fermano un gruppo di ragazzi che ci chiedono mille tenge per tornare all’ostello, rifiutiamo e dopo qualche minuto ci carica in auto un signore di mezza età, con il quale chiacchieriamo del viaggio e della città.

In dieci minuti arriviamo all’ostello, ci docciamo e chiediamo consiglio alla signora su cosa visitare in città l’indomani: ci suggerisce di andare allo stadio del ghiaccio e prendere la funicolare; da lì saremo giunti sulle vette dei monti Alatau, dai quali la vista su Almaty è spettacolare.

Però il giorno seguente avevamo un appuntamento al quale non potevamo mancare, il sito UNESCO di Tamgaly, a 170 km da Almaty.

Andiamo verso la camera, parlando fra noi e noi sul da farsi.

I petroglifi di Tamgaly sono d’obbligo, per la funicolare vedremo l’indomani.

XXVI° giorno

…e la mattina passa talmente veloce che ci svegliamo a mezzodì, togliendoci così anche il pensiero sul visitare o meno lo stadio del ghiaccio e i monti Alatau.

Conosciamo in ostello un ragazzo russo, Sergei da San Pietroburgo, che sta attraversando il Kazakhstan in autostop; gli spiego la nostra destinazione e il ragazzo si illumina, chiedendoci se può venire con noi fino a Semej.

Chiaramente accettiamo con piacere!

Ci dirigiamo al Dastrahan, mangiamo facendo finta di rimanere leggeri e verso le tre e mezza partiamo in direzione Tamgaly.

Il GPS dice almeno tre ore di strada, troveremo chiuso il sito UNESCO? Probabile, ma dobbiamo provare a visitarlo comunque.

Guido io e ci mettiamo una buona mezz’ora solo per arrivare alla tangenziale di Almaty, a causa del caos cittadino.

La strada fuori città è veramente buona, forse perché è l’unico reale collegamento tra Almaty, Bishkek e le città del sud Kazkhstan.

Nessun problema durante il percorso, eccetto un posto di blocco a metà strada che fa rallentare tutte le macchine davanti a noi e quindi ci fa perdere qualche minuto.

Arriviamo alla svolta per Tamgaly, indicato a 70 km.

Nelle guide parlavano di strada praticabile solo da 4×4, ma voi credete che la Atos possa avere qualche problema?

La strada per Tamgaly è inizialmente buona, ma a un certo punto il manto diventa totalmente disconnesso, ai livelli della strada nel deserto del Karakum: buche, voragini, dossi, ma la Atos resiste imperterrita e dopo un’ora di strade nella steppa tra mucche, capre e cavalli giungiamo a Tamgaly.

Ore sette.

Cancelli chiusi.

Arriva una macchina e un signore da dentro ci fa capire che il sito chiudeva alle sei, ma che al prezzo di 3000 tenge, circa 15 euro può aprircelo. Accettiamo.

Dopo un quarto d’ora di “strada” giungiamo ai cancelli principali, il tipo apre il cancello per auto e ci fa parcheggiare all’ingresso del sito.

Ci fa capire però che lui deve andare a prendere le capre al pascolo, quindi dovevamo visitare il sito in solitaria e soprattutto chiudere i cancelli quando saremo usciti.

Nessun problema.

Ci inoltriamo a piedi all’interno della steppa, tra colline rocciose e canyon, dove troviamo le incisioni rupestri del sito UNESCO, datate per la maggior parte all’età del bronzo.

Dopo una mezzora di camminata tra le rocce e qualche foto agli splendidi petroglifi, decidiamo di tornare all’auto, visto che ormai era scuro.

Ale si mette alla guida, esce dai cancelli e io chiudo il cancello.

In poche parole, ci siamo fatti aprire un sito UNESCO solo per noi e lo abbiamo letteralmente chiuso.

Pazzesco.

Riprendiamo la strada incidentata, ormai è buio e vediamo delle scene che ci fan sorridere: cavalli in fila indiana che tornano a casa, uomini in moto in mezzo alla steppa che cercano di convincere le mucche a far gruppo e ritornare verso le fattorie e camioncini che tentano la stessa cosa con mandrie di capre disordinate.

Riprendiamo la strada verso Almaty dopo un’ora e mezza e procediamo senza problemi, unico stop per prendere della coca cola salvifica vista la stanchezza che ci stava cogliendo.

Arriviamo all’ostello verso mezzanotte e mezza, il tempo di parcheggiare l’auto, lavarsi i denti e crollare a letto.

L’indomani sarebbe iniziata la lunga risalita verso nord, verso la Russia.

PS: le foto relative al diario le trovate sulla nostra pagina facebook

www.facebook.com/dolomiteam2015

nell’album fotografico “Diario di Viaggio 10”

Diario di viaggio #9

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XXI° giorno

Ci svegliamo dopo poche ore di sonno nel piazzale lato strada, lavata ai denti e si riparte.
L’obiettivo di giornata è Kochkor, città kyrgyza nel centro del paese, che si trova nelle vicinanze di un lago di montagna a oltre 3000 metri, il Song Kul; l’idea è di raggiungere Kochkor e informarsi all’info point turistico per un’escursione di tre giorni a cavallo, che secondo il ragazzo spagnolo dell’ostello a Tashkent ci sarebbe costata intorno ai 18 euro al giorno a testa.
Continuiamo la strada del giorno precedente, che collega Osh alla capitale Bishkek, e lentamente si sale verso le montagne: queste vette sono la parte occidentale della catena del Tian Shan, una catena montuosa posta tra Kyrgyzstan, Cina e Kazakhstan.
La catena Tian Shan, traducibile dal cinese come Montagne del Cielo, è all’interno dei patrimoni dell’umanità UNESCO per la bellezza dei suoi paesaggi e per la specificità biologica ed ecologica al suo interno; le montagne del Tian Shan faranno da sfondo al nostro attraversamento del Kyrgyzstan fino all’entrata in Kazakhstan.
Attraversiamo con la Atos un primo tratto di strada in mezzo a boschi di conifere, per poi giungere ad immense vallate di color verde acceso dove gli animali al pascolo dominano incontrastati: cavalli, mucche, pecore, capre che circondano le abitazioni tipiche dei pastori in Asia Centrale, le yurte.
La strada ci porta fino ad un passo a 3000 metri, da dove si apre un lungo altipiano che percorriamo in poco più di un’ora, circondati da animali e yurte, con montagne ad oltre 5000 metri sullo sfondo.
Notiamo che lungo la strada sono esposti dei banchetti che vendono latte e incuriositi ci fermiamo a comprare una bottiglia da un’anziana kyrgyza.
Il latte viene un euro e mezzo, una cifra esorbitante per un paese come il Kyrgyzstan, ma decidiamo comunque di comprarlo.
L’emozione di bere del latte appena munto, in una yurta, a oltre 3000 metri di altezza svanisce subito: è acido, forte, imbevibile per le delicate papille gustative europee.

Bevande Kyrgyze 2 Dolomiteam 2015 0, beffati un’altra volta.

La strada nell’altipiano scende leggermente, per poi risalire di colpo lungo la crosta di una montagna; facciamo diversi tornanti e raggiungiamo un ulteriore passo, a 3100 metri d’altitudine.
Attraversiamo una galleria di un paio di chilometri ed eccoci dall’altra parte della valle, lungo il versante delle montagne che da verso Bishkek, la capitale.
La strada scende ripidamente lungo il pendio della montagna e il dislivello è impressionante, si passa da 3000 metri a 800 metri sul livello del mare in poco meno di un’ora.
Il fondo valle è la zona più densamente abitata del paese e si vede dal traffico, dalle auto e dai numerosi insediamenti urbani che portano fino alla capitale, Bishkek; decidiamo di non entrare in città e continuare lungo la tangenziale, per arrivare a Kochkor il prima possibile.

La strada continua ad essere di ottima fattura, a due corsie, e seguendo il fiume Chu arriviamo all’ingresso della valle di Kochkor, dove ci accoglie il lago Orto Tokoy.
Arriviamo in città e andiamo immediatamente al CBT, l’info point turistico della città.
Entriamo, parliamo con una ragazza spiegandole le nostre intenzioni, ma le cifra indicateci dallo spagnolo sono totalmente diverse: la ragazza kyrgyza parla di almeno 150 euro a testa per un’escursione di tre giorni.
La cifra in sé non è molto alta, considerato il trasporto, l’escursione a cavallo, il dormire in yurta e il cibo compreso, ma è una cifra troppo alta per noi, mancando più di venti giorni al termine del nostro viaggio.
Ci fa parlare con il suo capo, che arriva a 120 euro a testa, comunque troppi.
Decidiamo di pensarci e di passare un’ora dopo per confermare o meno, nel mentre mi faccio indicare un ristorante dove mangiare, visto che la fame stava sopraggiungendo rapidamente.
Prendiamo l’auto e raggiungiamo il ristorante indicatoci, dove a pochi soldi mangiamo carne e verdure dal sapore orientale: si sente che la Cina dista solo qualche centinaio di chilometri.
Dopo mangiato torniamo al CBT e decidiamo di non partecipare all’escursione; un vero peccato, ma per le nostre tasche 120 euro a testa sono un’enormità.
Sei e mezza di sera, che fare?
Ale trova subito un Bed and Breakfast nel GPS, lo raggiungiamo e ad accoglierci c’è una signora kyrgyza che ci elenca subito i prezzi: 5 euro per la camera doppia, con colazione inclusa il giorno seguente, perfetto!
Entriamo, scarichiamo gli zaini e ci buttiamo a letto per un riposino, che in realtà durerà fino al mattino seguente.
Durante la notte per la prima volta nell’arco del viaggio proviamo una sensazione familiare a noi feltrini: il freddo.
Siamo in montagna, si sente.

XXII° giorno

Dopo una lunga dormita rigenerante, ci docciamo e facciamo colazione nella yurta a fianco del B&B, in compagnia di una coppia di turisti belgi: marmellata, latte, pane, uova, una giusta dose calorica per aprire la giornata.
Mentre Ale si doccia, faccio due chiacchere con due signori inglesi: entrambi vivono a Tokyo e uno di loro sta facendo un viaggio in bicicletta da Tokyo a Londra, per festeggiare il suo cinquantesimo anno di vita, un viaggio via terra verso la madre patria dopo trent’anni di vita in Giappone.
Chiacchieriamo di Cina, Giappone e di come si vive in Asia Orientale, bevendo un caffè solubile offerto da loro.
Li saluto, paghiamo e montiamo in auto, direzione Issyk Kul.

L’Issyk Kul è un lago salato situato all’interno della catena del Tian Shan ed è il secondo lago alpino più grande al mondo; la caratteristica principale di questo lago è che non gela mai, nemmeno durante i rigidi inverni kyrgizi, da qui il nome Issyk Kul, lago caldo.
Partiamo e appena fuori Kochkor veniamo fermati dalla polizia in uno dei soliti posti di blocco stradali; viene fatto segno ad Ale (che stava guidando) di smontare e di entrare all’interno dell’ufficio lato strada.
Dopo cinque minuti esce: niente fari accesi, dobbiamo pagare una multa.
Stupidi noi, ma in qualche modo dobbiamo uscirne.
Entro anch’io con Alessandro all’interno dell’ufficio della polizia, facciamo finta di non capire ma per quanto si potesse tergiversare il poliziotto era irremovibile: 500 som da pagare in banca, circa 9 euro.
Gli spiego che non abbiamo molti som, che è domenica e che non possiamo andare in banca…e lui ci viene incontro dicendo di dar pure a lui i soldi, senza nessun tipo di verbale.
Bene, si può contrattare.
Fortuna vuole che proprio fuori dall’ufficio, davanti ai nostri occhi, passi un auto locale di grossa cilindrata (quindi di grosso portafoglio) senza alcun faro acceso e immediatamente lo facciamo notare al poliziotto, che imbarazzato urla a gran voce al collega in strada di fermare le auto senza fari.
Guardiamo il poliziotto, sorridiamo e gli lasciamo 300 som, 5 euro e lo salutiamo.
Corruzione?

Ripartiamo alla volta dell’Issyk Kol, costeggiamo la riva est del lago Orto Tokoy e attraversiamo una valle spoglia di vegetazione, con una mandria di cammelli a lato strada come unico episodio degno di nota.
Arriviamo a Balykchy, prima città sul lago e iniziamo a percorrere la riva sud del lago: strade abbastanza buone, paesaggio semi desertico, costa sabbiosa e villaggi turistici.
La zona infatti è meta ambita dai vacanzieri kazaki, russi e kyrgyzi, grazie al clima favorevole e alle particolari caratteristiche del Issyk Kol; inoltre è collegata molto bene alle città più importanti della regione, come Almaty, Bishkek o Shymkent.
Saranno state le alte temperature, il paesaggio brullo con soli arbusti e palme o ancora la spiaggia con sabbia e ombrelloni ma ci sembrava di essere in una qualsiasi spiaggia europea; unica differenza, lo sfondo con la catena innevata del Tian Shan.
Arriviamo verso le cinque e mezza a Karakol, la città più importante della regione, nota metà turistica fin dall’epoca sovietica grazie alla vicinanza al lago e alle montagne del Tian Shan, ottime per l’escursionismo e lo sci alpino.
Parcheggiamo l’auto lungo i lati di un parco e ci infiliamo in un cosiddetto “Kafe” a mangiare: ravioli di carne, carne e patate come giusto premio per la giornata.
Durante la cena però vediamo che il tempo sta peggiorando velocemente e nuvole cariche di pioggia erano praticamente sopra di noi, che fare?
Con la pioggia campeggiare sarebbe stato difficoltoso, l’unica soluzione era di fermarsi al Kafe e aspettare che la pioggia si calmasse.
Però ovviamente eravamo senza soldi.

Vado verso il centro in cerca di una banca, provo due ATM senza riuscire a concludere le operazioni, quindi particolarmente disperato, chiedo a un ragazzo in un russo improbabile dove fosse una banca.
E lui: “Mmm…meglio se parliamo inglese ok?”
“Va benissimo grazie! Piacere Michel”
“Piacere, Rakim, ti accompagno volentieri alla banca!”
Iniziamo a chiacchierare e mi racconta che ha 27 anni ed è kyrgyzo, ma sono ormai 15 anni che vive all’estero, prima in Russia per le scuole superiori, poi in Olanda a Leiden per l’Università ed infine in Spagna, dove lavora in una piccola azienda di informatica.
Gli propongo di bersi una birra con noi e lui accetta volentieri.
Iniziamo a chiacchierare di tutto e di più: politica, società, economia, influenza russa sul Kazakhstan e Kyrgyzstan.
Rimane molto colpito soprattutto quando gli parliamo della storia multiculturale dell’Italia e non appena vede le foto delle chiese arabo-normanne in Sicilia rimane completamente di stucco!
Dopo qualche birra, Karim ci propone di spostarci ne “l’unico pub di Karakol”, accettiamo, passiamo a prendere la sua ragazza Eleonora e andiamo al Green Pub di Karakol.
All’interno non sembra di essere nemmeno in Asia Centrale: tavoli e sedie in legno, jukebox, il biliardo al piano superiore e vere spine di birra.
Torniamo però velocemente in Asia Centrale: i ragazzi presenti ci guardano un po’ storto, forse perché di occidentali ne vedono veramente pochi.
Dopo un paio di birre, Karim ed Eleonora iniziano a parlarci in dettaglio della realtà del Kyrgyzstan.
Il paese sembra un luogo ameno, con dolci vallate e molto ospitale, quando in realtà i problemi non sono pochi: tensioni con gli stati vicini, ingerenze della Russia, traffico di droga e di armi, ma soprattutto fondamentalismo islamico e problemi sociali.
Eleonora racconta di come una volta in centro a Bishkek è stata picchiata da vari ragazzi che lei definisce “dall’entroterra”, perché considerata troppo occidentale (lei è tatara, storico gruppo etnico dell’URSS di religione musulmana ma dai tratti somatici occidentali); Karim racconta di quanto pericoloso è girare di notte in Kyrgyzstan, data la totale insicurezza presente nel paese.
Inoltre, a detta loro, la polizia nel paese è totalmente corrotta, non garantisce nessun tipo di sicurezza ed anzi, favorisce i problemi sociali con la sua inettitudine.
Il paese ha vissuto due rivoluzioni “democratiche” negli ultimi dieci anni che hanno portato all’inasprimento dei rapporti fra i gruppi etnici e fra la popolazione urbana e quella rurale.
Dopo i discorsi di Karim ci tornarono subito alla mente le parole del signore uzbeko alla birreria di Samarcanda: “L’Uzbekistan è un paese con un governo forte e soprattutto legittimato; in Kyrgyzstan, se uno vi uccide, basta che paghi il primo giudice e nessuno lo punirà”.
Stesse parole usate in seguito da Karim.
I discorsi sul Kyrgyzstan ci lasciano basiti ma non di certo sorpresi: dopo il crollo dell’Unione Sovietica, gli stati dell’Asia Centrale hanno sperimentato diversi tipi di dittature rette e controllate da gruppi di potere corrotti, che gestiscono attività economiche redditizie legali (petrolio, gas, ecc) o illegali (droga): apparati centrali corruttibili insieme alla stampa e alla libertà controllata permettono un maggiore presenza del potere nella vita delle persone e soprattutto un freno ad ogni tipo di opposizione.

Dopo la lunga chiacchierata, Rakim ci propone di dormire a casa sua e accettiamo subito la proposta, come possiamo non accettare un letto comodo?
Andiamo a casa di Rakim e riposiamo, in attesa del ventitreesimo giorno di viaggio, il giorno che ci porterà verso il Kazakhstan.

XXIII° giorno

Ci svegliamo verso le dieci a casa di Rakim, ci docciamo e andiamo con lui e la sua ragazza in un gazebo lato strada, dove mangiamo una zuppa con spaghetti, coriandolo, peperoncino e altre verdure, a prezzi decisamente bassi, intorno ai cinquanta centesimi a piatto.
Salutiamo i due ragazzi, ringraziandoli per l’ospitalità e ripartiamo, destinazione lago Bartogay, Kazakhstan.
Usciamo da Karakol e andiamo verso nord, risalendo la costa ovest del Issyk Kol; arriviamo a Tup e davanti a noi si stagliano le montagne del Trans-Ili Alatau, la parte più settentrionale del Tian Shan che fanno da confine fra Kyrgyzstan e Kazkhstan.
Ci addentriamo lungo il dolce pendio delle montagne, circondati da campi coltivati, trattori e cavalli; all’incirca venti chilometri dopo ha inizio una strada sterrata, che si addentra in una valle fuori dal tempo, la valle di Karkara.
Verdi colline sulla nostra destra, verso oriente, con boschi di conifere e un fiume rigoglioso; verso nord est le montagne, con immensi prati dove cavalli e pecore pascolano indisturbati.
La strada sterrata non assomiglia minimamente ad una strada di confine e in due ore di percorrenza vediamo passare solamente una decina di auto, per lo più fuoristrada: il vero di mezzo di trasporto della zona è il cavallo.
L’attività commerciale principale della valle è l’apicoltura ed infatti vediamo spesso a lato strada dei centri con decine di arnie, poste vicino alle yurte e alle roulotte degli apicoltori.

Attraversiamo a una media di venti/trenta chilometri orari questa valle meravigliosa e verso le cinque del pomeriggio giungiamo al confine, posto nel mezzo di un altopiano immenso divisa fra Kazakhstan e Kyrgyzstan.
Scendiamo dall’auto, solite procedure doganali e usciamo dal Kyrgyzstan.
Zona doganale kazaka.
Ale scende all’ufficio passaporti mentre io inizio i controlli dell’auto.
Sento in lontananza un vociare familiare: sono una ventina di turisti milanesi con una guida locale che stanno entrando in Kyrgyzstan.
Incuriositi dall’auto, chiedono un po’ di più sul viaggio e stupefatti, ci fanno i complimenti; come raccomandazione, ci suggeriscono di fare attenzione alla benzina in Kazakhstan perché il loro autista è stato fregato.
Li saluto e nel mentre i frontalieri kazaki mi controllano l’auto, non trovando nulla di interessante se non la gopro.
Mi dirigo al controllo passaporto e grazie ad Alessandro, mi ritrovo in testa alla fila: documenti pronti, ora si va allo sdoganamento auto.
Entriamo e ci sono due poliziotti sulla sessantina, che guardano una partita di Hockey e appena vedono che siamo italiani snocciolano tutto ciò che sanno dell’Italia: Mazzola, Riva, Rossi, Buffon.
Uno dei due dice che Buffon è persino più forte di Jascin, lo storico portiere sovietico degli anni cinquanta.
Anche qui si compilano le solite carte con le solite incomprensioni: marca dell’auto, targa, numero del telaio.
Per non incorrere in problemi stile Uzbekistan, chiediamo subito le modalità per fare l’assicurazione ma non capiscono; l’amante di Buffon gentilmente esce a chiedere se qualcuno poteva aiutarci, girovagando tra i colleghi più giovani chiedendo il significato della parola “insurance”.
Torna dopo cinque minuti e dice di farla a Kegen, la prima città kazaka. Ma oggi è domenica, quindi niente assicurazione. Bene.

Ci danno i vari documenti e torniamo all’auto, dove ci aspetta un giovane militare.
Mi offre una sigaretta e ci chiede se abbiamo musica italiana da dargli: certo che si!
Infatti prima di partire, sapendo che nell’ex URSS la musica italiana anni sessanta va ancora per la maggiore, ho preparato sette cd di musica italiana anni 60 e 70. Quale miglior occasione per regalare un cd?
Carico il cd nell’autoradio e il ragazzo è felicissimo, gli do il regalo e noi ripartiamo, alla volta di Kegen e del lago Bartogay.
La strada continua per qualche chilometro ancora sullo sterrato, fino a giungere al primo paese del Kazakhstan, Kegen.
Attraversiamo il paese e iniziamo una serie di tornanti che ci portano fino al ponte sul fiume Sharyn, che forma per alcuni chilometri dei veri e propri canyon rocciosi.
Dopo una decina di minuti di foto, decidiamo di ripartire verso il lago Bartogay, dove avevamo intenzione di campeggiare.
Arrivano le otto meno dieci, il lago Bartogay dista ancora venti chilometri e il sole sta tramontando.
Corriamo lungo la steppa in una strada che all’apparenza sembra buona, ma in realtà dal nulla ha pericolose voragini e asfalto sconnesso, che fortunatamente riusciamo ad evitare.
Con rapidità giungiamo a qualche chilometro dal lago e decidiamo di fermarci lungo una strada sterrata, con vista sul Bartogay.
Piantiamo le tende, montiamo il tavolino le sedie e iniziamo a cucinare: spaghetti direttamente dall’Italia con sgombro in scatola comprato a Baku, ci si tratta bene!
Lo sgombro ci stupisce, è veramente buono e con un filo d’olio d’oliva la pasta nella steppa kazaka passa la prova a pieni voti!
Il buio arriva in un nonnulla e l’unica cosa che illumina la fredda e buia notte della steppa sono le milioni di stelle nella volta celeste.
L’assenza di inquinamento luminoso ci permette di vedere decine di stelle cadenti, la via lattea che splende nel cielo, le varie costellazioni ben definite.
Uno spettacolo che difficilmente dimenticheremo.

Foto del diario di viaggio presenti su Facebook al link www.facebook.com/dolomiteam2015 sull’album fotografico “Diario di viaggio #9”