Diario di viaggio #9

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XXI° giorno

Ci svegliamo dopo poche ore di sonno nel piazzale lato strada, lavata ai denti e si riparte.
L’obiettivo di giornata è Kochkor, città kyrgyza nel centro del paese, che si trova nelle vicinanze di un lago di montagna a oltre 3000 metri, il Song Kul; l’idea è di raggiungere Kochkor e informarsi all’info point turistico per un’escursione di tre giorni a cavallo, che secondo il ragazzo spagnolo dell’ostello a Tashkent ci sarebbe costata intorno ai 18 euro al giorno a testa.
Continuiamo la strada del giorno precedente, che collega Osh alla capitale Bishkek, e lentamente si sale verso le montagne: queste vette sono la parte occidentale della catena del Tian Shan, una catena montuosa posta tra Kyrgyzstan, Cina e Kazakhstan.
La catena Tian Shan, traducibile dal cinese come Montagne del Cielo, è all’interno dei patrimoni dell’umanità UNESCO per la bellezza dei suoi paesaggi e per la specificità biologica ed ecologica al suo interno; le montagne del Tian Shan faranno da sfondo al nostro attraversamento del Kyrgyzstan fino all’entrata in Kazakhstan.
Attraversiamo con la Atos un primo tratto di strada in mezzo a boschi di conifere, per poi giungere ad immense vallate di color verde acceso dove gli animali al pascolo dominano incontrastati: cavalli, mucche, pecore, capre che circondano le abitazioni tipiche dei pastori in Asia Centrale, le yurte.
La strada ci porta fino ad un passo a 3000 metri, da dove si apre un lungo altipiano che percorriamo in poco più di un’ora, circondati da animali e yurte, con montagne ad oltre 5000 metri sullo sfondo.
Notiamo che lungo la strada sono esposti dei banchetti che vendono latte e incuriositi ci fermiamo a comprare una bottiglia da un’anziana kyrgyza.
Il latte viene un euro e mezzo, una cifra esorbitante per un paese come il Kyrgyzstan, ma decidiamo comunque di comprarlo.
L’emozione di bere del latte appena munto, in una yurta, a oltre 3000 metri di altezza svanisce subito: è acido, forte, imbevibile per le delicate papille gustative europee.

Bevande Kyrgyze 2 Dolomiteam 2015 0, beffati un’altra volta.

La strada nell’altipiano scende leggermente, per poi risalire di colpo lungo la crosta di una montagna; facciamo diversi tornanti e raggiungiamo un ulteriore passo, a 3100 metri d’altitudine.
Attraversiamo una galleria di un paio di chilometri ed eccoci dall’altra parte della valle, lungo il versante delle montagne che da verso Bishkek, la capitale.
La strada scende ripidamente lungo il pendio della montagna e il dislivello è impressionante, si passa da 3000 metri a 800 metri sul livello del mare in poco meno di un’ora.
Il fondo valle è la zona più densamente abitata del paese e si vede dal traffico, dalle auto e dai numerosi insediamenti urbani che portano fino alla capitale, Bishkek; decidiamo di non entrare in città e continuare lungo la tangenziale, per arrivare a Kochkor il prima possibile.

La strada continua ad essere di ottima fattura, a due corsie, e seguendo il fiume Chu arriviamo all’ingresso della valle di Kochkor, dove ci accoglie il lago Orto Tokoy.
Arriviamo in città e andiamo immediatamente al CBT, l’info point turistico della città.
Entriamo, parliamo con una ragazza spiegandole le nostre intenzioni, ma le cifra indicateci dallo spagnolo sono totalmente diverse: la ragazza kyrgyza parla di almeno 150 euro a testa per un’escursione di tre giorni.
La cifra in sé non è molto alta, considerato il trasporto, l’escursione a cavallo, il dormire in yurta e il cibo compreso, ma è una cifra troppo alta per noi, mancando più di venti giorni al termine del nostro viaggio.
Ci fa parlare con il suo capo, che arriva a 120 euro a testa, comunque troppi.
Decidiamo di pensarci e di passare un’ora dopo per confermare o meno, nel mentre mi faccio indicare un ristorante dove mangiare, visto che la fame stava sopraggiungendo rapidamente.
Prendiamo l’auto e raggiungiamo il ristorante indicatoci, dove a pochi soldi mangiamo carne e verdure dal sapore orientale: si sente che la Cina dista solo qualche centinaio di chilometri.
Dopo mangiato torniamo al CBT e decidiamo di non partecipare all’escursione; un vero peccato, ma per le nostre tasche 120 euro a testa sono un’enormità.
Sei e mezza di sera, che fare?
Ale trova subito un Bed and Breakfast nel GPS, lo raggiungiamo e ad accoglierci c’è una signora kyrgyza che ci elenca subito i prezzi: 5 euro per la camera doppia, con colazione inclusa il giorno seguente, perfetto!
Entriamo, scarichiamo gli zaini e ci buttiamo a letto per un riposino, che in realtà durerà fino al mattino seguente.
Durante la notte per la prima volta nell’arco del viaggio proviamo una sensazione familiare a noi feltrini: il freddo.
Siamo in montagna, si sente.

XXII° giorno

Dopo una lunga dormita rigenerante, ci docciamo e facciamo colazione nella yurta a fianco del B&B, in compagnia di una coppia di turisti belgi: marmellata, latte, pane, uova, una giusta dose calorica per aprire la giornata.
Mentre Ale si doccia, faccio due chiacchere con due signori inglesi: entrambi vivono a Tokyo e uno di loro sta facendo un viaggio in bicicletta da Tokyo a Londra, per festeggiare il suo cinquantesimo anno di vita, un viaggio via terra verso la madre patria dopo trent’anni di vita in Giappone.
Chiacchieriamo di Cina, Giappone e di come si vive in Asia Orientale, bevendo un caffè solubile offerto da loro.
Li saluto, paghiamo e montiamo in auto, direzione Issyk Kul.

L’Issyk Kul è un lago salato situato all’interno della catena del Tian Shan ed è il secondo lago alpino più grande al mondo; la caratteristica principale di questo lago è che non gela mai, nemmeno durante i rigidi inverni kyrgizi, da qui il nome Issyk Kul, lago caldo.
Partiamo e appena fuori Kochkor veniamo fermati dalla polizia in uno dei soliti posti di blocco stradali; viene fatto segno ad Ale (che stava guidando) di smontare e di entrare all’interno dell’ufficio lato strada.
Dopo cinque minuti esce: niente fari accesi, dobbiamo pagare una multa.
Stupidi noi, ma in qualche modo dobbiamo uscirne.
Entro anch’io con Alessandro all’interno dell’ufficio della polizia, facciamo finta di non capire ma per quanto si potesse tergiversare il poliziotto era irremovibile: 500 som da pagare in banca, circa 9 euro.
Gli spiego che non abbiamo molti som, che è domenica e che non possiamo andare in banca…e lui ci viene incontro dicendo di dar pure a lui i soldi, senza nessun tipo di verbale.
Bene, si può contrattare.
Fortuna vuole che proprio fuori dall’ufficio, davanti ai nostri occhi, passi un auto locale di grossa cilindrata (quindi di grosso portafoglio) senza alcun faro acceso e immediatamente lo facciamo notare al poliziotto, che imbarazzato urla a gran voce al collega in strada di fermare le auto senza fari.
Guardiamo il poliziotto, sorridiamo e gli lasciamo 300 som, 5 euro e lo salutiamo.
Corruzione?

Ripartiamo alla volta dell’Issyk Kol, costeggiamo la riva est del lago Orto Tokoy e attraversiamo una valle spoglia di vegetazione, con una mandria di cammelli a lato strada come unico episodio degno di nota.
Arriviamo a Balykchy, prima città sul lago e iniziamo a percorrere la riva sud del lago: strade abbastanza buone, paesaggio semi desertico, costa sabbiosa e villaggi turistici.
La zona infatti è meta ambita dai vacanzieri kazaki, russi e kyrgyzi, grazie al clima favorevole e alle particolari caratteristiche del Issyk Kol; inoltre è collegata molto bene alle città più importanti della regione, come Almaty, Bishkek o Shymkent.
Saranno state le alte temperature, il paesaggio brullo con soli arbusti e palme o ancora la spiaggia con sabbia e ombrelloni ma ci sembrava di essere in una qualsiasi spiaggia europea; unica differenza, lo sfondo con la catena innevata del Tian Shan.
Arriviamo verso le cinque e mezza a Karakol, la città più importante della regione, nota metà turistica fin dall’epoca sovietica grazie alla vicinanza al lago e alle montagne del Tian Shan, ottime per l’escursionismo e lo sci alpino.
Parcheggiamo l’auto lungo i lati di un parco e ci infiliamo in un cosiddetto “Kafe” a mangiare: ravioli di carne, carne e patate come giusto premio per la giornata.
Durante la cena però vediamo che il tempo sta peggiorando velocemente e nuvole cariche di pioggia erano praticamente sopra di noi, che fare?
Con la pioggia campeggiare sarebbe stato difficoltoso, l’unica soluzione era di fermarsi al Kafe e aspettare che la pioggia si calmasse.
Però ovviamente eravamo senza soldi.

Vado verso il centro in cerca di una banca, provo due ATM senza riuscire a concludere le operazioni, quindi particolarmente disperato, chiedo a un ragazzo in un russo improbabile dove fosse una banca.
E lui: “Mmm…meglio se parliamo inglese ok?”
“Va benissimo grazie! Piacere Michel”
“Piacere, Rakim, ti accompagno volentieri alla banca!”
Iniziamo a chiacchierare e mi racconta che ha 27 anni ed è kyrgyzo, ma sono ormai 15 anni che vive all’estero, prima in Russia per le scuole superiori, poi in Olanda a Leiden per l’Università ed infine in Spagna, dove lavora in una piccola azienda di informatica.
Gli propongo di bersi una birra con noi e lui accetta volentieri.
Iniziamo a chiacchierare di tutto e di più: politica, società, economia, influenza russa sul Kazakhstan e Kyrgyzstan.
Rimane molto colpito soprattutto quando gli parliamo della storia multiculturale dell’Italia e non appena vede le foto delle chiese arabo-normanne in Sicilia rimane completamente di stucco!
Dopo qualche birra, Karim ci propone di spostarci ne “l’unico pub di Karakol”, accettiamo, passiamo a prendere la sua ragazza Eleonora e andiamo al Green Pub di Karakol.
All’interno non sembra di essere nemmeno in Asia Centrale: tavoli e sedie in legno, jukebox, il biliardo al piano superiore e vere spine di birra.
Torniamo però velocemente in Asia Centrale: i ragazzi presenti ci guardano un po’ storto, forse perché di occidentali ne vedono veramente pochi.
Dopo un paio di birre, Karim ed Eleonora iniziano a parlarci in dettaglio della realtà del Kyrgyzstan.
Il paese sembra un luogo ameno, con dolci vallate e molto ospitale, quando in realtà i problemi non sono pochi: tensioni con gli stati vicini, ingerenze della Russia, traffico di droga e di armi, ma soprattutto fondamentalismo islamico e problemi sociali.
Eleonora racconta di come una volta in centro a Bishkek è stata picchiata da vari ragazzi che lei definisce “dall’entroterra”, perché considerata troppo occidentale (lei è tatara, storico gruppo etnico dell’URSS di religione musulmana ma dai tratti somatici occidentali); Karim racconta di quanto pericoloso è girare di notte in Kyrgyzstan, data la totale insicurezza presente nel paese.
Inoltre, a detta loro, la polizia nel paese è totalmente corrotta, non garantisce nessun tipo di sicurezza ed anzi, favorisce i problemi sociali con la sua inettitudine.
Il paese ha vissuto due rivoluzioni “democratiche” negli ultimi dieci anni che hanno portato all’inasprimento dei rapporti fra i gruppi etnici e fra la popolazione urbana e quella rurale.
Dopo i discorsi di Karim ci tornarono subito alla mente le parole del signore uzbeko alla birreria di Samarcanda: “L’Uzbekistan è un paese con un governo forte e soprattutto legittimato; in Kyrgyzstan, se uno vi uccide, basta che paghi il primo giudice e nessuno lo punirà”.
Stesse parole usate in seguito da Karim.
I discorsi sul Kyrgyzstan ci lasciano basiti ma non di certo sorpresi: dopo il crollo dell’Unione Sovietica, gli stati dell’Asia Centrale hanno sperimentato diversi tipi di dittature rette e controllate da gruppi di potere corrotti, che gestiscono attività economiche redditizie legali (petrolio, gas, ecc) o illegali (droga): apparati centrali corruttibili insieme alla stampa e alla libertà controllata permettono un maggiore presenza del potere nella vita delle persone e soprattutto un freno ad ogni tipo di opposizione.

Dopo la lunga chiacchierata, Rakim ci propone di dormire a casa sua e accettiamo subito la proposta, come possiamo non accettare un letto comodo?
Andiamo a casa di Rakim e riposiamo, in attesa del ventitreesimo giorno di viaggio, il giorno che ci porterà verso il Kazakhstan.

XXIII° giorno

Ci svegliamo verso le dieci a casa di Rakim, ci docciamo e andiamo con lui e la sua ragazza in un gazebo lato strada, dove mangiamo una zuppa con spaghetti, coriandolo, peperoncino e altre verdure, a prezzi decisamente bassi, intorno ai cinquanta centesimi a piatto.
Salutiamo i due ragazzi, ringraziandoli per l’ospitalità e ripartiamo, destinazione lago Bartogay, Kazakhstan.
Usciamo da Karakol e andiamo verso nord, risalendo la costa ovest del Issyk Kol; arriviamo a Tup e davanti a noi si stagliano le montagne del Trans-Ili Alatau, la parte più settentrionale del Tian Shan che fanno da confine fra Kyrgyzstan e Kazkhstan.
Ci addentriamo lungo il dolce pendio delle montagne, circondati da campi coltivati, trattori e cavalli; all’incirca venti chilometri dopo ha inizio una strada sterrata, che si addentra in una valle fuori dal tempo, la valle di Karkara.
Verdi colline sulla nostra destra, verso oriente, con boschi di conifere e un fiume rigoglioso; verso nord est le montagne, con immensi prati dove cavalli e pecore pascolano indisturbati.
La strada sterrata non assomiglia minimamente ad una strada di confine e in due ore di percorrenza vediamo passare solamente una decina di auto, per lo più fuoristrada: il vero di mezzo di trasporto della zona è il cavallo.
L’attività commerciale principale della valle è l’apicoltura ed infatti vediamo spesso a lato strada dei centri con decine di arnie, poste vicino alle yurte e alle roulotte degli apicoltori.

Attraversiamo a una media di venti/trenta chilometri orari questa valle meravigliosa e verso le cinque del pomeriggio giungiamo al confine, posto nel mezzo di un altopiano immenso divisa fra Kazakhstan e Kyrgyzstan.
Scendiamo dall’auto, solite procedure doganali e usciamo dal Kyrgyzstan.
Zona doganale kazaka.
Ale scende all’ufficio passaporti mentre io inizio i controlli dell’auto.
Sento in lontananza un vociare familiare: sono una ventina di turisti milanesi con una guida locale che stanno entrando in Kyrgyzstan.
Incuriositi dall’auto, chiedono un po’ di più sul viaggio e stupefatti, ci fanno i complimenti; come raccomandazione, ci suggeriscono di fare attenzione alla benzina in Kazakhstan perché il loro autista è stato fregato.
Li saluto e nel mentre i frontalieri kazaki mi controllano l’auto, non trovando nulla di interessante se non la gopro.
Mi dirigo al controllo passaporto e grazie ad Alessandro, mi ritrovo in testa alla fila: documenti pronti, ora si va allo sdoganamento auto.
Entriamo e ci sono due poliziotti sulla sessantina, che guardano una partita di Hockey e appena vedono che siamo italiani snocciolano tutto ciò che sanno dell’Italia: Mazzola, Riva, Rossi, Buffon.
Uno dei due dice che Buffon è persino più forte di Jascin, lo storico portiere sovietico degli anni cinquanta.
Anche qui si compilano le solite carte con le solite incomprensioni: marca dell’auto, targa, numero del telaio.
Per non incorrere in problemi stile Uzbekistan, chiediamo subito le modalità per fare l’assicurazione ma non capiscono; l’amante di Buffon gentilmente esce a chiedere se qualcuno poteva aiutarci, girovagando tra i colleghi più giovani chiedendo il significato della parola “insurance”.
Torna dopo cinque minuti e dice di farla a Kegen, la prima città kazaka. Ma oggi è domenica, quindi niente assicurazione. Bene.

Ci danno i vari documenti e torniamo all’auto, dove ci aspetta un giovane militare.
Mi offre una sigaretta e ci chiede se abbiamo musica italiana da dargli: certo che si!
Infatti prima di partire, sapendo che nell’ex URSS la musica italiana anni sessanta va ancora per la maggiore, ho preparato sette cd di musica italiana anni 60 e 70. Quale miglior occasione per regalare un cd?
Carico il cd nell’autoradio e il ragazzo è felicissimo, gli do il regalo e noi ripartiamo, alla volta di Kegen e del lago Bartogay.
La strada continua per qualche chilometro ancora sullo sterrato, fino a giungere al primo paese del Kazakhstan, Kegen.
Attraversiamo il paese e iniziamo una serie di tornanti che ci portano fino al ponte sul fiume Sharyn, che forma per alcuni chilometri dei veri e propri canyon rocciosi.
Dopo una decina di minuti di foto, decidiamo di ripartire verso il lago Bartogay, dove avevamo intenzione di campeggiare.
Arrivano le otto meno dieci, il lago Bartogay dista ancora venti chilometri e il sole sta tramontando.
Corriamo lungo la steppa in una strada che all’apparenza sembra buona, ma in realtà dal nulla ha pericolose voragini e asfalto sconnesso, che fortunatamente riusciamo ad evitare.
Con rapidità giungiamo a qualche chilometro dal lago e decidiamo di fermarci lungo una strada sterrata, con vista sul Bartogay.
Piantiamo le tende, montiamo il tavolino le sedie e iniziamo a cucinare: spaghetti direttamente dall’Italia con sgombro in scatola comprato a Baku, ci si tratta bene!
Lo sgombro ci stupisce, è veramente buono e con un filo d’olio d’oliva la pasta nella steppa kazaka passa la prova a pieni voti!
Il buio arriva in un nonnulla e l’unica cosa che illumina la fredda e buia notte della steppa sono le milioni di stelle nella volta celeste.
L’assenza di inquinamento luminoso ci permette di vedere decine di stelle cadenti, la via lattea che splende nel cielo, le varie costellazioni ben definite.
Uno spettacolo che difficilmente dimenticheremo.

Foto del diario di viaggio presenti su Facebook al link www.facebook.com/dolomiteam2015 sull’album fotografico “Diario di viaggio #9”

Diario di viaggio #8

XVIII° giorno

Passiamo la mattinata con estrema calma, conversando con i ragazzi belgi di strade, confini e problemi auto, facendo colazione con dei gustosi pancake ripieni di patate e carne.
Ci docciamo, carichiamo l’auto e chiediamo a Rafa un posto vicino dove far benzina, ma ci rassicura subito dicendo che a Tashkent non c’è nessun tipo di problema con le stazioni di rifornimento. Finalmente.
Partiamo nel primo pomeriggio, dopo aver salutato i belgi e gli altri presenti.

Direzione Fergana Valley.
La valle di Fergana è una piccola regione dell’Uzbekistan che si insinua fra le montagne che la separano a nord, est e sud est dal Kyrgyzstan e a sud ovest dal Tajikistan.
Questa valle, nota per la produzione di seta e ceramica, è separata dal resto dell’Uzbekistan da un passo di montagna ad oltre due mila metri.
Partiamo ma ci si ferma subito per acquistare acqua e qualche snack per il viaggio.

Dopo qualche chilometro troviamo una pompa di benzina e facciamo rifornimento, a prezzi più bassi rispetto a quelli dei giorni precedenti: la domanda di benzina nella capitale non manca di certo.

Usciamo dal caos cittadino di Tashkent e seguiamo la strada verso Fergana, con strade di buona fattura che aumentano allo stesso tempo la pericolosità degli uzbeki alla guida.
Saliamo lentamente verso le montagne e la strada che continua ad essere di buona qualità, scorre lungo la valle del fiume Sirdarya, che separa le montagne terrose poste a nord e a sud.
Ci fermiamo per un posto di blocco dove controllano i passaporti e i documenti dell’auto, scattiamo alcune foto con i tanti uzbeki incuriositi dall’auto e procediamo, salendo lentamente verso un passo.

Vediamo dopo una mezz’ora un mercato lungo la strada, decidiamo di fermarci per darci un’occhiata e tutte le negozianti iniziano a chiamarci a gran voce.
Ogni negozietto era numerato e aveva come nome la città o il villaggio di provenienza della merce in vendita; decidiamo di comprare dell’acqua, del formaggio e dei semi di girasole da sgranocchiare.
Mentre curioso tra i veri negozietti, dove in realtà la merce e i prezzi relativi erano sempre gli stessi, Alessandro si mette a chiacchierare con uomo sulla cinquantina, incuriosito dal tracciato disegnato sulla Atos: è da Kokand, prima città della valle di Fergana e si propone di farci strada fino alla sua città.
Noi lo ringraziamo ma non capiam in realtà dove voglia portaci: a casa sua, in un hotel, in un ristorante?
Ripartiamo, manca poco al tramonto, il traffico aumenta a dismisura e lentamente saliamo verso il passo, circondati dalle montagne terrose che isolano la Fergana dal resto dell’Uzbekistan.

Qui assistiamo a scene di guida al limite: auto che superano a destra rischiando di finire nello strapiombo lato strada, altre macchine che superano l’eterna fila davanti a noi lungo la strada in costruzione chiusa al traffico, clacson continui, camion fermi, gente con l’auto rotta che cerca aiuto invano, venendo ignorata da tutti i passanti (escluso il nostro amico del mercato, che si ferma ad aiutare un automobilista, facendoci perdere le sue tracce).
Raggiungiamo dopo chilometri di caos e coda il passo ad oltre 2000 metri, attraversiamo un tunnel ed eccoci nella valle di Fergana!
Prima di arrivare al fondo valle però dobbiamo compiere una lunga discesa che non si rivela per niente facile, a causa del traffico che continua imperterrito e del buio che è sopraggiunto in un baleno.
Si passa da punti ad ottanta all’ora su un manto stradale perfetto, a pezzi di asfalto in costruzione, dove il traffico si imbottiglia e il disordine regna sovrano.
Abbiamo persino il tempo di far due chiacchiere con un taxista dai denti d’oro, che ci fa i complimenti per il viaggio, ci augura buona fortuna e ci fa qualche domanda a noi chiaramente incomprensibile.
Continuiamo la nostra discesa e dal nulla ci raggiunge il signore del mercato, che dice di seguirlo da quel momento in poi; veniamo fermati per un controllo passaporti poco più avanti, nessun problema rinvenuto e si riparte in direzione Kokand.
La pericolosità in auto dell’uzbeko medio torna a manifestarsi: un uzbeko in sorpasso invade del tutto la nostra corsia non rientrando nella propria, facendo fare ad Ale una brusca sterzata che ci salva la pelle.
Entriamo in paese, sono ormai le dieci di sera, ai nostri lati molte case del tè e ristoranti di shashlik.
Dopo qualche km il signore si ferma al lato della strada, smonta dall’auto e ci fa capire che ci stava portando ad un hotel della zona; noi però non potevamo permetterci il pernottamento, quindi lo ringraziamo lo stesso e gli chiediamo consiglio su un posto per cenare.

Decide di accompagnarci e dopo pochi chilometri si ferma in una casa del tè lungo strada; parcheggiamo e ci dirigiamo con lui all’interno del locale. Camminando, notiamo che c’è anche sua figlia in macchina, che però non smonta dall’auto.
Ci sediamo, il signore ordina per noi del tè e dei shashlik e chiacchieriamo per una buona mezz’ora: lui lavora a Tashkent nel campo dei prodotti caseari, conosce abbastanza bene l’Italia e mastica qualche parolina di inglese, che ci facilita chiaramente la comunicazione.
Finito varie tazze di tè decide di andare, scattiamo qualche foto ricordo e lo salutiamo.
Dopo aver finito di cenare, capiamo che in quella casa del tè dormire sarebbe stato impossibile, visto che alle undici non c’era più nessuno e che i camerieri stavano raccogliendo tutti i cuscini e i materassi all’esterno.
Cosa fare? Decidiamo di ripartire per cercare di raggiungere al mattino presto il confine con il Kyrgyzstan.

Alessandro al volante, io invece entro in dormiveglia.
La strada è buona, ma tra una città e l’altra l’illuminazione è inesistente e la gente si diverte a girare a piedi o in bicicletta in mezzo alla strada senza nessun tipo di giubbotto catarifrangente o luce.
Uzbeki, cordiali e gentili, ma leggermente folli.
Veniamo fermati a tre posti di blocco stile PYGG turkmeni, qui chiamati YPG, dove ci vengono controllati i passaporti; notiamo che alle cabine della polizia sono appese un centinaio di foto segnaletiche di persone ricercate e vi sono svariate targhe d’auto indicate come sospette.
Capiamo subito il perché di quello che vediamo: infatti la Fergana è il luogo di nascita dell’IMU, Islamic Movement of Uzbekistan, un movimento fondamentalista wahabita che in passato ha compiuto diversi attentati nel paese, tenendo una fitta rete di collaborazione con Al Qaeda e altri gruppi jihadisti.
Giungiamo verso le due di notte alla periferia di Andijan e decidiamo di dormire in macchina lungo la strada, esausti dalla lunga giornata in auto.

XIX° giorno

Ci svegliamo verso le sei di mattina, ancora stanchi e poco lucidi, ma fortunatamente il Kyrgyzstan era distante pochi chilometri e ad Osh ci aspettava un hotel per il quale avevamo già prenotato.
Ripartiamo e dopo pochi chilometri raggiungiamo l’ultimo paese prima della frontiera, Khuzhaobod.
Notiamo come quest’area di confine sia la parte più povera del paese: sola agricoltura, case con tetti in lamiera, edifici fatiscenti e spesso diroccati.
Ci fermiamo per bere un po’ di tè in una casa del tè, vista la stanchezza imperante.
Ci accoglie un signore con due soli denti (d’oro però) che ci fa accomodare sui divanetti esterni e accetta di prepararci del tè e del plov in cambio dei soli soldi che ci eran rimasti, 4000 som (l’equivalente di un euro).
Tè bollente e zuppa di riso con carne, verdure e spezie, praticamente un regalo a quella cifra.
Ringraziamo sentitamente il signore e il suo aiutante, un signorotto grassottello con la shashia (il cappello della preghiera musulmano), che ci salutano calorosamente.
Intorno a noi prati verdi, trattori di epoca sovietica e le montagne del vicino Kyrgyzstan.
Altro controllo passaporti lungo la strada, tanto per rimarcare quanto controllata sia la Fergana Valley.
Giungiamo finalmente al confine.
Le guardie ci fanno entrare e dicono di parcheggiare l’auto sotto una struttura di cemento, dove al suo interno c’è uno strano marchingegno che fa lo scanner in 3d dell’auto, per verificare la presenza di droga o armi.
Bah.
Passato il controllo ipertecnologico, parcheggiamo nuovamente l’auto: io entro in un ufficio per sdoganare l’auto, Ale invece va direttamente al controllo finale dei passaporti.
Controllano le carte, ma l’addetto mi fa capire che c’è qualcosa che non va; giunge di tutta fretta una guardia sulla ventina, con un buon inglese, che mi spiega che per uscire dal paese è necessaria l’assicurazione del veicolo.
Gli spiego che all’ingresso del paese nessuno mi aveva informato dell’obbligatorietà dell’assicurazione e che quindi non potevo saperne nulla; il ragazzo si scusa per l’inadempienza dei suoi colleghi di Khiva, però l’assicurazione è necessaria altrimenti non sarei mai uscito dal paese.
Gli chiedo consiglio sul dove andare e mi dice di tornare indietro fino al primo blocco stradale della polizia, chiamato post 45, che è il posto di blocco che ci aveva controllato i passaporti non più di mezz’ora prima.
La guardia mi da un foglietto con tutte le indicazioni in uzbeko, lo ringrazio e riparto.
Arrivo al posto di blocco ma la polizia mi avverte che loro non possono aiutarmi; gentilmente chiedono ad un signore di aiutarmi e lui accetta di farmi strada fino a Khuzhaobod.
Dopo qualche chilometro lo perdo, a causa della sua eccessiva velocità nel percorrere la strada, più simile in realtà a un cantiere che a una vera e propria strada.
Arrivo dopo una ventina di chilometri al paese e trovo il signore sul lato della strada, che mi fa segno di seguirlo con l’auto; dopo un centinaio di metri si ferma, confabula con un altro signore e gli chiede di portarmi all’assicurazione, non sapendo in realtà dove fosse.
Ringrazio il primo signore e seguo quindi il secondo, che dopo un paio di minuti si ferma, parcheggia e mi fa segno di scendere.
Lo seguo, attraversiamo un cantiere e mi porta in un piccolo ufficio pieno di scartoffie, con due signori sui quaranta, una signora anch’essa sui quaranta e una ragazza più o meno della mia stessa età.
Consegno loro la carta scritta dalla guardia e capiscono che ho bisogno dell’assicurazione.
Spiego subito però che non posso pagare in som, avendoli finiti dal vecchio dai due denti d’oro al mattino.
Uno dei due uomini chiama al telefono e mi passa un superiore, che parla perfettamente inglese: gli spiego la situazione per filo e per segno, mi dice di non preoccuparmi e di pagare in euro senza problemi. Benissimo.
Aiuto i quattro a barcamenarsi sul libretto in italiano, tra numero di telaio, anno di immatricolazione e altri dati, scambiamo due chiacchiere e fumo una sigaretta con uno dei due tipi, che dice di aver quarant’anni e di essere ormai vecchio visto che ha quattro figli.
Dopo mezz’ora di carte, carte e ancora carte, mi consegnano l’assicurazione che mi vien a costare la bellezza di tre euro; quando mi riconsegnan tutte le carte noto che manca il documento datomi all’ingresso del paese, ma dicono che non ci sono problemi e che posso andare tranquillamente.
Riprendo la strada verso il confine, passo davanti alla casa del tè del plov mattutino, saluto in corsa i due vecchiotti e mi dirigo vergo la frontiera, non prima di essere inevitabilmente fermato per un controllo passaporti al posto di blocco post 45, dove non erano più presenti le guardie precedenti.
Arrivo al confine.
Vedo al controllo auto il camion dei pompieri del team del Mongol Charity Rally che ha attraversato con noi il Caspio; due chiacchiere in velocità e un good luck reciproco.
Porto la documentazione all’ufficio per lo sdoganamento auto, ma il responsabile mi dice che manca ancora una carta, capisco subito che si riferisce alla carta che mi han ritirato in assicurazione.
Mi viene in aiuto la guardia parlante inglese, che mi spiega che quella carta in realtà è la carta più importante di tutte, ma che in qualche modo mi avrebbero fatto passare lo stesso.
Dolomiteam 2015 ha finalmente la sua rivalsa sulla burocrazia post sovietica!
Entro nell’ufficio passaporti, timbro al visto, è fatta finalmente, possiamo uscire dal paese!
Ma chiaramente i problemi non possono finire così.
Dove sono le chiavi?
Controllo le tasche, controllo per terra, controllo ovunque, niente.
Dove possono essere finite?
Le guardie danno un occhio ai due uffici nei quali sono passato ma niente, non si trovano.
Che non siano dentro in macchina? Ipotesi possibile, certo, ma tutte e quattro le porte dell’auto son chiuse, come possono esser dentro le chiavi se l’auto è chiusa?
Il mistero si infittisce, a un certo punto penso che sian stati cani antidroga ad avermele portate via.
Sono disperato, Alessandro è nervoso.
Che si fa?
“Ragazzi, noi possiamo aprirvi l’auto con un coltello o con un righello, ma dovete darci il consenso voi” dice la giovane guardia parlante inglese
“Sisi, consenso accordato, vi prego apritela in qualche modo, dentro ci sono le chiavi di scorta”
“Va bene”
Arriva il responsabile dello sdoganamento auto con un righello e passa tutte le porte inserendo il righello dalla plastica esterna dei finestrini, fin quando non riesce ad aprire la porta del guidatore.
Entro in auto e sorpresa, le chiavi sono sotto un portadocumenti!
Fortuna vuole che la macchina sia aperta e che ci siano anche le chiavi, ma di come l’auto possa essersi chiusa con le chiavi dentro resta ancora un mistero.
Dopo aver sentitamente ringraziato le guardie, possiamo finalmente partire ed uscire dal paese: saluti, Uzbekistan!
Un paese che ci ha colpiti per l’estrema ospitalità e generosità dei suoi abitanti, sempre curiosi di relazionarsi con noi superando le difficoltà linguistiche; paese che dalla sua ha solamente due lati negativi nella nostra esperienza, ovvero l’indisciplina alla guida e la difficoltà nel reperire la benzina.

Frontiera di ingresso del Kyrgyzstan.
Parcheggiamo l’auto e per prima cosa un tizio seduto su una sedia ci fa segno di avvicinarci ed esclama: “Medical control”
Ci mettiamo una alla volta davanti a questo signore, che con uno strano aggeggio simile ad una telecamera crediamo controlli le nostre temperature corporee.
Bah.
Ale entra alla frontiera per pedoni, i responsabili negli uffici doganali gli danno la priorità e quindi, passando davanti ai locali, nel giro di due minuti è libero di entrare in Kyrgyzstan.
Io affronto il solito controllo auto: medicine, cibo, domande senza senso.
Il meglio giunge quando una guardia vede i cd e si volta a guardarmi, chiedendomi in un inglese improbabile: “Sex, porn, hard, cd?”
Sorrido, scuoto la testa e mi avvio a piedi ai controlli doganali.
Anche qui solita prassi, dato che i documenti dell’auto in italiano non vengono capiti: indico la targa, la proprietà, i centimetri cubi e il numero del telaio.
Faccio due firme, pago 20 euro per una tassa sull’inquinamento ambientale e sono libero di andare.
Esco dal confine e trovo Alessandro intento a parlare con alcuni kyrgyzi; mi racconta di aver appena finito di parlare con un ragazzo parlante inglese, che gli ha spiegato la situazione ottimale delle strade nel paese.
Montiamo in macchina e attraversiamo la città di Osh, posta direttamente al confine con l’Uzbekistan, dirigendoci verso l’hotel Nuru.
Dopo una decina di minuti arriviamo, parcheggiamo l’auto ed entriamo nella struttura che ci sembra impossibile possa costarci solo 12 euro a notte: ristoranti, bar, piscina all’aperto, spa, negozi, personale in divisa.
Alla reception troviamo una ragazza dai tratti orientali che ci registra e ci da le chiave della camera; saliamo al settimo piano, stanza 720, il tempo di appoggiare gli zaini che crolliamo a letto.
Ci risvegliamo, cambiamo dei soldi, ci docciamo e verso le dieci di sera usciamo per cenare; troviamo un locale a venti minuti a piedi dall’hotel, cena con shashlik, birre, insalata e poi filiamo a letto.

XX° giorno

Ci svegliamo e ci prepariamo alla svelta: la giornata prevede una visita alla montagna sacra di Sulayman-Too (unico sito UNESCO del paese) e un viaggio verso nord, puntando a campeggiare nei pressi del lago Toktogul.
Saliamo in auto e in cinque minuti siamo ai parcheggi del sito UNESCO; lasciamo lì la macchina pagando 20 som (30 cent di euro) e saliamo lungo la pendice orientale di questo monte.
Lungo il tragitto troviamo un museo all’interno della montagna, una moschea, un cimitero e varie grotte: secondo la leggenda, le donne incinte che entrano in queste piccole caverne avranno figli sani.
Dopo una camminata di un venti minuti giungiamo al termine del sentiero dove è presente una moschea e un’area ristoro; la vista da qui è fantastica, poiché si vedono la città di Osh, la Fergana Valley e in lontananza le montagne del Pamir.

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Scendiamo dal monte e ci dirigiamo verso l’auto, pronti per il nostro viaggio verso il nord del Kyrgyzstan.
Ci fermiamo per fare benzina, dove una benzinaia mi chiede di portarla in Italia e di sposarla; acquistiamo un po’ d’acqua e finalmente usciamo da Osh.
La strada è buona, ai nostri lati campagne, colline e moltissimi animali; fa caldo, ma oramai siamo temprati dopo i giorni nel deserto.
Continui sali e scendi ci portano fino a Jalalabad, dove la strada inizia ad avvicinarsi al confine uzbeko; la strada per vari chilometri costeggia il vero e proprio confine, delimitato dal filo spinato che gira intorno ai campi e alle case dei contadini.
La strada inizia ad addentrarsi in una valle scavata dal fiume Naryn (che diventerà in seguito il Syr Darya), con profondi canyon e vari fiumi artificiali creati dalle chiuse sul fiume.

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Si sale lentamente e in lontananza si vedono già i primi picchi innevati.
Percorriamo la stretta valle seguendo il percorso inverso del Naryn: lungo il fiume vi sono prati e folta vegetazione, ma appena ci si allontana predominano la roccia e la terra rossa.
Facciamo un paio di passi di montagna intorno ai duemila metri, ma la Atos non ha alcuna difficoltà, visto il manto stradale perfetto delle strade kyrgyze.
Arriviamo intorno alle sette di sera al lago Toktogul e lungo il lato sud del lago troviamo molti ristoranti, con la scritta baliq al loro esterno, ovvero pesce in kyrgyzo.
Dopo un’intera giornata a stomaco vuoto la fame inizia a farsi sentire.
Decidiamo però di non fermarci e di continuare ancora per qualche chilometro, per essere almeno sul lato nord del lago.
Scattiamo qualche foto e le dolci montagne scavate dal vento che crollano a picco sul lago fanno venire i brividi.
La fame si fa sentire, la stanchezza pure, quindi decidiamo di fermarci lungo strada in un ristorante tipico.
Chiediamo se si può mangiare, una ragazzina ci dice no correndo via, ma delle nonnine ci fan segno di accomodarci; dopo trenta secondi ci raggiunge una ragazza kyrgyza che masticava un po’ di inglese, ci dice che lì fanno da mangiare carne d’agnello e che potevamo accomodarci sui cuscini sotto un albero.
Circondati da fiori e alberi, seduti su comodi cuscini, iniziamo a mangiare questo agnello molto saporito, che nulla ha da invidiare all’abbacchio romano, anzi.
Mangiamo con calma il nostro piatto accompagnato da buon tè verde; ad un certo punto una cameriera ci guarda e ci chiede se desideravamo il Jarmah e noi, non sapendo cosa fosse, decidiamo di prenderlo.
Ci arriva questo boccale con uno strano e denso liquido bianco, con all’interno vari cereali; il sapore è forte, tendenzialmente acido, e non piace a nessuno dei due.
Io decido di berlo comunque, Ale invece desiste.
Lo bevo si, ma che fatica, aveva un gusto veramente troppo particolare per le nostre papille gustative.
In seguito scopro che il Jarmah è fatto da ayran, una specie di yogurt kyrgyzo, e malto fermentato.
Verso le undici decidiamo di pagare ed andare, per cercare un posto dove passare la notte.
Campeggiare, visto il buio, oramai era impossibile però.
Dopo una decina di chilometri e dopo un pieno di benzina, ci fermiamo lungo strada in un piazzale; Alessandro decide di dormire sul materassino all’esterno, mentre io decido di coricarmi in macchina.
Arriva però dal nulla la pioggia, quindi anche Ale è costretto a dormire in macchina,
Scomodamente, ci addormentiamo, in attesa di un’altra lunga giornata attraverso le montagne del Kyrgyzstan.

PS: dal prossimo diario cercheremo di ridurre al minimo il numero di foto presenti nel sito, perché preferiamo non sovraccaricarlo eccessivamente; troverete tutte le foto sulla nostra pagina facebook www.facebook.com/dolomiteam2015 
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