Diario di viaggio #14 – Gli ultimi due giorni

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Credetemi, non è facile tornare a casa, fermarsi, ragionare e mettere giù parole sensate per raccontare un’esperienza intensa e complessa come il nostro viaggio verso la Mongolia, soprattutto quando non vi è più l’adrenalina e la voglia di scoperta che ci hanno permesso di dormire poco e male, di guidare ore, di camminare per altrettante ore e di raccontarvi in modo (quasi) costante questa nostra avventura.

Sono passati oramai tre mesi dal nostro ritorno in Italia, il ritorno alla nostra normale quotidianità ci ha dato poco tempo per ragionare, raccontare e soprattutto sedimentare il nostro viaggio; ci credete che io e Alessandro ci siamo visti solo un paio di volte dal nostro ritorno?
Oggi, in ampio ritardo, voglio raccontarvi gli ultimi due giorni del nostro progetto “Dolomiteam 2015 – Dalle Dolomiti alla Mongolia”.
Ultimi due giorni, 20 e 21 agosto, dove la nostra Atos ha dato il meglio di sé forse consapevole di avere ancora poche migliaia di chilometri di vita davanti (e fortuna vuole che non ci abbia abbandonato il 20 agosto…probabilmente saremo ancora lì), portandoci ad attraversare paesaggi pieni di vita, natura e libertà.
Iniziamo, per l’ultima volta, il racconto del Dolomiteam 2015.

XXXIV° giorno

La notte nelle colline dell’altipiano mongolo trascorre nella quiete più assoluta, cullati dalla brezza del gelido vento del nord che soffia sulle nostre tende; in lontananza gli ululati dei lupi, le risposte nervose dei cani nelle yurte e qualche nitrito.
Sentiamo inoltre qualche animale curioso girare attorno alle nostre tende: sogno o realtà?
Verso le tre di notte inoltre sento rumori di auto, apro la tenda e vedo un camioncino stile-Wolkswagen che scollina a dieci metri da noi; guidare di notte in quelle non strade? Poi sembriamo noi i folli.
Ci svegliamo intorno alle otto, il verde delle steppe ci circonda e il cielo azzurro ci ricorda per l’ennesima volta il significato di immensità.
Solita routine del risveglio: lavata ai denti, bisogni fisiologici di vario genere, sigaretta del buongiorno, gps acceso, cd nell’autoradio e si parte con Ale alla guida.
Si guida agilmente, lo sterrato è di buona fattura e le lancette del tachimetro raggiungono anche i sessanta chilometri orari, velocità impensabili nei giorni precedenti.
Le piste davanti a noi sono tante, troppe, ma non ci preoccupiamo, dobbiamo semplicemente procedere a est, andare avanti e avanti.
Butto però un occhio al GPS.

“Mmm…siamo a circa 5 chilometri a nord dallo sterrato giusto…come mai?”
“Boh, siamo andati sempre dritti”
“Infatti…beh primo sterrato che troviamo sulla nostra destra lo prendiamo, prima o poi troviamo la strada giusta”
“E così sia…”

Misteri mongoli.
L’unica reale fortuna è che perdersi seriamente è praticamente impossibile: il GPS è salvifico e bene o male le strade portano sempre in una qualche città/insediamento.
Decidiamo quindi di andare avanti lungo lo sterrato intrapreso e dopo una buona mezz’ora sulla nostra destra troviamo un altro sterrato, un po’ sconnesso che punta a sud e decidiamo di prenderlo; un altra ventina di minuti e troviamo la strada maestra indicata dal GPS.
Iniziamo intanto a salire leggermente, la steppa diventa sempre più brulla e definirla deserto non è per nulla improprio.
Si procede, verso nord montagne in lontananza, verso sud la maestosità del Gobi.

“Mmm…camelidi!”

Una dozzina di cammelli allo stato brado in mezzo alla strada, che non appena vedono l’auto scappano impauriti; rallentiamo e ci guardano incuriositi ma a debita distanza.
Inoltre, isolato a qualche metro dalla mandria scorgiamo un cammello albino.
Andiamo avanti e dopo altri chilometri di nulla, notiamo che il paesaggio cambia: alberi, capi di bestiame, erba rigogliosa. Osserviamo con più attenzione e notiamo una gola all’interno del terreno con un fiume che è sinonimo di vita in queste zone.
Siamo nei pressi di Guulin, primo insediamento dopo almeno due ore e più di strada.
Vediamo lato strada una pastorella a cavallo e le chiediamo la strada per Guulin, lei sorride e alza in braccio verso est.
Superiamo un centinaio di capre e pecore impaurite dalla nostra auto e giungiamo a Guulin, attraversiamo il centro del villaggio e chiediamo a una ragazzina se ci fosse un cafè o qualcosa di simile in zona; lei capisce e ci fa segno di seguirla.
Seguiamo la ragazzina, superiamo un (veramente bel) campo da basket e giungiamo in un negozietto, gestito dalla nonna della bimba.
Compriamo del succo, un’aranciata, dei dolcetti e delle sigarette, spendendo abbastanza ma è comprensibile: questo villaggio è lontano ore ed ore da ogni grande centro abitato e il costo della vita per i “turisti” è giustamente alto rispetto alle città normali (quali?) della Mongolia.
Ringraziamo, usciamo e dei ragazzi del posto ci vengono incontro: vestiti all’occidentale, pantaloni larghi, canotte da basket e giubottoni, con tatuaggi veramente tamarri (passatemi il termine) sulle braccia.
Offro loro un po’ di sigarette, facciamo due chiacchiere o più verosimilmente gesticoliamo; per salutarci loro provano a venderci della vodka, che tengono nascosta sotto i giubbotti, a prezzi veramente improponibili.
Li ringraziamo ma desistiamo dal comprare il distillato di patate…guidare in quei posti ubriachi di vodka?
Si riparte in direzione sudest.
Guulin avrà poco meno di 1000 abitanti, dista ore di distanza da qualsiasi altro centro abitato e durante l’inverno resta sicuramente isolata a causa della neve e del ghiaccio. Notiamo appena fuori città dei container, probabilmente usati durante il rigido inverno per stipare il cibo, i medicinali e tutto l’occorrente per garantire la vita a questo piccolo e isolato villaggio.
Iniziamo a letteralmente scalare una collina e lo sterrato diventa pura roccia; auto ancora non pervenute.
Procediamo nuovamente lungo un altipiano sui 2000 metri d’altezza e per oltre un’ora non vediamo nessuna presenza umana, non scorgiamo nemmeno delle yurte in lontananza.
Si torna a salire e a lato strada ci sono dei complessi rocciosi di granito che ci accompagnano per una decina di chilometri, mentre la pista che percorriamo torna ad essere tendenzialmente sabbiosa.
Finalmente, dopo quasi cinque ore di marcia, vediamo a qualche chilometro di distanza davanti a noi un’auto, uno dei soliti camioncini!
Sembrerà strano a crederci, ma eravamo finalmente felici di vedere un essere umano con un automezzo dopo chilometri e chilometri di solitudine; il tipo alla guida passa di fianco a noi, saluta con sorriso a trentadue denti e se ne va, direzione ovest verso Guulin.
Procediamo nell’altipiano, c’è un dislivello lento ma costante per una decina di chilometri fino a quando si scollina nuovamente e iniziamo a percorrere una vero e proprio prato gigantesco, erba a destra e sinistra, l’unico colore di tonalità diversa dal verde dell’erba è la doppia pista in terra che attraversiamo, oltre al blu intenso del cielo.
Cielo e prati, sterrati che ormai ci sembrano facili da percorrere ma in realtà sono tutto fuorché praticabili, sigarette e il portapacchi che continua a far rumori fastidiosissimi.
Ogni tanto controlliamo da dentro l’auto la condizione dei ganci del portapacchi e la situazione è peggio del giorno prima: due sono oramai staccati, uno sta per rompersi e uno è semi-integro. Che fare? Resistere, soprattutto al fastidio costante del tremolio metallico sopra le nostre teste.
Giungiamo attorno alle tre del pomeriggio a Buutsagaan, un altro insediamento di poche migliaia di abitanti ai piedi di montagne di roccia, che ci sembra un po’ più moderno di Guulin.
Passiamo per il paese, c’è un tempietto buddista, un edificio di notevoli dimensione che sembra una scuola e decine di container appena fuori dal paese, che mi fanno venire in mente i container presenti nei documentari riguardanti luoghi inospitali come Artide/Antartide.
Come a Guulin, anche qui i contatti durante l’inverno sono probabilmente impossibili: metri di neve, temperature che scenderanno a 30-40 gradi sotto zero e strade impraticabili.
Scusate, le strade sono già di loro impraticabili, non oso immaginare durante il gelo invernale.
Superiamo Buutsagaan e inizia il momento forse più complesso della giornata; salendo verso le montagne dietro il villaggio entriamo in una valle che durante l’attraversamento definimmo “La valle delle rocce”.
Rocce ovunque, sia nella “strada” sia nel paesaggio ai nostri lati, dove spiccano delle spettacolari rocce a forma di cono rovesciato di colore scuro totalmente lisce e levigate dal vento, un’atmosfera da documentario che ci fa rendere conto della fortuna immensa che stiamo avendo nell’attraversare quei luoghi.
Oltre alla bellezza, c’è una questione però particolarmente spinosa: la strada!
La strada fa veramente schifo.
Sali e scendi costanti, rocce appuntite, rocce levigate, buche, curve da velodromo di roccia liscia che fanno andare la macchina in direzione opposta e in tutto questo, giustamente, c’è anche molta sabbia.
La strada dopo una ventina di minuti tende a salire e mi arrampico, non senza fatica, su un crostone di roccia che definire pista/sterrato è un insulto.
La Atos però come sempre è dura da abbattere e supera la collina rocciosa.
E’ ora però di fermarsi e prendere una decisione dura ma necessaria: dobbiamo togliere il portapacchi.
Oramai tre dei quattro ganci sono saltati, c’è il rischio reale che tutte le sollecitazioni del terreno facciano rompere anche il quarto gancio, trovandoci il portapacchi dentro il vetro dell’auto.
Bisogna toglierlo.
Perdiamo quindi circa una mezz’ora a togliere tutti i nostri averi dal portapacchi, ricaricarli in auto, per infine rompere l’ultimo gancio e abbandonare il portapacchi lato strada, confidando che qualcuno possa recuperarlo trovandoci comunque a pochi chilometri da un centro abitato.
Ci rimettiamo in marcia e finalmente riusciamo a parlare senza sentire le continue sollecitazioni del portapacchi sui ganci, che provocavano un fastidio enorme che è veramente poco utile alla lucidità necessaria per guidare in quei luoghi.
La Atos è molto leggera e si guida che è un piacere.
Per una ventina di chilometri lo sterrato tende a scendere verso fondo valle e capiamo che finalmente ci stiamo avvicinando al famoso ponte della strada nord di cui ci avevano parlato nei giorni precedenti!
Ed eccolo lì, in lontananza, la nostra salvezza, il ponte sul fiume Baidrag!
Lo attraversiamo, soddisfatti come non mai e proseguiamo verso est, attraversando le piste all’interno di un letto di un fiume, che d’inverno porta l’acqua dai ghiacciai dei monte Khangai fino al Baidrag.
Il letto è largo una trentina di metri e durante il disgelo è chiaro che qui senza una jeep o simili passare è praticamente impossibile.
Procediamo e verso le sei e mezza del pomeriggio arriviamo al terzo e ultimo villaggio del giorno, Bumbugur, molto simile a Buutsagaan per i colori e la posizione.
Percorriamo il villaggio, risaliamo nuovamente verso una collina e notiamo la presenza di una strana palla, un radar gigantesco di colore bianco in una struttura arancione sulla cima di una montagna.
Scopriamo dopo essere un radar di sorveglianza a singolo impulso, di produzione spagnola, che serve per il miglioramento dei servizi aeronautici interni alla Mongolia.

Per saperne di più:
http://english.summit.mn/content/12759.shtml

L’ingegneria non è il mio forte.
Di nuovo altipiano, di nuovo erba, stanchezza eterna e ancora molti chilometri per arrivare a Bayankhongor, ma dobbiamo procedere fino a quando c’è luce.
Le piste davanti a noi sono decine, alcune buone, altre pessime, ma la Atos non accusa colpi e dopo circa un’ora da Bumbugur arriviamo a ricongiungerci con la Altai – Bayankhongor sud, la strada che ci avevano consigliato ma con il malus del guado trainati dal camion che ci incuteva particolare timore.
Proseguiamo, il sole sta lentamente calando ma non è per nulla comodo sostare lì, visto che l’intera steppa sembra una continua pista.
Vediamo più auto in un’ora che in tutti gli ultimi due giorni e capiamo che questo snodo è il principale a livello stradale per il centro-sud della Mongolia.
Sopraggiunge il buio e decidiamo di fermarci lato strada, tra una pista e l’altra, incrociando le dita che non succeda nulla durante la notte.
Vicino a noi c’è un cafè con parcheggiate auto, camion e camioncini con a bordo animali che si lamentano, mentre sentiamo anche diversi ululati in lontananza.
Piantiamo le tende sulla sabbia, mangiamo dei noodles istantanei e decidiamo a nemmeno le dieci di sera di buttarci a dormire.
La giornata è stata eterna, abbiamo scollinato decine di volte e attraversato paesaggi totalmente differenti tra loro; probabilmente il giorno prima ad Altai, il meccanico facendo il gesto delle onde non voleva indicarci la presenza di ondine sul tracciato, ma voleva metterci in guardia sui continui scollinamenti.
In un giorno abbiamo attraversato il deserto, dei prati immensi, un letto di un fiume e vere e proprie rocce: il riposo era ben più che meritato.
Domani ultimi giorno, Bayankhongor – Ulan Bator.
Ci siamo quasi. 700 km separano il Dolomiteam 2015 dalla meta.
Siamo pronti.

XXXV° giorno – Arrivo a Ulan Bator

Ci svegliamo verso le sette del mattino, classica routine post sveglia e mi metto alla guida.
Siamo a circa 50 chilometri da Bayankhongor, poca benzina ma ci dovrebbe bastare per arrivare alla capitale della regione.
Appena dopo il cafè troviamo un ponte di legno, vietato all’attraversamento dei camion, che è particolarmente precario come condizioni; anzi, definirlo stabile è praticamente un eufemismo.
Superiamo il ponte pericolante e iniziamo il nostro solito sali e scendi mongolo, su strade che sinceramente credevamo migliori.
Piste ovunque, buche e ondine continue che sottolineano quanto sia trafficato l’accesso alla città.
Dopo un’ora e mezza giungiamo a Bayankhongor: città di circa ventimila abitanti, simile a Khovd e Altai per il suo senso di modernità, presenta un grande tempio buddista su un altura vicina e notiamo che probabilmente vi è un qualche museo dei dinosauri, segnalato a più riprese nelle strade cittadine.
Decidiamo di far benzina.
Prima pompa di benzina chiusa.
Seconda pompa di benzina chiusa.
Alla terza riusciamo finalmente a far benzina, ma vediamo il benzinaio che accende un generatore prima di farcela; che ci sia qualche problema?
Arriviamo in centro, i semafori sembrano non funzionare ma la guida tende ad essere abbastanza ordinata.
Cerchiamo qualcosa da mangiare ma sembra tutto chiuso…che sta succedendo?
Vedo un ristorante coreano e suggerisco ad Ale di fermarci, visto che la cucina coreana dal mio punto di vista è una, se non la miglior cucina dell’Asia Orientale.
Entriamo ma sembra non esserci nessuno.
Usciamo, facciamo due passi e andiamo in un ristorante a poche decine di metri, dove un anziano ci fa capire che il suo ristorante è chiuso perché non c’è elettricità in tutta la città, ma che il ristorante coreano è aperto, così ci fidiamo.
Torniamo al coreano ed effettivamente è aperto, anche se non c’è una luce accesa.
Troviamo dentro al ristorante tre turisti giapponesi, ci salutiamo, ci chiedono il perché della nostra presenza in un posto così lontano come Bayankhongor, quindi troviamo occasione di raccontar loro il nostro viaggio e rimangono realmente entusiasti.
Al che chiedo loro se ci fosse una sorta di black-out in tutta la città e il signore giapponese mi dice che si, era in corso un black-out cittadino che sarebbe durato per l’intera giornata ma non c’era da preoccuparsi, potevamo mangiare nel locale senza alcun problema.
Ci sediamo, ordiniamo cibo per un esercito e ci prendiamo un’ora e mezza di tempo per mangiare e riposare.
Finito di mangiare ordiniamo un caffè e qui avviene un episodio meraviglioso: la cameriera dice ad Alessandro che il caffè non si può fare visto che manca l’elettricità per scaldare l’acqua nel boiler, Alessandro prova a spiegarle che se sono riusciti a scaldare la zuppa per il pranzo possono scaldare l’acqua via gas e non via elettricità ma questa cosa rimane incomprensibile alla cameriera, che ci ostina a non volerci fare il caffè.
Sembrerà strano a voi, ma in Asia Orientale le cose funzionano così: c’è un solo modo per agire, non ci sono vie alternative; episodi di questo genere mi capitarono a bizzeffe in Cina e ci capiterà anche anche tre giorni dopo a Ulan Bator, quando ordinammo della maionese per delle patate fritte ma ci risposero che per le patate fritte la maionese non c’è, ma per l’insalata si. Meraviglioso.

Torniamo a noi.
Senza caffè, senza elettricità, ma con la pancia piena ci rimettiamo in moto e torno alla guida.
Usciamo dalla città e seguiamo le indicazioni per Ulan Bator, che dista 642 chilometri.
Strada asfaltata, pavimentazione perfetta…sogno o son desto?
Si viaggia che è un piacere, quando a circa 5 chilometri dalla città troviamo un muro di terra sbarrare la strada…per quale motivo?
Non sappiamo cosa fare. Possiamo passare? Dobbiamo fare ancora sterrato?
La soluzione ce la dà una jeep, che sale sopra il muro di terra e avanza indisturbata; la seguiamo, superiamo il solco creato dalla jeep rischiando di impiantarci e proseguiamo, ma troviamo un altro muro di terra e un altro ancora, che superiamo entrambi percorrendo un breve tratto in sterrato lato strada.
Dopo queste muraglie di terra senza senso, torniamo nell’asfalto e arriviamo ad un posto di blocco, dove la polizia non ci degna nemmeno di uno sguardo. Proseguiamo.
La strada è meravigliosa, voliamo anche a più di 100 chilometri orari in una strada che attraversa vallate e altipiani, interrotti da mandrie di ovini e bellissime yurte a pochi centinaia di metri dalla strada.
Il tempo, beati noi, è come sempre dalla nostra parte.
A circa una cinquantina di chilometri da Arvaikheer notiamo nuvole scure in avvicinamento, inizia a piovere leggermente ma smette dopo dieci minuti, pericolo scampato.
Entriamo così ad Arvaikheer, accolti da un imponente arco e da un anch’esso imponente monastero buddista sulla nostra sinistra; la città riflette il passato comunista della Mongolia a livello architettonico, con palazzoni popolari in centro città.
Ci fermiamo e parcheggiamo per bere un caffè; scesi dall’auto un signore mongolo con un inglese decente ci chiede cosa facciamo lì, gli spieghiamo il nostro viaggio, ci fa i complimenti e ci consiglia di andare a bere qualcosa nel pub a fianco del suo hotel, cioè a venti metri sulla nostra destra.
Entriamo e ci sono due ragazze che giocano sul cellulare, ci sediamo e ordiniamo due caffè; leggendo il menù e visti i prezzi mi era venuta una gran voglia di bere una birra fresca, ma era il caso di bere velocemente il caffè e ripartire per Ulan Bator, distante ancora 400 chilometri.
Ale alla guida e si riparte.
Usciamo da Arvaikheer e il cielo è clemente, niente nuvole, bel sole, bel tempo, buona temperatura e steppe dolci; le yurte sono frequenti, ci sono stagni, acquitrini e ruscelli, il paesaggio è ben più rigoglioso rispetto a quello a cui eravamo abituati nei giorni precedenti.
Attraversiamo veri e propri centri abitanti, il traffico è più frequente e ci sembra, dal nulla, di essere ritorni in una sorta di modernità che non credevamo possibile in Mongolia.
Troviamo per strada persino una zona turistica, dove si possono fare escursioni con i cammelli e vi sono anche degli alberghi.
Procediamo e arriviamo a Erdenasant, dove la polizia ferma auto in continuazione e fa alcoltest; noi veniamo come al solito (non) notati e non ci fanno nessun cenno di stop.
Lentamente cala il sole e vediamo, per la prima volta in tutto il paese veri e propri terrazzamenti agricoli scavati sulle montagne; a lato della strada campi e campi di fiori che paiono mimose ma non sappiamo nemmeno oggi cosa siano (e non abbiamo nemmeno testimonianze fotografiche visto il buio).
E’ buio pesto, sono oramai le dieci di sera, siamo a una sessantina di chilometri da Ulan Bator e iniziamo a vedere vero e proprio traffico, cafè a lato strada e dopo qualche chilometro entriamo in una strada a due corsie per senso di marcia, dove paghiamo un vero e proprio pedaggio: ci siamo, siamo quasi arrivati.
Entriamo nella periferia della città, palazzi in stile sovietico ci accolgono, mentre l’autostrada procede in sali e scendi costanti.
Ed ecco, in lontananza, le luci della città, i palazzi, i colori delle insegne, il traffico.
Ulan Bator, eccoci.
Abbiamo passato il cartello della capitale della Mongolia, siamo arrivati!
Ora però bisogna giungere all’ostello, mica possiamo distruggere l’auto nella congestione urbana della principale città mongola?
Sarebbe un arrivo abbastanza inglorioso.
Clacson, semafori, gente che taglia la strada, ragazzi e ragazze vestiti alla moda, tacchi, gonne, ma siamo realmente nella stessa Mongolia di Khovd e Altai?
Molte macchine ci suonano e ci salutano dopo aver visto il percorso disegnato sulla nostra fiammante Atos.
Siamo felicissimi, quasi le lacrime agli occhi.
Ale è partito e io sono arrivato a destinazione.
Girovaghiamo in cerca del nostro ostello che è posto nei pressi di un importante monastero buddista nella città vecchia.
Arriviamo, parcheggiamo, entro nell’ostello dove ci sono solo stranieri e il ragazzo della reception ci apre il cancello per parcheggiare in sicurezza l’auto.
Spegniamo il motore.

Il contachilometri dice 13110 chilometri, da Feltre a Ulan Bator.

15 stati, tra Balcani, Anatolia, Caucaso e Asia Centrale.
Saltando il Tajikistan e il Pamir, argh.

18 siti UNESCO visitati o attraversati, 6 saltati causa tempi e percorso (ex. Tajikistan), 1 in più attraversato (i monti del Tian Shan)

Persone incontrate? Tante
Cibo mangiato? Tanto
Ore di sonno perse? Troppe
Stanchezza? Infinita
Pericoli? Pochi
Incidenti? Rischiati 3, reali 0
Energia e voglia di scoprire, conoscere, vivere? A palate

Siamo consapevoli di aver fatto qualcosa di complesso, dall’organizzazione al viaggio in sé e ci teniamo a ringraziare tutti coloro che ci han dato una mano a realizzare questo progetto meraviglioso.
Magari non tutto è venuto al meglio, ma il fondamento del progetto, cioè percorrere in auto la strada Feltre-Ulan Bator visitando i siti UNESCO è stato fatto.
Ringraziamo tutti coloro che ci hanno seguiti, ora pazientate ancora (so che avete pazientato tantissimo ma la vita reale ci obbliga ad occuparci di altro dopo due anni di fatiche ed energie spese sul progetto) e vedrete che tra la primavera e l’estate avrete foto esclusive, video, incontri, progetti e ancora.

Grazie a tutti

Michel e Alessandro

Diario di viaggio #13

                         La strada per Altai

XXXII° giorno

Ci svegliamo attorno alle otto del mattino ben riposati e pronti per affrontare la lunga giornata di viaggio davanti a noi.
Smontiamo le tende, carichiamo i nostri averi nella Atos, ci laviamo i denti e partiamo, io alla guida.
Salutiamo da lontano i proprietari della “tavola calda” dove abbiamo cenato la sera precedente e ci avviamo.
Appena prima di entrare nello sterrato principale che segue il pendio roccioso della montagna vediamo sfrecciare davanti a noi un auto del Mongol Rally.

“Certo che viaggiano eh…con quella macchinetta poi”
“Altro che noi”

Percorriamo cinque chilometri lungo il monte roccioso sulla nostra sinistra, addentrandoci in una valle spoglia con poca vegetazione, terra bruciata e roccia ovunque.

“Mer*a, dove sono i miei occhiali da sole?”
“Li avrai dentro nella tenda, te li sarai dimenticati lì stanotte”

Senza occhiali della Dolpi non posso andare avanti.
Apriamo la mia tenda ma dentro non troviamo nulla, apriamo il sacco a pelo, idem, non si trovano.
Che mi siano caduti per terra mentre mi lavavo i denti?
Ritorniamo in una decina di minuti al luogo del campeggio e vedo per terra in mezzo alla ghiaia i miei occhiali nella loro custodia nera, fortunatamente intatti.
Ripartiamo e percorriamo velocemente la valle rocciosa, prima di girare verso sudest per prendere una valle più verde, dove arbusti e alta erba la fanno da padrone.
Lo sterrato è abbastanza impercorribile, la macchina delle volte sembra decollare quando prendiamo il sasso o la buca sbagliata, ma resiste imperterrita e continua il suo percorso.
La valle attorno a noi è veramente desolata e selvaggia: piste sterrate nei prati, pochi insediamenti umani per lo più abbandonati e pochissimi animali.

Vediamo davanti a noi una collina che dobbiamo letteralmente scalare e nel mentre della nostra ascesa scende a tutta velocità un autobus (non un camioncino, un vero e proprio autobus!) che si lancia lungo il pendio della collina, lasciando dietro di lui e quindi davanti a noi una nebbia di polvere e sabbia che aumenta la difficoltà della nostra guida in mezzo a quell’eterno nulla.
Superiamo la collina e vediamo davanti a noi in lontananza verso est e sudest delle montagne: Khovd, importante città della Mongolia e nostra prima tappa giornaliera, era dietro quelle montagne.
Il GPS però ci indica che avremo dovuto attraversare un vero e proprio fiume…beh ci sarà il ponte no? Il ragazzo mongolo della sera prima ci aveva detto che sulla sinistra lungo la strada verso Khovd avremo trovato un ponte, quindi non ci preoccupiamo.
Andiamo avanti, tra sabbia, polvere e sassi e finalmente giungiamo al ponte…che c’è si, ma è crollato!
Davanti a noi il ponte a metà, il fiume non particolarmente largo ma sicuramente abbastanza profondo per crearci difficoltà, qualche mucca e una yurta in lontananza.
Che fare quindi?
Per prima cosa torniamo indietro e vediamo se ci sono altre possibilità di attraversamento seguendo le diverse piste, ma questa opzione va subito a vuoto.
Poi io e Ale ci dividiamo per vedere se c’erano attraversamenti più sicuri per la nostra auto, ma non troviamo niente se non un guado, l’unico vero passaggio per l’altra sponda.


Che fare? Bisogna guadare.
O si guada o siamo fermi.


Ci dirigiamo a piedi verso il fiume, Ale entra in acqua e l’acqua arriva sopra le sue ginocchia…di certo non è bassa e la corrente è tutto fuorché lenta.
Ma bisogna andare avanti.
Ale attraversare il fiume a piedi, io parto,
accelero, accelero, accelero e supero il guado, cercando di percorrere la zona meno profonda del fiume.
La macchina risalendo dal fiume si inchioda, il terriccio è bagnato e le ruote slittano, così Ale da fuori dà una spinta alla Atos che riesce a tornare finalmente a riva.
Ce l’abbiamo fatta!
Per evitare che i freni bagnati si blocchino ci rimettiamo subito in marcia.
Una sigaretta della vittoria è d’obbligo, abbiamo appena superato il momento forse più difficile del viaggio, un guado profondo e pericoloso, ma ce l’abbiamo fatta!

Continuiamo il nostro percorso attraverso la valle dall’erba alta in direzione Khovd e dopo una quindicina di minuti vediamo davanti a noi una macchina del Mongol Rally ferma, con una ruota giù.
Era la stessa macchina che ci era sfrecciata davanti al mattino!
Ci fermiamo.

Due ragazze, una britannica e una neozelandese, assieme a due ragazzi, un britannico e un americano, tutti nostri coetanei più o meno.
Gli chiediamo cos’è successo: braccetto dello sterzo andato.
Cosa fare?
Nel mentre giunge anche un auto di locali, che danno un occhio all’auto e suggeriscono di chiamare il carro attrezzi.

Un carro attrezzi da Khovd (circa un’ora e mezza di distanza) per soccorrere un auto straniera via chiamata telefonica? Suggerisco ai ragazzi che è una follia.
Mi propongo di portar due di loro fino a Khovd, da dove avrebbero potuto trovare direttamente un carro attrezzi o trovare qualcuno del Mongol Rally (anche dell’organizzazione) disposto a dar loro una mano.
Ripartiamo, io e Ale con la ragazza inglese e il ragazzo americano.
La tipa, di cui non ricordiamo il nome, studia relazioni internazionali a L
ondra, mentre il ragazzo veniva da un luogo nei pressi di Newark, nel New Jersey, ma era assai evasivo sulla sua vita.
Ci raccontano di aver fatto l’Iran e di esserne rimasti totalmente incantati (invidia) e di aver fatto anche il Pamir via Wakhan Valley ma di aver avuto anche un sacco di problemi con l’auto in seguito, in ultima il braccetto dello sterzo.


Poi faccio la domanda da un milione di dollari.

“Avete avuto problemi con il guado? Cavolo non è stato facile…”
“Guado??? Ma c’era il ponte!”
“Eh??? Ponte? Quale ponte?”

“Eh si, c’era un ponte una decina di chilometri prima…”
“Bene…merd*!”


Dopo un’ora di strada, tra una collina e l’altra, impolverati dalla testa ai piedi, arriviamo al passo prima di Khovd, che è posto in un’insenatura tra due montagne di roccia rossa.
Arrivati al passo inizia una ripida discesa che ci porta in una ventina di minuti a Khovd.
La città è attraversata da un fiume e fiume in questi luoghi è sinonimo di vita: c’è verde ovunque, i bambini giocano lungo le rive del fiume, mentre le donne e le ragazze sono intente a lavare e
a stendere i panni.
Entriamo in città attraversando un lungo ponte e vediamo sulla nostra destra, immerse in un verde rigoglioso, cinque macchine del Mongol Rally nei pressi di una yurta con scritto “Mongol Rally Auto-Service”.
Prendiamo una strada sulla sinistra per dirigerci all’auto service e veniamo affiancati da un auto targata Italia: sono romani, devono arrivare a Ulan Bator in tre giorni perché poi devono prendere l’aereo e tornare in Italia.
Ma l’auto? “Le diamo fuoco, togliamo la targa e ce ne andiamo”
Augurando loro buona fortuna, ci dirigiamo verso l’auto service, parcheggio e smonto.
Vedo molta gente già vista durante il nostro viaggio: i ragazzi austriaci incontrati prima di Ayagoz, gli olandesi del guado del giorno prima, l’australiano del confine.
Salutiamo i due ragazzi augurando loro buona fortuna e ripartiamo.
E’ ora di pranzo, abbiamo fame, tanta, troppa fame.
Ci fermiamo in un posto che sembra abbastanza moderno, quindi presumibilmente ottimo per il wi-fi, ma ci dicono che non lo hanno e ci consigliano di andare in un hotel a un centinaio di metri da lì.
Entriamo in questo hotel con ristorante, ci sediamo e ordiniamo subito da mangiare: carne, noodles, verdure, zuppa.
Il wi-fi? C’è certo, ma non funziona.
Attorno a noi c’è un tavolo di mandriani con due vecchi ultra settantenni che bevono vodka come se fosse acqua e capiamo che sono i due boss della tavolata; in tavola c’è un vitello intero, circondato da frutta, verdura e cibo di qualsiasi genere.

Mangiamo tanto come al solito, spendendo anche troppo per i nostri standard (otto euro a testa) e ci rimettiamo in moto.
Dobbiamo però prendere acqua, pit-stop in un supermercato per l’acquisto del trittico acqua-sigarette-dolcetti schifosi.
Ehm…bisogni fisiologici impellenti per entrambi, dobbiamo trovare un posto decente con dei bagni.
Dirigendoci verso l’uscita dalla città notiamo un hotel abbastanza lussuoso e decidiamo di fermarci.
Pausa caffè più bagno, inoltre riusciamo finalmente a trovare un wifi funzionante per rassicurare casa!
Ore cinque, è ora di rimettersi in moto sul serio.
Usciamo da Khovd e percorriamo una lunga strada asfaltata di pregevole fattura, probabilmente compiuta dai cinesi visto la vicinanza della Repubblica Popolare Cinese e visto soprattutto la massiccia presenza di camion con targa cinese lungo strada.
Percorriamo questa ampia valle circondata da alte montagne talvolta innevate, dove la vita è ben più presente rispetto alle valli percorse in mattinata: prati, molta acqua, yurte, bestiame, vediamo transitare persino una decina di auto.
Tra una chiacchiera e l’altra in un paio d’ore giungiamo a Darvi, il check point prefissato, percorrendo una ventina di chilometri lungo un tipico sterrato da “lavori in corso” che vedeva vari scavatori e altre macchine da movimento terra.
Per prima cosa facciamo un pieno di benzina e chiediamo ai locali se potevano consigliarci un luogo dove passare la notte; ci indicano di andare in centro città e trovare l’unico albergo presente, dove avremo potuto dormire per 20 euro a testa. Cosa? Cifre alquanto esagerate per queste zone.
Entriamo a Darvi: la “città” ha poco più di 5 mila abitanti ma è un centro importantissimo nella tratta Khovd-Altai, infatti vediamo solamente negozi di alimentari, uno dietro l’altro.
Ale decide di andare alla ricerca dell’albergo, mentre io lo aspetto, comprando qualcosa da sgranocchiare e le solite sigarette scaccia pensieri.
Dopo un quarto d’ora torna Ale: ha contrattato per 5 euro a testa, partendo da 20, non male!
Arriviamo all’albergo, paghiamo e ci trasferiamo nella nostra stanza.
Chiediamo a delle bambine (figlie dei proprietari che erano le tuttofare dell’albergo) dove fosse il bagno…chiaramente il bagno è all’esterno, che domande facciamo?
Ma invece, se volessimo fare una doccia? Capiamo che se vogliamo lavarci dobbiamo riempire dei secchi di acqua, scaldarli e poi lavarci, alla vecchia maniera.
Ma le forze sono esigue e decidiamo di lavarci “dopo”, quell’indefinito e lontano “dopo” che si tramuta sempre in mai.
Mentre Ale riposa io mi metto all’entrata dell’albergo, fumo una sigaretta e guardo il sopraggiungere della notte.
In una panchina c’è seduto un ragazzo che ascolta della strana musica dance dal telefono, lo guardo ma non sembra molto socievole.
Ad un certo punto però il ragazzo fa partire dal suo cellulare “Primavera” di Pupo, lo guardo attonito ed esclamo “Pupo!”, al che lui mi guarda, sorride e mi dice “Pupo Pupo Itali!”

Fumo un’altra sigaretta mentre il cane dell’albergo, un gigante pastore, scodinzola e cerca l’attenzione di tutti i pochi presenti.
Un ragazzo mi chiede da dove fossi, gli dico che sono italiano e per semplice curiosità gli chiedo se parla
sse cinese: risposta affermativa! Posso finalmente usufruire dei miei studi linguistici in questo viaggio.
Mi dice di essere da Ulan Bator e mi dice che lavora da ben cinque anni in una ditta cinese che costruisce strade in Mongolia; gli faccio altre domande riguardo alla presenza cinese nel paese e mi dice che nel campo energetico ed economico ormai la Mongolia dipende dalla Cina,
che ha sostituito la Russia come principale partner commerciale ed economico del paese.
Gli chiedo inoltre qualche informazione sulla strada per Altai, ma dice che la strada non è proprio il massimo, tutt’altro.
Lo ringrazio per la breve chiacchierata e lo saluto.
Torn
o in camera, io e Ale chiacchieriamo fino a quando non ci si addormenta, esausti.
La Mongolia ci sta provando molto a livello di energie, ma c’è in noi la consapevolezza di star vivendo e vedendo qualcosa che rimarrà per sempre dentro di noi.
Paesaggi, persone, strade, situazioni che sono aldilà del nostro ordinario.
Si dorme, l’indomani si punta ad Altai.

XXIII° giorno

Ci svegliamo attorno alle otto, ci risciacquiamo velocemente in un lavabo e montiamo in auto, destinazione Altai.

Acqua, cibo da sgranocchiare, sigarette, occhiali da sole, musica, tutto pronto.
Usciamo da Darvi e rientriamo nello sterrato principale, un terriccio pressato pronto per essere asfaltato.
Per una ventina di chilometri percorriamo questo terriccio che ogni tanto presenta dei veri e propri muri di terra che ci impediscono il procedere, quindi ogni volta che troviamo queste barriere di terra dobbiamo uscire dalla “principale”, prendere una pista e ricollegarci in seguito alla principale.
Dopo una buona mezz’ora termina la pista dei lavori in corso e siamo di nuovo nel nulla.

Intorno a noi prati spogli, terra e poca erba; davanti a noi piste, piste e piste.
Non ci sono nemmeno monti in lontananza.
Siamo nel nord del deserto del Gobi: paesaggio desertico, desolato, senza forme di vita.
Le piste di sterrato sono tutto fuorché buone e le sospensioni della nostra Atos sono messe a dura prova, come sono messe a dura prova le nostre teste, che sopportano a fatica il rumore continuo e assordante all’interno dell’auto causato dalle continue vibrazioni delle ondine.

E’ però un’emozione indescrivibile: siamo in mezzo al nulla, io e Ale, con una macchina che dovrebbe percorrere tutte le strade del mondo, escluse queste.
La vista di cieli blu coperti di nuvole e il sole splendente spezzano la vista di questo paesaggio che ci dà la sensazione tipica del sublime letterario, ovvero davanti a noi c’è si qualcosa di bello esteticamente, ma è una bellezza violenta, dove la vastità e l’immensità sono implacabili ed indomabili.
Questo sublime si esemplifica perfettamente in un episodio durante il nostro tragitto: mentre attraversiamo una delle decine di piste davanti a noi, vediamo sul lato della strada una carcassa di un cammello con posata sopra un’aquila che fiera e implacabile si avventa sul cadavere del camelide. Attorno a questa rappresentazione di vita e morte, vi sono montagne in lontananza, nuvole e soprattutto deserto, senza fine, senza tregua.
Ogni tanto ci attraversano la strada dei cammelli allo stato brado e mandrie di capre e pecore appartenenti ai nomadi delle (poche) yurte che vediamo distanti comunque moltissimi chilometri dalla strada.
Continuiamo la strada che sembra non aver termine, fino a quando giungiamo a un bivio, da dove riiniziano i lavori in corso.
Al centro di questa collina da dove iniziano i lavori vi sono una pompa di benzina, una cosa simile a un cafè o tavola calda e qualche abitazione mobile, probabilmente della gente che lavora nei cantieri del movimento terra.
Un cartello ci indica di continuare verso nord, girare attorno alla collina per poi riprendere la strada principale che qui si interrompe.
C’è più vita e più traffico rispetto a prima: jeep, camioncini
e anche qualche moto diretta non si sa bene dove, visto che la città più vicina, Altai, dista oltre cento chilometri.
Le piste sono dei disastrati percorsi in mezzo al deserto, tra salti, buche, sassi e continui sali e scendi.
In lontananza inoltre vediamo nuvole scure cariche di pioggia ma
quello che ci preoccupa in realtà non è molto lontano da noi: vi sono in mezzo al deserto delle piccole trombe d’aria che sono veramente poco rassicuranti e in lontananza, a circa una ventina di chilometri verso Altai vi è un cumulo di nuvole e vento che sembra un vero e proprio turbine.
Guidare in mezzo al deserto con un mille
cc non fa abbastanza ansia? Servono anche dei turbini?
Fortunatamente mentre ci avviciniamo il gigante di vento sembra perdere potenza e si affievolisce in varie nuvole che non ci danno nessuna preoccupazione.
Altai dista solamente un ottantina di chilometri e il paesaggio muta gradualmente, infatti le rocce diventano di colore rossiccio e i prati tornano ad essere verdi d’erba rigogliosa.

Sopra di noi i nuvoloni neri non desistono, ma di pioggia fortunatamente neanche l’ombra.
Arriviamo alla risalita verso Altai: la strada è di roccia rossa, molto scoscesa con lastroni di roccia aperta che non sono propriamente salutari per le gomme della nostra Atos.
Ma il nostro piccolo fulmine coreano si arrampica come uno stambecco nelle Dolomiti e non ha paura di niente, men che meno di una strada di roccia pura a 2000 metri di altezza.
Dopo una ventina di minuti giungiamo finalmente nell’altipiano dove si trova Altai: strada sterrata in terriccio davanti a noi, montagne innevate verso nord e verso sud, un paesaggio mozzafiato.
Percorriamo senza nessuna fretta la strada nell’altipiano, quando a un certo punto veniamo affiancati dall’auto dei romani trovati a Khovd!
Ci raccontano di essere rimasti bloccati in un guado e di aver avuto bisogno di un camion per essere trainati fuori dal fango; sono sporchi dalla testa ai piedi di fango e sabbia, ci sembrano stravolti, con delle occhiaie viola sintomo di una giornata da incubo.
Noi siamo degli emiri a confronto.
Li salutiamo e percorriamo gli ultimi dieci chilometri per Altai.
La città è la capitale della regione Govd-Altai ed è posta nell’altipiano da noi attraversato, a quasi 2500 metri sul livello del mare.
La città ha solamente 15 mila abitanti ma è un centro nevralgico nella regione: vi sono ospedale, università, servizi, banche,
persino un aeroporto.
Cerchiamo una banca da dove prelevare, facciamo benzina e dopo qualche giro a vuoto troviamo un ristorante veramente lussuoso per gli standard del luogo e riempiamo finalmente i nostri stomachi.
Sono ormai le otto di sera (la lancetta da Darvi si è spostata un’ora avanti)…che fare?
Notiamo che il portapacchi della nostra Atos ha uno dei ganci che è completamente staccato dal tetto dell’abitacolo, è il caso di farlo saldare il prima possibile e quindi decidiamo di fermarci in una delle autofficine viste all’entrata della città.
Parcheggiamo l’auto nell’autofficina e veniamo accolti da un ragazzino di diciassette anni, con un buon inglese, fratello del proprietario dell’officina: intorno a noi un vecchio che sembra Genghis Khan, una signora, qualche bambino e due meccanici.

Chiediamo loro di saldarci il gancio del portapacchi e di dare un controllo generale all’auto, soprattutto alle parti più esposte ai colpi dello sterrato come la coppa dell’olio.
In una decina di minuti, anche con l’aiuto di Ale, ci saldano il portapacchi e infine ci controllano l’auto.
Nel mentre chiedo informazioni sulla strada per Bayakhongor e ci dicono più o meno le stesse cose dette dal ragazzo della prima notte: a sud c’è un fiume da attraversare grazie all’aiuto di un camion, a nord c’è un ponte sul fiume ma la strada è “ondulata”.
Per ondulata ci fanno il segno delle onde…ondine vero?


Finiscono i controlli all’auto e la faccia del meccanico è impagabile: “Tutto ok, l’auto è perfetta”.

Ci fa capire che in tutti gli anni del Mongol Rally e simili aveva visto poche auto messe così bene come la nostra.
Contrattiamo il prezzo e alla fine paghiamo poco più di sei euro, una cifra molto alta per il costo della vita mongola ma ci va bene così, comunque era necessario controllare l’auto e fissare il portapacchi.
Dove andare ora? Salgo alla guida, oramai sta diventando buio quindi è necessario trovare un posto appena fuori città dove campeggiare.
Usciamo da Altai e arriviamo al bivio: a sinistra la strada nord, a destra la strada sud.
Giriamo a sinistra e ci addentriamo nella verde steppa mongola; dopo aver percorso un paio di chilometri saliamo su un
altura e decidiamo di campeggiare nell’estremità più alta della collina, a circa dieci metri dalla strada con due yurte a poco meno di un chilometro di distanza.
Piantiamo le tende e beviamo un paio di birre a nostro onore, circondati da un cielo che mette i brividi da quanto è illuminato; attorno a noi i cani da guardia delle yurte che abbaiano per allontanare ogni lupo curioso e le mandrie di ovini
belanti che aspettano la notte nei recinti.
Tra una chiacchiera e l’altra guardiamo in direzione Altai e notiamo le luci
di varie auto che si addentrano nella notte verso sud, verso Bayankhongor.
Nessun auto si avvicina a noi, tutte virano verso sud, siamo da soli, sotto un cielo dipinto da qualche divinità compiacente nei nostri confronti;
in tutto ciò realizziamo che mancano meno di mille chilometri alla metà della nostra avventura, Ulan Bator.
Verso mezzanotte crolliamo nei nostri materassi gonfiabili e ci lasciamo trascinare
da Morfeo nel mondo dei sogni, in attesa di un nuovo risveglio e di una nuova avventura, questa volta verso Bayankhongor.

Diario di viaggio #12

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Vi siamo mancati?
Il ritardo è stato dettato dalle varie peripezie post Ulan Bator: la nostra auto si è rotta in Siberia e abbiamo affrontato la follia della burocrazia russa, entrando in un labirinto senza uscita; l’assurdità della situazione e il terrore di finire nei guai ci hanno lasciato poco tempo per ragionare sul viaggio, sui diari e sulla fenomenale esperienza di vita che ci ha portati da Feltre a Ulan Bator.
Ma direi che è ora di farvi scoprire l’ultima settimana del nostro viaggio, divisa in tre diari di viaggio e tre album fotografici (che troverete sulla nostra pagina Facebook www.facebook.com/dolomiteam2015).

XXXI° giorno

La nostra seconda giornata in Russia inizia con una calorica colazione: prosciutto alla griglia (prosciutto che loro chiamano bacon), uova all’occhio di bue e formaggio, una dose di energie necessaria per affrontare la lunga tappa del giorno.
Si parte da Barnaul, destinazione Kosh Agach, a circa 40 km dal confine mongolo. Solo che questo tratto di Russia, attraverso il Territorio dell’Altai e la Repubblica dell’Altai ci vedrà percorrere quasi 700 km in una giornata.

Quindi? Pedalare.
Dopo il brunch, carichiamo i nostri averi sull’auto e partiamo con Ale alla guida.
Usciamo da Barnaul, salutando questa bellissima, pulita e moderna città tra la Siberia e le montagne dell’Altai.
Passiamo un ponte sul fiume Ob e ci dirigiamo verso sud-est, percorrendo un’ottima strada a una corsia per senso di marcia attraverso boschi di conifere senza fine.
L’area ci sembra particolarmente ricca, come la capitale Barnaul: tante auto di turisti, hotel, indicazioni di aree di interesse culturale in lingua inglese, aree di sosta, ristoranti che appaiono di ottima qualità.
Ci fermiamo all’altezza di Byisk, per il cambio guida e per mettere un boccone sotto i denti in un dei soliti cafè a lato della strada.
Due caffè a testa e vari manti (ravioli di pecora popolari in tutto il Centro Asia), il tutto per tre euro, un paradiso per le tasche europee (ma non per le tasche russe: le sanzioni han fatto crollare il potere d’acquisto e il valore del rublo, aumentando la povertà media).
Si riparte, mi metto alla guida risalendo il corso del fiume Ob e si aprono attorno a noi le montagne d’oro dell’Altai, riconosciute come patrimonio UNESCO grazie alla varietà di flora e fauna presenti.
Le montagne lungo strada sono coperte di conifere e in lontananza, verso il confine kazako, vediamo alte montagne innevate che superano i 4000 metri.
La zona che attraversiamo è meta turistica ambita, soprattutto per il rafting, lo sci e le escursioni a cavallo. Mai ci saremo aspettati tanto benessere e ricchezza in una zona della Federazione Russa così lontana dai centri di potere politico ed economico.
La risalita lungo valle, attraversando boschi e prati curati lungo la riva dell’Ob, continua senza alcuna difficoltà, escluso qualche episodio di traffico che rallenta il nostro procedere.
Ci addentriamo nella Repubblica dell’Altai, sempre parte della Federazione Russa e guardando i tratti somatici delle persone nei villaggi notiamo che l’etnia maggioritaria è quella del popolo Altai, etnia turca dedita a un’ancestrale religione sciamanica.
Verso le otto di sera, nei pressi di Onguday decidiamo di fermarci per mangiare qualcosa, ma abbiamo veramente pochi rubli…che fare? Avrebbero accettato le carte di credito?
Ci fermiamo nel primo (e unico) cafè lungo strada che troviamo dopo ore, accolti da una mucca che sta allattando il suo vitello neonato.
Entriamo, spieghiamo di voler mangiare, ma che abbiamo solamente la carta per poter pagare: nessun problema, ci fanno lo scontrino e ci dicono di pagare il tutto alla pompa di benzina a lato.
Prendiamo del farro e un po’ di insalata (non riusciamo a far capire che volevamo carne), prendiamo del caffè e ceniamo, pagando senza alcun problema alla pompa di benzina.
Unica nota stonata capita quando condisco il farro con la senape, di un gusto acre e veramente forte che mi brucia in gola e nel palato per parecchi minuti.
La senape italica è nulla a confronto.
Si riparte.
L’asfalto della strada è di qualità e permette di attraversare senza difficoltà le gole di roccia e i valichi di montagna che ci troviamo davanti.
E’ notte, macchine non se ne vedono, esclusa un’auto della polizia ferma nell’altro senso di marcia che non si accorge di noi e della nostra auto straniera.
La fortuna è ancora dalla nostra parte.
Dopo un valico di montagna intorno all’una e mezza di notte vediamo una distesa eterna di luci in una valle posizionata perpendicolarmente a noi: siamo arrivati a Kosh Agach!
Ci avviciniamo alla città percorrendo una lunga discesa e arrivati nel fondovalle vediamo che le luci presenti sono solo l’illuminazione stradale, mentre la città è poco più di un villaggio (scopro in seguito che ha poco meno di 10000 abitanti).
Attraversiamo Kosh Agach e parcheggiamo l’auto lungo strada nei pressi di un’inquietante cartello con scritto in inglese e in russo “Zona di confine – controllo militare”.
Buona notte a noi, 40 km prima di entrare nell’ultimo paese del nostro viaggio, la Mongolia.

XXXII° giorno

Ore cinque del mattino, il sole a est sorge velocemente e disturba le nostre poche ore di sonno; mi alzo un’ora dopo e inizio a scattare delle foto, intorno a noi distese di prati spogli e montagne innevate in lontananza.
Si sveglia anche Ale, ci sistemiamo e torniamo a Kosh Agach per berci un caffè, ma tutti i locali aprono alle otto, non abbiamo tempo e decidiamo di dirigerci verso il confine mongolo.
La strada è buona e notiamo attorno a noi vari complessi megalitici, delle specie di Stonehenge in salsa altaica che ci stupiscono: probabilmente queste rocce sono legate alla cultura sciamanica del luogo ancora professata dai locali.
In venti minuti arriviamo a Tashanta, un piccolo paesino di confine che vive di agricoltura e del passaggio di qualche avventuriero occidentale.
Ci fermiamo e chiediamo a una signora un luogo dove bere un caffè e ci dice di seguirla.
Saliamo le scale di questo complesso in legno, ordiniamo un caffè e delle specie di panini con patate. Mentre mangiamo la signora che ci ha serviti è intenta a disossare carne di mucca.
Salutiamo, rimontiamo in macchina e dopo nemmeno cinquecento metri arriviamo al confine.
Con noi ci sono anche due jeep di signori australiani sulla sessantina, partecipanti al Mongol Charity Rally.
Consegno le carte d’importazione dell’auto ed entriamo ai controlli doganali.
Al controllo del passaporto la doganiera mi chiede: “Mikel, da?”
“Da da, Michel”

“Michel??? Niet Mikel??” e va in panico.
Nel passaporto la traslitterazione del mio nome in cirillico è Mikel e quando sente che la pronuncia del nome è diversa dal nome indicato, la doganiera si preoccupa e va subito a parlare con un superiore, che dopo un paio di minuti la fa ritornare per timbrare il mio passaporto.
Nessun problema, paure infondate, passaporto valido e vidimato.
Passiamo i controlli e ci dirigiamo all’auto, dove un pastore tedesco si mette a indigare l’interno dell’auto non trovando nulla di interessante.
Bene, siamo liberi di salutare la Federazione Russa, è tempo di Mongolia.
Dal confine russo al confine mongolo ci sono una ventina di chilometri di zona franca, immersa tra le dolci montagne del Altai.
Percorriamo il tratto di strada, ancora asfaltato, arriviamo all’ultimo check-point russo ed entriamo in Mongolia, finalmente.
Un mese esatto di viaggio, 12000 chilometri di viaggio e 14 paesi, attraversando deserti, steppe, montagne, città immense e villaggi sperduti.
Siamo in Mongolia e ora inizia il vero viaggio. Un paese grande cinque volte l’Italia con solamente 2000 chilometri di strada asfaltata; davanti a noi 1700 chilometri per giungere alla meta, Ulan Bator.
Ci accoglie subito lo sterrato e giunti ad un passo iniziamo a percorrere una discesa adatta più ai 4X4 che alle utilitarie coreane.
Troviamo un auto con due signori mongoli che ci fermano per chiedere aiuto a causa della gomma bucata dell’auto; gli diciamo che non abbiamo nulla per aiutarli ma possiamo farli salire in auto e portarli agli edifici al confine che distano un paio di chilometri da lì.
Il più vecchio dei due, un signore sulla settantina, monta in auto con noi, mentre quello che sembra suo figlio decide di continuare a piedi, visto il poco posto per sedersi dentro la nostra auto.
Arriviamo al confine vero e proprio, salutando il signore.

Primo controllo, disinfestazione dell’auto. Mah.
Una guardia ci lava l’auto con una gomma dell’acqua che sicuramente non ha al suo interno del “disinfettante” e ci dice che gli dobbiamo un dollaro, ma non avendolo gli chiediamo se possiamo pagare in euro; accetta e dice che se vogliamo possiamo anche cambiare dei soldi da lui.
Ci fa il cambio di 1 euro a 1900 tugrok, il cambio ufficiale è a 2200 ma accettiamo lo stesso, ci sta simpatico e poi non sappiamo né quanti bureau di cambio, né quante banche ufficiali troveremo.
Lo salutiamo ed entriamo ai cancelli del confine.
Parcheggiamo e ci dirigiamo agli uffici doganali.
Controllo passaporti, timbro e ci rilasciano un fogliettino di carta che capiamo di dover consegnare all’uscita dai cancelli della dogana.
Passiamo agli uffici doganali per l’auto.
Un uomo sulla trentina con un buon inglese ci chiede se partecipiamo al Mongol Rally, gli diciamo di no, che stiamo facendo un viaggio turistico per un progetto sui siti Unesco; ci dice che l’auto non può essere lasciata in Mongolia, che le tasse doganali di importazione sono altissime e che dovevamo per forza portare l’auto fuori dal paese. Gli facciamo capire che siamo già a conoscenza di ciò e che la nostra intenzione era di uscire dalla Mongolia al confine nord con la Russia.
Ci guarda sorridendo, dicendo che la macchina nostra è vecchia, che le strade mongole sono orrende e che difficilmente saremo riusciti ad arrivare a Ulan Bator; noi sorridiamo, dicendogli che ce l’avremo fatta senza alcun problema.
Ci consegna la documentazione e ci lascia andare.
Nel mentre l’australiano che avevamo trovato al confine russo è bloccato negli uffici doganali: i doganieri non credono al fatto che lui riesca ad uscire dal paese con l’auto, ma l’australiano, molto nervoso, mi spiega che la jeep è la SUA auto e non ha la minima intenzione di abbandonarla nel paese, lui vuole arrivare a Vladivostok e poi tornarsene in Australia in nave con la sua auto.
Gli auguriamo buona fortuna e ce ne andiamo (lo avremo rivisto a Khovd il giorno dopo).
Il controllo all’auto passa senza problemi, qualche faccia curiosa sui nostri averi ma ci lasciano passare senza problemi.
Arriviamo al cancello d’uscita, consegniamo il fogliettino di carta datoci in precedenza e siamo liberi di uscire dal confine.
Siamo ufficialmente in Mongolia!

La strada sterrata attraversa una valle di terra spoglia e intorno a noi montagne ovunque; dopo qualche chilometro troviamo uno stop e ci troviamo attorno alla macchina tre persone che iniziano a chiederci soldi.
Smonto e chiedo spiegazioni: dobbiamo pagare delle “tasse”, ovvero un’assicurazione auto (alquanto inutile credo) e una tassa di transito nel paese.
La cosa ci sembra alquanto simile a una mazzetta, ma paghiamo questi 20 euro, cambiamo qualche soldo e ci danno anche degli scontrini, per assicurarci della “legalità” della cosa.
La macchina intanto è assalita da una decina di bambini piccoli che ci sorridono e ci salutano con vari “Hello” e curiosano dentro la nostra macchina, dandoci una dolce accoglienza nel paese.
Ripartiamo e la strada sterrata inizia a presentare delle fastidiosissime ondine che fanno tremare l’auto rendendo fastidiosa la guida.
Alla nostra sinistra la valle terrosa presenta varie piste stradali, dove vediamo passare una jeep che attraversa tranquillamente questi sterrati poco adatti alla guida.
Arriviamo dopo una decina di chilometri al primo nucleo abitato della Mongolia, il villaggio di Tsagaanuur e veniamo fermati da un uomo, che si presenta dicendo di essere dell’organizzazione del Mongol Rally.
Chiaramente non crediamo al fatto che sia dell’organizzazione, gli diciamo che non partecipiamo alla manifestazione ma che entro breve sarebbero giunte varie macchine del Mongol Rally; gli chiediamo inoltre se può aiutarci a far benzina e acconsente con piacere.
Portiamo l’auto verso il paese e ci dirigiamo alla prima (e unica probabilmente) pompa di benzina, dove ci accolgono vari bambini sorridenti e curiosi.
Dopo qualche minuto arriva il proprietario della pompa di benzina e ci fa pagare uno sproposito, qualcosa come un euro al litro, dicendo che è benzina a 98 ottani.
Non gli crediamo, ma abbiamo necessità di far benzina, non sapendo nulla sul come sarebbe stata la situazione nel paese.
L’uomo del “Mongol” ci propone di andare a casa sua per bere del tè, così da poter conoscere suo nonno di oltre cent’anni, ma la strada per Olgii è lunga, lo ringraziamo ma desistiamo.
Salutiamo i presenti e ripartiamo.
La strada diventa perfettamente asfaltata in un nonnulla e percorriamo una ventina di chilometri velocemente prima di trovare nuovamente lo sterrato.
Uno sterrato disastrato: le ondine di prima non sono nulla al confronto.
Saliamo verso una collina e troviamo due ragazzi in bicicletta, ci fermiamo a salutarli: sono una coppia di fidanzati russi, il ragazzo lavora nel mondo dello spettacolo e parla benissimo italiano.
Facciamo loro i complimenti, attraversare la Mongolia in bicicletta non è roba da tutti.
Ripartiamo e dopo qualche chilometro troviamo ancora l’asfalto, praticamente nuovo, che ci conduce alla prima vera città della Mongolia, Olgii.
La città, dove il gruppo etnico maggioritario è quello kazako, presenta al suo ingresso una bellissima moschea e il centro città sembra abbastanza moderno, più di quanto ci saremo aspettati.
Decidiamo di pranzare: i nostri orologi indicano l’una del pomeriggio, ma in realtà sono già le tre, dovuto dal fuso orario spostato di due ore in avanti, non appena attraversato il confine russo-mongolo.
Entriamo in un ristorante molto accogliente e con il wi-fi, cosa veramente inaspettata considerando l’idea che ci eravamo fatti del paese durante le varie letture su internet negli ultimi due anni.
Con cinque euro a testa mangiamo tanto come al nostro solito, troppo forse e ci riposiamo, aggiornando la pagina Facebook e prendendoci un paio di ore di pausa.
Prima di ripartire, troviamo davanti al ristorante un ATM (sorpresa anche questa) e ritiriamo un po’ di soldi per i giorni seguenti.
Risaliamo in macchina, Ale alla guida e ci dirigiamo verso sud-est, direzione Lago Tolbo.
All’uscita di Olgii troviamo un posto di blocco, ci controllano i documenti e ci lasciano andare.
La strada asfaltata continua e ci porta in un altipiano circondato da montagne terrose che ci portano in meno di un’ora al Lago Tolbo. Lì troviamo varie auto parcheggiate, con la gente intenta a rinfrescarsi nelle acque del lago montano.
Noi proseguiamo, il sole è ancora alto e la strada è ancora buona, non vediamo alcun motivo per fermarci.
Arriviamo nei pressi della città di Tolbo e la strada torna ad essere sterrata, per fortuna un buon sterrato che non presenta alcuna difficoltà per la nostra auto.
La strada inizia lentamente a salire e ci conduce in una stretta valle; dopo qualche chilometro vediamo alla nostra destra un uomo e un bambino con un’aquila e ci chiedono di fermarci.
Ci chiedono di fare una foto con la loro aquila per qualcosa come cinque euro, come rifiutare? Sono tanti soldi per il paese, ma quando mai ci capiterà di tenere un aquila sul braccio per una foto?
Una foto da classico turista, ma non si può rifiutare.
Prima Ale, poi io, con questa bellissima aquila appollaiata sul nostro braccio.
Particolarmente pesante oltre che bella.
Salutiamo i due e regaliamo loro una maglietta del Dolomiteam 2015.

Ripartiamo, la strada sale e ci porta in un’alta valle di montagna con prati verdi attorno a noi, senza alcun tipo di villaggio, solo qualche pastore con poco bestiame.
Arriviamo in un altopiano intorno ai 2500 metri e lo attraversiamo prendendo varie piste sterrate in mezzo ai prati fino a quando troviamo il nostro primo guado.
Scendiamo dall’auto per controllare l’altezza dell’acqua, niente di preoccupante, ma il nostro timore maggiore riguarda il fango che era necessario evitare in tutti i modi.
Ale sale al volante, io gli do indicazioni da fuori e riusciamo a superare il nostro primo guado senza difficoltà.
Procediamo e il GPS ci segnala una serie di laghi che avremo trovato nel giro di una decina di minuti…e la strada doveva passarci in mezzo.
Laghi, fango, acqua, terrore di restare impantanati a 2000 metri alle sei di sera, senza alcun segno di esseri viventi nelle vicinanze.
Arriviamo ai laghi, l’acqua non è profondissima ma ci preoccupa, sono almeno trenta centimetri d’acqua.
Nel mentre giunge un camioncino con dei mongoli che ci salutano, dicendoci che se avessimo avuto bisogno ci avrebbero tirato fuori dall’acqua; noi li ringraziamo, ma questi ripartono senza aspettarci.
Barriere linguistiche?
Aspettando un paio di minuti per decidere sul da farsi vediamo giungere una macchina del Mongol Rally: sono dei ragazzi olandesi rimasti impantanati nel guado trovato in precedenza e si son fatti aiutare a uscire dal pantano dal camioncino dei mongoli conosciuti qualche minuto prima.
Decidiamo di attraversare prendendo il lato sinistro del lago per poi risalire.
Nessun problema per la nostra auto, la Atos è fenomenale.
E anche gli olandesi passano.
Salutiamo i ragazzi e ripartiamo.
La strada sterrata sale ancora e arriviamo ad un passo di montagna a quasi 3000 metri, da cui parte una lunga discesa lungo una valle rocciosa.
Dopo circa venti minuti giungiamo al fondo valle, giriamo attorno ad una montagna e decidiamo di fermarci a campeggiare in una valle rocciosa nei pressi di alcune yurte e di un edificio simile ai vari cafè trovati durante il viaggio.
Parcheggiamo l’auto a circa una decina di metri da una pista, in una posizione abbastanza distante dai vari passaggi stradali; mentre apriamo le tende, un uomo dal cafè ci fa capire che non vuole che campeggiamo lì, ma non demordiamo, sistemiamo le tende e decidiamo di andare nel cafè a mangiar qualcosa per ingraziarci i locali.
Entriamo nel cafè e troviamo le persone del camioncino incontrato qualche ora prima; tra di loro c’è una ragazza di Olgii che studia economia internazionale ad Ulan Bator e ci aiuta nell’ordinare il cibo e nel conversare con i presenti.
Ordiniamo dei manti e l’universitaria ci dice che sono il cibo tipico della zona, essendo maggioritaria l’etnia kazaka.
Il locale è organizzato in maniera semplice: tre tavoloni di legno grandi, un divano, un boiler per l’acqua calda e la famiglia del cafè tutta intenta a lavorare in cucina, lanciandoci ogni tanto sguardi non propriamente simpatici.
Dei presenti facciamo conoscenza di tre ragazzi: un universitario che studia russo a Ulan Bator, un tipo con la faccia da psicopatico che spicca per l’antipatia e un ragazzo sulla trentina che fa il pilota di rally e parla un buon inglese.
Ci dicono che sono diretti a Ulan Bator e che guideranno tutta la notte, per arrivare in capitale nel giro di 24 ore; ci dicono inoltre che siano totalmente folli ad attraversare con la nostra Atos la Mongolia, ma gli facciamo capire che a Ulan Bator arriveremo, in qualsiasi modo.
Tra una sigaretta e una chiacchierata, spesso a gesti, gli autisti del camioncino chiedono il nostro aiuto: la gomma del van è totalmente sgonfia e hanno necessità di gonfiarla per proseguire il loro viaggio.
Entra in azione Alessandro.

Diciamo loro di portare il van di fianco alla nostra Atos, accendiamo la batteria e attacchiamo alla presa dell’accendisigaro il compressore portatile: dopo cinque minuti la loro gomma è come nuova e tutti i presenti ci ringraziano tantissimo per l’aiuto.
Prima della loro partenza facciamo la conoscenza di una ragazzina di quindici anni, che tutti ci dicono essere la campionessa nazionale di caccia alla volpe con le aquile: ci fanno vedere un video su youtube dove lei, a cavallo, in pieno inverno, dà la caccia alle volpi con le sue aquile, che in seguito ci accorgiamo che stanno dormendo tutte beate sul tetto del van.
Dopo i video e i complimenti, salutiamo i presenti che ripartono alla volta di Ulan Bator.
Ormai è notte fonda e decidiamo di coricarci, con la speranza di non essere svegliati dalla fauna locale, in particolare lupi e orsi.
Passano cinque minuti e una grossa jeep si affianca alle nostre tende: un ragazzo poco più giovane di noi si presenta in inglese con un forte accento americano, chiedendoci se potevamo aiutarlo a gonfiare la gomma dell’auto.
Nessun problema, stesso procedimento di prima ed evitiamo a questo ragazzo di finire disperso nel mezzo delle steppe mongole.
Parliamo un po’ con lui, ci spiega di aver studiato al college alla University of South California per quattro anni, di non essersi laureato e di essere da Olgii; noi gli raccontiamo del nostro progetto e ci etichetta come “fottuti pazzi”.
Visto che parla inglese, sfrutto l’occasione chiedendogli informazioni sulle strade da lì ad Ulan Bator: ci dice che prima di Khovd c’è un unico ponte, da prendere svoltando a sinistra dalla strada principale, altrimenti avremmo dovuto guadare un fiume non propriamente facile. Dopo Altai, invece, c’è da scegliere se prendere le piste verso nord, non buone ma senza guadi, o le piste a sud, migliori, con un fiume da attraversare, dove per 10 dollari un camion trascina le auto da una riva all’altra.
Il ragazzo ci ringrazia e riparte, mentre io e Alessandro finalmente possiamo dormire, sotto un cielo illuminato a giorno dalla via lattea e da migliaia di stelle.