Diario di viaggio #8

XVIII° giorno

Passiamo la mattinata con estrema calma, conversando con i ragazzi belgi di strade, confini e problemi auto, facendo colazione con dei gustosi pancake ripieni di patate e carne.
Ci docciamo, carichiamo l’auto e chiediamo a Rafa un posto vicino dove far benzina, ma ci rassicura subito dicendo che a Tashkent non c’è nessun tipo di problema con le stazioni di rifornimento. Finalmente.
Partiamo nel primo pomeriggio, dopo aver salutato i belgi e gli altri presenti.

Direzione Fergana Valley.
La valle di Fergana è una piccola regione dell’Uzbekistan che si insinua fra le montagne che la separano a nord, est e sud est dal Kyrgyzstan e a sud ovest dal Tajikistan.
Questa valle, nota per la produzione di seta e ceramica, è separata dal resto dell’Uzbekistan da un passo di montagna ad oltre due mila metri.
Partiamo ma ci si ferma subito per acquistare acqua e qualche snack per il viaggio.

Dopo qualche chilometro troviamo una pompa di benzina e facciamo rifornimento, a prezzi più bassi rispetto a quelli dei giorni precedenti: la domanda di benzina nella capitale non manca di certo.

Usciamo dal caos cittadino di Tashkent e seguiamo la strada verso Fergana, con strade di buona fattura che aumentano allo stesso tempo la pericolosità degli uzbeki alla guida.
Saliamo lentamente verso le montagne e la strada che continua ad essere di buona qualità, scorre lungo la valle del fiume Sirdarya, che separa le montagne terrose poste a nord e a sud.
Ci fermiamo per un posto di blocco dove controllano i passaporti e i documenti dell’auto, scattiamo alcune foto con i tanti uzbeki incuriositi dall’auto e procediamo, salendo lentamente verso un passo.

Vediamo dopo una mezz’ora un mercato lungo la strada, decidiamo di fermarci per darci un’occhiata e tutte le negozianti iniziano a chiamarci a gran voce.
Ogni negozietto era numerato e aveva come nome la città o il villaggio di provenienza della merce in vendita; decidiamo di comprare dell’acqua, del formaggio e dei semi di girasole da sgranocchiare.
Mentre curioso tra i veri negozietti, dove in realtà la merce e i prezzi relativi erano sempre gli stessi, Alessandro si mette a chiacchierare con uomo sulla cinquantina, incuriosito dal tracciato disegnato sulla Atos: è da Kokand, prima città della valle di Fergana e si propone di farci strada fino alla sua città.
Noi lo ringraziamo ma non capiam in realtà dove voglia portaci: a casa sua, in un hotel, in un ristorante?
Ripartiamo, manca poco al tramonto, il traffico aumenta a dismisura e lentamente saliamo verso il passo, circondati dalle montagne terrose che isolano la Fergana dal resto dell’Uzbekistan.

Qui assistiamo a scene di guida al limite: auto che superano a destra rischiando di finire nello strapiombo lato strada, altre macchine che superano l’eterna fila davanti a noi lungo la strada in costruzione chiusa al traffico, clacson continui, camion fermi, gente con l’auto rotta che cerca aiuto invano, venendo ignorata da tutti i passanti (escluso il nostro amico del mercato, che si ferma ad aiutare un automobilista, facendoci perdere le sue tracce).
Raggiungiamo dopo chilometri di caos e coda il passo ad oltre 2000 metri, attraversiamo un tunnel ed eccoci nella valle di Fergana!
Prima di arrivare al fondo valle però dobbiamo compiere una lunga discesa che non si rivela per niente facile, a causa del traffico che continua imperterrito e del buio che è sopraggiunto in un baleno.
Si passa da punti ad ottanta all’ora su un manto stradale perfetto, a pezzi di asfalto in costruzione, dove il traffico si imbottiglia e il disordine regna sovrano.
Abbiamo persino il tempo di far due chiacchiere con un taxista dai denti d’oro, che ci fa i complimenti per il viaggio, ci augura buona fortuna e ci fa qualche domanda a noi chiaramente incomprensibile.
Continuiamo la nostra discesa e dal nulla ci raggiunge il signore del mercato, che dice di seguirlo da quel momento in poi; veniamo fermati per un controllo passaporti poco più avanti, nessun problema rinvenuto e si riparte in direzione Kokand.
La pericolosità in auto dell’uzbeko medio torna a manifestarsi: un uzbeko in sorpasso invade del tutto la nostra corsia non rientrando nella propria, facendo fare ad Ale una brusca sterzata che ci salva la pelle.
Entriamo in paese, sono ormai le dieci di sera, ai nostri lati molte case del tè e ristoranti di shashlik.
Dopo qualche km il signore si ferma al lato della strada, smonta dall’auto e ci fa capire che ci stava portando ad un hotel della zona; noi però non potevamo permetterci il pernottamento, quindi lo ringraziamo lo stesso e gli chiediamo consiglio su un posto per cenare.

Decide di accompagnarci e dopo pochi chilometri si ferma in una casa del tè lungo strada; parcheggiamo e ci dirigiamo con lui all’interno del locale. Camminando, notiamo che c’è anche sua figlia in macchina, che però non smonta dall’auto.
Ci sediamo, il signore ordina per noi del tè e dei shashlik e chiacchieriamo per una buona mezz’ora: lui lavora a Tashkent nel campo dei prodotti caseari, conosce abbastanza bene l’Italia e mastica qualche parolina di inglese, che ci facilita chiaramente la comunicazione.
Finito varie tazze di tè decide di andare, scattiamo qualche foto ricordo e lo salutiamo.
Dopo aver finito di cenare, capiamo che in quella casa del tè dormire sarebbe stato impossibile, visto che alle undici non c’era più nessuno e che i camerieri stavano raccogliendo tutti i cuscini e i materassi all’esterno.
Cosa fare? Decidiamo di ripartire per cercare di raggiungere al mattino presto il confine con il Kyrgyzstan.

Alessandro al volante, io invece entro in dormiveglia.
La strada è buona, ma tra una città e l’altra l’illuminazione è inesistente e la gente si diverte a girare a piedi o in bicicletta in mezzo alla strada senza nessun tipo di giubbotto catarifrangente o luce.
Uzbeki, cordiali e gentili, ma leggermente folli.
Veniamo fermati a tre posti di blocco stile PYGG turkmeni, qui chiamati YPG, dove ci vengono controllati i passaporti; notiamo che alle cabine della polizia sono appese un centinaio di foto segnaletiche di persone ricercate e vi sono svariate targhe d’auto indicate come sospette.
Capiamo subito il perché di quello che vediamo: infatti la Fergana è il luogo di nascita dell’IMU, Islamic Movement of Uzbekistan, un movimento fondamentalista wahabita che in passato ha compiuto diversi attentati nel paese, tenendo una fitta rete di collaborazione con Al Qaeda e altri gruppi jihadisti.
Giungiamo verso le due di notte alla periferia di Andijan e decidiamo di dormire in macchina lungo la strada, esausti dalla lunga giornata in auto.

XIX° giorno

Ci svegliamo verso le sei di mattina, ancora stanchi e poco lucidi, ma fortunatamente il Kyrgyzstan era distante pochi chilometri e ad Osh ci aspettava un hotel per il quale avevamo già prenotato.
Ripartiamo e dopo pochi chilometri raggiungiamo l’ultimo paese prima della frontiera, Khuzhaobod.
Notiamo come quest’area di confine sia la parte più povera del paese: sola agricoltura, case con tetti in lamiera, edifici fatiscenti e spesso diroccati.
Ci fermiamo per bere un po’ di tè in una casa del tè, vista la stanchezza imperante.
Ci accoglie un signore con due soli denti (d’oro però) che ci fa accomodare sui divanetti esterni e accetta di prepararci del tè e del plov in cambio dei soli soldi che ci eran rimasti, 4000 som (l’equivalente di un euro).
Tè bollente e zuppa di riso con carne, verdure e spezie, praticamente un regalo a quella cifra.
Ringraziamo sentitamente il signore e il suo aiutante, un signorotto grassottello con la shashia (il cappello della preghiera musulmano), che ci salutano calorosamente.
Intorno a noi prati verdi, trattori di epoca sovietica e le montagne del vicino Kyrgyzstan.
Altro controllo passaporti lungo la strada, tanto per rimarcare quanto controllata sia la Fergana Valley.
Giungiamo finalmente al confine.
Le guardie ci fanno entrare e dicono di parcheggiare l’auto sotto una struttura di cemento, dove al suo interno c’è uno strano marchingegno che fa lo scanner in 3d dell’auto, per verificare la presenza di droga o armi.
Bah.
Passato il controllo ipertecnologico, parcheggiamo nuovamente l’auto: io entro in un ufficio per sdoganare l’auto, Ale invece va direttamente al controllo finale dei passaporti.
Controllano le carte, ma l’addetto mi fa capire che c’è qualcosa che non va; giunge di tutta fretta una guardia sulla ventina, con un buon inglese, che mi spiega che per uscire dal paese è necessaria l’assicurazione del veicolo.
Gli spiego che all’ingresso del paese nessuno mi aveva informato dell’obbligatorietà dell’assicurazione e che quindi non potevo saperne nulla; il ragazzo si scusa per l’inadempienza dei suoi colleghi di Khiva, però l’assicurazione è necessaria altrimenti non sarei mai uscito dal paese.
Gli chiedo consiglio sul dove andare e mi dice di tornare indietro fino al primo blocco stradale della polizia, chiamato post 45, che è il posto di blocco che ci aveva controllato i passaporti non più di mezz’ora prima.
La guardia mi da un foglietto con tutte le indicazioni in uzbeko, lo ringrazio e riparto.
Arrivo al posto di blocco ma la polizia mi avverte che loro non possono aiutarmi; gentilmente chiedono ad un signore di aiutarmi e lui accetta di farmi strada fino a Khuzhaobod.
Dopo qualche chilometro lo perdo, a causa della sua eccessiva velocità nel percorrere la strada, più simile in realtà a un cantiere che a una vera e propria strada.
Arrivo dopo una ventina di chilometri al paese e trovo il signore sul lato della strada, che mi fa segno di seguirlo con l’auto; dopo un centinaio di metri si ferma, confabula con un altro signore e gli chiede di portarmi all’assicurazione, non sapendo in realtà dove fosse.
Ringrazio il primo signore e seguo quindi il secondo, che dopo un paio di minuti si ferma, parcheggia e mi fa segno di scendere.
Lo seguo, attraversiamo un cantiere e mi porta in un piccolo ufficio pieno di scartoffie, con due signori sui quaranta, una signora anch’essa sui quaranta e una ragazza più o meno della mia stessa età.
Consegno loro la carta scritta dalla guardia e capiscono che ho bisogno dell’assicurazione.
Spiego subito però che non posso pagare in som, avendoli finiti dal vecchio dai due denti d’oro al mattino.
Uno dei due uomini chiama al telefono e mi passa un superiore, che parla perfettamente inglese: gli spiego la situazione per filo e per segno, mi dice di non preoccuparmi e di pagare in euro senza problemi. Benissimo.
Aiuto i quattro a barcamenarsi sul libretto in italiano, tra numero di telaio, anno di immatricolazione e altri dati, scambiamo due chiacchiere e fumo una sigaretta con uno dei due tipi, che dice di aver quarant’anni e di essere ormai vecchio visto che ha quattro figli.
Dopo mezz’ora di carte, carte e ancora carte, mi consegnano l’assicurazione che mi vien a costare la bellezza di tre euro; quando mi riconsegnan tutte le carte noto che manca il documento datomi all’ingresso del paese, ma dicono che non ci sono problemi e che posso andare tranquillamente.
Riprendo la strada verso il confine, passo davanti alla casa del tè del plov mattutino, saluto in corsa i due vecchiotti e mi dirigo vergo la frontiera, non prima di essere inevitabilmente fermato per un controllo passaporti al posto di blocco post 45, dove non erano più presenti le guardie precedenti.
Arrivo al confine.
Vedo al controllo auto il camion dei pompieri del team del Mongol Charity Rally che ha attraversato con noi il Caspio; due chiacchiere in velocità e un good luck reciproco.
Porto la documentazione all’ufficio per lo sdoganamento auto, ma il responsabile mi dice che manca ancora una carta, capisco subito che si riferisce alla carta che mi han ritirato in assicurazione.
Mi viene in aiuto la guardia parlante inglese, che mi spiega che quella carta in realtà è la carta più importante di tutte, ma che in qualche modo mi avrebbero fatto passare lo stesso.
Dolomiteam 2015 ha finalmente la sua rivalsa sulla burocrazia post sovietica!
Entro nell’ufficio passaporti, timbro al visto, è fatta finalmente, possiamo uscire dal paese!
Ma chiaramente i problemi non possono finire così.
Dove sono le chiavi?
Controllo le tasche, controllo per terra, controllo ovunque, niente.
Dove possono essere finite?
Le guardie danno un occhio ai due uffici nei quali sono passato ma niente, non si trovano.
Che non siano dentro in macchina? Ipotesi possibile, certo, ma tutte e quattro le porte dell’auto son chiuse, come possono esser dentro le chiavi se l’auto è chiusa?
Il mistero si infittisce, a un certo punto penso che sian stati cani antidroga ad avermele portate via.
Sono disperato, Alessandro è nervoso.
Che si fa?
“Ragazzi, noi possiamo aprirvi l’auto con un coltello o con un righello, ma dovete darci il consenso voi” dice la giovane guardia parlante inglese
“Sisi, consenso accordato, vi prego apritela in qualche modo, dentro ci sono le chiavi di scorta”
“Va bene”
Arriva il responsabile dello sdoganamento auto con un righello e passa tutte le porte inserendo il righello dalla plastica esterna dei finestrini, fin quando non riesce ad aprire la porta del guidatore.
Entro in auto e sorpresa, le chiavi sono sotto un portadocumenti!
Fortuna vuole che la macchina sia aperta e che ci siano anche le chiavi, ma di come l’auto possa essersi chiusa con le chiavi dentro resta ancora un mistero.
Dopo aver sentitamente ringraziato le guardie, possiamo finalmente partire ed uscire dal paese: saluti, Uzbekistan!
Un paese che ci ha colpiti per l’estrema ospitalità e generosità dei suoi abitanti, sempre curiosi di relazionarsi con noi superando le difficoltà linguistiche; paese che dalla sua ha solamente due lati negativi nella nostra esperienza, ovvero l’indisciplina alla guida e la difficoltà nel reperire la benzina.

Frontiera di ingresso del Kyrgyzstan.
Parcheggiamo l’auto e per prima cosa un tizio seduto su una sedia ci fa segno di avvicinarci ed esclama: “Medical control”
Ci mettiamo una alla volta davanti a questo signore, che con uno strano aggeggio simile ad una telecamera crediamo controlli le nostre temperature corporee.
Bah.
Ale entra alla frontiera per pedoni, i responsabili negli uffici doganali gli danno la priorità e quindi, passando davanti ai locali, nel giro di due minuti è libero di entrare in Kyrgyzstan.
Io affronto il solito controllo auto: medicine, cibo, domande senza senso.
Il meglio giunge quando una guardia vede i cd e si volta a guardarmi, chiedendomi in un inglese improbabile: “Sex, porn, hard, cd?”
Sorrido, scuoto la testa e mi avvio a piedi ai controlli doganali.
Anche qui solita prassi, dato che i documenti dell’auto in italiano non vengono capiti: indico la targa, la proprietà, i centimetri cubi e il numero del telaio.
Faccio due firme, pago 20 euro per una tassa sull’inquinamento ambientale e sono libero di andare.
Esco dal confine e trovo Alessandro intento a parlare con alcuni kyrgyzi; mi racconta di aver appena finito di parlare con un ragazzo parlante inglese, che gli ha spiegato la situazione ottimale delle strade nel paese.
Montiamo in macchina e attraversiamo la città di Osh, posta direttamente al confine con l’Uzbekistan, dirigendoci verso l’hotel Nuru.
Dopo una decina di minuti arriviamo, parcheggiamo l’auto ed entriamo nella struttura che ci sembra impossibile possa costarci solo 12 euro a notte: ristoranti, bar, piscina all’aperto, spa, negozi, personale in divisa.
Alla reception troviamo una ragazza dai tratti orientali che ci registra e ci da le chiave della camera; saliamo al settimo piano, stanza 720, il tempo di appoggiare gli zaini che crolliamo a letto.
Ci risvegliamo, cambiamo dei soldi, ci docciamo e verso le dieci di sera usciamo per cenare; troviamo un locale a venti minuti a piedi dall’hotel, cena con shashlik, birre, insalata e poi filiamo a letto.

XX° giorno

Ci svegliamo e ci prepariamo alla svelta: la giornata prevede una visita alla montagna sacra di Sulayman-Too (unico sito UNESCO del paese) e un viaggio verso nord, puntando a campeggiare nei pressi del lago Toktogul.
Saliamo in auto e in cinque minuti siamo ai parcheggi del sito UNESCO; lasciamo lì la macchina pagando 20 som (30 cent di euro) e saliamo lungo la pendice orientale di questo monte.
Lungo il tragitto troviamo un museo all’interno della montagna, una moschea, un cimitero e varie grotte: secondo la leggenda, le donne incinte che entrano in queste piccole caverne avranno figli sani.
Dopo una camminata di un venti minuti giungiamo al termine del sentiero dove è presente una moschea e un’area ristoro; la vista da qui è fantastica, poiché si vedono la città di Osh, la Fergana Valley e in lontananza le montagne del Pamir.

DCIM103GOPRO

Scendiamo dal monte e ci dirigiamo verso l’auto, pronti per il nostro viaggio verso il nord del Kyrgyzstan.
Ci fermiamo per fare benzina, dove una benzinaia mi chiede di portarla in Italia e di sposarla; acquistiamo un po’ d’acqua e finalmente usciamo da Osh.
La strada è buona, ai nostri lati campagne, colline e moltissimi animali; fa caldo, ma oramai siamo temprati dopo i giorni nel deserto.
Continui sali e scendi ci portano fino a Jalalabad, dove la strada inizia ad avvicinarsi al confine uzbeko; la strada per vari chilometri costeggia il vero e proprio confine, delimitato dal filo spinato che gira intorno ai campi e alle case dei contadini.
La strada inizia ad addentrarsi in una valle scavata dal fiume Naryn (che diventerà in seguito il Syr Darya), con profondi canyon e vari fiumi artificiali creati dalle chiuse sul fiume.

DCIM103GOPRO

Si sale lentamente e in lontananza si vedono già i primi picchi innevati.
Percorriamo la stretta valle seguendo il percorso inverso del Naryn: lungo il fiume vi sono prati e folta vegetazione, ma appena ci si allontana predominano la roccia e la terra rossa.
Facciamo un paio di passi di montagna intorno ai duemila metri, ma la Atos non ha alcuna difficoltà, visto il manto stradale perfetto delle strade kyrgyze.
Arriviamo intorno alle sette di sera al lago Toktogul e lungo il lato sud del lago troviamo molti ristoranti, con la scritta baliq al loro esterno, ovvero pesce in kyrgyzo.
Dopo un’intera giornata a stomaco vuoto la fame inizia a farsi sentire.
Decidiamo però di non fermarci e di continuare ancora per qualche chilometro, per essere almeno sul lato nord del lago.
Scattiamo qualche foto e le dolci montagne scavate dal vento che crollano a picco sul lago fanno venire i brividi.
La fame si fa sentire, la stanchezza pure, quindi decidiamo di fermarci lungo strada in un ristorante tipico.
Chiediamo se si può mangiare, una ragazzina ci dice no correndo via, ma delle nonnine ci fan segno di accomodarci; dopo trenta secondi ci raggiunge una ragazza kyrgyza che masticava un po’ di inglese, ci dice che lì fanno da mangiare carne d’agnello e che potevamo accomodarci sui cuscini sotto un albero.
Circondati da fiori e alberi, seduti su comodi cuscini, iniziamo a mangiare questo agnello molto saporito, che nulla ha da invidiare all’abbacchio romano, anzi.
Mangiamo con calma il nostro piatto accompagnato da buon tè verde; ad un certo punto una cameriera ci guarda e ci chiede se desideravamo il Jarmah e noi, non sapendo cosa fosse, decidiamo di prenderlo.
Ci arriva questo boccale con uno strano e denso liquido bianco, con all’interno vari cereali; il sapore è forte, tendenzialmente acido, e non piace a nessuno dei due.
Io decido di berlo comunque, Ale invece desiste.
Lo bevo si, ma che fatica, aveva un gusto veramente troppo particolare per le nostre papille gustative.
In seguito scopro che il Jarmah è fatto da ayran, una specie di yogurt kyrgyzo, e malto fermentato.
Verso le undici decidiamo di pagare ed andare, per cercare un posto dove passare la notte.
Campeggiare, visto il buio, oramai era impossibile però.
Dopo una decina di chilometri e dopo un pieno di benzina, ci fermiamo lungo strada in un piazzale; Alessandro decide di dormire sul materassino all’esterno, mentre io decido di coricarmi in macchina.
Arriva però dal nulla la pioggia, quindi anche Ale è costretto a dormire in macchina,
Scomodamente, ci addormentiamo, in attesa di un’altra lunga giornata attraverso le montagne del Kyrgyzstan.

PS: dal prossimo diario cercheremo di ridurre al minimo il numero di foto presenti nel sito, perché preferiamo non sovraccaricarlo eccessivamente; troverete tutte le foto sulla nostra pagina facebook www.facebook.com/dolomiteam2015 
divise per i diversi diari di bordo 

Diario di Viaggio #7

XV° giorno

Ci svegliamo verso le sette alla casa del tè, ordiniamo del buon cay per svegliarci e ci diamo una sistemata; al momento di pagare, la padrona del locale ci dice che non serve, mostrandoci fin da subito l’ospitalità innata del popolo uzbeko.
Ripartiamo alla volta di Bukhara, che dista una sessantina di chilometri dal luogo della nostra sosta notturna e dopo un’ora di viaggio tranquillo entriamo in città, parcheggiamo e ci avviamo a piedi verso il centro storico.
La città vecchia è fatta da piccoli vicoli con case dai bassi soffitti, tutte di color bianco per trattenere meno calore possibile; dopo esserci addentrati per questi vicoli giungiamo ad una piazza, con uno stagno al centro e tre madrasse lungo i lati nord, est e ovest.

DCIM103GOPRODCIM103GOPRO

Scritte in farsi lungo le pareti, mosaici di color verde, blu e oro, attorno a noi fontane, alberi, turisti e gente del luogo.
Troviamo tra l’altro i ragazzi americani, che sono in partenza per Tashkent.
Nello stesso momento si avvicina a noi una ragazza uzbeka di 15 anni, che vuole far due chiacchiere in inglese visto che il suo sogno è di studiare a Londra e fare la traduttrice; dopo il classico selfie la salutiamo e visitiamo l’interno delle madrasse, dove l’unicità architettonica del luogo non limita il contesto sociale dell’area, tra bazar, case del tè e negozi di bigiotteria.
Scattiamo delle foto, giriamo intorno alla piazza e continuiamo a visitare la città vecchia di Bukhara, tra vecchie moschee, minareti ed edifici con più di quattrocento anni di storia.
Torniamo nella piazza, cambiamo dei soldi, facciamo qualche acquisto nei negozietti lungo la strada e decidiamo di fermarci a bere un the in uno dei bar lungo il piccolo lago al centro della piazza.
Dei signori uzbeki, sui 30/40 anni, ci salutano e ci chiedono da dove fossimo; alla risposta “Italia”, ci invitano a sedersi con loro.
Sono tutti piloti aerei dell’aviazione uzbeka e tre di loro parlano abbastanza bene inglese.
Si ordina tè, birra uzbeka (11% di gradazione alcolica) e si parla degli argomenti più disparati: musica, calcio, politica, cultura, lingue.
Passiamo un’ora e mezza di convivialità che ci fa apprezzare sempre di più l’Uzbekistan e il suo senso di ospitalità e di curiosità verso lo straniero.
Dopo qualche video e qualche foto assieme, i signori ci invitano al matrimonio di loro parenti, a 2 ore da Bukhara, ma ci tocca rifiutare visto che il giorno stesso la nostra meta era Samarcanda.
Un matrimonio uzbeko, tra mangiare di ogni sorta e alcol a quei livelli di gradazione, ci avrebbe fatto arrivare a Samarcanda qualche giorno dopo.

DCIM103GOPRO

Dopo la chiacchierata con loro prendiamo la decisione più difficile del nostro viaggio, alla quale stavamo pensando fin da Baku: non andare in Tajikistan.
La situazione del Tajikistan non è delle migliori, a causa di forti pioggie che han causato morti, frane, interi villaggi distrutti; per quanto riguarda il nostro viaggio, ci sono punti lungo la Pamir Highway del tutto impraticabili, che rischierebbero di mettere a repentaglio il nostro viaggio ma soprattutto le nostre vite.
Dispiace tantissimo, ma tocca passare.
Tajikistan, aspettaci che torniamo.

Li ringraziamo nuovamente, ci scambiamo i rispettivi contatti e ripartiamo alla volta di Samarcanda.

Un vecchio su una bicicletta rossa ci vede un po’ confusi sulla strada da prendere e ci fa segno di seguirlo fino a un incrocio; arrivati, lo ringraziamo e lui guardando l’auto sorride e dice: “Italian ferrari!”, indicando la sua bici e la nostra Atos.

Si riparte.
La strada è buona, a due corsie, ma inizia il problema benzina: nessun distributore ha benzina, solo propano e metano.
Fortunatamente, dopo un’ora di ricerca lungo le vie della superstrada Bukhara-Samarcanda riusciamo a trovare la benzina, un litro a 3000 som, lo stesso prezzo della benzina a nero di Khiva.
Ripartiamo alla volta di Samarcanda.
Lungo la strada tutti ci salutano: camionisti, autisti, passeggeri, pedoni, bambini che giocano, anziani che vendono frutta, continui saluti e sorrisi che ci rendono piacevole il viaggio.
Il paesaggio è un po’ anonimo, molto verde, tanti campi coltivati ma nulla di mai visto.
Al cambio guida, decidiamo di fermarci a prendere un melone: 12000 som, forse un po’ tantino, ma un melone grande come mai ne abbiamo visti in Italia.
Arriviamo a Samarcanda verso le 18, non c’è particolar traffico e troviamo il Lux Hotel senza particolari difficoltà.
Ci accoglie un ragazzo della nostra età, amorfo, senza alcun tipo di espressione e anzi, sembrava particolarmente scontento del lavoro che stava facendo.
Al tempo stesso però ci offre del vino uzbeko.
Paghiamo per due notti e andiamo in camera: doccia fresca e dolce riposo.
Verso le dieci di sera usciamo per cercare un ristorante, ma la città è deserta, solo taxi e auto ma nessun locale, poca gente; il tutto poi viene amplificato dalle vie tipicamente sovietiche della città, che risaltano particolarmente il vuoto generale in mezzo alla spropositata grandezza degli spazi.
Dopo una decina di minuti passiamo una gigantesca statua di Tamerlano, attraversiamo una piazza con fontane nei pressi del Amu Temur e dopo cinque minuti troviamo un ristorante, dove rifocillarci di Shashlik.
Il ristorante, lungo la via del Registan, era molto particolare a causa di decine di uccelli liberi al suo interno, tra cui due pavoni di grossa stazza con dei colori delle piume molto accesi.
Mangiamo, beviamo due birre e poi di corsa ci dirigiamo verso l’hotel, dormendo finalmente in un letto comodo.

XVI° giorno

Il secondo giorno a Samarcanda inizia con la colazione compresa nel prezzo del Lux Hotel: tè, pane, burro, frittata e formaggio.
Torniamo in camera e ce la prendiamo con calma, visto che in un niente dall’hotel si arriva alla zona storica della città.
Verso le tre del pomeriggio, ben riposati ma assai affamati, decidiamo di andare al ristorante di fianco all’hotel, consigliatoci da un receptionist molto più cordiale rispetto al ragazzo del giorno precedente.
Entriamo nel ristorante e ordiniamo involtini di diverso tipo: mucca, pollo, agnello, capra e fegato di un animale indefinito.
Usciamo verso le quattro e mezza e a causa della pesantezza post pranzo prendiamo un taxi: per 2000 som a testa ci porta alla prima parte del sito UNESCO di Samarcanda, dove è presente il mausoleo del Tamerlano con altri edifici adiacenti.
Foto e video, con attorno a noi vari fotografi a lavoro con sposalizi e simili.
Anche qui ritornano i colori che abbiamo visto a Bukhara il giorno precedente: mosaici e incisioni blu e oro che danno agli edifici un aspetto monumentale; queste madrasse hanno poi ispirato nei secoli non solo l’architettura del “Turkestan”, ma sono stati anche i precursori dell’arte Moghul in India, basti pensare al noto Taj Mahal, molto simile come colori e come struttura al mauseleo di Amu Timur.

DCIM103GOPRO

Dopo aver visitato esternamente una moschea ci dirigiamo verso il Registan, l’antica piazza medievale di Samarcanda, non prima di esserci fermati a bere un po’ d’acqua vista l’umidità e le alte temperature.
Entriamo al Registan dal lato sud, ma visto che non sempre la fortuna gira per il verso giusto, troviamo gli edifici chiusi, a causa delle prove di uno spettacolo di danza classica internazionale che si sarebbero tenute in serata.
Noi comunque entriamo facendo finta di nulla nella piazza girando attorno alle sbarre che delimitavano l’area, scattiamo qualche foto a queste madrasse tardo medievali e ci lasciamo trasportare dalla bellezza dell’area.
Dopo qualche minuto però usciamo, salutiamo la polizia come se nulla fosse e scattiamo qualche foto con degli uzbeki incuriositi dalla gopro.

registan 37

Giriamo attorno al Registan e cerchiamo un taxi, in direzione birreria di Samarcanda!
Infatti il receptionist gentile al mattino ci ha suggerito di andare in questo locale/fabbrica dove viene prodotta birra uzbeka.
Prendiamo il taxi e dopo una decina di minuti giungiamo.
Beviamo qualche birra tra una chiacchiera e l’altra, quando ad un certo punto un uzbeko ci invita al suo tavolo.
Ci presentiamo e questo uzbeko, al tavolo con il fratello ubriaco fradicio e altri due tipi, ci racconta della sua vita: lavora a Dubai, guadagna tanti soldi (un rolex al polso) e dice che torna volentieri in Uzbekistan per vedere i parenti, oltre perché visto il costo diverso della vita può bere e mangiare quanto vuole.
Dopo dieci minuti ci salutano, lasciandoci in dono una bottiglia di vodka.
Decidiamo di muoverci verso l’ostello, un cameriere ci chiama un taxi e nell’attesa parliamo con uno dei proprietari del luogo che ci spiega la situazione della birra in Uzbekistan e di come gli sia piaciuta la birra in Europa.
Salutiamo, prendiamo il taxi, arriviamo all’Hotel e ci fiondiamo a letto, esausti.

XVII° giorno

Ci svegliamo con calma al mattino, doccia rinfrescante e colazione.

Prepariamo tutti i nostri zaini e partiamo, in direzione Tashkent, capitale dell’Uzbekistan.
La decisione di saltare il Tajikistan ci fa riprogrammare leggermente il viaggio: decidiamo di partire da Samarcanda ed arrivare a Osh, Kyrgyzstan, in tre giorni, per poi concederci cinque giorni in nelle catene montuose kyrgyze, continuazione del Pamir e del Tian Shen.
Quindi prima tappa Tashkent.
A Samarcanda andiamo prima a prendere del liquido per lenti a contatto di cui Alessandro aveva bisogno e poi facciam dare una controllata alla pressione delle gomme, che fortunatamente è perfetta.
Partiamo verso ora di pranzo.
Uscendo da Samarcanda il paesaggio in lontananza si fa più brullo e secco, con colline terrose ai lati, mentre la strada tra sali e scendi attraversa veri e propri canyon nella roccia.
Anche in questa tappa il problema benzina continua, poiché troviamo solo distributori chiusi o senza benzina.
Fortunatamente dopo un’oretta troviamo, 3000 som al litro, anche qui un furto.
Rischiamo anche il nostro primo incidente: per immettermi in una corsia che permetteva di entrare nel senso di marcia opposto, un taxi a tutta velocità ci taglia la strada, frenando bruscamente e portando altri mezzi tra cui camion giganteschi a frenare di colpo.
A causa dell’adrenalina, ci scusiamo con il taxista, che si scusa a sua volta e riparte: ma la colpa è totalmente sua, non nostra!
Per questione di centimetri la nostra avventura (e forse qualcos’altro) poteva finire in un’anonima strada a due corsie uzbeka.
Il vento gira ancora nel verso giusto.
Ci avviciniamo a Tashkent, capitale dell’Uzbekistan, che si trova a pochi chilometri dal confine kazako.
Facciamo una breve pausa per il cambio guida e mangiamo un terzo del melone preso due giorni prima: fresco, dolce, delizioso.

Si riparte per Tashkent.
Pianura, campi, molte auto e belle strade, paesaggio veramente anonimo.
Arriviamo verso le sei a Tashkent e nel GPS inseriamo l’indirizzo di un ostello che avevamo trovato su booking.com la sera prima, il Topchan Hostel.
Ci addentriamo nella città senza difficoltà e troviamo l’ostello.

Ci accoglie un signore azero con una ragazza kazaka, che ci dice di entrare e chiedere di Rafa; entriamo, togliamo le scarpe come chiede il regolamente e troviamo Rafa, il proprietario, un ragazzo uzbeko sulla trentina con un ottimo inglese.
Dice che le camere son finite, ma che possiamo dormire su due letti nell’area ping-pong, perfetto.
Nell’ostello c’è gente da tutto il mondo: un ragazzo croato e uno tedesco in viaggio verso il Tajikistan, una guida spagnola che lavora in Kyrgyzstan, una coppia di portoghesi e altra gente.
Chiacchieriamo con tutti i presenti di viaggi, impressioni, politica, in un bellissimo clima di convivialità.
Lo spagnolo propone una pasta per tutti, ma tutti causa differenti programmi rifiutano e accogliamo la proposta solo noi: noi mettiamo la pasta, lo spagnolo va a fare la spesa e vuole cucinare per noi.
Il primo piatto di pasta dopo due settimane è sublime: pennette con pomodori, tonno, cipolla e olive!

Passiamo la serata a chiacchierare tra di noi e si aggiunge al gruppo anche un ragazzo belga in attesa dei suoi compari che stanno arrivando in macchina dal Turkmenistan: sono un team del Mongol Rally!

Doccia, tè caldo e poi letto, per riprendersi dalle fatiche di diciassette giorni di viaggio.