Diario di Viaggio #6

XII° Giorno

29/07/2015

Ci svegliamo intorno alle sette del mattino in un silenzio irreale, durante la notte il solo rumore di qualche camion e animali in lontananza.

Poca acqua, mezzo serbatoio di benzina e zero manat turkmeni.
Tiriamo su le tende, non senza fatica, veloce lavata ai denti e si riparte in direzione Ashgabat con la carovana del giorno precedente.
La strada è buona, due corsie per senso di marcia, se si escludono i ponti che nelle sommità hanno vere e propri dossi d’asfalto creatisi dal caldo e dallo stesso asfalto di scarsa qualità.
Guido in mezzo al deserto e l’unica sorpresa data dal paesaggio è la presenza di dromedari lungo la strada, che spesso troviamo passeggiare indisturbati in mezzo alla strada stessa.

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Arriviamo a Balkanabat e decidiamo di cambiare una cinquantina di euro, necessari per l’acqua e per la benzina.
In banca facciamo in fretta, ci cambiano tutti i soldi, anche se il mio tentativo di cambio dei venti dollari rifiutati alla frontiera va tristemente a vuoto, rifiutati anche questa volta.
A Balkanabat ci colpiscono immediatamente i vestiti delle donne turkmene, variopinti, con trame floreali e intarsi veramente piacevoli alla vista.
Prendiamo dell’acqua e ripartiamo, decidendo di non far benzina: abbiamo mezzo serbatoio in un paese produttore di petrolio, che problemi potranno mai esserci nel fare benzina?
Altro errore di valutazione.
Continuiamo in direzione Ashgabat, deserto e solo deserto.

nuvole e deserto
I litri d’acqua scorrono a fiumi, per idratarci dalle temperature poco umane del deserto del Karakum; 40/50 gradi poco importa, era caldo come mai avevamo sentito nelle nostre vite.
La benzina piano piano scende, anzi crolla, e ci troviamo in riserva nel mezzo del nulla.
Chiediamo ad un tipo dove poter trovare una stazione di benzina e ci risponde (forse) 35 km; dopo una buona mezz’ora, con la lancetta oramai tutta spostata sulla sinistra troviamo una pompa e diamo da bere alla nostra piccola Atos.
1,5 litri rimasti, qualche chilometro ancora ed eravamo fermi.
Le stelle girano nel verso giusto.
Per la cronaca, un pieno di benzina viene meno di dieci euro in Turkmenistan.
La strada per Ashgabat continua ed è buona, non eccezionale ma meglio di come pensavamo.
All’entrata della città laviamo la macchina, visto che secondo le leggi turkmene possono arrivare multe salatissime se si entra nella capitale con l’auto sporca.
Chiacchieriamo con i lavoratori della pompa di benzina di calcio italiano, sono felicissimi di parlare di Juventus, Inter Milan (una squadra unica o forse l’Inter è conosciuta così all’estero, chi lo sa) e Roma.
Si riparte e dopo una mezz’ora si arriva ad Ashgabat.
Marmo ovunque, strade perfette, fiori ai lati delle strade, fontane, edifici placcati d’oro, statue dell’ex presidente Nyyazov in oro, che ci fanno capire l’insensatezza di questa città, senza vita, senza turisti, ma estremamente bella, ideale, onirica, ma senza vita, senza emozioni, senza esseri umani.
Arriviamo all’hotel Sofitel, il migliore hotel della città, luogo indicatoci dal ragazzo olandese come ritrovo di tutti i veicoli post Turkmenbasy.
Mi metto ad aspettare i ragazzi americani, dispersi nel traffico e al loro arrivo entriamo assieme in Hotel.
Anche qui fontane interne, oro e particolari sfarzosi quanto inutili.
Sosta al bagno, tentativo di acquisto di una coca cola con i venti dollari andata a male, due chiacchiere e le strade dei team si dividono: i più giovani (noi, irlandesi e americani) vogliamo dirigerci verso Darvaza, mentre i più vecchi vogliono riposarsi e partire l’indomani, quindi salutiamo i presenti e ci avviamo.
Perdiamo subito gli irlandesi, andati a far benzina, mentre gli americani ci guidano verso un supermercato per fare acquisti: acqua, cibo in scatola e noodles.
Facciamo un paio di foto con militari e passanti incuriositi e si parte verso le nove di sera, noi facciamo strada agli americani, io alla guida.
Ma perché muoversi a quell’ora tarda per andare in un posto sperduto in mezzo al deserto?

Nei pressi di Darvaza, a circa una decina di chilometri dalla strada, c’è un cratere di 60 X 20 metri che brucia ininterrottamente dal 1971. Il cratere è di origine artificiale, nato da una perforazione sovietica nel terreno sovrastante andata a male, che ha provocato un crollo del terreno e la fuoriuscita di gas naturale; i sovietici, per impedire rischi ambientali, han preferito dar fuoco al cratere, sperando di consumare così tutto il gas, ma il tentativo è stato vano e il cratere risplende nelle fiamme da oltre quarant’anni, diventando così una delle mete turistiche principali del Turkmenistan.
I locali di etnia Teke che abitano nelle yurte circostanti, considerano il fenomeno un evento sopranaturale e chiamano il cratere la “Porta dell’Inferno”.

Usciamo da Ashgabat attraverso tortuose strade fortunatamente ben pavimentate e per prima cosa portiamo gli americani a far benzina; dopo qualche chilometro dalla pompa inizia la strada per Darvaza, stessa strada che poi ci avrebbe condotto al confine uzbeko il giorno seguente.
All’inizio la strada sembra buona, due corsie per senso di marcia, poco illuminata ma decente, con buona visibilità, ma al termine di ogni tipo di insediamento umano la strada si fa dritta, buia e particolarmente tetra, dove le uniche luci sono quelle delle macchine in senso opposto a chilometri di distanza.
La strada inizia però a peggiorare diventando del tutto sconnessa, tra asfalto che crolla e buche simili a crateri; inoltre i sensi di marcia qui sembrano essere un optional.
Guidiamo nel deserto con i Massive Attack come colonna sonora; caldo, oscurità, il nulla attorno.
Un camion ci viene quasi addosso perché è in contromano, ma riusciamo fortunatamente ad evitare il disastro.
Guido fino all’una di notte e sono esausto, così Ale decide di prenderemo il mio posto.
Dopo poco più di un’ora arriviamo alla strada per la Porta dell’Inferno, come segnalato dal GPS.
Sabbia, piccoli arbusti, deserto.
Proponiamo ad americani e agli irlandesi sopraggiunti di campeggiare con noi lì, ma non ne vogliono sapere e vogliono vedere il cratere di notte.
Propongono di andare al cratere in auto, ma noi rifiutiamo, perché entrare in un deserto con macchine non attrezzate, di notte, ma soprattutto per 10 chilometri a noi sembra una vera e propria follia.
Americani e irlandesi decidono di partire e ci chiedono di montare in auto con loro per non perderci lo spettacolo: ovviamente accettiamo, macchina al sicuro e passaggio gratis, meglio di così!
Io monto con gli americani, Ale con gli irlandesi e dopo veramente qualche chilometro l’auto USA non va più avanti, piantata dentro la sabbia del deserto; un irlandese riesce a tirarla fuori, ma l’odore di frizione che emana l’auto non è dei più rassicuranti.
I ragazzi da Boston decidono amaramente di parcheggiarla a lato e di ripensarci al mattino seguente, quindi ci si dirige tutti verso la Porta dell’Inferno con l’auto irlandese, ben più attrezzata.
Ma dopo nemmeno cento metri, persino quest’ultima macchina si blocca.
I ragazzi iniziano a lavorare per liberare le ruote dalla sabbia e dopo una buona mezz’ora riescono a muoverla; decidono però di parcheggiarla anch’essi, di campeggiare lì e di muoversi al cratere a piedi.
Io desisto, il cratere era distante almeno 4 chilometri, erano le 4 e mezza del mattino e il sole sarebbe sorto in massimo un’ora: camminare nella sabbia, per chilometri, sotto il sole del deserto senz’acqua il primo mattino?
Ringraziamo e torniamo all’auto, dopo una mezz’oretta di cammino.
Iniziamo ad attrezzare l’auto per dormire ma dopo pochi minuti vedo dei fari nel deserto, che si muovono in maniera discontinua, sembrava una vera e propria allucinazione.
Passano altri cinque minuti e vedo due auto nel deserto in avvicinamento; dopo trenta secondi ci passano a lato e sento un “Hola amigos!” chiarificatore: sono gli spagnoli! Accompagnati dalla loro guida e da un ragazzo del posto di etnia teke che a pagamento porta i turisti con un camioncino dentro nel deserto fino alla Porta dell’inferno.
Ci raccontano di quanto spettacolare sia la porta di notte e la guida propone all’accompagnatore di portarci all’istante, prima dell’alba, per venti dollari. Venti dollari per noi, per gli irlandesi e per gli americani.
E io di venti dollari ne ho, ma sono quelli che han rifiutato già tre volte durante la giornata. Se accetta bene, altrimenti siamo fregati.
L’accompagnatore accetta, partiamo e dopo qualche minuto troviamo gli altri ragazzi, che si stan muovendo a piedi: il turkmeno si ferma e chiede a loro dieci dollari a testa per montare.
Io provo a convincerlo, ma chiaramente questo non sa una parola di inglese e senza dieci dollari a testa non si muove. Salutiamo gli altri ragazzi e ci scusiamo per l’incomprensione generale.
Procediamo con il Teke nel deserto e dopo una quindicina di minuti, tra sabbia, salti, dune e percorsi scoscesi arriviamo alla Porta dell’Inferno.
Uno spettacolo. In lontananza il sole che sorge lentamente e davanti a noi un cratere immenso, illuminato a giorno.
Scattiamo qualche foto, colpiti dal meraviglioso spettacolo davanti ai nostri occhi.

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Dieci minuti e torniamo indietro, incrociando nuovamente i ragazzi irlandesi e americani.
Arriviamo alla macchina dopo aver attraversato il percorso tortuoso precedente, vedendo inoltre due yurte lungo la strada, una delle quali era la casa del nostro accompagnatore.
Arriviamo alla macchina, offro una sigaretta al ragazzo turkmeno e gli porgo i venti dollari; lui senza nemmeno guardarli, sorride e se li mette in tasca, è fatta!
Lo salutiamo e ci mettiamo a dormire in auto.
Ore 6 del mattino, nel mezzo del deserto del Karakum.
L’alba giunge sempre più veloce, con il cielo pitturato ad arcobaleno illuminato dal sole.

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XIII° Giorno

30/07/2015

Ci svegliamo dopo tre orette e mezza di sonno, il sole è già alto e non dà tregua.
Nemmeno il tempo di destarsi e vediamo sopraggiungere le auto di irlandesi e americani: ci raccontano di aver camminato per quattro ore tra andata e ritorno.
A noi direi, è andata benone.
Le due auto ripartono e dopo una decina di minuti ripartiamo anche noi.
Se alle cinque del mattino abbiamo visitato la Door to Hell, la Porta dell’Inferno, ora stiamo attraversando la Highway to Hell, l’Autostrada dell’Inferno: salti, buche, voragini, asfalto che cede, gente in contromano, pezzi di corsie che esistono a tratti alterni e intorno sabbia, arbusti e ancora sabbia.
Chiaramente di pompe di benzina nemmeno l’ombra. E abbiam metà serbatoio, mezzo litro d’acqua e soli tre manat, l’equivalente di 0,80 dollari.
La temperatura al sole supera agilmente i 40 gradi, noi grondiamo e incrociamo le dita per trovare un distributore il prima possibile.
Passano due ore e di distributori nemmeno l’ombra, ma in lontananza vediamo un blocco stradale, già visto altre volte in Turkmenistan, dal nome PYGG.
Blocco stradale della polizia equivale al ritorno alla civiltà!
Andiamo avanti un’altra mezz’ora e vediamo un distributore, dove sono parcheggiati irlandesi e americani!
Facciamo tre manat di benzina (tre litri) e Alessandro entra nel negozietto della pompa di benzina, sperando potessero accettare euro.
Dato che le stelle girano nel verso giusto, forse troviamo uno dei pochi posti nello stato che accettano euro e quindi acquistiamo acqua, cibo e recuperiamo soldi per fare benzina, meraviglioso!
Proseguiamo verso Dasoguz, distante oramai solo un’ora e mezza, e il paesaggio cambia completamente: coltivazioni, prati, molto verde e molta acqua. Si vede che siamo nei pressi dell’Amu Darya, una sorta di Nilo per le popolazioni del deserto del Turkestan.
Arriviamo al confine verso le tre, parcheggiamo l’auto ed entriamo.
Una guardia parla inglese abbastanza correttamente e ci aiuta nelle pratiche di sdoganamento: passaporti, documenti auto, consegna documenti dati a Turkmenbasy e dichiarazione su quanta moneta abbiamo con noi.
Dopo queste pratiche, affrontate anche velocemente, mi dirigo verso il controllo auto.
Controllano l’interno, le borse, le scatole, gli zaini ma non trovano niente di particolare; apro leggermente il portapacchi davanti, ma la guardia di confine guarda a malapena.

E’ assai assurdo che dall’Italia al confine uzbeko nessuno abbia voluto aprire e controllare il portapacchi: potevamo avere con noi droghe, armi, qualsiasi cosa, nessuno ci avrebbe detto nulla.
Pazzesco.

Salutiamo gli amici turkmeni e ci dirigiamo verso la zona franca, militarizzata e limitata dal filo spinato.

Dopo cinque minuti arriviamo al confine uzbeko e mi accodo a due camion, scendiamo, ci fanno il primo controllo ai passaporti e compiliamo due dichiarazioni doganali.
Alessandro continua a piedi, mentre io mi accodo, aspetto dieci minuti e mi fan passare.
Parcheggio l’auto, arrivano i cani antidroga (pastori tedeschi questa volta) e io vengo portato in una stanza, dove trovo Alessandro che parla con una guardia uzbeka, di grado elevato, che parla un buon inglese.
Ci fa fondamentalmente il terzo grado, chiedendoci il perché del viaggio, cosa studiavamo, perché avevamo visti della Russia precedenti e altro.
Consegniamo le dichiarazioni doganali fatte in precedenza, mi fanno compilare un po’ di carte e attendiamo; nel mentre sento abbaiare i cani e sinceramente mi preoccupo, non tanto per il rischio che trovino qualcosa, visto che chiaramente non abbiamo nulla, ma per la noia e lo stress che avremo dovuto passare a mettere sottosopra la macchina.
Usciamo, i cani sono pacifici e la guardia di alto grado ci dice di aprire l’auto: controllano ogni angolo con i cani, non trovando nulla di particolare.
Mi chiede spiegazioni sui filtri per le sigarette rollate che trova in auto e su un pacchetto di zucchero; poi chiede di ascoltare un po’ di musica dall’autoradio, gli diamo l’assenso e inserisce il CD degli Iron Maiden, tutto sorridente.
Ci lasciano andare.
Il confine forse più complicato del viaggio viene passato in meno di due ore, credo sia un record.

Entriamo finalmente in Uzbekistan: le strade sono orrende, ma la gente lungo la strada ci saluta e ci sorride, soprattutto i bambini.
Il paesaggio è verde, con molti animali che pascolano, mentre gli allevatori si muovono in piccoli carretti trascinati da asini.
Impieghiamo un’ora e mezza per attraversare 40 km, ma di più la nostra auto non poteva fare, l’asfalto era da incubo.
Giungiamo a Khiva e per trovare un ostello decidiamo di entrare all’interno delle mura: decine di bambini ci salutano, mentre superiamo con lentezza tutte le buche di terra battuta presenti nel manto stradale.
Seguiamo un cartello per il Zafarbek B&B.
Arriviamo, scendiamo dall’auto e un ragazzino ci fa segno di seguirlo; chiama ad un numero di telefono e mi fa parlare con il proprietario, 15 dollari a testa per la notte, tanti ma non eccessivi.
Saliamo alla camera, pulita, letti comodi, aria condizionata, non si poteva chiedere di più.
Doccia rinfrescante e poi ci dividiamo: Alessandro si fa accompagnare dal ragazzino per cambiare degli euro in sum, io vado a prendere dell’acqua e qualche pacchetto di sigarette.
Alessandro arriva in un losco locale e un tipo gli cambia degli euro per la moneta locale, il som, 1 euro per 2850 som al cambio ufficiale, perfetto.
Io esco dalle mura di Khiva e mi dirigo al supermercato, dove compro qualche bottiglione d’acqua, le sigarette e mi accorgo di come la globalizzazione oramai è esponenziale: sneackers, dolci e bibite energetiche occidentali ovunque.
Ci ritroviamo dopo una decina di minuti e attraversiamo a piedi la città vecchia di Khiva, tra bambini incuriositi che ci salutano.
La città è perfettamente integra, senza nessun tocco di modernità nelle sue vie: strade di terra, canali di scolo, donne che puliscono tappeti per strada, materassi, case del thè, sembra di tornare indietro di oltre cent’anni, forse più.

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Giungiamo ad un ristorante proprio dietro la madrassa simbolo di Khiva e incontriamo subito il proprietario, un uzbeko di 30/35 anni che parla qualche parola di italiano; ordiniamo dei ravioli di carne, del riso pilaf e un paio di birre.
Durante la cena chiediamo qualche informazione al proprietario, riguardo al cambio valute e alla benzina.
Ci dice che è ben difficile trovare benzina a Khiva, se non attraverso il mercato nero, visto che la quasi totalità delle auto va a propano o a metano; non sapendo come muoverci, ci dice di tornare l’indomani al mattino che suo fratello ci avrebbe dato una mano.
Ma il bello arriva alla seconda domanda: gli diciamo di aver cambiato gli euro con il tasso di cambio ufficiale e ci dice subito che ci han fregati…com’è possibile?
Il tipo inizia a spiegarci la situazione per così dire particolare dell’Uzbekistan: esistono due tassi di cambio, uno ufficiale e uno reale, quello reale è dettato dal mercato nero; noi non avendo cambiato in una banca, abbiamo cambiato al mercato nero, ma al mercato nero il valore di un euro non è di 2850 som ma è di ben 4500 som. Quindi, fondamentalmente, siamo stati fregati.
Bene.
Lo ringraziamo per le informazioni e lo salutiamo, accordandoci per trovarsi il mattino seguente con suo fratello.
Torniamo in hotel, due chiacchiere, qualche riga sul diario di bordo e poi si crolla addormentati, rinfrescati dall’aria condizionata del Zafarbek B&B.

Tramonto alle mura di Khiva

XIV° Giorno

31/07/2015

Ci svegliamo alle otto del mattino, doccia immediata per riprendersi e scendiamo dalla camera per abbuffarci della colazione compresa nel prezzo: uova, formaggio, the, pane, marmellata fatta in casa, una delizia.
Finito di ingozzarci, paghiamo i 30 dollari per la notte, che diventano 35 euro perché il cambio in Uzbekistan favorisce il dollaro rispetto all’euro…mah
Giriamo per la città vecchia, tra madrasse, minareti, bancarelle e edifici storici, tutti datati tra il XV e il XVIII secolo.
Dopo aver girato per un’oretta, arriviamo alle nove e mezza nel ristorante della sera precedente, per incontrare il fratello del boss, che chiaramente non è ancora arrivato, così nell’attesa beviamo un po’ di the caldo.
Arriva il proprietario del locale, chiama il fratello e dopo una ventina di minuti arriva e ci accompagna all’auto; arrivati alla Atos, lo seguiamo lungo il traffico della città nuova e arriviamo in una stradina, dove ci aspetta una signora sulla cinquantina.
30 litri per 105 mila som, circa 1,20 euro al cambio “ufficiale”, ci tocca accettare.
Ringraziamo, salutiamo e ripartiamo alla volta di Bukhara.
Prima però ci fermiamo a comprare acqua e qualcosa da mangiare in un supermercato nella Khiva esterna.
Alessandro entra e fa la conoscenza di una ragazza che lavora lì, che dice di amare la musica italiana ma non capisce il senso delle parole, soprattutto il significato di “Lasciatemi cantare”; quando Ale le spiega il senso della canzone lei si illumina e lo ringrazia sentitamente.
Grossa spesa per il Dolomiteam 2015 a Khiva: acqua, biscotti, una forbice, ma soprattutto un poletto al forno.
Si riparte, prendiamo la strada in direzione Urgench, superiamo l’Amu Darya e giungiamo a Beruni, dove svoltiamo verso destra in direzione Bukhara.
Prima di partire, ci hanno avvertito che la distanza Khiva – Bukhara si copre in almeno otto ore, ma stentiamo a crederlo dopo le prime due ore di viaggio, vista la ottima condizione dell’asfalto a due corsie.
Percorriamo la strada a buona velocità, attraversando nuovamente il deserto del Karakum, che nasce e si espande in Turkmenistan, finisce lungo le rive dell’Amu Darya, ma poi riinizia lungo la parte centrale e occidentale dell’Uzbekistan.
La visione delle rive dell’Amu Darya in mezzo al deserto ci lasciano estasiati: chilometri e chilometri di sabbia con in lontananza il fiume, che scorre in una valle di un verde profondo.
Continuiamo a guidare senza alcun problema, fino a quando, dal nulla, inizia il disastro.
L’autostrada non continua e vi è un’unica strada a doppio senso di marcia, con a lato ruspe e camion al lavoro per costruire il pezzo di autostrada mancante; la temperatura è altissima e al tempo stesso tira molto vento, che inonda la carreggiata di sabbia.
L’asfalto è sventrato, pieno di buche e dossi, e si procede con lentezza.
Per aggiungere un po’ di colore, il motore dell’auto fa strani rumori, probabilmente dettati dalla benzina di pessima qualità dataci dalla signora di Khiva.
Passano le ore nel deserto, procediamo lentamente e verso le cinque decidiamo di fermarci, per fare il cambio guidatore e per finalmente mangiare il pollo allo spiedo.
Dopo una decina di minuti sopraggiungono dal nulla i ragazzi americani: ci raccontano di aver trovato la frontiera chiusa il giorno prima, che stavano puntando ad arrivare a Bukhara in nottata e che gli irlandesi han avuto problemi all’auto.
Dopo una breve chiacchierata, gli americani ripartono, noi finiamo il polletto e continuiamo con l’avventura nel deserto.
Fortunatamente dopo pochi chilometri l’asfalto migliora, ma il rumore al motore sembra peggiorare, che fare?
Il sole lentamente cala e l’unica cosa che possiamo fare è fermarci nella prima casa del tè che troviamo, mangiare, bere tè e sperare che ci ospitino per la notte.
Procediamo per chilometri, ricompare nuovamente la vegetazione e in pieno tramonto troviamo a lato strada una casa del tè. Ci fermiamo.
Un ragazzo ci accoglie con spiccata simpatia e ci fa sedere in comodi divanetti con un tavolino centrale: ordiniamo acqua, tè e dei shashlik, spiedini tipici dell’Uzbekistan.
Mangiamo, beviamo e continuiamo ad ordinare tè, guardando con piacere tutti gli Uzbeki curiosi che ammirano il percorso disegnato nella nostra auto; ci chiedono inoltre molte informazioni, che cerchiamo di spiegare a gesti con qualche parola di russo nel mezzo.
Il ragazzo che ci ha accolti in precedenza ci fa intuire che se vogliamo possiamo dormire tranquillamente lungo le panchine e i cuscini della tea house: obiettivo raggiunto.
Passiamo la serata a chiacchierare, fino a quando giunge una corriera proveniente da Tashkent, con una cinquantina di persone al suo interno.
Un uomo, sulla quarantina, si presenta: si chiama Akrom, viene da Mangit, sulla riva nord del Amu Darya e vuole fare un sacco di foto con noi.
Parliamo con lui per oltre un’ora, cercando con difficoltà di capirci; mentre Alessandro si mette a dormire e io ordino una birra, dal nulla Akrom scrive nella mia moleskine nome e cognome di una ragazza russa, con un numero di telefono annesso.
Cerco di capire il perché e tramite i gesti mi dice che è prosperosa, che le piacciono gli italiani e che devo chiamarla.
Lo ringrazio lo stesso facendogli capire che ho la fidanzata e poi lo saluto, con l’ultimo selfie della giornata.

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Seguo Alessandro e mi sdraio pure io, crollando nel mondo dei sogni in un nonnulla.

Diario di Viaggio #5

IX° giorno

26/07/2015

Rufat, il nostro padrone di casa momentaneo, ci sveglia alle otto del mattino, doccia veloce e partiamo con lui verso un supermercato, per comprare i viveri necessari per il viaggio in nave verso il Turkmenistan: acqua, pesce in scatola, pane, sigarette.
Salutiamo Rufat con un selfie e partiamo alla volta del porto nuovo di Baku.

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Alessandro parcheggia la macchina a fianco del Nargile Cafè, un posto indicatoci su internet come base per partire alla ricerca del ticket office nel porto; vado in spedizione, mentre Ale rimane in macchina.
Dopo aver chiesto a taxisti e passanti dove fosse il ticket office del porto, in un russo particolarmente improbabile senza comunque aver trovato risposta, riesco a trovare la retta via e dopo un quarto d’ora a piedi raggiungo un cancello grigio, con a destra una porta grigia, tutto come indicato su internet.
Chiedo a una guardia dove fosse il ticket office, non capisce e mi manda da una giovane guardia che parla inglese.
Si chiama Ahmed, 25 anni, è da Baku e studia ingegneria meccanica, oltre a lavorare come guardia di sicurezza al porto; dopo dieci minuti di chiacchiere mi dice che Viktoria, la ragazza addetta ai ferry boat, arriverà per mezzodì, quindi informo Alessandro sul come raggiungermi e mi metto ad aspettare.

guardia porto

Dopo circa un’ora arriva Viktoria e le spiego il tutto: mi dice che probabilmente ci sarà una barca l’indomani, quindi alla sera avremo dovuto portare lì la macchina, compilare dei documenti e il mattino seguente comprare i biglietti al porto vecchio dopo averla chiamata, per poi dirigerci al porto di Alat (70 km da Baku) e prendere il ferry.
Per sicurezza mi faccio rispiegare tutto con estrema calma, capiamo per filo e per segno il necessario e ci muoviamo, ringraziando Viktoria.
Prima di salire in macchina chiediamo ad Ahmed di suggerirci un ristorante buono e poco costoso a Baku: “Qocet”, dice, indicando una strada sulla cartina del Gps.
Lo ringraziamo e ci dirigiamo verso il centro con il nostro bolide.

Dopo una decina di chilometri, tra grattacieli e negozi lussuosi, giungiamo davanti al Teatro Nazionale, parcheggiamo in un parcheggio sotterraneo e dopo una decina di minuti troviamo il Qocet: mangiare era d’obbligo, i 41 gradi di Baku ci stavano friggendo.

Entriamo in questo ristorante a due piani con macelleria e veniamo colpiti dagli odori di spezie che pervadevano le stanze; il locale era abbastanza lussuoso ma non particolarmente caro.
Di tutti i camerieri solo uno parla inglese ed è un ragazzo azero che studia in Lituania e lavora d’estate a Baku per guadagnare qualche soldo.
Ordiniamo: kebab lavash turco, acqua, succo alla pera e una bibita frizzante alla pera.
La pera sembra sia il frutto nazionale azero a quanto pare.

Dopo qualche minuti mangiamo, anzi ci strafoghiamo e completiamo il pasto con delle patate fritte.
Ci danno persino la linea wifi e decidiamo quindi di rimanere qualche ora lì, sia per riposarci sia per non morire di caldo durante il primo pomeriggio.
Quindi ordiniamo cay su cay e fino alle cinque ci rintaniamo lì, con gli sguardi poco simpatici di tutti i camerieri, escluso lo studente.
Al momento del pagamento però la mia carta non viene accettata, quindi esco per ritirare e il ragazzo che studia lituano mi accompagna, così da poter fare due chiacchiere prima di riiniziare a lavorare.
Ritiro, ritorniamo al Qocet e partiamo per un tour a piedi alla città vecchia di Baku, anch’essa patrimonio Unesco.
Entriamo nelle mura, giriamo l’interno della città vecchia esterna, per infine entrare nelle mura della vera città vecchia, dove passeggiamo volentieri tra le piccole vie e scattiamo varie foto soprattutto ai monumenti principali, le mura e la torre della vergine.

mura interne DCIM103GOPRO DCIM103GOPRO

Usciamo dalla città vecchia e ci dirigiamo verso il centro città, in cerca di qualcosa da bere e da mangiare.
Verso le otto e mezza, nella stessa piazza dove è parcheggiata l’auto, troviamo un baretto all’aperto e per puro sfizio chiediamo il prezzo di una birra: la zona era troppo al centro della città e quindi troppo cara per le nostre tasche.
“One manat big beer”
“Che??? Beh, nostro!”

E quindi fino alle nove e mezza qualche birra e una lunga chiacchierata per distenderci dallo stress dei giorni precedenti.
Riprendiamo quindi la macchina e ci dirigiamo al porto nuovo, come ci disse Viktoria al mattino.
Arriviamo, chiediamo alle guardie di entrare e ci dirigiamo da un vecchio baffuto conosciuto al mattino, che ci sdogana l’auto e ci dice “ok, go buy tickets, go alat, bye”
Insomma, era tutto pronto, dovevamo semplicemente comprare i biglietti al mattino e poi via, veloci verso Alat.
Torniamo verso il centro e la fame giungeva veloce: kebab rapido accompagnato da una bevanda tipica della Turchia con latte e sale.
Parcheggiamo l’auto sotto l’Hilton in un sotterraneo, 3 manat per dodici ore (ovvero sia 2 euro), ma le guardie ci dicono di non dormire lì a causa del troppo caldo, con piena ragione.
Usciamo, zaino in spalla e ci dirigiamo verso i giardinetti lungo il Mar Caspio, dove però c’è molta polizia, molto movimento e molti locali.
Però da qualche parte è necessario dormire.
Escludiamo i prati, qui non sono utilizzati come in Turchia dove il prato è picnic, the e convivialità: probabilmente a Baku scatta una multa se uno calpesto un prato.
Quindi che fare? Si barboneggia! Decidiamo di dormire sulle panchine del parco, cercando di destar meno sospetti e di non farci svegliar mai dalla polizia.
Dormiamo male, al freddo causa escursione termica notturna e con gente che spesso ci svegliava, ma almeno si chiude occhio.

X° giorno

27/07/2015

Ci si sveglia presto, verso le sette, grazie alla luce del sole appena sorto e ci dirigiamo verso il porto vecchio, per cercare una biglietteria ma nessuno ci da un’indicazione se non generica.
Dopo una mezz’ora troviamo tutto, ma ci dicono che il ticket office apre alle due. Mmmhh, vedremo.
Torniamo a Surakhani e beviamo un thè rigenerante al Nargile Cafè, in attesa delle 11 per chiamare Viktoria.

Ore 11
“Ehi Viktoria, Sono Michel il ragazzo ita…”
“Ehi, muovetevi, comprate biglietti poi andate ad Alat e prendete il ferry boat” (leggere con accento russo, grazie)
Rapida ed efficace.
Prendiamo la macchina di corsa e ci dirigiamo verso il porto vecchio, entriamo dai cancelli e vediamo una fila di macchine con la nostra stessa destinazione: 2 auto del Mongol Charity Rally e 3 auto del Mongol Rally.

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Corro verso il ticket office e trovo il responsabile dei biglietti transcaspici, gli spiego la situazione e conosce tutto alla perfezione.

“Ora dammi passaporti e passaporto macchina, ok?” (accento russo)
“Ecco”
“Aktau, Kazakhstan, giusto?”
“Cheeee?”

Perché mi sta parlando di Aktau? Noi dobbiamo andare a Turkmenbasy!
Il tipo chiama Viktoria.
“Michel ma andate in Kazakhstan, vero?”

“No, come ti ho detto ieri vogliamo andare a Turkmenbasy”
“Oh….mi dispiace, scusami…beh richiamami alle 4 in punto”

Per chi non avesse capito la conversazione faccio un sunto veloce: Viktoria, l’addetta al ticket office, ci ha preso un posto in barca per Aktau, Kazakhstan e non per Turkmenbasy, Turkmenistan.
Che fare?

“Ale io a questo punto andrei ad Aktau, non possiamo rimanere qui bloccati in porto”
“Eh, non saprei cosa fare nemmeno io”

Dal nulla spunta un ragazzo tedesco sulla trentina, che ci dice con tutta calma: “Se avete bisogno di un posto in barca per il Turkmenistan il responsabile è Ismail, parlate con lui, ha l’ufficio all’ingresso del porto”
Corriamo.

Troviamo subito Ismail, gli spieghiamo la situazione e sorride, dicendo che Viktoria è solita compiere questo genere di caos; ci dice di star tranquilli, di preparare i documenti necessari, visto che molto probabilmente saremo partiti al pomeriggio con gli altri viaggiatori “mongoli”.
Gli diamo i passaporti e i documenti dell’auto, aspettiamo dieci minuti e ci invita nel suo ufficio.
“Quindi, 350 dollari per l’auto, 100 a testa per voi e 40 a testa per le mie commissioni, ok?”

630 dollari, se non gli diciamo ok siamo fermi in Azerbaijan.
630 dollari, sperando che almeno il ferry non sia un lurido porta container a pagamento.

Facciamo conoscenza con gli altri ragazzi: un team irlandese, un team americano, un team spagnolo, un auto dei pompieri con una coppia olandese/britannica e il ragazzo di prima, che di lavoro guida caravan inglesi che portano turisti in giro per il mondo, accompagnato da Edda, una ragazza svizzera, e una guida neozelandese.

Andiamo a fare gli ultimi acquisti con i ragazzi americani: acqua, cibo, bibite dolci, per alzare un attimo la glicemia visto le temperature da svenimento.
I ragazzi sono da Boston e stanno facendo il Mongol Rally con una macchina acquistata a Londra per 400 sterline poco prima della partenza; sono gran appassionati di calcio e nel loro viaggio verso la Mongolia andranno a sfidare una squadra di Semey, Kazakhstan, per una partita amichevole.

Alle tre ritorniamo verso l’auto e ci dirigiamo verso l’attracco delle barche e vediamo il nostro traghetto, una nave gigantesca con una fila interminabile di camion pronti a scaricare al suo interno.
Il sole è cocente e si suda, il tempo scorre lentamente e si cerca di rinfrescarsi con dell’acqua (bollente), scambiando due parole con gli altri presenti.
Alessandro si mette a giocare a rugby con i ragazzi irlandesi, che hanno nel sangue la palla ovale, mentre io girovago intorno all’auto chiaccherando con Edda.
Lei è una istruttrice di sci ed è diretta in Kyrgyzstan, dove vive suo fratello e dove da anni va a fasi alterne per fare preparazione sciistica e per istruire i kyrgyzi sullo sci alpino; la chiacchierata scanzonata mi fa capire qualche dettaglio in più sulle tradizioni del popolo kyrgyzo.
Le ore però non sembrano passare mai, il caldo la fa da padrone e i camion sembrano aumentare.
Alle sei non resta più nessun camion, si può passare alla parte più divertente: lo sdoganamento dei passaporti!
Ci mettiamo in fila e aspettiamo un’altra ora per il nostro turno: foto ad entrambi, passaporti vidimati e la guardia azera donna che fa ad Alessandro: “Italiano…bellissimo”.

Ci rimettiamo in auto e dopo un’altra ora possiamo portare l’auto nel ferry: la Atos viene posta nella stiva inferiore, con tutte le auto dirette in Mongolia.
I ragazzi spagnoli, durante l’ingresso nel ferry, sembrano avere un problema indefinito all’auto.
Dopo otto ore di attesa finalmente siamo nel ferry boat diretto a Turkmenbasy, Turkmenistan, e siamo a dir poco felici visto che era uno dei punti cruciali del nostro viaggio: senza ferry boat, niente Asia Centrale, niente Mongolia.
Scendiamo dall’auto con tutti i nostri averi e ci dirigiamo verso i piani superiori, dove un ragazzo turkmeno ci accompagna alla camera: due letti, pulita, un armadio e un bagno, perfetta direi, essenziale.
Ci laviamo velocemente, mangiamo del pesce in scatola e usciamo nella parte scoperta del ferry: chiacchierata con gli spagnoli, così da sfoggiare il mio spagnolo arrugginito, riguardo alle prossime destinazioni e alla situazione della loro auto.
Scattiamo qualche foto a Baku dalla nave, uno spettacolo mozzafiato, tra torri illuminate, bandiere azere gigantesche e giochi di colori in tutta la città; alle undici finalmente si parte.

Destinazione Turkmenbasy, Turkmenistan, Asia Centrale.
Ciao Europa, si va in Asia.

XI° giorno

28/07/2015

Ci svegliamo verso le dieci e mezza in nave, riposati finalmente dopo aver trascorso la nottata precedente in una panchina nel parco al centro di Baku.
Ci alziamo, prepariamo le borse e saliamo verso il centro della nave, da cui poi saremo scesi.
Il ferry inizia l’avvicinamento al porto di Turkmenbasy intorno alle undici e prima di attraccare ci mette quasi due ore, quasi un preambolo dell’eterna giornata che ci si poneva di fronte.

DCIM103GOPRO

Durante l’attesa, faccio la conoscenza di un bambino turkmeno tenerissimo, Jacob, proveniente da un’indefinita città del nord al confine con il Kazakhstan; sa pochissime parole in inglese, ma ripete a memoria la storia dell’indipendenza turkmena dall’Unione Sovietica…che sia indottrinamento infantile in uno dei paesi più chiusi e misteriosi al mondo?

Jacob

Poco dopo l’una si attracca e il Dolomiteam 2015 si separa: Alessandro esce dalla barca come pedone, mentre io essendo proprietario ufficiale devo guidare l’auto fuori dal ferry e sdoganarla.

Giornata di Alessandro

Sceso con gli altri pedoni dal ferry, dopo la consueta mezzora di attesa sotto un sole cocente, veniamo catapultati su un vecchio bus sovietico con annessa scorta militare. Aveva l’unico compito di trasportarci alla dogana, cosa in cui fallisce miseramente: l’autista pensa bene di incagliare il catorcio tra i cancelli del porto. Risolti questi problemi non ci resta che affrontare gli uffici doganali. Siamo subito accolti con un “niet computer” “niet angliski”. Risultato: due ore di attesa senza capire nulla, dovevamo solo aspettare. Pian piano la situazione si sblocca: 12 dollari per un timbro e le pratiche possono iniziare! Io,gli spagnoli riusciamo a velocizzare il tutto e ingraziandomi la guardia riesco ad ottenere per primo il fatidico timbro. Con un rapido controllo ai bagagli (parevano molto interessati al mio sacco delle immondizie ripieno di vestiti sporchi) riesco per primo ad uscire dai terribili uffici doganali dopo ben 4 ore. A questo punto non mi resta che attendere l’arrivo di Michel guardandomi sulla TV Turkmena un Italia Brasile di Pallavolo.

Giornata di Michel

Scendo con gli altri guidatori nella stiva e aspetto per un’interminabile ora, mentre i camion del giorno precedente lentamente trasbordano dalla nave.

Salgo in macchina, fa già caldo e mi rimane poco più di un litro d’acqua…iniziamo bene la giornata.
La macchina spagnola davanti a me continua ad avere problemi e quindi viene attaccata con delle corde al camion dei pompieri olandese, uscendo dalla stiva non senza difficoltà.
Scendo dalla nave, finalmente in Asia.

E lentamente inizia il Golgotha.

Siamo fermi nel porto, senza che nessuno ci degni di uno sguardo, passando il tempo a chiacchierare o a dividerci cibo e sigarette.
Dopo una mezz’ora arriva una giovane guardia con un piccolo cocker nero e iniziano a girare intorno alle auto: è il controllo antidroga.
Controllo antidroga con un piccolo cagnolino che non destava timore a nessuno.
Il controllo antidroga passa senza alcun problema.
Dopo una buona mezz’ora sotto il sole, il ragazzo tedesco inizia a dare una controllata all’auto spagnola e capisce il problema: la macchina non ha olio freni dentro.
Lo spagnolo alla guida impallidisce, ringrazia sentitamente, nel mentre scoppia una risata fragorosa tra i presenti.
Giunge finalmente un’altra guardia e dice di seguirlo, per effettuare i pagamenti del trasbordo, una piccola tassa da pagare al comandante della nave per l’utilizzo del ponte in uscita: 12 dollari in tranquillità e si ritorna alle auto.
Dopo una decina di minuti giunge una donnona turkmena addetta ai servizi doganali, ci dice di montare in macchina e di andare agli uffici, per iniziare le pratiche di sdoganamento.
Dopo 3 km di strade all’interno dell’area portuale, giungiamo a questo edificio anonimo, con barriere, guardie, recinzioni e insensatezza.
Parcheggiamo.
La guardia presente alla porta di ingresso fa entrare solo lo spagnolo, lasciando fuori me, con gli irlandesi e gli americani.
Fa sempre più caldo, sono 45 gradi, ho pochissima acqua e il tempo scorre lentamente.
Ho bisogno pure di andare in bagno, ma la guardia dice che non c’è nessun bagno, anzi, c’è, ma io non posso andarci perché non ho ancora sdoganato.
Grazie.
Dopo un’ora la guardia decide di farmi entrare.
Ritrovo tutti i ragazzi della nave, oltre a vari altri passeggeri tra cui tre camionisti ucraini con un evidente passato da boxer negli scantinati di Dnipropetrovsk.
Gli spagnoli, avendo un visto turistico e non di transito, hanno una guida turkmena che parla spagnolo e inizio a chiedergli consiglio sul da farsi.
Mi dice di tenermi in fila sul primo sportello ed aspettare.
Passano due ore chiaramente, perché la precedenza la hanno i passaporti locali.
Al mio turno consegno il passaporto, timbro, compilano due carte a mano (i computer chiaramente c’erano, ma nessun computer funzionava) e mi dicono di andare a pagare in cassa, primo ufficio sulla destra.
Mi danno inoltre una carta con vari spazi per inserire dei pagamenti.
Vado alla cassa e pago 12 dollari, credo per lo sdoganamento della mia persona.
Mi dicono che ora avrei dovuto passare quattro uffici: medico, tasse stradali e due uffici indefiniti.
Vado dal medico, mi fa un timbro in cui indica il pagamento di un dollaro per la disinfestazione dell’auto, cosa che chiaramente mai sarebbe avvenuta.
Mi sposto nel secondo ufficio e trovo un vecchiotto che mi chiede che strada avrei percorso: Turkmenbasy – Ashgabat – Kunya Urgench.
Fa due calcoli, controlla i documenti dell’auto e inserisce due pagamenti da 35 dollari l’uno (transito oltre all’entrata-uscita dal paese) e uno da 73 dollari, una tassa sulla benzina. Bene.
Mi dice inoltre che non potevamo entrare in Uzbekistan da Kunya Urgench perché il confine era chiuso, l’unico passaggio per noi era a Dasoguz.

Passo al terzo ufficio, un uomo baffuto mi guarda, timbra velocemente le carte che gli do e mi dice di andare al quarto ufficio, dove un uomo grassissimo circondato da altre donnone in uniforme, si mette a guardare i documenti, compila carte e fa timbri su quadernoni, annotando tutto ciò che è presente nella documentazione.
Mi dice che ora posso andare in cassa e pagare.
Ritorno alla cassa, facendo il costo dei soldi da dare per questo ladrocinio statalizzato: 144 dollari. Bene, ne ho 145, sono perfetto.
Do tutte le carte e la tipa dello sportello aggiunge 2 dollari di commissioni: le spiego che ho i soldi contati, ma non ne vuole sapere e mi dice che devo trovare il dollaro mancante.
Inoltre, non accetta 20 dollari perché non sono perfettamente integri.
La giornata si fa sfavillante!
Il ragazzo tedesco che ci ha aiutato il giorno precedente mi viene nuovamente in soccorso: scambio 20 euro con 20 dollari (i cambi oramai sono forfettari) e mi regala un dollaro.
Torno, faccio il pagamento, grandi sorrisi.
Ma non è finita, devo fare ancora due uffici.
Nel frattempo faccio conoscenza con una guida turkmena, che parla abbastanza bene italiano e mi aiuta a muovermi in quel marasma di carte e burocrazia.
Nel primo ufficio solito controllo documenti-passaporti, firmo delle carte incomprensibili e vengo mandato ad un secondo ufficio, dove la guardia nemmeno mi considera, parlando al telefono, ridendo e grattandosi la pancia.
Dopo cinque minuti compila altre carte sul mio conto e dice che ora è il turno del controllo auto.
Bene, finalmente.
Controllano l’auto, aprono gli zaini e le scatole con medicinali e cibo; sono incuriositi dalla gopro ma soprattutto dai sacchetti della cuki.
Mi chiedono cosa c’è nel portapacchi, ma il materiale da campeggio non sembra interessargli, quindi mi dicono che va tutto bene.
Il portapacchi con il telo resiste imperterrito.
Arriva un’altra guardia, gli offro una sigaretta e mi dice che è necessario pagare altri 4 manat per uscire dal parcheggio della struttura.
Ma se io son appena arrivato in Turkmenistan, come posso avere moneta locale?
Mi innervosisco, entro nella struttura e ritrovo Alessandro.

Ci dirigiamo assieme all’ufficio del “pagamento parcheggio”, ma veniamo fermati da un’altra guardia che inserisce i nostri dati in un altro archivio.
Avrò il mio nome su almeno 10 archivi turkmeni.
Ci dirigiamo all’ultimo, spero, ufficio.

Una signora con un vestito verde coloratissimo e un copricapo a cilindro tipico del paese, ci dice di pagare i 4 manat.
Le spieghiamo che abbiamo solo euro, ma non ne vuole sapere, o manat o dollari o non usciamo.
Arriva uno dei ragazzi americani, le da tre dollari e le dice che con quei soldi avrebbe dovuto lasciare andare noi e loro: dopo qualche minuto di titubanza, ci sorride e ci lascia andare, dandoci però due fogliettini, uno blu e uno bianco, da consegnare uno all’uscita della struttura, l’altro all’uscita dal porto.

Monto finalmente in macchina, consegno il biglietto blu e una guardia mi fa uscire dal parcheggio della struttura, pagando una mancia di una sigaretta.

Libertà!

Parliamo con gli altri ragazzi usciti anche loro dall’inferno burocratico e decidiamo di fare una carovana di auto in direzione Ashgabat, per poi campeggiare da qualche parte lungo strada tutti assieme.
Dopo una decina di minuti escono anche gli irlandesi, montiamo in macchina e ci dirigiamo tutti verso l’uscita del porto.
Chiaramente all’uscita, i responsabili vogliono altri soldi, ma dopo cinque minuti ci fanno andare, consegnando anche il fogliettino bianco datoci in precedenza.

Si parte!

DCIM103GOPRO

Strada buona, deserto da una parte, rocce granitiche dall’altra.
Alessandro guida per quasi un’oretta assaggiando per la prima volta nella nostra vita il deserto, le sue temperature e i paesaggi lunari.
La carovana si ferma quando il camion dei pompieri accosta e il ragazzo olandese alla guida ci propone di fermarci e campeggiare tutti assieme in un cratere a lato della strada.
Tutti d’accordo ci fermiamo, montiamo le tende e si cerca di riposare, vista la lunga tappa dell’indomani.
Ci si addormenta con il vento del deserto che soffia forte sulle nostre tende, esausti da una giornata insensata, sprecata davanti a centinaia di fogli di carta e timbri doganali che mai nessuna guarderà.

Il primo impatto con il Turkmenistan era forse preventivabile, dato il regime presente nel paese dal crollo dell’Unione Sovietica, che ha si mantenuto il gigante sistema burocratico comunista ma che al tempo stesso ha stravolto la concezione dello stato dando vita ad una religione, un pensiero unico e un culto della personalità pari forse alla sola Corea del Nord oggigiorno.