Diario di viaggio #12

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Vi siamo mancati?
Il ritardo è stato dettato dalle varie peripezie post Ulan Bator: la nostra auto si è rotta in Siberia e abbiamo affrontato la follia della burocrazia russa, entrando in un labirinto senza uscita; l’assurdità della situazione e il terrore di finire nei guai ci hanno lasciato poco tempo per ragionare sul viaggio, sui diari e sulla fenomenale esperienza di vita che ci ha portati da Feltre a Ulan Bator.
Ma direi che è ora di farvi scoprire l’ultima settimana del nostro viaggio, divisa in tre diari di viaggio e tre album fotografici (che troverete sulla nostra pagina Facebook www.facebook.com/dolomiteam2015).

XXXI° giorno

La nostra seconda giornata in Russia inizia con una calorica colazione: prosciutto alla griglia (prosciutto che loro chiamano bacon), uova all’occhio di bue e formaggio, una dose di energie necessaria per affrontare la lunga tappa del giorno.
Si parte da Barnaul, destinazione Kosh Agach, a circa 40 km dal confine mongolo. Solo che questo tratto di Russia, attraverso il Territorio dell’Altai e la Repubblica dell’Altai ci vedrà percorrere quasi 700 km in una giornata.

Quindi? Pedalare.
Dopo il brunch, carichiamo i nostri averi sull’auto e partiamo con Ale alla guida.
Usciamo da Barnaul, salutando questa bellissima, pulita e moderna città tra la Siberia e le montagne dell’Altai.
Passiamo un ponte sul fiume Ob e ci dirigiamo verso sud-est, percorrendo un’ottima strada a una corsia per senso di marcia attraverso boschi di conifere senza fine.
L’area ci sembra particolarmente ricca, come la capitale Barnaul: tante auto di turisti, hotel, indicazioni di aree di interesse culturale in lingua inglese, aree di sosta, ristoranti che appaiono di ottima qualità.
Ci fermiamo all’altezza di Byisk, per il cambio guida e per mettere un boccone sotto i denti in un dei soliti cafè a lato della strada.
Due caffè a testa e vari manti (ravioli di pecora popolari in tutto il Centro Asia), il tutto per tre euro, un paradiso per le tasche europee (ma non per le tasche russe: le sanzioni han fatto crollare il potere d’acquisto e il valore del rublo, aumentando la povertà media).
Si riparte, mi metto alla guida risalendo il corso del fiume Ob e si aprono attorno a noi le montagne d’oro dell’Altai, riconosciute come patrimonio UNESCO grazie alla varietà di flora e fauna presenti.
Le montagne lungo strada sono coperte di conifere e in lontananza, verso il confine kazako, vediamo alte montagne innevate che superano i 4000 metri.
La zona che attraversiamo è meta turistica ambita, soprattutto per il rafting, lo sci e le escursioni a cavallo. Mai ci saremo aspettati tanto benessere e ricchezza in una zona della Federazione Russa così lontana dai centri di potere politico ed economico.
La risalita lungo valle, attraversando boschi e prati curati lungo la riva dell’Ob, continua senza alcuna difficoltà, escluso qualche episodio di traffico che rallenta il nostro procedere.
Ci addentriamo nella Repubblica dell’Altai, sempre parte della Federazione Russa e guardando i tratti somatici delle persone nei villaggi notiamo che l’etnia maggioritaria è quella del popolo Altai, etnia turca dedita a un’ancestrale religione sciamanica.
Verso le otto di sera, nei pressi di Onguday decidiamo di fermarci per mangiare qualcosa, ma abbiamo veramente pochi rubli…che fare? Avrebbero accettato le carte di credito?
Ci fermiamo nel primo (e unico) cafè lungo strada che troviamo dopo ore, accolti da una mucca che sta allattando il suo vitello neonato.
Entriamo, spieghiamo di voler mangiare, ma che abbiamo solamente la carta per poter pagare: nessun problema, ci fanno lo scontrino e ci dicono di pagare il tutto alla pompa di benzina a lato.
Prendiamo del farro e un po’ di insalata (non riusciamo a far capire che volevamo carne), prendiamo del caffè e ceniamo, pagando senza alcun problema alla pompa di benzina.
Unica nota stonata capita quando condisco il farro con la senape, di un gusto acre e veramente forte che mi brucia in gola e nel palato per parecchi minuti.
La senape italica è nulla a confronto.
Si riparte.
L’asfalto della strada è di qualità e permette di attraversare senza difficoltà le gole di roccia e i valichi di montagna che ci troviamo davanti.
E’ notte, macchine non se ne vedono, esclusa un’auto della polizia ferma nell’altro senso di marcia che non si accorge di noi e della nostra auto straniera.
La fortuna è ancora dalla nostra parte.
Dopo un valico di montagna intorno all’una e mezza di notte vediamo una distesa eterna di luci in una valle posizionata perpendicolarmente a noi: siamo arrivati a Kosh Agach!
Ci avviciniamo alla città percorrendo una lunga discesa e arrivati nel fondovalle vediamo che le luci presenti sono solo l’illuminazione stradale, mentre la città è poco più di un villaggio (scopro in seguito che ha poco meno di 10000 abitanti).
Attraversiamo Kosh Agach e parcheggiamo l’auto lungo strada nei pressi di un’inquietante cartello con scritto in inglese e in russo “Zona di confine – controllo militare”.
Buona notte a noi, 40 km prima di entrare nell’ultimo paese del nostro viaggio, la Mongolia.

XXXII° giorno

Ore cinque del mattino, il sole a est sorge velocemente e disturba le nostre poche ore di sonno; mi alzo un’ora dopo e inizio a scattare delle foto, intorno a noi distese di prati spogli e montagne innevate in lontananza.
Si sveglia anche Ale, ci sistemiamo e torniamo a Kosh Agach per berci un caffè, ma tutti i locali aprono alle otto, non abbiamo tempo e decidiamo di dirigerci verso il confine mongolo.
La strada è buona e notiamo attorno a noi vari complessi megalitici, delle specie di Stonehenge in salsa altaica che ci stupiscono: probabilmente queste rocce sono legate alla cultura sciamanica del luogo ancora professata dai locali.
In venti minuti arriviamo a Tashanta, un piccolo paesino di confine che vive di agricoltura e del passaggio di qualche avventuriero occidentale.
Ci fermiamo e chiediamo a una signora un luogo dove bere un caffè e ci dice di seguirla.
Saliamo le scale di questo complesso in legno, ordiniamo un caffè e delle specie di panini con patate. Mentre mangiamo la signora che ci ha serviti è intenta a disossare carne di mucca.
Salutiamo, rimontiamo in macchina e dopo nemmeno cinquecento metri arriviamo al confine.
Con noi ci sono anche due jeep di signori australiani sulla sessantina, partecipanti al Mongol Charity Rally.
Consegno le carte d’importazione dell’auto ed entriamo ai controlli doganali.
Al controllo del passaporto la doganiera mi chiede: “Mikel, da?”
“Da da, Michel”

“Michel??? Niet Mikel??” e va in panico.
Nel passaporto la traslitterazione del mio nome in cirillico è Mikel e quando sente che la pronuncia del nome è diversa dal nome indicato, la doganiera si preoccupa e va subito a parlare con un superiore, che dopo un paio di minuti la fa ritornare per timbrare il mio passaporto.
Nessun problema, paure infondate, passaporto valido e vidimato.
Passiamo i controlli e ci dirigiamo all’auto, dove un pastore tedesco si mette a indigare l’interno dell’auto non trovando nulla di interessante.
Bene, siamo liberi di salutare la Federazione Russa, è tempo di Mongolia.
Dal confine russo al confine mongolo ci sono una ventina di chilometri di zona franca, immersa tra le dolci montagne del Altai.
Percorriamo il tratto di strada, ancora asfaltato, arriviamo all’ultimo check-point russo ed entriamo in Mongolia, finalmente.
Un mese esatto di viaggio, 12000 chilometri di viaggio e 14 paesi, attraversando deserti, steppe, montagne, città immense e villaggi sperduti.
Siamo in Mongolia e ora inizia il vero viaggio. Un paese grande cinque volte l’Italia con solamente 2000 chilometri di strada asfaltata; davanti a noi 1700 chilometri per giungere alla meta, Ulan Bator.
Ci accoglie subito lo sterrato e giunti ad un passo iniziamo a percorrere una discesa adatta più ai 4X4 che alle utilitarie coreane.
Troviamo un auto con due signori mongoli che ci fermano per chiedere aiuto a causa della gomma bucata dell’auto; gli diciamo che non abbiamo nulla per aiutarli ma possiamo farli salire in auto e portarli agli edifici al confine che distano un paio di chilometri da lì.
Il più vecchio dei due, un signore sulla settantina, monta in auto con noi, mentre quello che sembra suo figlio decide di continuare a piedi, visto il poco posto per sedersi dentro la nostra auto.
Arriviamo al confine vero e proprio, salutando il signore.

Primo controllo, disinfestazione dell’auto. Mah.
Una guardia ci lava l’auto con una gomma dell’acqua che sicuramente non ha al suo interno del “disinfettante” e ci dice che gli dobbiamo un dollaro, ma non avendolo gli chiediamo se possiamo pagare in euro; accetta e dice che se vogliamo possiamo anche cambiare dei soldi da lui.
Ci fa il cambio di 1 euro a 1900 tugrok, il cambio ufficiale è a 2200 ma accettiamo lo stesso, ci sta simpatico e poi non sappiamo né quanti bureau di cambio, né quante banche ufficiali troveremo.
Lo salutiamo ed entriamo ai cancelli del confine.
Parcheggiamo e ci dirigiamo agli uffici doganali.
Controllo passaporti, timbro e ci rilasciano un fogliettino di carta che capiamo di dover consegnare all’uscita dai cancelli della dogana.
Passiamo agli uffici doganali per l’auto.
Un uomo sulla trentina con un buon inglese ci chiede se partecipiamo al Mongol Rally, gli diciamo di no, che stiamo facendo un viaggio turistico per un progetto sui siti Unesco; ci dice che l’auto non può essere lasciata in Mongolia, che le tasse doganali di importazione sono altissime e che dovevamo per forza portare l’auto fuori dal paese. Gli facciamo capire che siamo già a conoscenza di ciò e che la nostra intenzione era di uscire dalla Mongolia al confine nord con la Russia.
Ci guarda sorridendo, dicendo che la macchina nostra è vecchia, che le strade mongole sono orrende e che difficilmente saremo riusciti ad arrivare a Ulan Bator; noi sorridiamo, dicendogli che ce l’avremo fatta senza alcun problema.
Ci consegna la documentazione e ci lascia andare.
Nel mentre l’australiano che avevamo trovato al confine russo è bloccato negli uffici doganali: i doganieri non credono al fatto che lui riesca ad uscire dal paese con l’auto, ma l’australiano, molto nervoso, mi spiega che la jeep è la SUA auto e non ha la minima intenzione di abbandonarla nel paese, lui vuole arrivare a Vladivostok e poi tornarsene in Australia in nave con la sua auto.
Gli auguriamo buona fortuna e ce ne andiamo (lo avremo rivisto a Khovd il giorno dopo).
Il controllo all’auto passa senza problemi, qualche faccia curiosa sui nostri averi ma ci lasciano passare senza problemi.
Arriviamo al cancello d’uscita, consegniamo il fogliettino di carta datoci in precedenza e siamo liberi di uscire dal confine.
Siamo ufficialmente in Mongolia!

La strada sterrata attraversa una valle di terra spoglia e intorno a noi montagne ovunque; dopo qualche chilometro troviamo uno stop e ci troviamo attorno alla macchina tre persone che iniziano a chiederci soldi.
Smonto e chiedo spiegazioni: dobbiamo pagare delle “tasse”, ovvero un’assicurazione auto (alquanto inutile credo) e una tassa di transito nel paese.
La cosa ci sembra alquanto simile a una mazzetta, ma paghiamo questi 20 euro, cambiamo qualche soldo e ci danno anche degli scontrini, per assicurarci della “legalità” della cosa.
La macchina intanto è assalita da una decina di bambini piccoli che ci sorridono e ci salutano con vari “Hello” e curiosano dentro la nostra macchina, dandoci una dolce accoglienza nel paese.
Ripartiamo e la strada sterrata inizia a presentare delle fastidiosissime ondine che fanno tremare l’auto rendendo fastidiosa la guida.
Alla nostra sinistra la valle terrosa presenta varie piste stradali, dove vediamo passare una jeep che attraversa tranquillamente questi sterrati poco adatti alla guida.
Arriviamo dopo una decina di chilometri al primo nucleo abitato della Mongolia, il villaggio di Tsagaanuur e veniamo fermati da un uomo, che si presenta dicendo di essere dell’organizzazione del Mongol Rally.
Chiaramente non crediamo al fatto che sia dell’organizzazione, gli diciamo che non partecipiamo alla manifestazione ma che entro breve sarebbero giunte varie macchine del Mongol Rally; gli chiediamo inoltre se può aiutarci a far benzina e acconsente con piacere.
Portiamo l’auto verso il paese e ci dirigiamo alla prima (e unica probabilmente) pompa di benzina, dove ci accolgono vari bambini sorridenti e curiosi.
Dopo qualche minuto arriva il proprietario della pompa di benzina e ci fa pagare uno sproposito, qualcosa come un euro al litro, dicendo che è benzina a 98 ottani.
Non gli crediamo, ma abbiamo necessità di far benzina, non sapendo nulla sul come sarebbe stata la situazione nel paese.
L’uomo del “Mongol” ci propone di andare a casa sua per bere del tè, così da poter conoscere suo nonno di oltre cent’anni, ma la strada per Olgii è lunga, lo ringraziamo ma desistiamo.
Salutiamo i presenti e ripartiamo.
La strada diventa perfettamente asfaltata in un nonnulla e percorriamo una ventina di chilometri velocemente prima di trovare nuovamente lo sterrato.
Uno sterrato disastrato: le ondine di prima non sono nulla al confronto.
Saliamo verso una collina e troviamo due ragazzi in bicicletta, ci fermiamo a salutarli: sono una coppia di fidanzati russi, il ragazzo lavora nel mondo dello spettacolo e parla benissimo italiano.
Facciamo loro i complimenti, attraversare la Mongolia in bicicletta non è roba da tutti.
Ripartiamo e dopo qualche chilometro troviamo ancora l’asfalto, praticamente nuovo, che ci conduce alla prima vera città della Mongolia, Olgii.
La città, dove il gruppo etnico maggioritario è quello kazako, presenta al suo ingresso una bellissima moschea e il centro città sembra abbastanza moderno, più di quanto ci saremo aspettati.
Decidiamo di pranzare: i nostri orologi indicano l’una del pomeriggio, ma in realtà sono già le tre, dovuto dal fuso orario spostato di due ore in avanti, non appena attraversato il confine russo-mongolo.
Entriamo in un ristorante molto accogliente e con il wi-fi, cosa veramente inaspettata considerando l’idea che ci eravamo fatti del paese durante le varie letture su internet negli ultimi due anni.
Con cinque euro a testa mangiamo tanto come al nostro solito, troppo forse e ci riposiamo, aggiornando la pagina Facebook e prendendoci un paio di ore di pausa.
Prima di ripartire, troviamo davanti al ristorante un ATM (sorpresa anche questa) e ritiriamo un po’ di soldi per i giorni seguenti.
Risaliamo in macchina, Ale alla guida e ci dirigiamo verso sud-est, direzione Lago Tolbo.
All’uscita di Olgii troviamo un posto di blocco, ci controllano i documenti e ci lasciano andare.
La strada asfaltata continua e ci porta in un altipiano circondato da montagne terrose che ci portano in meno di un’ora al Lago Tolbo. Lì troviamo varie auto parcheggiate, con la gente intenta a rinfrescarsi nelle acque del lago montano.
Noi proseguiamo, il sole è ancora alto e la strada è ancora buona, non vediamo alcun motivo per fermarci.
Arriviamo nei pressi della città di Tolbo e la strada torna ad essere sterrata, per fortuna un buon sterrato che non presenta alcuna difficoltà per la nostra auto.
La strada inizia lentamente a salire e ci conduce in una stretta valle; dopo qualche chilometro vediamo alla nostra destra un uomo e un bambino con un’aquila e ci chiedono di fermarci.
Ci chiedono di fare una foto con la loro aquila per qualcosa come cinque euro, come rifiutare? Sono tanti soldi per il paese, ma quando mai ci capiterà di tenere un aquila sul braccio per una foto?
Una foto da classico turista, ma non si può rifiutare.
Prima Ale, poi io, con questa bellissima aquila appollaiata sul nostro braccio.
Particolarmente pesante oltre che bella.
Salutiamo i due e regaliamo loro una maglietta del Dolomiteam 2015.

Ripartiamo, la strada sale e ci porta in un’alta valle di montagna con prati verdi attorno a noi, senza alcun tipo di villaggio, solo qualche pastore con poco bestiame.
Arriviamo in un altopiano intorno ai 2500 metri e lo attraversiamo prendendo varie piste sterrate in mezzo ai prati fino a quando troviamo il nostro primo guado.
Scendiamo dall’auto per controllare l’altezza dell’acqua, niente di preoccupante, ma il nostro timore maggiore riguarda il fango che era necessario evitare in tutti i modi.
Ale sale al volante, io gli do indicazioni da fuori e riusciamo a superare il nostro primo guado senza difficoltà.
Procediamo e il GPS ci segnala una serie di laghi che avremo trovato nel giro di una decina di minuti…e la strada doveva passarci in mezzo.
Laghi, fango, acqua, terrore di restare impantanati a 2000 metri alle sei di sera, senza alcun segno di esseri viventi nelle vicinanze.
Arriviamo ai laghi, l’acqua non è profondissima ma ci preoccupa, sono almeno trenta centimetri d’acqua.
Nel mentre giunge un camioncino con dei mongoli che ci salutano, dicendoci che se avessimo avuto bisogno ci avrebbero tirato fuori dall’acqua; noi li ringraziamo, ma questi ripartono senza aspettarci.
Barriere linguistiche?
Aspettando un paio di minuti per decidere sul da farsi vediamo giungere una macchina del Mongol Rally: sono dei ragazzi olandesi rimasti impantanati nel guado trovato in precedenza e si son fatti aiutare a uscire dal pantano dal camioncino dei mongoli conosciuti qualche minuto prima.
Decidiamo di attraversare prendendo il lato sinistro del lago per poi risalire.
Nessun problema per la nostra auto, la Atos è fenomenale.
E anche gli olandesi passano.
Salutiamo i ragazzi e ripartiamo.
La strada sterrata sale ancora e arriviamo ad un passo di montagna a quasi 3000 metri, da cui parte una lunga discesa lungo una valle rocciosa.
Dopo circa venti minuti giungiamo al fondo valle, giriamo attorno ad una montagna e decidiamo di fermarci a campeggiare in una valle rocciosa nei pressi di alcune yurte e di un edificio simile ai vari cafè trovati durante il viaggio.
Parcheggiamo l’auto a circa una decina di metri da una pista, in una posizione abbastanza distante dai vari passaggi stradali; mentre apriamo le tende, un uomo dal cafè ci fa capire che non vuole che campeggiamo lì, ma non demordiamo, sistemiamo le tende e decidiamo di andare nel cafè a mangiar qualcosa per ingraziarci i locali.
Entriamo nel cafè e troviamo le persone del camioncino incontrato qualche ora prima; tra di loro c’è una ragazza di Olgii che studia economia internazionale ad Ulan Bator e ci aiuta nell’ordinare il cibo e nel conversare con i presenti.
Ordiniamo dei manti e l’universitaria ci dice che sono il cibo tipico della zona, essendo maggioritaria l’etnia kazaka.
Il locale è organizzato in maniera semplice: tre tavoloni di legno grandi, un divano, un boiler per l’acqua calda e la famiglia del cafè tutta intenta a lavorare in cucina, lanciandoci ogni tanto sguardi non propriamente simpatici.
Dei presenti facciamo conoscenza di tre ragazzi: un universitario che studia russo a Ulan Bator, un tipo con la faccia da psicopatico che spicca per l’antipatia e un ragazzo sulla trentina che fa il pilota di rally e parla un buon inglese.
Ci dicono che sono diretti a Ulan Bator e che guideranno tutta la notte, per arrivare in capitale nel giro di 24 ore; ci dicono inoltre che siano totalmente folli ad attraversare con la nostra Atos la Mongolia, ma gli facciamo capire che a Ulan Bator arriveremo, in qualsiasi modo.
Tra una sigaretta e una chiacchierata, spesso a gesti, gli autisti del camioncino chiedono il nostro aiuto: la gomma del van è totalmente sgonfia e hanno necessità di gonfiarla per proseguire il loro viaggio.
Entra in azione Alessandro.

Diciamo loro di portare il van di fianco alla nostra Atos, accendiamo la batteria e attacchiamo alla presa dell’accendisigaro il compressore portatile: dopo cinque minuti la loro gomma è come nuova e tutti i presenti ci ringraziano tantissimo per l’aiuto.
Prima della loro partenza facciamo la conoscenza di una ragazzina di quindici anni, che tutti ci dicono essere la campionessa nazionale di caccia alla volpe con le aquile: ci fanno vedere un video su youtube dove lei, a cavallo, in pieno inverno, dà la caccia alle volpi con le sue aquile, che in seguito ci accorgiamo che stanno dormendo tutte beate sul tetto del van.
Dopo i video e i complimenti, salutiamo i presenti che ripartono alla volta di Ulan Bator.
Ormai è notte fonda e decidiamo di coricarci, con la speranza di non essere svegliati dalla fauna locale, in particolare lupi e orsi.
Passano cinque minuti e una grossa jeep si affianca alle nostre tende: un ragazzo poco più giovane di noi si presenta in inglese con un forte accento americano, chiedendoci se potevamo aiutarlo a gonfiare la gomma dell’auto.
Nessun problema, stesso procedimento di prima ed evitiamo a questo ragazzo di finire disperso nel mezzo delle steppe mongole.
Parliamo un po’ con lui, ci spiega di aver studiato al college alla University of South California per quattro anni, di non essersi laureato e di essere da Olgii; noi gli raccontiamo del nostro progetto e ci etichetta come “fottuti pazzi”.
Visto che parla inglese, sfrutto l’occasione chiedendogli informazioni sulle strade da lì ad Ulan Bator: ci dice che prima di Khovd c’è un unico ponte, da prendere svoltando a sinistra dalla strada principale, altrimenti avremmo dovuto guadare un fiume non propriamente facile. Dopo Altai, invece, c’è da scegliere se prendere le piste verso nord, non buone ma senza guadi, o le piste a sud, migliori, con un fiume da attraversare, dove per 10 dollari un camion trascina le auto da una riva all’altra.
Il ragazzo ci ringrazia e riparte, mentre io e Alessandro finalmente possiamo dormire, sotto un cielo illuminato a giorno dalla via lattea e da migliaia di stelle.

Diario di viaggio #11

con sergej

XXVII° giorno

Ci svegliamo verso le dieci del mattino, doccia e preparazione zaini.
Prima di partire decido di cambiare un centinaio d’euro che ci sarebbero serviti per i tre giorni di traversata verso nord; vado nella banca davanti all’ostello ma la tipa alla cassa si rifiuta di farmi il cambio euro/tenge perché avrebbe dovuto compilare troppe carte e mi consiglia di andare al bureau di cambio dalla parte opposta della strada, lo stesso bureau dove avevo cambiato i soldi due giorni prima.
Vabbè.
Vado al bureau, cambio i soldi e faccio un giro nell’isolato alla ricerca di una banca dove ritirare dollari; la zona infatti è il quartiere delle sedi bancarie, quindi do per scontato ti trovare un atm da dove ritirare dei dollari, che ci potevano risultare utili per i confini da affrontare successivamente.
Mezz’ora di giro a vuoto, nessun atm con dollari da ritirare, quindi torno all’ostello.
Alessandro nel frattempo chiede informazioni su Sergei, ma il russo è andato alla Sharyn Valley e quindi non avremo la sua compagnia durante l’attraversata del Kazakhstan.
Ultimo pranzo al Dastrahan e si parte, obbiettivo di giornata Taldykorgan.
L’uscita da Almaty è complicata causa traffico, ma il nostro bolide è una scheggia e supera tutti gli ostacoli senza problemi; prima di iniziare la strada extraurbana è necessario però trovare un meccanico, dobbiamo cambiare l’olio sterzo e l’olio motore.
Il primo meccanico dove ci fermiamo non capisce nulla e troviamo solo gente che lava auto, mmm…continuiamo verso nord e ci fermiamo in un mercato per sole automobili e troviamo il liquido per lo sterzo a un buon prezzo, mentre l’olio motore ha prezzo improponibili, quindi decidiamo di cambiarlo al nostro arrivo in Russia.
Si riparte.

La strada è buona ed è a due corsie per una trentina di chilometri, ma da lì inizia l’inferno.
Traffico, camion, strade in costruzione e code eterne, mentre l’interno dell’abitacolo viene invaso dalla polvere e dalla sabbia dei lavori in corso.
Si procede a 50 all’ora, attorno a noi ruspe, sabbia, camion e steppa.
Il punto forse più divertente dal nostro procedere a nord arriva a circa un centinaio di chilometri da Almaty, dove troviamo, tra cantieri e camion, una città-casinò disgustosa, con edifici in stile neoclassico orribili e da dove venivano sparati led ancora più indecenti.
Una Las Vegas in salsa kazaka.
Procediamo in mezzo alla steppa, attraversando cantieri su cantieri; intorno alle cinque ci fermiamo per un caffè e del tè (con il latte) per darci un po’ di energia.
L’ora di pausa salutare finisce e all’orizzonte nuvole nere si avvicinano; dopo pochi minuti inizia a piovere.
Pensate ad attraversare la steppa, sotto la pioggia, percorrendo strade in costruzione dove il terriccio diventa fango.
Un inferno.
La pioggia va e viene, la strada fa schifo e il buio avvolge oramai l’intera steppa.
E’ tardi, ma Ale decide di continuare, dobbiamo arrivare almeno all’obbiettivo Taldykorgan.
Sotto la pioggia, affamati e stanchi, arriviamo a Taldykorgan, percorriamo la tangenziale e arriviamo a nord della città, fermandoci in un ristorante lungo strada.
Piove a dirotto e stiamo morendo di fame, qualsiasi cosa si metta sotto i denti va benone.
Ci propongono a 5 euro un piatto di carne d’agnello e insalata, impossibile da rifiutare.
Dopo la mangiata torniamo alla macchina, la parcheggiamo e proviamo a dormire, circondati da un branco di cani randagi tenerissimi che non farebbero paura nemmeno ad una mosca.
Si prova a dormire parlando di politica italiana, un metodo per innervosirsi e non per cadere tra le braccia di Morfeo; dopo un’ora di chiacchiere il sonno ci coglie fortunatamente.
L’indomani l’attraversata della steppa doveva portarci almeno fino ad Ayagoz.

XXVIII° giorno

Ci svegliamo in auto intorno alle nove del mattino, lavata ai denti e si riparte, l’obbiettivo giornaliero è raggiungere Ayagoz, città al centro del Kazakhstan.
Usciti dalla periferia di Taldykorgan, con un cielo cupo sopra di noi, inizia il nulla della steppa, solo distese di prati bagnati su continue colline, un sali e scendi che va avanti per decine e decine di chilometri.
Durante una pausa lato strada si accosta un auto con all’interno una coppia di slovacchi che partecipano al Mongol Rally.
Parliamo un po’ delle rispettive vicissitudini e dicono di aver fatto il Pamir: non hanno percorso tutta la canonica M41 (ovvero la strada nel nostro programma) ma un pezzo di M41, la Wakhan Valley al confine con l’Afghanistan e poi di nuovo la M41.
Dicono che la strada era impegnativa, si andava avanti solo a 20/30 all’ora percorrendo passi sterrati impegnativi ma che non hanno avuto problemi.
L’invidia ci corrode ma non ci facciamo prendere dallo sconforto: l’auto slovacca era un 2000, cilindrata ben più alta della nostra, e soprattutto sembrava perfettamente attrezzata per percorrere la Wakhan Valley.
Forse avremo dovuto entrare in Tajikistan e vedere la situazione prima di decidere di non fare il Pamir, ma fidatevi, il nostro eccesso di prudenza ci sarebbe tornato utile in futuro.
Salutiamo gli slovacchi e ripartiamo.
Dopo un’oretta di guida ci fermiamo a Sarkand e decidiamo di mangiare in un gazebo lungo la strada, dove ci rifocilliamo di shashlik, cipolla e buon pane.
Il cielo è ancora nuvoloso, ma non scende nessuna goccia fortunatamente.
Cambio guida, Ale al volante e la steppa domina il paesaggio, interrotta solamente all’orizzonte ad est dove scorgiamo le montagne che dividono il Kazakhstan dalla Cina.
Strada buona, scollinamenti continui e poco da vedere tra maltempo e prati infiniti.
Dopo tre ore ci fermiamo per un caffè, ad un bivio stradale molto importante: a sinistra la strada per Ayagoz e quindi per la Russia, a destra la strada per Wenquan, Cina.
Caffè rapido e mi metto al volante.
La strada però peggiora rapidamente, ma il poco sole presente ci da conforto e rende piacevole alla vista le sfumature che la luce del sole crea con le nuvole cariche di pioggia in lontananza.
Il manto stradale è pietoso, tra voragini larghe almeno un metro e continui salti.
La zona è coperta da piccoli laghi palustri e lungo strada vediamo diversi uomini intenti a vendere pesce pescato negli acquitrini della zona.
La strada un po’ migliora, sale lungo le colline kazake e verso le sei di sera decidiamo di fermarci per il solito caffè rigenerante e per il cambio guida.
Appena ci fermiamo arriva un vecchiotto che inizia a chiederci informazioni sul viaggio e si emoziona quando gli parlo dei paesi attraversati e dei chilometri percorsi; ci raggiungono poi due ragazzi sui vent’anni, uno dei quali con una maglietta della Mongolia.
La comunicabilità è assai difficile, non capiamo se siano mongoli o meno, ma hanno con loro qualche tugrok, moneta mongola, e ce li regalano in cambio di qualche som e manat come ricordo.
Vedo che nei tugrok c’è anche un piccolo taglio in yuan, moneta cinese, e chiedo per curiosità se parlassero cinese, ma alla risposta in cinese “non lo so”, capisco che nessuno di loro lo parla.
Ripartiamo.
Nuvoloni neri verso est e fulmini che scendono sulle colline più alte, mentre il sole cade lentamente all’orizzonte, uno spettacolo magnifico.
La pioggia viene e va, la strada si mantiene su standard decenti e arriviamo ad Ayagoz verso le otto e mezza di sera.
Che fare?
Mangiare innanzitutto, poi l’idea era di spostare l’auto fuori città e dormirci dentro, visto l’impossibilità di campeggiare a causa del tempo avverso.
Giriamo una decina di minuti nella periferia e non troviamo nulla, chiediamo in un pompa di benzina per un ristorante e ci dicono di dirigerci in centro città.
Seguiamo il consiglio, in dieci minuti siamo dentro Ayagoz e ci fermiamo lato strada in un cafè, il Family Cafè, dove ci accoglie una simpatica e spigliata vecchietta che per cinque euro a testa ci fa carne d’agnello, patate e riso.
All’interno del piccolo ristorante ci sono due tizi, abbastanza ubriachi, che attaccano subito bottone con noi.
Si chiamano Sanat (nome fittizio) e Duman, entrambi lavorano in banca, il primo come manager e il secondo come “programmatore”; sono simpatici, parlano qualche parola in inglese e accettiamo la loro proposta di bere qualcosa assieme post cena, scambiandoci i rispettivi numeri.
Nemmeno il tempo di sederci che iniziano a chiamarci in continuazione e noi rispondiamo all’insistenza con un sms ribadendo che ci saremo trovati post cena.
Dopo una ventina di minuti, gonfio di cibo, esco in strada per fumare una sigaretta e i due kazaki mi raggiungono.
In cinque minuti sia io che Alessandro veniamo circondati da ragazzi e ragazze sui diciott’anni, che ci fanno un sacco di domande in un inglese capibile sul nostro viaggio, sulla nostra destinazione e sul Kazakhstan.
Decine e decine di selfie, poi io e Ale seguiamo i due tizi in un negozio di birre, dove un sacco di persone, curiose e un tantino ubriache, si avvicinano a noi e ci tempestano di domande, che non capiamo.
Uno dei due ragazzi, Duman, ci propone di andare in un locale a giocare alla Playstation 4 assieme, mentre Sanat, particolarmente ubriaco, ci offre ospitalità per la notte non essendoci nessuno a casa sua.
Io e Duman prendiamo un taxi, mentre Sanat monta in auto con Ale.
Dopo cinque minuti raggiungiamo la sala giochi, che però è chiusa.
Beviamo un po’ di birra e accettiamo la proposta dei due di andare in un locale e passare la serata assieme lì.
Duman sale con Ale, mentre io sto con l’ubriaco, che lentamente diventa sempre più fradicio.
Dopo nemmeno trenta secondi di camminata si ferma un auto con quattro ragazzi a bordo, tutti amici di Sanat.
Si presentano, offro un po’ di sigarette e il guidatore inizia a bere un po’ di birra, dicendomi che bisogna fregarsene della polizia. Mah.
Le facce dei quattro non mi sembrano particolarmente raccomandabili, ma vista la situazione decido di accettare il passaggio con Sanat verso il locale nel quale aveva pensato di trascorrere la serata.
Dopo un paio di minuti di guida spericolata nel centro città con in sottofondo musica dance orripilante, giungiamo al locale, ma capisco subito che c’è qualcosa che non funziona.
Duman, il ragazzo più sano e anche più tranquillo dei due, fa capire ad Alessandro che molto probabilmente non ci avrebbero fatto entrare, perché Sanat non è gradito all’interno del locale.
Capiamo sinceramente poco della situazione, ma alla vista di due energumeni, probabili buttafuori, che lo guardano in cagnesco, Sanat decide di andare verso casa.
Duman monta con Alessandro in direzione casa, mentre io seguo Sanat che è al limite dell’ubriacatura e rende la situazione un po’ tesa.
Gli chiedo di prendere un taxi ma mi risponde che prima bisogna prendere delle birre e vista la situazione abbastanza particolare mi tocca assecondarlo; entriamo in un market, prendo un paio di birre, ma lui ne aggiunge altre quattro, facendomi spendere la maggiorparte dei tenge avanzati.
Usciti dal supermercato ferma un auto con dentro tre ragazzi, che ci accompagnano davanti al suo condominio per 100 tenge.
Scendiamo e ad aspettarci ci sono Ale e Duman.
Fumiamo una sigaretta, facciamo due chiacchiere che distendono me e Ale, fino a quando dal condominio esce un ragazzo giovane, poco più che diciottenne: Sanat inizia a gridargli addosso, dandogli uno scappellotto in testa, mentre Duman cerca di fermarlo.
Dopo un paio di minuti la situazione si calma e Sanat ci dice che il ragazzo è il suo fratello più piccolo, ma non gli crediamo, visto che in Kazakhstan tutti si chiamano “fratelli”.
Il ragazzo, totalmente impaurito, si presenta, dice di essere uno studente universitario di medicina e dopo poco se ne va, abbastanza scosso.
Sanat vuole bere ancora, fortunatamente Duman lo fa desistere ed entriamo in casa.
L’appartamento è al primo piano di un fatiscente complesso di condomini di stampo sovietico e si presenta pulito e ordinato, in netto contrasto con l’atmosfera del luogo.
Ci sediamo e beviamo un paio di birre parlando con Duman, mentre Sanat girovaga per la casa con la voglia di uscire a bere nuovamente.
Noi, ormai in casa, facciamo capire che siamo stanchi e non abbiamo più alcuna intenzione di muoverci.
Sanat ci prepara un letto in salotto, noi ci stendiamo completamente esausti e poco dopo entrambi i tizi escono.
Durante la notte entrano due ragazzi in casa, più giovani di noi, che si mettono a parlare con Alessandro delle differenze dell’alfabeto kazako rispetto a quello latino; uno di questi poi crolla sul divano e si addormenta.
Sanat? Duman? Più visti.
Finalmente si dorme, dopo una giornata intensa e una serata per così dire “particolare”.

XXIX° giorno

Ci svegliamo attorno alle dieci del mattino, lavata veloce ai denti e salutiamo Sanat, che è a letto in post sbornia.
Scendiamo le scale e arriviamo alla nostra Atos…ma c’è un problema, un grosso problema: la fiancata destra della nostra auto è completamente rovinata da calci.
Cosa fare? Ci sale subito il nervoso, Ale bussa in casa di Sanat per chiedere spiegazioni ma nessuno apre.

Chi è stato?
Sanat?
Qualche ubriaco che odia gli occidentali?
Qualche ubriaco che semplicemente si è divertito a tirar calci alla nostra auto?

Non lo sappiamo, sappiamo solo che la nostra auto ha la fiancata destra danneggiata e la porta anteriore destra che non si apre più.
Il nervoso crea una situazione molto tesa anche fra di noi e questa tensione ci fa dimenticare di denunciare il fatto alla polizia (che poi non sarebbe comunque servito a nulla), ma ci fa soprattutto dimenticare di far benzina.
La strada verso nord, direzione Georgievka, è abbastanza buona e il cielo è azzurro, con poche nuvole e nessun pericolo di pioggia.
La strada attraversa la steppa tra i soliti sali e scendi, di pompe di benzina nemmeno l’ombra.
Dopo due ore e mezza di guida, senza aver trovato stazioni, si attiva la spia della riserva.
Quanti chilometri possiamo fare in riserva? Georgievka dista circa un centinaio di chilometri, arrivarci è praticamente impossibile, dobbiamo trovare qualcosa prima.
Dopo una ventina di chilometri nel nulla, attraversando qualche paese con poche centinaia di abitanti, decidiamo di fermarci a lato strada per versare nel serbatoio i 5 litri di benzina rimasti nella tanica dall’Uzbekistan.
Di 5 litri però nemmeno l’ombra, saranno stati 2 litri a farla grande.
Ci sarebbero bastati?
Fermiamo un auto, è della polizia e chiediamo informazioni sulla prima pompa di benzina: ci rispondono che dista una ventina di chilometri.
Dobbiamo fidarci.
Passano venti chilometri, niente pompa.
Venticinque, idem.
Ai trentacinque ne vediamo una in lontananza, arriviamo e c’è un cartello con scritto qualcosa che non comprendiamo.
Entro nel cafè appena davanti alla pompa e chiedo se qualcuno può farci benzina, ma un vecchiotto dice che non c’è elettricità nella struttura, quindi niente benzina.
Bene, benissimo.
Mi dice però che a sinistra, dopo tre chilometri c’è un’altra stazione di servizio.
Lo ringrazio e ripartiamo.
Arriviamo a un bivio a 500 metri, la strada principale va verso destra, una secondaria va verso sinistra.
Fermiamo un’altra auto e ci dice di prendere la sinistra, come indicatoci dal vecchiotto in precedenza.
Andiamo a sinistra, facciamo una collina e vediamo a un paio di chilometri una città fantasma, con alte ciminiere di fabbriche in disuso e palazzoni sovietici completamente vuoti.
E qui dovrebbe esserci una stazione di benzina?
Procediamo, fermiamo un’altra auto che ci dice di continuare dritti, che subito dopo un ponte sulla sinistra avremo trovato la pompa.
Due chilometri dopo, con la lancetta oramai sulla E di empty, troviamo la pompa.

Usiamo quasi tutti i nostri tenge rimasti, tanto per farci arrivare a Georgievka.
Siamo salvi.
Arriviamo a Georgievka tutti gaudenti, non siamo rimasti a secco per l’ennesima volta.
Ci fermiamo ad una stazione di servizio bella grande, dove accettan carte e facciamo il pieno, oltre a prendere acqua e qualche snack.
Semej, la nostra destinazione, dista 200 km e poco più.
Facciamo una rotonda, prendiamo la seconda uscita e chi vediamo?

Sergej, il ragazzo russo dell’ostello!

Facciamo posto in auto per lui e per il suo zainone prima di ripartire alla volta di Semej.
La vita è veramente una continua sorpresa!
Per la cronaca, lui è partito dopo di noi da Almaty ed è arrivato prima di noi a Georgievka.
La strada per Semej inizia subito con una sorpresa, infatti è tutto sterrato, strada in costruzione; dopo neanche cinquecento metri ci ferma la polizia.
Cos’abbiamo fatto di male? Lo capisco subito: pochi minuti prima, quando ci siamo fermati per caricare Sergej, ho spento i fari e non mi sono ricordato di riaccenderli, dannazione.
Il poliziotto si avvicina alla nostra Atos, ma appena allontana lo sguardo dall’auto, accendo di colpo i fari, sperando di farla franca.
Abbasso il finestrino, il poliziotto mi dice che i fari non sono accesi ma io faccio finta di non capire, smonto dall’auto abbastanza costernato e sorpresa! I fari sono accesi!
Il poliziotto si meraviglia, mi chiede scusa e ritorna alla macchina del tutto affranto.
Noi invece la abbiamo scampata per l’ennesima volta.

Ripartiamo e per oltre mezz’ora troviamo una distesa di ghiaia e sassi, ma in seguito la strada diventa asfaltata, larga e a percorrenza veloce.
Ci fermiamo a Zhayma, un paesino lungo la strada dove mangiamo qualcosa in un cafè davanti alla stazione per poi ripartire alla volta di Semej.
Guida Alessandro e in un paio d’ore raggiungiamo la città del Kazakhstan orientale, tristemente nota per il numero di esperimenti nucleari compiuti in periodo sovietico che ha portato migliaia di casi tumorali e di mutazioni genetiche ai danni della popolazione locale.
Portiamo Sergej in stazione e lo salutiamo: trascorrerà qualche giorno da amici del luogo, per poi raggiungere Pavlodar dove si trovano delle piscine dall’acqua “curativa”.
Noi decidiamo di ripartire, il confine è vicino e dovevamo cercare di arrivare il prima possibile per scongiurare ogni coda chilometrica.
Appena fuori dal centro città inizia una distesa di boschi chilometrica, il cellulare non prende già più e percepiamo di essere vicini alla tundra siberiana.
Cala il sole e diventa freddo in un batter d’occhio, mentre ogni nucleo abitativo diventa sempre più rado.
Verso le dieci di sera arriviamo al confine e troviamo una ventina di auto davanti a noi, nessun problema, il nostro visto parte alla mezzanotte, siamo in perfetto orario.
Mentre Ale riposa, passo il tempo fuori in strada, fumando qualche sigaretta e ascoltando discorsi incomprensibili fra camionisti russi.
In un paio d’ore entriamo al confine d’uscita kazako, dove non ci fanno alcun tipo tipo di controllo e ci lasciano liberi di andare.
Entriamo nella zona franca e Ale si intrattiene a parlare di cellulari con la giovane guardia di confine kazaka, mentre io aspetto che il semaforo rosso ci dia il via libera per entrare nella zona russa del confine.
Passano dieci minuti e siamo finalmente nella Federazione Russa.
Una guardia mi indica dove parcheggiare l’auto, parcheggio ed entriamo negli uffici doganali.
Davanti a noi abbiamo due cittadini moldavi a cui fanno storie, non capiamo chiaramente per quale motivo, ma dopo qualche minuto tocca a noi.
La guardia scruta sia me che Ale alla perfezione, per vedere se la nostra fisionomia corrisponde alla foto nel passaporto, ci dà da firmare delle carte precompilate e ci lascia andare allo step successivo, i controlli dell’auto.
Due guardie ad ispezionare l’auto mentre un pastore tedesco annusa ogni angolo della Atos, ma niente, non trova assolutamente nulla e una delle due guardie ci fa “Welcome to Russian Federation!”
E’ notte fonda, ma decido di guidare ancora un po’ visto la bontà delle strade e l’assenza di stanchezza.
In un battibaleno arriviamo a Rubotvsk, prima città del territorio dell’Altaj e ci mettiamo alla ricerca di un atm da dove ritirare rubli, ma l’unico che troviamo è fuori servizio.
Nessun problema, avremo fatto benzina al mattino con la carta, in Russia non c’è problema.
Guido per un’oretta sotto il cielo stellato a giorno della Siberia e verso le due e mezza di notte ci fermiamo a una circa 250 km da Barnaul.

XXX° giorno

Alle otto del mattino ci svegliamo a causa del sole che batte forte a dispetto delle temperature non particolarmente alte.
Ale si mette alla guida, facciamo qualche pausa “fisiologica” e dopo un paio d’ore ci fermiamo in un cafè a fare un brunch e a fare benzina.
Si vede che siamo in Russia: pulizia, ordine, carte di credito funzionanti senza particolari problemi.
Dopo il pranzo guido io, strada molto buona, prati e boschi curati: l’Altaj è una zona particolarmente ricca, sembra quasi di attraversare un Trentino-Alto Adige in salsa russa.
Giungiamo a Barnaul, capitale della regione dell’Altaj, accolti da case con tetti colorati sparse ovunque nella periferia.
Barnaul è il principale centro abitativo dell’area, con oltre 600 abitanti e sembra subito di essere stati catapultati in occidente: città moderna, pulita, per nulla caotica.
Siamo in Asia?
Grazie al GPS in una ventina di minuti arriviamo all’ostello, il Kapuchino Hostel.
Mentre Ale scarica gli zaini dall’auto io vado con un ragazzo dell’ostello al bancomat per ritirare qualche rublo; ritornato all’ostello ci dividiamo i compiti: io sistemerò le pagine internet e facebook del progetto, mentre Ale andrà a far cambiare l’olio della macchina e a fare un po’ di spesa, visto che a cena l’idea era di cucinare della carbonara.
Ale si dirige in un’officina vicina all’ostello, si fa cambiare olio dello sterzo e olio motore, oltre a invertire le ruote dell’auto, il tutto a un prezzo di favore di 20 e poco più euro; nel mentre io, finalmente, posso aggiornare il diario di viaggio.
Torna Ale e mi metto a cucinare: la pancetta è più prosciutto che pancetta, ma la carbonara viene decentemente, non potevamo pretendere di più senza parmigiano e pancetta!
Ceniamo e dopo poco ci buttiamo a letto, tra una chiacchiera e una navigata su internet.
Si dorme, l’indomani si punta ad arrivare a Kosh Agach, cuore delle Montagne d’oro dell’Altaj, patrimonio UNESCO russo.

PS: foto relative al diario nella pagina Facebook

www.facebook.com/dolomiteam2015 nell’album “Diario di viaggio #11”